"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 46 - 55, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
"L’eleganza del silenzio.
La ricchezza del silenzio."
Silenziosa è la dolcezza manuale,
la premura dei gesti, l’intelligenza di Fare. Il nuovo pensiero ricomincia
forse da qui, dal gusto minimale di gesti utili e aggraziati e in questa
crosta elementare del vivere (dove Eros si anima leggero tra le dita e
le cose, portando a compimento la sua prima seduzione) si riflette una
Civiltà (preconscia, viscerale, sensibile, quella vera, cioè)...".
La maggior parte degli approcci tradizionali
alla relazione d’aiuto ha una visione di corpo e psiche come entità
distinte, e identifica in genere l’Io con il funzionamento mentale.
Di solito, o ci si cura della psiche
attraverso l’approccio verbale, o ci si cura del corpo attraverso la terapia
fisica: per una relazione di aiuto intenzionata a lavorare all’interno
di un quadro di riferimento olistico è fondamentale che non ci sia
questa scissione, che è proprio quella che origina il malessere
(disease: dis cioè mancanza, negazione; ease
benessere, naturalezza), la condizione che speriamo appunto di trasformare.
È fondamentale che questo binomio corpo-psiche venga tenuto insieme.
Il linguaggio non basta, occorre anche
il movimento per la sua completezza. Il linguaggio, come espressione della
psiche, è canto, il movimento, come espressione del corpo, è
danza.
L’uomo moderno è continuamente
alla ricerca di nuovi strumenti per tenere uniti corpo e psiche: le nuove
filosofie, le esperienze dei gruppi si basano su questo binomio nella ricerca
di una vitalità più profonda.
La psiche si esprime attraverso la parola,
il canto, il vocalizzo, l’urlo, il pianto: il corpo si esprime attraverso
il contatto fisico e la danza, il movimento e il gioco; da qui si arriva
direttamente all’integrazione, senza passare attraverso i traguardi faticosi
del prima, del passato.
Anche in molti approcci psicofisici come
quello reichiano, quello neoreichiano (Lowen), la Gestalt, e in altri principalmente
fisici (Rolfing, Feldenkrais) si pretende a volte di essere olistici solo
per il fatto di presupporre una connessione fra processi corporei e quelli
mentali
"... ma parlare di una persona composta
da parti connesse tra loro non è necessariamente la stessa cosa
che parlare della persona come una unità."
"... né l’uso combinato di interventi
fisici e verbali creano necessariamente una terapia integrata" (James I.
Kepner)
dato poi che spesso le modalità
di intervento usate partono da concetti diametralmente opposti (come è
ad esempio per il concetto di difesa nel Rolfing e nella Gestalt).
Quello che intendo dire è che
non basta occuparsi dell’aspetto corporeo e poi di quello mentale, è
necessario riuscire a mantenere unito questo binomio corpo-psiche per sanare
la scissione che ha avuto come conseguenza la disarmonia dell’individuo.
Il malessere è spesso il risultato
dell’erronea identificazione di una parte della personalità con
il tutto. Partendo dal principio generale che la persona è una totalità
e che la relazione d’aiuto è il processo che porta a fare esperienza
di se stessi come totalità, non possiamo scindere i due approcci,
ma bisogna invece cercare di creare un ponte tra l’esperienza corporea
e il livello psichico.
"Vedere la persona come una totalità
più grande della somma delle sue parti significa vedere la persona
come composta da tutte le parti: corpo e psiche, pensieri e sentimenti,
immaginario, movimento,… e non come una qualsiasi di queste sue parti ...
ed è il funzionamento integrato nel tempo e nello spazio dei vari
aspetti del tutto, ad essere la persona" (James I. Kepner).
In termini di metodo, un approccio olistico
integrato tende a mettere insieme tutti gli aspetti della persona, facendo
fare esperienza di sé come un organismo unitario.
"Il mio corpo è in accordo con
la mia psiche, la mia psiche con le mie energie, le mie energie con il
mio spirito, il mio spirito con il Nulla. Ogni volta che la minima cosa
esistente o il più flebile suono mi raggiunge, sia esso lontano
dietro l’ottavo confine, o a portata di mano tra le mie sopracciglia e
le mie ciglia, io sono costretto a conoscerlo. Tuttavia, non so se l’abbia
percepito con i sette orifizi del mio capo e le mie quattro membra, o l’abbia
saputo col cuore e l’addome e gli organi interni ... quando arrivai alla
fine di ogni cosa dentro e fuori di me, i miei occhi divennero come i miei
orecchi, i miei orecchi come il mio naso, il mio naso come la mia bocca…
La mia anima si concentrò e il mio corpo si sciolse, ossa e carne
si fusero completamente, non badai a cosa si appoggiava il mio corpo e
cosa calpestavano i miei piedi, mi lasciai trasportare dal vento a Est
e a Ovest, come una foglia caduta dall’albero o un involucro secco, e non
potevo dire se era il vento a cavalcarmi o io a cavalcare il vento" (Libro
di Lieh-Tzu).
Durante una seduta, toccando una persona
fisicamente, non cerco di sciogliere, né tantomeno di rompere tensioni,
corazze, difese, ma semplicemente toccando il corpo aiuto la persona a
prendere coscienza piano piano di queste parti tese: una volta diventata
consapevole di questo, allora le chiedo cosa sente, se emergono ricordi,
emozioni, sensazioni. Gli chiedo di portare il respiro in quella zona,
di immaginarsi delle frasi che potrebbero esprimere quello che sente.
"Che effetto fa – chiedo – dire queste
parole, cantare questa musica, immaginare queste scene, mentre io tocco
lievemente questa parte del tuo corpo?"
A volte emergono ricordi, emozioni, scene
di rifiuto, di abusi, rabbia repressa, azioni bloccate.
"Se tu esprimessi in un movimento questa
scena che vedi, o questa emozione, che movimento sarebbe?" e così
via. È diverso da un intervento di scuola Gestalt classica:
"Nell’approccio della Gestalt al corpo,
l’obbiettivo del toccare è centrarsi su ciò di cui la persona
che viene toccata fa esperienza, piuttosto che produrre un cambiamento..."
(James I. Kepner).
A questo punto, presa coscienza delle
proprie tensioni, la consapevolezza delle proprie difese dà inizio
ad un processo di riappropriazione e identificazione con la propria struttura
corporea.
Le difese sono certamente espressioni
autentiche di se stessi, ma agendo fuori dalla consapevolezza non sono
vere e proprie scelte: sono dunque espressioni non intere ma "tronche",
che non permettono la sensazione di pienezza.
Dopo questa prima fase importante, si
aprono varie possibilità di intervento. Una potrebbe essere quella,
già citata, di mettere in parole o in gesti le emozioni sperimentate,
di esperire movimenti repressi e frustati.
Nel mettere in azione una parte del corpo
bloccata cosa accade? Quali emozioni emergono?
Spesso le tensioni scompaiono, le parti
del corpo si aprono e si ammorbidiscono, si fa esperienza di quello che
sarebbe accaduto e di quello che accade se si "osa" andare verso quel movimento,
quella postura, quel gesto, quella frase mai detta... e spesso una commozione
ci pervade, l’anima ride di felicità e danza con il corpo...
"e sarà che il mormorio vibrante
della terra,
giungerà ai tuoi orecchi, e la
musica che il tuo corpo sprigionerà,
sarà gioia per i nostri occhi,
sarà nutrimento per i fiori dei campi,
sarà richiamo di uccelli, sarà
voce ammaliante, che ci guiderà tutti,
alla festa della danza, alla festa della
danza del cuore...".
Fare esperienza corporea porta alla luce
il processo che sta dietro alla struttura, apparentemente statica, e dà
la possibilità alla persona di diventare cosciente del conflitto
che c’è alla base di ogni blocco.
La tecnica dell’enfatizzare l’opposto
del "blocco", dell’atteggiamento sintomatico cronicizzato, può destare
paura nel cliente, è dunque necessario proporla in un’atmosfera
protetta e di sostegno.
In alcuni casi suggerisco semplicemente
di accentuare volontariamente sempre più il movimento rifiutato,
cercando anche di emettere dei suoni che portino verso la "rottura" di
quello spazio statico e costretto che avvolge l’individuo, per entrare
in un nuovo spazio più ampio e luminoso.
Alcune volte questo tipo di catarsi porta
la persona dentro all’esperienza traumatica di base, o ad un vissuto che
comunque ha bloccato per tanto tempo molta energia e l’espressione libera
di emozioni e sentimenti ad essa collegati.
Questa esperienza permette a chi la vive
di trasformare lo stato d’animo associato all’evento traumatico, di sciogliere
parte delle paure, delle difese e dei conflitti, aprendo nuove possibilità
e imprimendole fortemente nella memoria calda del corpo, invece di lasciarle
rimanere solo una fredda elaborazione mentale.
In altri casi può essere più
adatto enfatizzare lo stesso atteggiamento (movimento) di chiusura: questo
procedimento risulta meno allarmante, e può ugualmente mettere in
luce il conflitto interno.
Far dialogare verbalmente le polarità
emerse è essenziale per mantenere l’unità corpo-psiche. Spesso
le persone arrivano in seduta molto poco in contatto, con "distanze" fra
la loro parte corporea e la loro psiche, ed hanno forte difficoltà
a contattare le proprie emozioni.
L’approccio integrato procede per gradi,
supportando la percezione che gli dà la sensazione di corpo-psiche,
uniti insieme e inscindibili.
"La gioia di quella vasta, elementare
empatia che solo l’anima umana è capace di generare e di emettere
in continue e illimitate onde" (Walt Whitman, "Un canto di gioie").
Uno strumento con cui mi trovo a mio
agio, e che propongo alle persone come un viaggio attraverso la molteplicità
del loro sé, è la mappa della fisiologia dell’energia rappresentata
dai "chakra". Con questo strumento guido un viaggio di colori attraverso
il "Ponte dell’Arcobaleno": nella tradizione yogica indiana i setti colori
rappresentano le sette modalità vibratorie dell’esistenza umana,
le sette emanazioni divine, e corrispondono appunto a sette chakra.
La conoscenza dei chakra si è
sviluppata in India più di quattromila anni fa: ne parlano i testi
Veda, le Upanishad, e nel XVI secolo uno yogi indiano scrisse un testo
chiamato "Sat-chakra-Nimpana".
Questo antico sistema fu usato in Occidente
nei calcoli delle misure e delle proporzioni di alcune delle grandi cattedrali
(Ruth White su Chakra) e fa parte anche della tradizione cristiana esoterica.
Gli Egizi lo conoscevano, e più
tardi anche i sacerdoti Esseni, e molte altre antiche tradizioni come quella
Andina, in cui si chiamano "occhi".
Carl Gustav Jung interpreta l’Oro della
trasformazione alchemica come simbolo del prodotto finale dell’evoluzione
psichica: il cammino evolutivo attraverso i chakra è un processo
alchemico, che unifica luce e ombra, maschile e femminile, spirito e materia
nel crogiolo del corpo e della psiche.
La tradizione yoga parla poi della Kundalini,
che rappresenta la forza vitale evolutiva che è in ognuno di noi.
"Essa si desta dal suo sonno nella terra
per procedere danzando attraverso ciascun chakra, ripristinando l’Arcobaleno
come un ponte fra la materia e la coscienza. Attraverso questa danza di
trasformazione l’Arcobaleno diventa l’Axis Mundi, l’asse centrale del mondo,
che scorre verticale attraverso il centro di ciascuno di noi. Nel nostro
viaggio lungo la vita, i chakra sono le ruote disposte lungo questo asse,
che conducono il veicolo del Sé lungo la nostra ricerca evolutiva,
attraverso il Ponte dell’Arcobaleno, per reclamare ancora una volta la
nostra natura divina" (Anodea Judith).
Mitologicamente l’arcobaleno è
un segno di speranza e di armonia, è il ponte che collega il Cielo
e la Terra, gli esseri umani agli Dei, e costituisce il tramite con il
palazzo celeste, dimora degli Dei.
Nella tradizione afrobrasiliana del Candomblé
le Orixa sono divinità legate alle forze primordiali degli elementi
della natura, energia pura che sta fra l’uomo e il Dio supremo Olorum.
Oxumarè uno dei principali Orixa ha dentro di sé la dualità
basica del bene e del male. È per sei mesi l’anno maschile, ed è
rappresentato dall’Arcobaleno che leva l’acqua dalla terra per portarla
nel castello di Xangò (divinità legata alla giustizia, al
tuono) che sta in Cielo. Durante gli altri sei mesi assume la forma femminile,
e in questa fase è un serpente che si muove agilmente tanto nell’acqua
come nella terra.
In realtà Oxumarè è
l’Orixa del movimento e dell’azione, della eterna trasformazione (Pierre
Verger), e regge nel corpo fisico la colonna vertebrale.
La parola "yoga" ha la stessa radice
sanscrita della parola giogo: è una disciplina che tende ad "aggiogare"
il corpo con la psiche, l’umano con il Divino, e questo scopo viene perseguito
attraversando diversi stadi di stati di coscienza sempre più evoluti.
I chakra sono riferimenti fondamentali di questi stadi.
Il termine "chakra" (ruota, disco) indica
un centro di attività, una centralina energetica che riceve, assimila
e gestisce questa energia.
Nella tradizione indiana ci sono sette
chakra principali: si chiamano "encruzilhada" nella tradizione afrobrasiliana
del Condomblè e dell’Umbanda (che unisce la tradizione africana
con quella degli Indios del Sud-america e con la religione cattolica).
Dice un canto evocatore: "Oh meu caboclo,
que das 7 encruzilhada..."; incroci, dunque, dove si incontrano le
energie archetipiche legate agli Orixa.
Sono localizzati uno sopra l’altro, sul
davanti e sul dietro del corpo, lungo una linea che è un canale
di energia che unisce la base della colonna vertebrale (primo chakra) con
la sommità della testa (settimo chakra). Esistono anche moltissimi
chakra minori, nelle mani, nei piedi, sulle spalle, nelle anche ecc., e
tutti i punti di agopuntura della medicina cinese non sono altro che chakra
minori, collegati fra loro da una fitta rete di "nadi" (strade dove passa
l’energia vitale della persona).
Anche qui, fra i numerosissimi nadi che
avvolgono il corpo della persona come una ragnatela, esistono delle vie
energetiche principali, chiamate nella medicina cinese meridiani, dove
scorre l’energia vitale, o "Ki ò chi". Lungo il percorso di questi
meridiani si intersecano delle vie minori: gli incroci sono i punti dell’agopuntura.
I sette chakra principali sono i punti dove queste vie si incrociano il
maggior numero di volte.
Malgrado che i chakra non si possano
considerare parti concrete del corpo fisico, hanno una forte realtà
sul piano esperienziale e
"costituiscono la realizzazione della
energia spirituale sul piano fisico" (A. Judith).
In base alla loro collocazione nel corpo
i chakra sono associati a vari stati di coscienza, ad elementi archetipici,
a pensieri, a vibrazioni di luce colorate, a suoni, a elementi della natura.
I chakra più bassi, più
vicini alla terra, sono in collegamento con gli aspetti più materiali
e pratici della nostra vita: la sopravvivenza, il movimento, l’azione.
I chakra superiori rappresentano aree
mentali e funzionano per mezzo del linguaggio, delle parole e delle immagini.
Nella tradizione ebraica i sette chakra
costituiscono "la scala di Giacobbe", che unisce le polarità Cielo
e Terra, psiche e corpo, spirito e materia.
Generalmente si crede che l’"illuminazione"
si raggiunga attraverso la risalita della Kundalini lungo l’asse energetico
principale, cioè attraverso la sola corrente ascendente, un percorso
dove si viene sciolti dalle restrizioni del mondo materiale: la liberazione
attraverso la vanificazione delle forme, l’ascesi.
In realtà il cammino si fa contemporaneamente
nella corrente ascendente, dalla Terra alla Coscienza, e nella corrente
che va dalla Coscienza alla Terra, la via di liberazione attraverso la
molteplicità delle forme, la creatività.
Un individuo tendenzialmente ben radicato,
crescendo ed espandendosi, lungo il sentiero della trascendenza, migliorerà
anche qualitativamente il suo rapporto con gli aspetti materiali della
vita.
Viceversa un individuo sognatore con
difficoltà al radicamento, muovendosi lungo il cammino dell’immanenza,
collegando maggiormente la sua consapevolezza al proprio corpo, concretizzando
e realizzando le proprie azioni nella vita materiale con maggior responsabilità
(la coscienza si può manifestare solo prendendo corpo), amplierà
sempre più la propria capacità di astrazione e di universalità.
"Ciò che energizza i cambiamenti
che cerchiamo nella nostra vita è l’integrazione di queste due correnti"
(A. Judith, "Chakra").
Quando le due correnti si integrano,
si ottiene quello che Jung chiama "hieros gamos", le nozze sacre,
l’origine di ogni "concezione", termine che include tanto la nascita di
un’idea quanto l’inizio della vita.
"Guardare l’alba!
La piccola luce fa svanire le immense
diafane ombre,
l’aria ha un buon sapore al mio palato.
Sollevamenti di un mondo che si muove
con innocenti capriole
sorgendo silenziosamente trasudando con
freschezza,
guizzando obliquamente in alto e in basso.
Qualcosa che non posso vedere spinge
in alto punte libidinose,
mari di succo splendente inondano i cieli.
La terra accanto al cielo con cui stava,
il quotidiano finire della loro unione" (Walt Whitman, "Il canto di me
stesso").
Quando la nostra mente (consapevolezza)
è collegata al nostro corpo allora si ha un’energia dinamica che
scorre lungo tutto il nostro essere. Se chiamiamo l’espressione di questa
polarità anima e spirito, posso vedere l’anima come qualcosa che
tenderà a coalescere verso il corpo e si protende verso la forma
e l’emotività, mentre lo spirito tenderà a muoversi verso
la libertà e l’espansione della coscienza.
Entrambe le correnti vengono influenzate
dalle esperienze negative, ma informazioni ed esperienze sono conservate
sia a livello psichico che fisico: se un livello viene estromesso dalla
coscienza, l’altro conserva comunque l’informazione. Il nostro corpo è
in grado di recuperare ricordi che la nostra psiche ha dimenticato.
L’energia per i cambiamenti che cerchiamo
nel nostro cammino viene dall’integrazione di queste due correnti.
A seconda delle tradizioni, ogni chakra
è inoltre collegato ad uno specifico corpo energetico: Gurdjieff
dice che l’uomo è composto da quattro corpi, che tutti insieme vanno
a formare la sua aura.
Nella tradizione teosofica si parla di
quattro corpi: fisico, astrale, mentale e causale; nel cristianesimo esoterico
di: carnale, naturale, spirituale e Divino. I corpi, quali che siano, sono
comunque esperienze sensoriali: durante il massaggio scorrendo con le mani
sul corpo, o a breve distanza dal corpo, ascolto lo stato di questi corpi
energetici: quello che si trova da quattro a sette centimetri dal corpo
fisico (il corpo eterico), e quello che in una persona in equilibrio si
trova a circa tre spanne dal corpo fisico (il corpo astrale).
Massaggiando il corpo astrale lo pulisco,
lo alleggerisco e lo energizzo, aiutandolo a espandersi. È un’esperienza
molte volte emozionante: questo spazio, che se è poco espanso "strizza
l’anima" si dice, una volta energizzato permette alla persona molto maggior
contatto con se stesso e con gli altri.
"Qualcuno ha chiesto di vedere l’anima?
Guardi, la tua forma ed espressione,
persone, sostanze, animali, e gli alberi, i fiumi che
scorrono, le rocce, e le sabbie. Tutto
possiede, gioie spirituali che poi libera; come può il corpo vero
morire ed essere sepolto?
Ogni elemento del vero corpo, del vero
corpo d’ogni uomo e d’ogni donna, si sottrarrà alle mani dei pulitori
di cadaveri e muoverà verso più degne sfere, portando ciò
che ha accumulato dal momento della nascita a quello della morte.
I caratteri disposti dal tipografo non
rendono l’impressione, il significato, la relazione principale, più
di quanto la sostanza e la vita d’un uomo o d’una donna. Siano resi nell’anima
e nel corpo, indifferentemente, prima e dopo la morte.
Guarda, il corpo include ed è
il significato, il Problema principale, ed include ed è anima. Chiunque
tu sia, quanto è superbo, e divino, il tuo Corpo, e ogni parte di
esso! (Walt Whitman, "Partendo da Paumanok"). Secondo la tradizione, il
corpo astrale "contiene" l’anima, cioè l’espressione individuale
dello spirito (inteso come espressione universale dell’anima), e la persona
nel suo cammino di individuazione e di autodefinizione ha bisogno di uno
"spazio intorno" che contenendola gli permetta di contattare ed esperire
il suo mondo interno: per far questo il suo corpo astrale deve essere in
buone condizioni, in modo da permettergli una relazione con il mondo esterno
rispettosa dei confini del suo io, senza rapporti confluenti e costrittivi.
Nel Condomblè e nell’Umbanda chiamano
le intrusioni del mondo esterno "impronte", le considerano spesso di origine
genitoriale, o causate da persone che in qualche modo operano con malevolenza
sull’individuo (fatture, malocchio, manipolazioni di un tipo o di un altro).
Puliscono il loro corpo energetico attraverso
il "Sacudimento", rituale di pulizia eseguito con il passaggio sul corpo
di palline di farina e acqua, uova e candele, foglie di piante specifiche
e, in casi molto particolari e di malattia, con animali.
Gli Indios utilizzano anche bagni sotto
le cascate, antica tradizione che è stata ripresa anche da uno psicoterapeuta
francese, Alain Masson, che usa acqua di torrente e di cascate per le sue
proprietà energetiche.
In Costa d’Avorio esistono numerosi centri
in cui "curatori" di tribù locali cooperano con medici seguaci della
medicina tradizionale, sottoponendo a rituali di pulizia con bagni, erbe
e incensi coloro che si rivolgono al loro centro, prima di prendere contatto
con le cure tradizionali.
La pulizia e la energizzazione del corpo
astrale mettono l’individuo più in contatto con se stesso e lo rendono
più disponibile ad una apertura dei chakra.
I chakra possono essere aperti o chiusi,
e questo determina un più o meno libero fluire dell’energia. I chakra
assorbono, emanano, contengono energia: si possono sentire pulsare, vibrare.
Si possono alleggerire, espandere e caricare:
durante questo lavoro possono emergere immagini, ricordi, emozioni legate
a tematiche che causano conflittualità o quanto meno possono causare
un impedimento al libero fluire dell’energia.
Un abuso sessuale rimane spesso registrato
nel secondo chakra: lo chiude e lo blocca, rendendo così difficile
una vita sessuale libera e un movimento morbido e danzante.
"Oseresti ora tu, o anima,
uscire con me verso quella regione sconosciuta,
dove non c’è terreno che i piedi
possano calcare, né un sentiero da seguire?" (Walt Whitman).
Entrando in contatto con la persona attraverso
il massaggio ci si può rendere conto della sua struttura energetica
di base e di tratti del suo carattere. Già nell’infanzia si può
sentire se la persona è tendenzialmente radicata, con un contatto
migliore con i chakra bassi e più difficoltà con i chakra
alti, o viceversa.
Da questo si può dedurre se la
persona è più facilitata per il cammino dalla terra al cielo
o per il cammino dal cielo alla terra (rimanendo comunque le due correnti
strettamente connesse: Figli della luce e Figli della terra).
L’esperienza mi ha portato a notare che
una persona ben radicata, robusta fisicamente, di colorito rubicondo, trova
maggiori difficoltà a muoversi verso l’espansione e l’universalità,
ad aprirsi verso una dimensione più alta. Invece la persona meno
radicata, più fine di corporatura, più diafana, spesso di
colorito esangue, ha spesso più difficoltà a muoversi verso
la forma, la densità, i confini, l’individualità, gli aspetti
più materiali della vita (denaro, lotta…), ma non meno necessari.
Il carattere si può anche considerare
orientato verso uno dei quattro elementi (terra, acqua, fuoco, aria): uno
di questi elementi lo rappresenta maggiormente, sia nella medicina cinese
(teoria dei cinque elementi) sia anche nelle tradizioni mediorientali (in
cui è addirittura un fattore determinante per sposarsi). Terra e
acqua si nutrono vicendevolmente: acqua e fuoco hanno invece un rapporto
ben più complesso e difficile.
"Noi siamo gli elementi. La natura è
fuori e dentro di noi e in ogni istante siamo un duplicato dell’universo
che passa di stagione in stagione nel naturale infinito ciclo della vita…"
(D. Connelly).
In molte tradizioni si fa esperire in
rituali i quattro elementi, in modo da rendere palese alla persona l’elemento
base del proprio carattere e quello con cui si ha più difficoltà:
un "individuo terra" è tendenzialmente ben radicato, stabile, costante,
ricettivo, fertile; un "individuo acqua" è duttile, creativo, mutevole,
proteiforme; un "individuo fuoco" si riconosce in spazi sociali perché
con estrema facilità riuscirà a "scaldare" e a coinvolgere
tutti i presenti; un "individuo aria", infine, è lieve, ha poca
proiezione sulla terra…
Essendo tutti i corpi compenetranti fra
loro, anche massaggiando il corpo fisico si può agire sui chakra,
allentando i filtri energetici rappresentati dalle tensioni fisiche, che
sono delle vere e proprie barriere al fluire dell’energia.
Massaggiando il corpo di una persona
si può sentire delle parti più aperte, meno corazzate (Reich/Lowen),
in cui è più facile prendere contatto con la sua psiche.
Possono essere le mani, il collo, il viso, i piedi… variano da persona
a persona, e sono porte che permettono all’operatore di percepire una qualità
della persona che va oltre le difese e le paure, e permettono anche alla
persona di entrare in un contatto più profondo con se stessa (in
alcune tradizioni questa esperienza viene definita "contatto con lo spirito
guida").
Queste porte si aprono più facilmente
con un massaggio molto dolce e leggero, che tocca la sensualità
pur senza essere ambiguo e invasivo, che usa un’energia sessuale non necessariamente
collegata a una dimensione genitale. Un’intimità profonda si crea,
ed è un’esperienza di contatto con l’anima, con la propria unicità,
con la parte sacra.
"Cominciai con i piedi, poi toccai le
gambe, le mani, le braccia, passai alla schiena… avevo un tocco molto leggero,
carezzevole, che diventò dolce e sensuale. Andai avanti, leggermente
stupito dal modo in cui la toccavo: era un’esperienza strana, e mi lasciai
trasportare da una leggiadra sensazione. Qualcosa si stava muovendo dentro
di lei: il mio tocco era di nuovo diverso. Gli occhi mi si inumidirono:
era una bambina quella che stavo toccando, che mi diceva di continuare
ad accarezzarla. Andai avanti tranquillamente, e piano piano mi accorsi
che quel corpo non era più solo un corpo e non aveva un’età,
e le aveva tutte.
Il massaggio terminò, lei si alzò
lentamente, mi sorrise e mi ringraziò, e piano piano si allontanò".
Francesca ha settantacinque anni ed è
gravemente artrosica. Si è sottoposta a due anni di massaggi, con
pazienza e costanza.
Un’espressione che unisce il movimento
corporeo al linguaggio, integrandolo e permettendo una percezione di completezza
e unicità, è il teatro.
Il "teatro magico dell’anima" è
un modo di lavorare il proprio mondo interno in una trasformazione attiva
delle dinamiche, piuttosto che con la loro analisi attraverso un’interpretazione
verbale. Lo scopo della rappresentazione è quello di esprimere i
propri vissuti dando loro una forma in movimento, tridimensionale, che
permetta una visione sul futuro oltre che sul passato.
È mettendo in scena ed esprimendo
il proprio mondo che possiamo percepirlo e conoscerlo, così da renderci
consapevoli delle leggi del nostro "sistema", anziché analizzarlo
e interpretarlo.
È partendo da scene della propria
vita che si può entrare dentro questo spazio interiore e da lì
creare nuove aperture e possibilità, e fare della nostra vita un’espressione
libera e sognante.
Moreno a Freud: "Io comincio da dove
lei finisce, professore. Lei insegna alla gente a capire i suoi sogni,
io cerco di dare alle persone il coraggio di sognare ancora".
Il teatro contiene modalità di
espressione (corporea, vocale, recitativa) necessariamente unite in un
processo di intenzionalità, tensioni, ritmo, coscienza dello spazio.
Nella vita spesso le parole non corrispondono all’atteggiamento del corpo
e all’espressione dell’intenzionalità. Spesso non riusciamo ad entrare
in contatto con il nostro ritmo, cosa che ci permetterebbe di entrare in
sintonia con il ritmo degli altri e dell’universo: ci sentiamo spesso divisi
e incongrui rispetto a ciò che viviamo, spettatori della nostra
vita.
Il teatro può aiutarci in questo
processo di unificazione delle diverse espressioni e parti di noi. In realtà
non siamo dei "monoliti" come spesso pensiamo di essere, siamo piuttosto
delle pietre preziose con tante sfaccettature, da cui è possibile
guardare ed esperire il mondo in altrettante possibilità.
Riuscire a sperimentare l’esistenza di
altri "noi" oltre le quotidiane "maschere", può divenire un’esperienza
eccitante ed emozionante, che spinge alla scoperta e alla espressione della
bellezza che ad ognuno di noi appartiene.
Mettendo in scena vissuti e sogni nostri
e degli altri il nostro corpo ci rivela il magazzino teatrale della memoria.
Accettando la condivisione di vissuti che trovano una risonanza nel proprio
interno, il protagonista scopre se stesso mentre scopre gli altri. La vita
inscatolata spesso in un tentativo di normalizzazione e robotizzazione,
può divenire espressione di un continuo atto creativo dove l’uomo
in quanto strumento della creazione cambia continuamente i suoi prodotti.
"Tu sei ciò che è il tuo
desiderio profondo che ti guida.
Come è il tuo desiderio, così
è la tua volontà.
Come è la tua volontà,
così sono le tue azioni.
Come sono le tue azioni, così
è il tuo destino." (Brihadaramiaka Upanishad IV 4.5).
Mettere in azione scene della propria
vita è importante, e importante è per questo diventare consapevoli
di quali parti del corpo impediscono il libero movimento: in questa fase
è possibile intervenire fisicamente, toccando la persona e aiutandola
a liberarsi di tale costrizione, e a sperimentare poi l’azione.
Allora il movimento non è più
scisso dalla parola (e non è solo fisico), ma è un movimento
che è già di per sé parola, e una parola che diventa
suono, che pone l’accento sul significante, non più solo sul significato.
Movimento e parola che diventano onde sonore, onde fisiche, che ci portano
in uno spazio creativo dove ognuno può sperimentare la propria sacralità
e le proprie forme di espressione: il teatro diventa allora uno spazio
ugualmente unico, sacro.
L’attore-uomo diventa in questo spazio
magico "il posseduto", il sacerdote che incorpora diavoli, divinità
e mostri.
Ogialin muté
akufà samié dada mulì
oseré oseré oseré
ll vento libero trascina
là dove le onde si infrangono,
io odo i canti,
echi danzano negli abissi,
oseré oseré oseré
la distanza apre spazi
dove scivolano melodie, parole
l’anima gode delle maree
oseré oseré oseré
maquità amoré amuì
ogian.
"Quando (la liberazione) è
turbata e si disperde negli oggetti molteplici, si chiama mente; quando è
persuasa d’una sua intuizione, si chiama intelligenza; quando, stoltamente,
si identifica con una persona, si chiama io; quando, invece d’indagare in
maniera coerente, si frammenta in una miriade di pensieri vaganti, si chiama
coscienza individuale; quando il movimento della coscienza, trascurando l’agente,
si protende al frutto dell’azione, si chiama fatalità; quando si attiene
all’idea "l’ho già visto prima" in rapporto a qualcosa di veduto o
non veduto, si chiama memoria; quando gli affetti di cose godute in passato
persistono nel campo della coscienza anche se non si scorgono, si chiama latenza
inconscia; quando è consapevole che la molteplicità è
illusoria, si chiama sapienza; quando, in direzione opposta, si oblia nelle
fantasie, si chiama mente impura; quando si trattiene nell’io con le sensazioni,
si chiama sensibilità; quando rimane non manifestata entro l’essere
cosmico, si chiama natura; quando suscita confusioni tra realtà e apparenza,
si chiama illusione; quando si discioglie nell’infinito, si chiama liberazione:
pensa "sono legato" e c’è l’asservimento, pensa "sono libero" e c’è
libertà." (Yogavasistharamayana)