Il lutto: istruzioni per l’uso


Giampiero Morelli

Servizio di psicologia Ryder Italia

 

 

"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 43 43, maggio agosto 2001, pagg. 60 - 65, Roma
 

Nei primi giorni del nuovo millennio è morto mio padre. In questa occasione, come del resto alla morte di mia madre avvenuta due anni fa, ho potuto verificare e sperimentare in modo assolutamente pragmatico e diretto l’attuale codice di comportamento a cui si devono attenere i familiari in lutto e tutti coloro che vengono a portare loro le condoglianze.

Prima di entrare nel merito, vale la pena di riassumere brevemente gli attuali sistemi di credenza sottostanti alla successione di comportamenti che caratterizzano la complessa dinamica innescata da un evento luttuoso.

Diversi autori infatti, nel descrivere l’attuale modalità di gestione dei sentimenti e comportamenti relativi al lutto nella sua accezione pubblica e sociale, hanno messo in evidenza, in particolare all’interno della cultura occidentale, il progressivo decadere dei vecchi rituali (vestizione del morto da parte dei familiari, veglia funebre, pianto rituale, consolo, abiti o segni di riconoscimento dello stato di lutto ecc.) sostituiti oggi da un atteggiamento più informale e personale. Sembra prevalere, come del resto in altri campi dell’esistenza, un sostanziale svincolo da comportamenti stereotipati e predeterminati a cui attenersi, a vantaggio di uno stile più libero, espressione di una scelta autonoma del singolo. In altre parole, al singolo individuo è lasciata la responsabilità di esibire e determinare modi e forme di comportamento di fronte all’evento morte. Il "sentire", il "proprio" sentire, diventa punto di riferimento e bussola per orientarsi in queste circostanze. Un sistema di credenza, in cui i sentimenti sono sperimentati come veri, reali, "autentici", sganciati cioè dai processi di costruzione, regolamentazione e codificazione di ogni pensiero, di ogni comportamento, di ogni relazione. In questo modo, il fatto che la pressoché totalità delle nuove generazioni non si "sentano" di visitare e rendere omaggio al morto, non viene decodificato come un comportamento rituale prescritto e per certi versi obbligato, ma come una libera scelta, espressione del proprio "sentire" e della propria e personale sensibilità.

Ora, senza nulla voler togliere alla suggestività e alla potenza ipnotica di questa rappresentazione, così profondamente radicata, del resto, in ogni ambito della nostra esistenza, mi sembra evidente che siamo in presenza di una fantasia mitica. Infatti, l’idea che possa esistere un individuo affrancato da regole sovraindividuali che modella una propria e personale risposta, ad esempio di fronte all’esperienza della morte, è appunto una fantasia collettiva, che appartiene a pieno titolo a quell’insieme di "opzioni culturali che in ogni sistema sociale orientano ed organizzano i comportamenti e i modi di pensare e sentire i grandi temi universali su cui si poggia la nostra vita" (Morelli, 1999 p. 43).

Una fantasia, che si fonda e si costituisce sulla prescrizione di comportamenti definibili in termini di autonomia, libertà, autodeterminazione. Una fantasia che, per la struttura paradossale dei concetti che la caratterizzano, trae spesso in inganno quei ricercatori che non riconoscono la natura rituale e prescrittiva di queste nuove ingiunzioni sociali. Ecco allora che dietro l’apparente deregulation, dietro l’apparente "morte" del rito, si nasconde un articolato sistema di regole, rituali, imperativi categorici che oggi come ieri determinano e definiscono sentimenti e comportamenti.

Va detto, ad onor del vero, che trattandosi di nuovi rituali e di nuove regole le generazioni più giovani sembrano mostrare una maggiore fluidità e facilità nell’interpretare il ruolo del moderno "portatore" di condoglianze o del moderno familiare in lutto mentre le generazioni meno giovani si mostrano più goffe ed indecise, risentendo ancora di insegnamenti ed abitudini (espressioni di dispiacere, visita al morto, e addirittura in qualche circostanza lacrime, veglia funebre, partecipazione alla tumulazione) non più attuali, non più idonee alla nuova "sensibilità".

Quali sono, dunque, le attuali modalità di comportamento, certamente più adeguate allo spirito e alla sensibilità dell’epoca, richieste a familiari, amici e conoscenti nei giorni successivi ad un lutto?

Per coloro che si devono recare presso l’abitazione o in ospedale (a seconda del luogo dove è avvenuto il decesso ed è stata ricomposta la salma) per far visita ai parenti stretti del defunto è indicato mostrare un’atteggiamento semplice e disinvolto al tempo stesso. Nessuna inappropriata "faccia da circostanza". Segno di scarsa naturalezza e rigidità. E’ piuttosto indicato un delicato sorriso nei confronti del familiare in lutto. Non c’è, al riguardo, bisogno di attendere che l’altro ci invii un messaggio di incoraggiamento, di approvazione o almeno non c’è una regola precisa che regolamenti questo scambio comunicativo. Nel dubbio, un’espressione sorridente (mi raccomando in modo contenuto e dolce) sarà certamente gradita ai familiari che a loro volta dovranno rispondere con un sorriso caldo ed accogliente. Al limite, in alcuni casi, ci può essere una piccola ma virtuosa gara ad avere il privilegio di sorridere per primi allo scopo di mettere a proprio agio l’altro. Alla comunicazione non verbale è bene far seguire un "non ci sono parole" o ancora più elegantemente non aver proprio parole. Sono assolutamente da evitare parole inutili, di nessuna consolazione date le circostanze, come: "mi dispiace", "sono addolorato", "ti sono vicino", "capisco il tuo dolore" e via dicendo. Qualcuno potrebbe sorprendersi: ma come è possibile questa afasia, questo analfabetismo verbale nella cultura della comunicazione, dei multilinguaggi, della multimedialità? Ma come, amici miei, dimenticate che ci sono aree nelle quali le parole sono inadeguate ad esprimere i sentimenti! Dimenticate forse tutto lo sviluppo e la padronanza acquisita attraverso corsi di sensibilizzazione, pubblicazioni, programmi televisivi, sulla utilizzazione e gestione del corpo come strumento di comunicazione. Insomma, di tutto il progresso che c’è stato nell’ambito della comunicazione non verbale, del linguaggio del corpo.

I sentimenti, poi, in queste circostanze vanno espressi in modo piano, equilibrato, vanno "contenuti". Non bisogna, infatti, dimenticare l’importanza dei "confini", della necessità di mantenere un ragionevole equilibrio tra coinvolgimento e distacco per evitare il rischio di proiettare i propri bisogni sull’altro, di diventare "confluenti".

Quanto detto vale, naturalmente, anche per le successive comunicazioni. E’ opportuno che l’ospite eviti di chiedere informazioni sulle circostanze della morte, o soffermarsi nel rievocare la figura del morto con ricordi, circostanze o fatti che lo riguardano. Non è garbato nei confronti dei familiari in lutto che, ancora freschi della perdita, possono non voler rievocare o anche solo parlare del loro caro da poco scomparso. Potrebbe generare "inutili" sofferenze, sentimenti "fuori posto" o incrinare un clima che va mantenuto il più possibile sereno. Se qualche familiare sente il masochistico bisogno di "raccontare" le circostanze della morte, gli ultimi momenti di vita del suo caro e da lì procedere a rievocare fatti, pensieri, sentimenti che lo legavano a questi, è bene ascoltare cortesemente mentre si cerca di trovare il pretesto, per il bene del familiare si intende, per "distrarlo" e deviare la sua attenzione verso conversazioni più neutre e meno dolorose. E’ un po’ come si fa con i bambini che "si toccano" o che vogliono giocare al dottore. Non vanno repressi, né lasciati fare, ma, come dicono autorevoli sessuologi, vanno opportunamente "distratti". Del resto, anche i familiari in lutto il più delle volte, non gradiscono vivere questi primi giorni in un continuo rievocare un evento doloroso per il quale non si può più far nulla, che non è risolvibile. Perché investire tempo, dunque, con parole morte non attinenti allo spirito pratico e concreto della nostra civiltà? Impegno ed energia vanno spesi per problemi risolvibili. I familiari, semmai, avranno bisogno di energie per le necessarie pratiche burocratiche dei giorni a venire. E poi, e questo lo dico ai familiari in lutto, non è garbato esporre amici e conoscenti a racconti non proprio gradevoli e capaci di colpire la sensibilità dell’altro. Non dovete essere avidi di attenzioni, dovete aver rispetto della sensibilità altrui. Magari ci sono giovani, bambini no perché come è noto a tutti non è opportuno coinvolgerli in simili circostanze, che potrebbero risentirne.

Ci sono poi altre due ritualità di una certa importanza a cui, in questa fase, si devono attenere i diversi protagonisti. In primo luogo è da ritenere poco indicato chiedere informazioni ai familiari circa i loro sentimenti e pensieri. O almeno non in modo approfondito. Al massimo un "come va", un "come ti senti". Il compito degli ospiti, è semmai quello di contenere sentimenti "eccessivi", pianti scomposti, espressioni troppo intense. Lo ripetiamo i familiari vanno distratti (distrahere= tirare via, volgere altrove). In tal senso, si può loro raccontare il nostro prossimo viaggio, l’ultima settimana bianca o cercare di mantenere una conversazione il più possibile neutra e "tranquilla". Da parte loro i familiari in lutto devono mettere a proprio agio gli astanti, non coinvolgerli in imbarazzanti e pubbliche "catarsi emotive". I luoghi idonei per manifestazioni di questo tipo sono i contesti "protetti" dei gruppi di psicoterapia dove è opportuno ed indicato lasciarsi andare all’urlo primario, a scariche di aggressività, a pianti collettivi, alla rievocazione del passato, al recupero delle parti morte e dei sentimenti inespressi. C’è poi un altro aspetto molto delicato: è necessario fare visita al morto? In genere è poco indicato. Anzi, è meglio glissare sull’argomento. In ogni caso i familiari non devono mai, e sottolineo mai, chiedere all’ospite se voglia vedere il morto. E’ scortese mettere in difficoltà le persone. Infatti, nel caso fortuito che lo voglia visitare non avrebbe bisogno del nostro invito mentre è altrettanto evidente che se non si "sentisse" di vederlo una nostra richiesta in tal senso lo metterebbe in grave imbarazzo. Del resto, la tradizione di rendere omaggio al morto è ormai quasi caduta in disuso. Questo rituale appare poco adeguato ad una società viva, attiva, orientata alla crescita, all’autorealizzazione. A cosa servirebbe la vista della passività, della totale dipendenza, della sconfitta, e in fondo della serietà e gravità che il morto rappresenta? Mal si addice al clima carnevalesco nel quale viviamo (Umberto Eco, 2001). Come si coniuga la cultura del di-vertimento (devèrsus = volgere altrove, in direzione opposta) con la composta serietà, la mancanza di sorriso della morte?

Quasi dimenticavo, se proprio si deve parlare del morto è bene che gli ospiti (specie se è morto in modo improvviso per un incidente, un infarto, un ictus, oppure dopo un breve coma o ancora sotto gli effetti di sedativi ed antidolorifici) facciano affermazioni del tipo "non si è accorto di nulla", "non ha sofferto" per poi concludere con una affermazione di carattere generale, ma sempre di grande effetto "la morte migliore è durante il sonno". Chi potrà infatti contrastare queste semplici verità. Chi potrebbe desiderare una morte consapevole, chi potrebbe desiderare entrare nella morte ad occhi aperti. Chi potrebbe desiderare un confronto, una possibilità di esperienza con tutto ciò che la nostra cultura rigetta, a cui, opportunamente, nega ogni diritto di cittadinanza: tristezza, vulnerabilità, limitatezza, condivisione di sentimenti, profondità di relazioni. No, non c’è nulla di meglio, al ritorno dalla festa, dal carnevale, di una bella e prolungata dormita. Dopotutto se non so di morire, se non mi "accorgo" di morire, non "vivo", nel corso della mia esistenza, la morte. Posso alimentare la convinzione che la morte non esista e/o che sia l’invenzione degli infelici, di coloro che non sanno vivere, dei "perdenti" (c’è sempre qualcuno che vuol guastare una bella festa). Ma basta non dar peso, non pensarci. E se muoio senza saperlo non saprò mai che sono morto. E’ piuttosto della vita che dobbiamo essere consapevoli. Dobbiamo amplificare la consapevolezza sulla vita. E allora dobbiamo impegnarci per una sessualità consapevole, per gravidanze consapevoli, per una salute consapevole e così via. Consumatori consapevoli e morti inconsapevoli.

Ma torniamo al nostro tema principale. Non devono mancare, in queste circostanze, da parte di amici affettuosi e partecipi un po’ di consigli. Anche in questo caso non c’è bisogno che la persona in lutto ne faccia richiesta. Né dovete preoccuparvi di essere, talvolta, bonariamente rimproveranti. Spesso le persone hanno bisogno di una spinta, di una scossa. In ogni caso, davanti ad una persona recalcitrante, un "sto solo cercando di aiutarti" mette fine ad ogni controversia. Quali consigli ed indicazioni sono più opportuni per i giorni successivi al lutto? Non è difficile. Non mancano le opportunità. Abbiamo degli evergreen come "stai su", "non essere triste", "ritornare a lavorare ti farà bene, ti farà distrarre", "in ogni caso esci, evadi", "non ti chiudere in casa". Ma la vera novità di gran moda è "fai un bel viaggio, parti" (al riguardo sarebbe il caso che si indicassero al familiare in lutto le mete turistiche più indicate per la stagione, gli eventuali itinerari, gli alberghi ed i ristoranti più adeguati). Non c’è nulla di meglio che un bel viaggio per "staccare", per riprendersi dallo stress, per ritornare con più energia, più carica per affrontare la quotidianità.

Anche in questo caso sento già le lamentele dei soliti critici e moralisti. Di coloro che non accettano le cose così come sono, che non prendono il mondo con naturalità ed immediatezza come fanno gli uomini-bambini di oggi. Che insistono a mettere in discussione ogni consuetudine, che insistono ad interrogarsi sul senso della vita. Già immagino le loro osservazioni: "le uniche persone che si allontanano velocemente dal morto sono gli assassini", "sono gli assassini o comunque le persone che hanno qualcosa da temere che fuggono, che lasciano il luogo dove c’è stato un morto".

Mi dispiace ma vaneggiate. Ma a quale assassinio, a quale fuga vi riferite? Forse che una società intera si sarebbe macchiata di una tale colpa collettiva da avvertire la necessità di allontanarsi dal morto fisicamente ed emotivamente? Il punto è che i meccanismi difensivi di negazione e rimozione sono modalità congrue ed adeguate ad un processo di civilizzazione fondato sul superamento dei limiti umani ("no limits"), di ciò che delimita il campo del possibile ("vivere senza confini"). Un processo di civilizzazione, orientato in senso scientifico e positivo, in cui "tutte le casualità solitamente ineluttabili saranno suscettibili di modificazioni affidate alla deliberazione volontaria del soggetto" (Zizola, 1997 p. 73). Guardare alla morte come ad un omicidio, per quanto in modo simbolico e metaforico, credere che lo psichismo sia intriso di fantasie legate a tradimenti, ambivalenze, sentimenti "ombra" o addirittura temere la vendetta, la punizione, il risentimento del morto è un’atteggiamento irrazionale e superstizioso che mal si addice ad una società orientata in modo pragmatico e scientifico che per fortuna ci ha, positivamente e razionalmente, spiegato che la morte è un evento biologico e naturale che dovrebbe avvenire in tarda età, in modo indolore e inodore. E poi, forse non lo sapete, ma i nostri migliori scienziati stanno alacremente lavorando affinché la morte sia sconfitta definitivamente. Già è prossimo un futuro in cui, stanchi ed annoiati di una così lunga vita (almeno 150-200 anni) e avendo peraltro già provveduto a clonarci, potremmo decidere di staccare la spina, sempre si intende in modo dolce e gradevole, attraverso l’eutanasia o, a scelta, attraverso il suicidio assistito.

Ma insomma cosa volete? Non sapete che depressione, tristezza, angoscia, ma anche paure, fobie, dubbi, insicurezze ed introversioni sono malattie? Non sapete che indugiare in questi sentimenti e stati d’animo è già un segno di malattia? Che ogni attenzione eccessiva verso vecchi rituali legati alla morte e al lutto (pensate alla vestizione del morto) sono segni di morbosità, di attrazione insana verso ciò che contrasta la vita, che è contrario ad ogni vitalità. C’è piuttosto da chiedersi quali motivazioni patologiche posseggano (nel senso di essere posseduti) coloro che assistono i malati terminali, i moribondi. Non sapete che lo scopo della vita è la ricerca della felicità, della gioia, del piacere, del benessere? Nessuno vi ha parlato del fanciullino, del bambino interiore, del puer eternus che va risvegliato (ha dormito per tanti secoli oscuri e cupi), riscoperto, rivalutato perché ci offra una vita allegra, sana, armonica.

Ora, nessuno nega che la perdita di un familiare sia un evento doloroso, ma cosa dovremmo fare? Dovremmo forse piangerci addosso, portare tristezza e mestizia nel mondo e tra gli amici, guastare la festa con il rischio di essere esclusi, allontanati, scansati? E poi la vita non ci aspetta. Non c’è tempo per indulgere, semmai servisse a qualcosa, nella cura delle ferite, nei rimpianti, nella nostalgia, nel dolore. C’è bisogno di noi sul posto del lavoro, i figli vanno pur sempre accompagnati in piscina, in palestra, alle feste, non possiamo perdere ulteriori lezioni del corso di formazione. Non sapete, forse, che dopo una settimana o al massimo dopo dieci giorni, è fatto divieto assoluto ai familiari di introdurre discorsi intorno al morto nelle diverse circostanze sociali?

In conclusione, cosa altro posso dire per chiudere questa mia riflessione? Forse, lasciando da parte l’ironia, ringraziare quei pazzi, malati e sgangherati amici in grado di dirmi "mi dispiace", di piangere con me, di farmi compagnia vicino al corpo senza vita dei miei genitori, di essere con me al cimitero, di permettermi di esprimere i miei sentimenti senza provare imbarazzo e vergogna. Amici che mi hanno ascoltato e che, riconoscendo ed accettando il mio dolore, mi hanno restituito un senso di valore dando così valore al sentimento di comunità, di appartenenza e, se posso dirlo, di amore, unico vero antidoto alla nostra fragilità di fronte alla morte, di fronte al nostro comune morire.

Bibliografia

Eco U., Carnevale. Tutta la nostra vita è diventata ormai un gioco, La Repubblica, 8/01/2001, p. 29

Morelli G., Il dilemma della comunicazione di diagnosi e prognosi al paziente oncologico: Malattia e morte si possono "dire"?, Informazione in Psicologia, Psicoterapia, Psichiatria, 10, 36-37, 1999 pp.26-43

Zizola G., La ricerca si misura con l’etica della vita, Telema, 3, 1997, p. 73


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