"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 60 - 63, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
Il senso del mio intervento è
quello di indagare la possibilità di recuperare uno spazio ai processi
cognitivi nell’ambito del counselling ad orientamento Gestalt, superando
in parte l’assunto del "qui e ora" gestaltico e cercando di vedere come
è possibile fare questo senza snaturare lo spirito della Gestalt.
Questo obiettivo nasce anche da una storia
personale. Io ho intrapreso una prima formazione in ambito cognitivista:
a quel tempo ero appassionato delle modalità con cui funziona la
nostra mente, dei processi cognitivi, della costruzione del significato;
mi sono poi successivamente avvicinato alla Gestalt e nella pratica clinica
di questi ultimi anni mi sta apparendo sempre più evidente che questi
due punti di vista non sono poi così lontani, ed anzi c’è
un bisogno di consapevolezza a livello emozionale che lascia poi uno spazio
ad un bisogno di comprensione e di costruzione del significato.
È necessario intenderci inizialmente
su alcuni termini: il concetto di ragione è cambiato moltissimo
nell’ambito cognitivista rispetto a quelli che erano i modelli degli anni
’60-’70, i modelli razionalisti di Beck ed Ellis, e si evolve adesso, nell’ambito
della complessità, verso un concetto più generale di sistema
di conoscenza.
Un sistema di conoscenza è un
sistema complesso che permette la costruzione di significati, però
la costruzione di questi significati passa attraverso registri diversi:
un registro procedurale-motorio, che richiama in primo luogo la
consapevolezza corporea, un registro semantico-dichiarativo, che
è quello più inerente ai processi cognitivi, alla razionalità
e poi un registro irrazionale-immaginativo che riguarda l’area affettiva
del soggetto.
In ogni caso un sistema di conoscenza
ha un obiettivo fondamentale: quello di poter mettere in grado il soggetto
di fare delle previsioni sul mondo attraverso la costruzione di
rappresentazioni. La capacità di fare previsioni è un elemento
fondamentale per la sopravvivenza dell’individuo, non solo dell’essere
umano ma della catena animale in genere: quindi più si va verso
livelli di complessità e maggiore diventa la capacità predittiva.
Da questa definizione appare abbastanza evidente che i concetti di ragione
ed emozione, così come erano proposti dalla letteratura degli anni
’60-’70, sono completamente superati: ragione ed emozione sono sistemi
che operano in parallelo, si influenzano a vicenda, hanno interconnessioni
complesse che si radicano nel corpo, negli affetti, nei processi emozionali.
Il cognitivismo è andato evolvendo,
negli ultimi anni del secondo millennio, verso la prospettiva, più
complessa, del costruttivismo, che parte dall’idea che l’essere
umano costruisce una mappa di significati che gli permettono di sopravvivere
nel mondo: oggi si parla di stili cognitivi non più come
processi che derivano dalla psicologia della percezione, ma come insieme
di modalità complesse, che derivano anche dalle prime esperienze
affettive, dai primi pattern di attaccamento. Tutta la teoria
dell’attaccamento, così come viene sviluppata da Bowlby, dalla
Ainsworth e dalle più recenti evoluzioni negli studi della Patricia
Crittenden, dimostra come ad un modello di attaccamento corrisponde anche
la costruzione di un significato, la costruzione di un sistema di conoscenza
che si articola in schemi sovra e sotto ordinati, in processi
con cui questi schemi si legano tra di loro. Questi processi sono caratterizzati
da maggiore rigidità in alcuni stili cognitivi e da maggiore lassità
in altri, ma hanno comunque, come elemento comune, quello di costruire
predizioni valide sull’ambiente, innanzitutto sull’ambiente familiare e
quindi sui primi legami importanti, sui primi legami affettivi con le figure
di riferimento.
Come è possibile lavorare sul
processo di costruzione del significato, qual è il punto chiave
su cui far leva, anche in una attività di counselling, quindi in
un intervento a breve-medio termine?
Il punto centrale, per quella che è
la mia esperienza, è il concetto di invalidazione.
Proprio perché un sistema di conoscenza
si organizza e si struttura in una maniera coerente, ha un vantaggio fondamentale:
quello appunto di costruire predizioni coerenti. Però la coerenza
ha un prezzo, e il prezzo è quello di non permetterci di rispondere
a tutti gli stimoli, a tutte le occasioni della vita che, in alcuni casi,
vanno contro questa coerenza. È il momento in cui il sistema di
conoscenza è invalidato: un evento della vita, un processo personale,
una situazione di dolore, porta il sistema di conoscenza a non metterci
più in grado di predire, di risolvere un problema, di comprendere.
Il momento dell’invalidazione, che di
solito è quello che porta il cliente a chiedere aiuto, o comunque
ad intraprendere un percorso di conoscenza, dall’essere un momento di crisi
diventa lo spunto per un percorso di crescita. Citando Vittorio Guidano,
recentemente scomparso, si potrebbe parlare di lavorare per "spostare l’angolo
di osservazione dei problemi"; Guidano usa la metafora del film, come se,
dando la cinepresa in mano alla persona che in quel momento agisce il ruolo
di regista, si potesse provare, nell’ambito di singoli frammenti di esperienza,
a mettere a fuoco un particolare, ad allontanare la cinepresa come se si
volesse avere un effetto di campo, a fermarsi con la moviola su un punto,
a passare sul punto successivo: queste sono tutte modalità per stimolare
la persona a costruire un significato in maniera diversa rispetto al modo
in cui il suo sistema solitamente lo porta a costruire. Questa esperienza
è un’esperienza che porta una novità, una novità profonda,
che ha i suoi riflessi anche a livello emozionale. Non si tratta di capire
se è nato prima l’uovo o la gallina, credo che sia ormai ovvio che
un cambiamento si ottiene sia in un senso che in un altro, proprio perché
i sistemi di conoscenza sono paralleli e si influenzano quindi a vicenda.
L’obiettivo di un intervento su un sistema
di conoscenza è quello di renderlo più flessibile possibile,
per poter rispondere meglio all’invalidazione, per poter cioè rispondere
meglio a quelle situazioni della vita che il sistema non è abituato
a costruire: quindi aumentare la capacità di differenziazione
dei significati, lavorare sui processi cognitivi di lassità
o rigidità che sono tutti e due funzionali, in qualche modo, a mantenere
una coerenza, lavorare sull’integrazione dei significati e sulla
loro gerarchizzazione. L’obiettivo è quello di arrivare a
costruire una flessibilità: la flessibilità è ciò
che ci permette di costruire predizioni varie e di saperle soprattutto
modificare nell’ambito di una complessità che è la vita e
che è il nostro sistema di relazioni con gli altri.
La mia personale ricerca in ambito clinico
riguarda l’utilizzazione della raccolta della storia di vita del
paziente come fase iniziale del percorso di terapia. Per quella che è
stata la mia esperienza, nella Gestalt non si usa questo tipo di strumento,
anzi sembra quasi che parlare del passato non sia parlare del "qui e ora";
io credo invece che parlare del passato e ricostruire una storia di vita
nei primi incontri (di solito in terapia si usano, per questa fase, che
è chiamata assessment, i primi 3/4 incontri) diventi un’esperienza
che
la persona fa di rivedere retrospettivamente alcune scene salienti della
sua vita.
L’assessment non è un’anamnesi,
è la rievocazione di scene, di episodi che la persona fornisce spontaneamente,
quindi operando già una selezione in questo ambito, e questa selezione
è significativa di quali processi utilizza, evidenzia, a quali elementi
attribuisce un significato, perché lo attribuisce, e perché
proprio quelli; dà a chi conduce l’intervento la possibilità
di farsi un’idea sui processi cognitivi della persona, sul suo stile di
relazione, ed è anche un modo di entrare in relazione durante la
terapia.
Nella mia pratica clinica ho trovato
molto utile questo strumento, e penso che il rispetto del "qui e ora" gestaltico
non sia del tutto imprescindibile da questo percorso. Ho trovato ad esempio
nel modello della psicologia degli enneatipi, così come viene
proposto da Claudio Naranjo, uno stimolo importante alla confluenza del
lavoro sull’emozione, sulla passione dominante, con il lavoro sulla fissazione
cognitiva, che contiene il problema emozionale della persona. Emozioni
e contenitore cognitivo sono da vedere sempre e comunque insieme. Tutti
sappiamo che il percorso di terapia è un percorso per piccoli frammenti,
per frattali; spesso all’interno di una seduta si arriva a provocare una
modificazione emotiva, anche se breve, significativa: se non si dà
alla persona la capacità di inglobare, in qualche modo, questo cambiamento
nel suo sistema di conoscenza, io credo che il rischio è quello
di perdere questa modificazione. L’essere umano usa sempre questi due registri
che devono essere integrati insieme, per cui il processo di consapevolezza
comunque avviene e se, in qualche modo, non lo gestiamo nell’ambito della
relazione, comunque la persona lo gestisce per conto suo: quindi non lavorare
sul sistema di conoscenza significa, dal mio punto di vista, perdere un’opportunità
importante. Tra il cognitivo e l’emozionale non esiste contrapposizione
ed è chiaro che quando si parla di conoscenza si parla sempre di
conoscenza complessa e quindi anche di conoscenza emozionale.
BIBLIOGRAFIA
1. F. Mancini, A. Semerari, La psicologia
dei costrutti personali: saggi sulla teoria di Kelly, Milano, Angeli,
1985.
2. L. Cionini, Psicoterapia cognitiva:
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Scientifica, 1991.
3. V. Guidano, Il Sé nel suo
divenire: verso una terapia cognitiva post-razionalistica, Torino,
Bollati Boringhieri, 1992.
4. B. Bara, Manuale di psicoterapia
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5. P.M. Crittenden, Attaccamento in
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