"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 64 - 71, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
Secondo B.P. Keeney (18) nella relazione
dell’uomo con l’ambiente, o meglio con l’altro, si possono attuare due
modelli fondamentali: uno è il "modello del pugilato" in cui due
agenti lottano simmetricamente per la vittoria. L’altro è il "modello
della colleganza" in cui uomo e ambiente sono considerati complementari.
Allora, in terapia, terapeuta e famiglia
possono essere visti come due entità che instaurano il primo modello,
oppure il secondo, oppure una alternanza di ambedue.
Il modello del pugilato è esemplificativo
delle teorie terapeutiche che descrivono la relazione in termini di strategie
di predominio sugli altri, tattica di potere, manipolazione, e di controllo.
Il modello di colleganza tende a descrivere
terapeuta e famiglia come impegnati in un viaggio di accrescimento reciproco,
un pellegrinaggio di evoluzione in comune, o una esplorazione in collaborazione.
Fino a che punto nella pratica psicoterapeutica
relazionale si tiene conto delle questioni che il concetto di complessità
ha introdotto nelle scienze?
Nella visione complessa il sistema famiglia
non è una macchina triviale ed eteronoma, regolata dall’esterno,
ma un sistema con sue regole e con una serie infinita di possibilità
di funzionamento.
Pertanto il terapeuta più che
inserire nuove informazioni o nuovi pattern può costruire col sistema
famiglia un percorso che sviluppi alcuni pattern compatibili con la coerenza
del sistema.
Nella epistemologia della complessità
dovremmo definire improprio il concetto di famiglia disfunzionale, perché
il sistema famiglia in ogni caso si comporta secondo la propria organizzazione,
realizzando la sua coerenza interna.
Di conseguenza la struttura di una famiglia
psicotica mostra comportamenti sintomatici solo perché la sua struttura
prevede una scarsa varietà di risposte disponibili.
Attivare le condizioni per uno sviluppo
in termini evolutivi di un sistema disfunzionale prevede il raggiungimento
di una certa "fluidità", che in terapia significa rinuncia alle
certezze e conoscenze predefinite che sono caratterizzate dalla riduzione
della realtà ad unico paradigma.
Fluidità è rinuncia alla
illusione di conoscenza oggettiva e accettazione della molteplicità
dei punti di vista.
L’approccio consenziente
Si partì dal l’osservazione che
per certe famiglie (rigide) occorreva che il terapeuta modulasse, in senso
di attenuarle, le proprie velleità. Questo è divenuto poi
una condizione psicologica, emozionale, ed un atteggiamento, cui è
stato assegnato il nome di consenziente.
Partito come un adattamento alle situazioni
e poi come una elaborazione di un modo più "soft" del far terapia,
il pensare o l’agire consenziente è divenuto un modo di essere.
In sostanza un atteggiamento mentale che si va configurando nello studente
e che ad un certo momento va a costituire la naturalità del
terapeuta. Questa modalità di agire e di essere corrisponde infatti
ad un modo di porsi, legato in maniera intensa con la famiglia in trattamento,
e che è l’obiettivo dei nostri programmi formativi.
Una breve storia della "consenzienza"
L’illusione di poter disporre sempre
della risposta giusta nel momento giusto ha spinto molti terapeuti sistemici
della prima ora, ma anche non pochi loro successori, ad applicare le cosiddette
tecniche "brevi"; ma queste sono efficaci solo quando le situazioni da
affrontare sono veramente semplici. È ovvio che una famiglia in
cui esistono "disfunzioni minori" può non avere difficoltà
a imboccare strade diverse. In questi casi è presente una capacità
di trasformazione, e quindi di cambiamento, che può essere avviata
anche da una semplice prescrizione.
La nostra riflessione sulle forti componenti
morfostatiche che accompagnano i quadri psicotici prese il via verso la
fine degli anni ’80, in relazione alle numerose esperienze fatte nei Centri
di Terapia Relazionale dei Servizi Pubblici dove lavoravamo. Non riuscivamo
a sottrarci dal disagio quando avevamo in terapia una famiglia con un membro
con sintomi psicotici.
Molte volte era accaduto che si era interrotta
la terapia per un suo improvviso aggravamento e conseguente ricovero in
un reparto psichiatrico, o più semplicemente per un rifiuto dei
familiari o del malato stesso di proseguire l’esperienza.
La prima scuola (omeostatica) sistemica
affermava che nella maggior parte dei casi quanto più si cercava
di accelerare il cammino verso il cambiamento, tanto più il sistema
(famiglia) avrebbe fatto resistenze.
Chiamammo queste "famiglie difficili".
La prima volta in cui parlammo ufficialmente, di "consenzienza" fu a Firenze
nel 1987: il termine venne descritto come una modalità di approccio
a sistemi "gravemente disfunzionali" e "rigidi", quali le famiglie con
membri psicotici cronici, dove si assiste ad una chiusura di contatti col
mondo, alla tendenza alla invarianza, alla immutabilità nel tempo.
Si trattava di cercare un modo, o una via, mediante la quale accedere alla
famiglia e condurre la terapia.
L’adozione del termine difficile,
o di famiglia difficile era indubbiamente arbitraria e si rifaceva
a linguaggi diversi da quello relazionale o psicoterapico in generale.
La parola ha come primo significato: "che richiede abilità o fatica".
O "non facilmente comprensibile". In un altro senso può indicare
: "irto di ostacoli" oppure: "caratterizzato da preoccupazioni o da ansie".
Infine: "lavorabile con difficoltà". Di volta in volta avevamo fatto
ricorso a questi termini, o li avevamo "sentiti" quando eravamo alle prese
con famiglie assistite nei Servizi Psichiatrici.
Famiglie che, per la loro disfunzione,
avevano la prerogativa di mettere in crisi ogni nostra velleità
taumaturgica. Su un piano di realtà operativa, riscontravamo quanto
fosse difficile mobilitare due genitori fiaccati dalla tragica esperienza
con un figlio psicotico. La loro condizione di disperato senso di sconfitta
coincideva con la rigida chiusura del sistema. Quando si aveva a che fare
con una situazione così grave, come si poteva pensare di
agire interventi perturbativi in un sistema già portatore di sofferenza
e di paura? Queste famiglie portavano la loro angoscia, rinnovata dalle
delusioni, assieme ad un meccanismo altamente delegante; una richiesta
formalizzata di aiuto e una identificazione precisa del PD.
Elaborammo la nostra riflessione per
concludere che la famiglia difficile è, per la sua intrinseca natura,
quella che non fornirà subito la risposta "desiderata dal terapeuta".
Potrà avere una apparente compliance verso il processo terapeutico,
ma nello stesso tempo frenarne o impedirne il percorso; in altri termini,
avere una "forte" morfostasi.
La famiglia altamente disfunzionale costruisce
nel tempo una sua realtà, una sua "verità", dove è
vero per il sistema ciò che questo consente che lo sia, quello
su cui si è creato nel tempo un consenso del gruppo. In questo senso
diventa "vero" quello che è più "utile" a dare un significato
al proprio mondo. Tutto ciò coincide di solito con la diagnosi assegnata
al PD.
Cambiare procedura
Il presupposto era dunque la constatazione
che l’applicazione rigida dei modelli non tiene conto dell’estrema mutevolezza
delle situazioni, della necessità di vedere la relazione terapeutica
non come un esercizio di manipolazione delle persone, come se fossero plastilina
o creta.
Le potenzialità autopoietiche
del sistema debbono essere valorizzate al massimo, mentre il terapeuta
rappresenta un fattore di sviluppo e semmai di "proposta" verso nuovi assetti
interattivi.
In questo senso si adottò il termine
"consenziente", implicando anche il significato di rispetto per
la famiglia.
Così il termine "consenzienza"
fu coniato con l’intendimento di definire un approccio rispettoso per l’altro
e di fondamentale impiego con sistemi gravemente disfunzionali.
Emerse così la necessità
di rivedere il modo di far terapia, ad esempio:
• essere capaci di sopportare le conseguenze
del tentativo di intrusione da parte del terapeuta nel sistema familiare;
• essere sempre meno interventisti
e meno appariscenti: cominciammo ad allinearci alla famiglia,
all’interno di una visione globale del sistema comprendente lo psicoterapeuta;
• adottare non un nuovo modello, ma
semmai un percorso del rapporto di conoscenza, nella consapevolezza
che una volta definiti, i modelli finiscono per imprigionare chi vi aderisce;
• cercare un’attitudine personale,
un modo di entrare in relazione che permei i comportamenti del terapeuta.
Decidemmo anche che era del tutto accettabile,
e in certi casi indispensabile, che, mentre si percorreva una terapia familiare,
dei colleghi psichiatri trattassero il portatore dei sintomi con gli psicofarmaci.
E che di conseguenza tra i due gruppi terapeutici fosse opportuno un contatto
professionale.
I significati
Una interpretazione della procedura consenziente
vede questa come un approccio che consente alla famiglia
di continuare a mantenere le proprie regole disfunzionali in attesa che
emergano spinte evolutive. Si tratta della accezione più comune
nella lingua italiana, dove consentire assume il significato di tollerare,
permettere, accettare.
1. È implicito il riconoscimento
di una autonomia del sistema famiglia, cui consegue il rispetto delle
sue regole intrinseche. Questa modalità avrebbe costituito una sorta
di cavallo di Troia che il terapeuta introduce nella roccaforte della famiglia
senza il bisogno di distruggerne le mura.
2. Di fatto il principio è
quello di evitare al massimo di forzare la struttura familiare quale
si presenta alla terapia, e di accompagnarsi ad essa lungo il percorso
del processo terapeutico. L’intervento si gioca nell’incontro terapeuta-famiglia,
nel creare le condizioni affinché questa divenga pronta ad accettare
lo strumento psicoterapeutico. Caratteristiche della consenzienza sono
dunque la tolleranza, la capacità di attendere, l’uso di interventi
minimi.
3. Tutta la terapia è centrata
sulla adesione allo stile della famiglia, alla sincronizzazione
col modo che questa ha di comunicare, di attaccare, di fuggire, di "non
esserci".
4. Accanto alla accettazione del
sistema sta il rispetto dei tempi. Ogni famiglia ha il proprio
tempo mentale. In questo senso la famiglia malata tradisce il ristagno,
o il blocco del suo tempo. Questo dato corrisponde ad una caratteristica
intrinseca, ad una peculiarità in quel momento. In altre parole
la sua realtà e, per dirla con P. Dell, la sua coerenza interna.
È su questo tempo, più o meno arrestato, che il terapeuta
è chiamato ad inserirsi senza pretendere di cambiarne bruscamente
la cadenza. È importante dunque che il terapeuta non "prestabilisca"
in alcun modo i tempi; ne consegue che fin dall’inizio non vengono stipulati
contratti,
e quindi non si sono stabiliti termini temporali della terapia. Questa
modalità di intendere la durata del processo terapeutico riguarda
l’accettare "il tempo sistemico" e quindi la evoluzione, impredicibile,
del processo.
5. Il procedere consenziente è
un atteggiamento di rinuncia alla pretesa di ottenere il risultato
nel minor tempo possibile e fare di questa affermazione un principio teorico.
Il terapeuta consenziente deve riuscire a sopportare l’indeterminatezza
e attendere che nella famiglia e nei suoi componenti emerga un movimento
evolutivo.
6. Ci saranno occasioni per interazioni
istruttive, in cui è opportuno dire cosa fare, o dare vere e
proprie prescrizioni, o agire delle ricontestualizzazioni, e momenti in
cui questo deve essere evitato. Da questo nasce l’uso in terapia degli
interventi minimi.
7. Nella procedura consenziente
il paziente designato potrà essere confermato come tale,
concedendo gli spazi descrittivi su di lui ai vari membri, lasciando che
egli manifesti i propri sintomi per tutto il tempo che il sistema vorrà.
Solo in una fase più avanzata il terapeuta potrà "insinuare"
qualche riserva sulla di lui posizione, e proporre una ridefinizione della
funzione del comportamento sintomatico. Compito costante del terapeuta
è, come del resto diceva J. Haley molti anni fa: "di scorrere assieme
al fiume e non pretendere di cambiarne brutalmente il corso".
Nel termine consenzienza emergono altri
significati:
• Quello di cum-sentire inteso
come sentire insieme. Attraverso questo si costruiscono nuovi significati
alla sofferenza e nuove descrizioni che apportano complessità alla
visione del mondo della famiglia. Ne deriva l’abbandono di modelli unici
e standardizzati, applicabili sempre e indipendentemente dalla "natura"
della famiglia in trattamento e invece una apertura verso la accettazione
reciproca, la tolleranza e la comprensione.
• Il significato di cum-prendere
(prendere-con-sé o anche il sentire con), cioè
essere
insieme, capire e condividere. Adesso il terapeuta potrà "sentire"
il dolore, o la disperazione provati da uno o più componenti della
famiglia, condividerne le emozioni oltre che le modalità di vita,
ma nello stesso tempo saprà essere in grado di elaborare i propri
vissuti, emergenti da questo contatto emotivo. Il terapeuta consenziente
deve essere anche capace di operare contemporaneamente una lettura tecnica,
e capire e rispettare la sofferenza della famiglia.
È una chiave per una relazione
cooperativa nella quale si accettano le differenze e non ci si fronteggia.
In tale ambito il terapeuta vive insieme alla famiglia il processo terapeutico
anche sotto il profilo emotivo.
Associazione continua
L’associazione continua rappresenta uno
degli aspetti principali della consenzienza. Abbiamo sottolineato come
il joining deve ispirarsi molto al concetto di associazione elaborato
da Minuchin. Nel caso della consenzienza il joining diventa "una
funzione determinante del processo e deve prevedersi che si possa prolungare
a lungo, anche per tutto il decorso della terapia"(2). L’associazione
continua vuole un terapeuta che non abbandoni mai il campo, che ogni
volta si ponga il problema se il suo accesso al sistema familiare è
ancora consentito, che sappia assumere un ruolo poco appariscente.
A questo proposito possiamo immaginarlo
come se fosse uno di casa, "uno zio", un familiare che ogni volta torna
da lontano ed è interessato a tutti, genuinamente curioso e confidenziale.
In anni più recenti la "curiosità" ci è stata riproposta
da G. Cecchin (8). Egli potrà farsi coinvolgere dai singoli membri
della famiglia, senza tralasciare di osservare il sistema nel suo complesso,
con un "lavoro di spola continuo tra sofferenza individuale e livelli di
articolazione relazionale del sistema"(4). Val la pena di ricordare H.S.
Sullivan, quando parlava di quella "osservazione partecipe", in cui, in
una fase storica fortemente orientata sull’individuo, e sul rapporto duale,
egli valorizzava l’aspetto interpersonale, familiare, del rapporto terapeutico
(7).
La colleganza
Note sono le posizioni di B.P. Keeney
(18) quando afferma che, nella relazione dell’uomo con un suo simile, si
possono attuare due modelli fondamentali. Uno è il "modello del
pugilato" in cui due agenti lottano simmetricamente per la vittoria. L’altro
è il "modello della colleganza" in cui uomo e ambiente sono
considerati interdipendenti e inseparabili. Il modello del pugilato è
esemplificativo di quelle teorie che descrivono la relazione in termini
di strategie di predominio sugli altri, tattica di potere, di manipolazione
e di controllo.
La consenzienza si rifà agli elementi
fondanti degli scambi interpersonali. Poiché il linguaggio
è cardine del rapporto tra le unità comunicanti, da questo
dipende la possibilità di avviare una relazione e la natura di questa.
Ci si allaccia pertanto anche a quelle teorie linguistiche (J. Habernas)
che propongono l’uso regolativo, rispetto all’uso imperativo
del linguaggio stesso, nelle quali si sottolinea l’importanza dell’atteggiamento
orientato verso l’intesa come prerequisito per una verità e
correttezza della comunicazione. Sempre con R. Keeney, possiamo vedere
terapeuta e famiglia impegnati in un viaggio di accrescimento reciproco,
in un "pellegrinaggio" di evoluzione in comune, o in una "esplorazione
in collaborazione".
Secondo la teoria della complessità
il concetto di colleganza può essere interpretato come l’equivalente
clinico del concetto di accoppiamento strutturale: si tratta di un congiungimento,
un accoppiamento tra l’autonomia strutturale del terapeuta e quella della
famiglia.
Adeguarsi alle risorse
Le famiglie fortemente disfunzionali,
vengono affrontate da certi terapeuti senza chiedersi quali sono le loro
risorse.
Questo può creare delle contraddizioni, visto che certi "interventisti"
si aspettano eccellenti risposte alle loro strategie terapeutiche. Per
contro altri terapeuti sono paradossalmente convinti che la famiglia deve
anzitutto prendere coscienza della propria disfunzione, del difetto
(ad esempio: il problema è che il padre è sempre periferico,
che la madre è pesantemente invischiata, che il figlio è
troppo parental child etc.). In qualche modo si finisce per sottolineare
l’assenza di risorse invece di valorizzare quelle di cui la famiglia dispone,
incoraggiandone l’uso.
Le risorse della famiglia sono collegate
e dipendenti dalla storia, dalla configurazione dei ruoli, delle relazioni:
su questo influiranno gli elementi individuali, intendendo gli individui
come sistemi, e gli elementi provenienti dal sociale, inteso questo come
rete relazionale complessa. Le risorse sono maggiormente compromesse nelle
famiglie disfunzionali.
È sconcertante come con frequenza
le risorse vengono sottovalutate da certi terapeuti: ad esempio esiste
uno stereotipo individuale del paziente psichiatrico, il quale viene vissuto,
anche dai tecnici, come inattendibile, pazzo e quindi incapace di
una sua propria definizione e di poter attingere alle sue risorse per affrontare
la vita e il mondo. Eppure chi ha lavorato per anni con questi pazienti,
sa quante di queste risorse sanno far emergere al momento giusto.
La connotazione positiva è una
mossa, il contatto con la famiglia le cui risorse vengono garbatamente
incoraggiate è una cosa diversa. Affidare il processo alle abilità
del terapeuta, o alla sottomissione della famiglia è una cosa, coltivare
la speranza e la fiducia nell’altro è cosa diversa.
Il viaggio con la famiglia
Abbiamo visto come l’utilizzo della storia
e l’inserimento del tempo riguardano un indispensabile percorso lungo il
canale temporale della famiglia. La posizione consenziente afferma che
quanto più grande è la disfunzione, quanto meno si può
lavorare sull’hic et nunc. Indispensabile è, in questi casi, la
ricerca di un terreno privo di segnali minacciosi per la famiglia. Avviare
dunque un viaggio nel passato della famiglia, o meglio delle famiglie.
Sul piano immediato si tratta di uno strumento, o una strategia, attraverso
cui lo psicoterapeuta realizza uno spostamento dalla centralità
del PD ad un altro territorio senza che questo comporti la distrazione
dall’importanza data al malato e ancor meno la proposta di alternative
attuali. Su un livello più pregnante si cerca di realizzare un incontro
emotivo di grande rilevanza. Il principio etico professionale del terapeuta
resta quello di " rispettare" quanto il sistema porta, quindi se ne può
definire l’obiettivo come quello di "capire e condividere il mondo emozionale
della famiglia". Nello stesso tempo il significato del cum-sentire
ci avvicina al concetto d’accoppiamento strutturale, ma anche alla relazione
terapeutica nelle sue accezioni più classiche.
Sono questi gli aspetti che non possono
essere messi in campo quando una famiglia è troppo sofferente. Si
tratta di una via obbligata, dove ci si rivolge ad un passato che non contiene
dati che il sistema deve difendere; dove, se conflitti ci sono, questi
si trovano in un’area che fa meno paura. Qui la condivisione di emozioni
e affetti, più che di dati di cronaca, potrà riproporre a
tutti un senso di stabilità, ed aumentare la capacità di
tollerare la sofferenza.
Quando questo accade la stanza della
terapia si popola di personaggi, lontani, ma anche presenti, perché
avevano una loro funzione che oggi forse qualcuno ancora assume.... Il
viaggio a ritroso, in un mondo animato da figure variegate, con padri,
madri, nonni, non è facile: a volte è lento e faticoso perché
è difficile sostenere il tono emotivo dei ricordi, segnalare al
narratore il nostro genuino interesse, la voglia di conoscere antiche emozioni,
o comportamenti, o regole.
Ripetiamo come ogni terapia è
un fatto a sé. Il terapeuta, di fronte ad una situazione meno patologica,
potrà limitarsi ad interventi ristrutturanti, o prescrittivi, o
tornare al passato attraverso una disamina del canale temporale della famiglia
e delle sue eventuali fasi di stallo. Nel caso delle famiglie difficili
l’immersione nel sistema è indispensabile, ed in questo si realizza
la consenzienza: col richiamo della storia, o delle storie, si avvia
una sorta di rilegatura, o reimpaginatura del libro familiare.
Quello che Keeney aveva chiamato il "pellegrinaggio
in comune", può avvenire accompagnando la famiglia verso
una implicita rivisitazione della propria epistemologia. Nel sistema terapeutico
si assiste ad un processo di co-costruzione di una nuova realtà
attraverso la narrazione e la riscrittura del testo. In questo senso
il terapeuta diventa un’entità in coevoluzione. La storia verrà
tracciata per racconti, per metafore, oppure nella ricerca dei miti, quelli
scomparsi e quelli persistenti. Ci si immerge nelle macroregole costruite
nel corso delle generazioni, ripercorrendo, col sistema al completo, sentieri
anche noti, ma dei quali ad un certo punto emerge un dato, una notazione,
una emozione prima ignorata.
Il recupero della dimensione diacronica
del tempo non solo restituisce l’appartenenza a una storia, ma recupera
il valore del passato: non però nel ritorno ad una concezione causale
(il passato "determina" il presente) , bensì in una visione secondo
cui il passato continua a vivere nel presente. Continua a vivervi attraverso
i miti, i fantasmi, i complessi coesivi di valori e di significati che
caratterizzano l’immagine (o la "rappresentazione") che il sistema familiare
ha di se stesso, e che, perciò, possono e debbono essere indagati
e ricercati. È un tentativo di cominciare a scrutare dentro quella
"scatola nera" che il modello omeostatico riteneva irrilevante o insondabile?
Forse. È, sicuramente, un tentativo di recuperare quella multidimensionalità
del processo mentale che, come si è visto, ispirava la concezione
batesoniana.
Egli può lasciarsi coinvolgere
con i singoli membri della famiglia senza tuttavia perdere di vista gli
altri e il sistema nel suo complesso, con un lavoro di spola continuo tra
sofferenza individuale e livelli di articolazione relazionale del sistema.
Egli da un lato deve vedere la famiglia attraverso una lettura tecnica
e contemporaneamente essere capace di sentirne la umana sofferenza, dall’altro
deve creare le condizioni perché la famiglia accetti la sua presenza
e la sua proposta di cambiamento.
Al riguardo Bogliolo afferma che il terapista
porta in terapia il suo sé e la sua storia che si intersecano con
la storia e il sé della famiglia. Questo avrà un’importanza
fondamentale nella strutturazione del processo terapeutico. Il terapista
è come se fosse uno della famiglia, uno zio curioso e confidenziale.
In questo senso utilizza il linguaggio della famiglia e sente e ripropone
le emozioni con la stessa lunghezza d’onda. Questo è il filo conduttore
che accompagnerà tutta la terapia. Il terapista deve essere capace
di far uso delle proprie emozioni, delle evocazioni e proiezioni. Lo
spazio emozionale è quello che consente di ottenere la chiave d’accesso
al sistema; il passaggio segreto per entrare ed uscire dalla famiglia
in una particolare intersezione col gruppo, unica, peculiare ed irrepetibile.
ATTEGGIAMENTO
DEL TERAPEUTA
(i modelli secondo Keeney)
Modello del pugilato
• relazione simmetrica
• strategia di predominio
• tattica di potere
• manipolazione, controllo
Modello della colleganza
• relazione bilanciata
• accrescimento reciproco
• pellegrinaggio di
evoluzione in comune
• esplorazione in
collaborazione
FAMIGLIA A TRANSAZIONE
RIGIDA
I Cibernetica
• rigidità di chiusura dei contatti
col mondo
• tendenza all’invarianza
• immutabilità nel tempo
• sintomo: comportamento tendente a
mantenere l’omeostasi del sistema
II Cibernetica
• famiglia con propria organizzazione
• famiglia con una sua coerenza interna
• famiglia sistema lontano dall’equilibrio
ASSOCIAZIONE
Modello strategico
• fase iniziale
• terapeuta osservatore separato dal sistema che osserva
• intervento strutturato nella mente del terapeuta
Modello strutturale
• fase terapeutica
• terapeuta dentro il sistema
• il terapeuta lavora con la famiglia attraverso un processo di reciprocità
Modello della consenzienza
• associazione continua con accoppiamento strutturale terapeuta-famiglia secondo un modello di colleganza
• costruzione del processo terapeutico
tra terapeuta e famiglia
• terapeuta curioso e partecipe verso individuo e il sistema
• spazio emozionale: chiave di accesso al sistema familiare
• rispetto del tempo della famiglia Medica", 2 (1987), pp. 159-170.
11. Bogliolo C., Bacherini A.M., Il
bambino in psicoterapia relazionale: signiificato di una presenza, Roma,
27 sett.-1 ott. 1988.
12. Bogliolo C., Capone D., Livelli
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13. Caillé P., Il rapporto
famiglia terapeuta, NIS, Roma 1990.
14. Capone D., Fanali A., La nozione
di autonomia nel processo terapeutico e nel divenire della famiglia,
in corso di pubblicazione.
15. Elkaim M., Si tu m’aimes ne m’aime
pas, Editions du Seuil, Paris 1989.
16. Fabbri Montesano D., Munari A., Strategie
del sapere, Edizioni Dedalo.
17. Haley J., La terapia del problem
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18. Keeney B. P., L’estetica del cambiamento,Astrolabio,
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19. Morin E., Le vie della complessità,in
Bocchi G., Ceruti M. (a cura di), La sfida della complessità,
Feltrinelli, Milano 1980.
20. Selvini Palazzoli M., Cirillo S.,
Selvini M., Sorrentino A.M., I giochi psicotici nella famiglia,
Raffaello Cortina Editore, Milano 1988.
21. Stengers I., Perché
non può esserci un paradigma della complessità, in Bocchi
G., Ceruti M. (a cura di), La sfida della complessità, cit.