"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 72 - 77, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
Mi è stato chiesto in questo convegno
di parlare del counselling dal punto di vista dell’Analisi Transazionale.
Lo farò tenendo presente la mia matrice gestaltica, approccio nel
quale primariamente mi sono formato e soffermandomi su alcuni temi che
a me appaiono fondanti relativamente a ciascuna delle due scuole. Più
di quanto in generale si pensi, Analisi Transazionale e Gestalt si sono
reciprocamente influenzate e tra i diversi filoni di scuola che si sono
sviluppati all’interno dell’AT viene ufficialmente riconosciuto quello
gestaltico. Persone come B. Goolding, R. Erskine ed altri, che si sono
formati in entrambi gli approcci, hanno dato notevoli contributi, sia alla
teoria che alla pratica, favorendo lo sviluppo di efficaci modelli integrativi.
Pur ritenendo che le integrazioni, oltre che essere inevitabili quando
differenti tradizioni terapeutiche si incontrano, siano anche foriere di
nuovi fermenti creativi, non per questo mi sento fautore di un eclettismo
raccogliticcio e disordinato. Il procedere terapeutico è conseguenza
di una visione dell’uomo e stimola un processo di crescita che a tale visione
è connesso. È necessario quindi che teorie, tecniche e metodologie
siano assimilate ad una concezione coerente e non importa allora se il
singolo intervento sia condotto con tecnica comportamentale o di tipo meditativo.
Ho incontrato in momenti successivi la
Gestalt e l’Analisi Transazionale e mi colpì la loro possibile complementarietà
basata su somiglianze e su molte differenze. L’una più attenta ai
processi, l’altra più ai contenuti. Entrambe le scuole provenivano
dalla psicoanalisi ed entrambe furono attente ai principi organizzatori
della personalità. "È la struttura che cerchiamo nella terapia",
diceva F. Perls, ed in termini strutturali E. Berne elaborò la teoria
del Copione. Di origini europee, l’uno tedesco l’altro russo, operarono
negli Stati Uniti negli anni ’50 e ’60 influenzando l’intero mondo della
psicoterapia. Morirono nello stesso anno, nel 1970, a pochi mesi l’uno
dall’altro. Per altri aspetti furono persone di carattere molto diverse
tra loro e tuttavia ciascuno curioso del lavoro dell’altro. Uscirono come
eretici dal movimento psicoanalitico e spostarono il loro interesse all’esistente
osservabile piuttosto che confidare nelle verità concettuali. Pur
se con diversa enfasi, ebbero una visione fenomenologico-esistenziale dell’uomo
e della psicoterapia, senza mai rinnegare le originarie matrici psicoanalitiche.
Berne era ammirato dalla creatività di Perls che a partire da movimenti
apparentemente insignificanti, lo sfioramento di una mano, un battito di
ciglia o qualsiasi altro gesto manifestasse il paziente, modalità
che oggi sono abbastanza abituali, ma totalmente rivoluzionarie in quell’epoca,
era capace di sviluppare lavori di grande intensità emozionale.
Soprattutto emergevano significati e attraverso il contatto consapevole
si producevano immediati effetti terapeutici. Lo invitò a fare dimostrazioni
durante i seminari che teneva regolarmente a San Francisco e lo considerò
un modello per quel tipo di intervento al quale lui stesso era molto interessato:
trattare il paziente a partire dall’osservabile. Perls d’altro lato fa
riferimento alla teoria berniana, e a proposito della struttura ne usa
il linguaggio, anche lui parla di "Copioni di vita". Utilizza gli slogan
dei giochi psicologici per confrontare il paziente: "giochi a stupido…"
e quando tratta dei livelli nevrotici si sofferma sulla recita dei ruoli,
le parti che rappresentiamo nella vita. Definisce questo aspetto del lavoro
terapeutico il "livello E. Berne". È l’area che riguarda il carattere
che poi, con C. Naranjo, ebbe la sua teorizzazione più articolata
nella Psicologia degli Enneatipi.
Come persone furono invece agli antipodi.
Perls ebbe un impatto forte e dissacrante nel mondo della terapia. Fu persona
piena di fascino che si imponeva con la sua presenza, odiato o amato che
fosse. Alcuni pensano che la profondità e la pienezza del suo messaggio
furono oscurati dalla spettacolarità teatrale che metteva nel proprio
lavoro. Chi lo conobbe racconta che non si restava indifferenti al suo
modo intenso di entrare nella relazione. Intorno a lui si sviluppò
un movimento culturale che andò al di là del mondo della
terapia. Perls fu un filosofo dell’esistenza.
E. Berne, a differenza del fondatore
della Gestalt, fu persona schiva e riservata. Cercò più nella
elaborazione teorica la propria affermazione che non nell’esperienza viva
che proponeva Perls. Questa fu una differenza che anche in seguito caratterizzò
le due scuole di terapia. Berne tuttavia non fu un teorico astratto. Partiva
dall’esperienza clinica per le sue elaborazioni, e formulò teorie
dirette alla pratica. Il suo motto fu "Prima cura" e con questa intenzione
formulò procedure di intervento di rapida efficacia che alleviassero
presto la sofferenza. Pur occupandosi nell’immediato del sintomo, non professò
una filosofia comportamentale ed in certo senso fu un precursore del counselling,
perlomeno nelle prime fasi della sua ricerca, quando tralasciando il lavoro
psicoanalitico, che avrebbe ripreso più tardi con ottiche completamente
diverse, si concentrò soprattutto su quello che lui chiamò
il controllo sociale. Più organizzato di Perls costituì una
associazione internazionale che con il tempo garantì gli standard
formativi degli analisti transazionali nelle loro diverse aree di intervento,
clinico, educazionale e quello relativo alla consulenza. Soprattutto dette
una struttura teorica e metodologica al nuovo approccio che andava elaborando.
Con il paziente mantenne distanza professionale, pur essendo caldo ed accogliente
nella seduta terapeutica.
L’AT nacque come terapia di gruppo e
il termine "transazionale" si riferì alle comunicazioni che si sviluppavano
tra i pazienti e all’analisi dei diversi livelli attraverso i quali entravano
in contatto tra di loro e con il terapeuta. Utilizzando la teoria transazionale
da lui sviluppata e individuando gli stati dell’Io attivi, Berne in pratica
analizzava la relazione e il transfert non solo con il terapeuta ma all’interno
dell’intero gruppo.
Della Gestalt mi colpì subito
l’enfasi che metteva sulla crescita personale del terapeuta, considerata
come fondamentale fattore formativo. Questa convinzione avvicinò
il movimento gestaltico alle tradizioni spirituali di origine orientale.
Il terapeuta si forma crescendo e il paziente guarisce crescendo. A partire
dall’ipotesi di una saggezza connaturata all’individuo, il cambiamento
è effetto del suo risveglio. Non va cercata fuori da sé,
è già in noi, inalienabile patrimonio personale. La terapia
della Gestalt fu quindi connotata da un’attenzione alla salute mentale
piuttosto che alla patologia. Perls proponeva di sfidare i limiti difensivi
per esplorare in maniera creativa nuove possibilità di esistenza.
Bisogna attivare le spinte vitali seguendo il principio di preferenzialità,
da opporre alle introiezioni ambientali, ma senza illusioni. Il limite
umano esiste e non vi è altra possibilità che conoscerlo
ed accettarlo. Perls propose come ideale terapeutico l’uomo consapevole,
calato nel qui e ora, responsabile delle sue azioni. La consapevolezza
fu il principio guida e l’attenzione al qui e ora sollecitò alla
presenza consapevole. Calarsi nel "qui e ora" prevede un’idea di presenza
che con profondo realismo si traduce nel vivere l’esperienza attimo dopo
attimo, nella sua interezza, senza evitamenti e distrazioni che da un lato
ci proteggono da dolori e paure e dall’altro ci allontanano dal nostro
stesso essere. In alcune tradizioni spirituali la presenza è lo
stato meditativo supremo attraverso il quale ogni esperienza si autolibera
e ciò che resta è la mente pura, al di là dell’ego.
Uno stato non condizionato dai fenomeni che si presentano alla coscienza,
proprio come uno specchio che resta indifferente alle immagini che riflette.
Con la presenza piena ogni impedimento si scioglie. Nel qui e ora della
concezione gestaltica ci riferiamo a qualcosa di più elementare,
di più quotidiano, e tuttavia estremamente importante ai fini del
cambiamento. Il continuo di consapevolezza, che considero allo stesso tempo
una tecnica e una filosofia terapeutica, è un esercizio attraverso
il quale diamo attenzione all’esperienza attimo dopo attimo. Restando in
pieno contatto con pensieri, emozioni e sensazioni si scopre che è
impossibile trattenerli, si dissolvono da soli e dal vuoto che resta emergono
nuove esperienze e nuove possibilità. È ovvio quindi che
quando la consapevolezza scorre in maniera fluida non c’è attaccamento
e i nodi si sciolgono: non c’è patologia. Se invece il processo
si interrompe e subentra la fissazione ad alcune limitate esperienze, oppure
gli stimoli si affollano nella coscienza e si confondono l’uno nell’altro
senza trovare uno spazio di esistenza propria, allora si formano impasse
paralizzanti. Viviamo stati di malessere ed entriamo nella patologia. La
saggezza naturale si interrompe e la salute mentale, che appare e prende
forma proprio in quel libero fluire, viene sostituita da fissazioni a stati
emozionali e a nuclei cognitivi che si ripropongono in maniera stereotipata
e ripetitiva, strutture rigide, sempre uguali a sé stesse, nelle
quali ci identifichiamo. Sono stati emotivi esageratamente appassionati,
idee fisse e generalizzazioni irrazionali dalle quali si sono sviluppati
i nuclei caratteriali, cioè la mappa organizzativa della nostra
esistenza. Perls aveva molta fiducia nella forza di guarigione del continuo
di consapevolezza. Ritengo che sia un modello di riferimento, sia come
tecnica di lavoro sia come visione generale del processo di cambiamento
anche per la pratica del counsellor. Contiene una concezione esistenziale
che suggerisce modi di vivere più significativi.
D’altro lato, come lo stesso Perls avverte,
quando questa via non funziona c’è altro da fare, c’è da
entrare nel cuore dei conflitti per elaborarli e trovare nuove alternative.
Con i pazienti più gravi occorrono strumenti ulteriori e l’impegno
del terapeuta comprende fasi di genitorizzazione rivolte a dar forza alle
strutture più deboli.
In questa area, più attenta all’investigazione
analitica delle ragioni interne che determinano la patologia, si è
particolarmente sviluppata l’Analisi Transazionale che a sua volta propone
una filosofia terapeutica, basata su principi umanistici, secondo la quale
ogni individuo, anche il più disagiato, ha un proprio valore ed
è "degno rappresentante della razza umana". Le metodologie di lavoro
vanno dall’attenzione agli aspetti funzionali della personalità,
la cosiddetta terapia di processo, che è quella alla quale più
si rivolge il consulente, fino all’approfondimento dei contenuti e all’esplorazione
della struttura della personalità, della quale in maniera più
specifica si occupa la psicoterapia. Berne, come Perls, fu molto attento
alle manifestazioni esterne dell’esperienza, al visibile, e definì
segnali di copione i gesti, il tono di voce, la postura e le parole usate.
Dalla osservazione del comportamento si rivela la persona nella sua interezza
ed è possibile conoscere il mondo interno, cioè i contenuti
del Copione di vita che trova le sue radici nelle prime relazioni significative.
Berne stesso racconta dell’abilità acquisita nel valutare gli stati
psichici delle reclute militari quando durante la guerra, come psichiatra
dell’esercito, faceva i primi colloqui di ammissione. Dati i tempi brevissimi
si affidava soprattutto all’intuizione e proprio a partire dall’osservazione
dei segnali di copione elaborò la teoria degli Stati dell’Io, che
fu la base di tutte le teorizzazioni successive: transazioni, giochi e
copione.
Le persone in momenti diversi vivono
e manifestano Stati dell’Io diversi. A differenza di Io, Es e Super-io,
che sono categorie concettuali, Genitore, Adulto e Bambino sono realtà
fenomenologiche. Berne lo apprese da Federn, psicoanalista e suo maestro.
Gli Stati dell’Io hanno una loro vita e una loro storia e, come Berne soleva
dire, li potremmo trovare con nome e cognome sull’elenco telefonico. Attraverso
processi di incorporazione e di differenziazione gli Stati dell’Io arcaici,
irrigiditi, sono diventati strutture della personalità. Il G, l’A
e il B – come colloquialmente furono chiamate le più complesse estero,
neo e archeo psiche – sono insiemi coerenti di pensieri, emozioni e comportamenti
caratteristici per ciascuna delle categorie. Questo vuol dire che uno stato
dell’Io ha una sua organizzazione interna e anche che guardiamo alla personalità
nel suo complesso, nei suoi aspetti cognitivi, emozionali e comportamentali.
Viviamo momento per momento stati dell’Io differenti. Quindi nella condizione
di salute mentale lo Stato dell’Io non è irrigidito in un’unica
esperienza ma riflette il continuo di consapevolezza e la persona vive
Stati dell’Io differenziati, a momenti Genitore, in altri Bambino e in
altri ancora Adulto, con le loro innumerevoli sfumature, e ciascuno di
questi Stati ha la sua funzione e la sua importanza. Proprio attraverso
la individuazione e la chiara definizione dei confini degli Stati dell’Io,
attivi momento per momento, è possibile attraverso tecniche di decontaminazione
attivare funzioni neopsichiche, l’Adulto, il quale a partire dai dati dell’esperienza,
è in grado di elaborare valutazioni e di operare scelte coerenti
con i bisogni attuali. Gli stati di disagio, i sintomi, sono la conseguenza
di contaminazioni dell’Adulto da parte di stati arcaici della personalità
che gli impediscono di attuare scelte autonome e coerenti con il qui e
ora, come avverrebbe se si seguisse il "voglio" piuttosto che il "devi".
Questa concezione è del tutto simile a quella gestaltica. È
proprio la meccanica ripetizione di schemi del passato, non più
attuali, che impedisce l’apertura al possibile e produce disagio psichico.
Il primo esempio di lavoro con gli Stati
dell’Io Berne lo presenta in un articolo del 1957 che è il fondamento
di quella che poi sviluppò e chiamò l’Analisi Strutturale
degli Stati dell’Io. L’avvocato Segundo era un bravo professionista capace
e stimato in Tribunale. Fuori dal lavoro riempiva il tempo libero con alcol,
morfina e filmini pornografici. Aveva poi un comportamento molto rischioso.
Proprio come faceva da bambino, preso da una forza compulsiva, rubava gomme
da masticare nei negozi. Era consapevole dell’assurdità del suo
gesto, ma spinto dall’impulso non riusciva a fermarsi. Fu lui stesso ad
osservare che quando rubava la gomma da masticare era il bambino che lo
faceva e quando in tribunale svolgeva la sua professione si comportava
come un adulto. Di qui presero l’abitudine di definire i comportamenti
dell’avvocato secondo queste categorie. Nacque il primo abbozzo dell’analisi
degli Stati dell’Io e solo successivamente venne integrato nel lavoro anche
lo Stato dell’Io Genitore. Poi ci furono ulteriori sviluppi e con la teorizzazione
del Copione gli stessi Stati dell’Io vennero inseriti in un discorso più
globale e complesso.
Questa metodologia è rimasta il
modello di base per il trattamento di quello che Berne definì il
controllo sociale del sintomo e per il Problem solving, secondo un atteggiamento
che come già visto divenne il motto di Berne: "Prima cura", occupati
prima della sofferenza e poi di capirne le cause. L’effetto si ottiene
attraverso la decontaminazione dello stato dell’Io Adulto cioè "ripulendolo"
dalle contaminazioni che provengono dagli Stati Bambino e Genitore, cioè
le strutture archeopsichiche ed esteropsichiche della personalità,
che provenendo dal passato incrostano e limitano l’attività dell’Adulto.
Quest’ultimo è uno Stato dell’Io e non ha nulla a che fare con la
crescita biologica della persona. Èuno stato di coscienza che con
varie caratteristiche è presente ad ogni età. È un
insieme di potenziali e di capacità attraverso le quali siamo in
grado di valutare la realtà attuale ed operare scelte congruenti
con i nostri effettivi bisogni in direzione dell’autonomia, ma anche, quando
l’Adulto è nel Bambino, di utilizzare l’intuizione e la creatività.
Il lavoro di decontaminazione coinvolge l’intero arco della terapia ed
è un’area nella quale si specializza il counsellor. Come visto l’AT
distingue tra aspetti funzionali e strutturali della personalità.
Quindi anche per quanto concerne le procedure e le tecniche adoperate in
Analisi Transazionale si fa una distinzione tra gli interventi che sono
caratteristici del counselling e quelli rivolti alla ristrutturazione della
personalità. I primi sono mirati all’attivazione delle capacità
adulte al fine di operare scelte e adottare comportamenti adeguati al momento
attuale. Nel lavoro sul profondo le procedure sono più articolate.
Spesso si utilizza la regressione e con tecniche di ispirazione gestaltica
si dà vita agli Stati dell’Io Bambino e Genitore per recuperare
energie represse che una volta attivate possano indurre processi ridecisionali.
Anche nel counselling è possibile favorire la ridecisione utilizzando
in questo caso interventi calati nel qui e ora.
Essenzialmente il counselling è
uno spazio di ascolto e acquista pregnanza se l’operatore può offrire
una concezione di vita e una visione del mondo. Gran parte del malessere
non proviene da patologia, ma è esistenziale e le persone che soffrono,
oltre alla cura del sintomo, chiedono risposte al significato del loro
esistere e alla domanda angosciante: " Chi sono". Ecco perché sono
convinto che un punto importante della formazione di chiunque si proponga
come operatore nella relazione di aiuto, così come nella psicoterapia,
sia anche il suo sviluppo personale e non soltanto l’apprendimento di mere
tecniche operative. La Gestalt forse più che ogni altra psicoterapia
di tradizione clinica si è avvicinata alla cultura filosofica orientale
e molte delle sue metodologie sono ispirate alla pratica meditativa. D’altro
lato l’AT perseguendo l’obiettivo della realizzazione dei propri potenziali
non è lontana dalla concezione gestaltica e aggiunge una metodologia
clinica più serrata e mirata al problema, sicché i due approcci
integrandosi a vicenda offrono uno strumento di intervento particolarmente
efficace.
Voglio dire qualcosa sulle prospettive
del counselling che oggi a mio parere vanno ben al di là dell’attività
rivolta alla relazione di aiuto per la soluzione di problematiche che riguardano
individui, coppie e famiglie. Innanzi tutto il counselling è una
modalità e una qualità di intervento che in alcuni momenti
rientra nella stessa attività psicoterapeutica. Ritengo che lo pratichiamo
ogni qualvolta assumiamo un atteggiamento educazionale. Come terapeuti,
insegnamo valori, suggeriamo comportamenti, sollecitiamo un cambio di attitudine,
ci proponiamo come modelli e queste forme di intervento rientrano anche
nelle competenze del counsellor.
D’altro lato emergono nuovi settori d’intervento.
Mi riferisco ai grandi gruppi sociali e al lavoro nella scuola. Gli insegnanti
vivono una forte crisi di ruolo e uno stato di avvilimento professionale.
Sono legati a programmi da svolgere e si sentono lontani dal mondo dei
loro studenti. Non li capiscono, non riescono a interessarli e d’altra
parte gli studenti si sentono obbligati ad impegni per i quali spesso non
provano alcun interesse. Per effetto delle emigrazioni di massa vengono
ad incontrarsi etnie diverse e si scontrano culture ed interessi economici.
Si polarizzano gli invasori da un lato e coloro che subiscono l’estraneo
dall’altro. Nelle nostre città aumentano i fenomeni di isolamento.
La gente si incontra poco e comunica soprattutto nei modi formali delle
convenienze sociali o per reclamare diritti lesi. Le famiglie sono sempre
più chiuse e la violenza e la sopraffazione crea paura che produce
ulteriore ritiro. Il terapeuta e il counsellor sono invitati ad uscire
dal loro studio e ad agire sul campo. Quando si tratta con i grandi gruppi
sociali cambia la tecnica di intervento e il tipo di relazione che si instaura.
Si affievoliscono il distacco e la neutralità e la relazione diventa
più autentica, con maggiore coinvolgimento e partecipazione. C’è
grande spazio per il counsellor nell’azione psicosociale e per questo compito
è necessario portare valori nuovi sulla comunicazione e sulle relazioni
umane. Come gestaltisti ne abbiamo la cultura e sia la Gestalt che l’AT
hanno già inventato tecniche e metodologie con le quali è
possibile trattare i grandi gruppi. In Analisi Transazionale si parla di
spontaneità, intimità e consapevolezza come fattori che producono
autonomia. In Gestalt viene favorita l’attitudine alla trasparenza. Mostrarsi
all’altro fa cadere le barriere. Un rapporto spontaneo toglie le maschere,
si riducono i sospetti e i rifiuti per le differenze. Poter parlare di
noi stessi in maniera aperta e sincera senza la paura della critica e del
giudizio è stato forse lo strumento centrale di ogni psicoterapia.
Il counsellor addestrato secondo questa cultura può lavorare con
gruppi sociali sempre più estesi. Alla cultura della diversità
può subentrare la cultura dell’accettazione.