"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 82 - 85, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
La mediazione familiare è un intervento
specializzato di counselling che sta conoscendo oggi in Europa una notevole
espansione.
In apertura del mio intervento dirò
qualcosa su che cos’è la mediazione familiare, anche per togliere
di mezzo alcuni equivoci che questo termine può generare, e cercherò
poi di presentare una proposta di modello integrato di mediazione relazionale
e gestaltica.
La mediazione familiare è una
metodologia di aiuto alla coppia in un momento particolare del ciclo vitale
della famiglia, cioè in un momento di crisi. Essa può essere
utilizzata nei vari momenti del processo di crisi: nella fase della presa
di decisione (se separarsi o meno), nella fase legale della separazione,
nella fase post-sentenza, durante il lungo processo di elaborazione psicologia
del "lutto", in occasione della revisione dell’affidamento dei figli: comunque
l’intervento di mediazione familiare è strettamente collegato con
la decisione della separazione.
Essa offre alla coppia un contesto strutturato,
con la presenza di un terzo elemento neutrale, "il mediatore", atto a favorire
le potenzialità evolutive della crisi e del conflitto, anche in
funzione dello sviluppo e della maturazione dei figli, rendendo i genitori
protagonisti delle decisioni che riguardano la relazione affettiva ed educativa
con i figli. Elemento centrale di ogni mediazione è quindi l’assunzione
o la riassunzione della responsabilità genitoriale da parte della
coppia ed il rifiuto della delega ad un terzo, sia esso un giudice o un
consulente.
La mediazione riapre uno spazio comunicativo
all’interno della coppia separata, permettendo di ridefinire confini e
relazioni e quindi di raggiungere accordi che siano fondati, stabili il
più possibile nel tempo perché nati da una consapevolezza;
spesso accade, invece, che gli accordi legali siano generici e superficiali
o, in caso di elevata litigiosità, siano delegati dalla coppia ad
un terzo esterno, cioè ad un giudice, che si assume, utilizzando
strumenti talvolta non adeguati, la responsabilità decisionale che
di fatto spetterebbe ai genitori.
La mediazione è nata negli USA;
inizialmente si parlava di mediazione per le controversie di lavoro, nel
periodo della prima guerra mondiale, poi il concetto si è molto
esteso, allargandosi alla mediazione familiare; questo intervento è
nato come reazione al modo in cui venivano affrontate nella cultura legale
americana le separazioni ed i divorzi, esasperando cioè la conflittualità
e la competizione. Nella coppia ci doveva sempre essere un vincitore e
un vinto, gli avvocati, per motivi economici, si occupavano soprattutto
di far raggiungere quel certo "oggetto" del contendere, non si occupavano
né dei membri della coppia (il vissuto psicologico, la sofferenza
e il dolore che la rottura del legame comporta, non veniva affrontato),
né dell’interesse dei figli minori. Un gruppo di avvocati e di terapeuti,
che avevano subito sulla propria pelle separazioni molto drammatiche per
sé e per i propri figli, nel corso degli anni ’70, crearono la mediazione
familiare: cito in particolare due personaggi, che sono un po’ i padri
della mediazione familiare, Kubler (avvocato, il primo che mette a punto
un modello di mediazione strutturata) e Haynes (terapeuta sistemico-relazionale
che dà una veste di tipo terapeutico a questo intervento). Dall’America
la mediazione si è diffusa prima in Canada, poi dal Canada in Francia
e quindi in Europa. In Italia, nel corso degli anni ’80-’90 ci sono state
grosse trasformazioni nella legislazione sulla famiglia ed ora sono allo
studio delle Commissioni parlamentari una serie di progetti di legge che
prevedono la possibilità/necessità dell’istituzione del mediatore
familiare in ogni causa di separazione e divorzio. Il dibattito è
molto acceso, soprattutto intorno al problema della libertà dell’intervento:
la mediazione necessita, come tutti gli interventi di consulenza psicologica,
di motivazione e di libera scelta; fino ad ora la coppia che va in mediazione
sceglie di intraprendere questa strada spontaneamente, ed è una
coppia che di solito non presenta gravi patologie dal punto di vista relazionale.
Là dove ci sono problemi più gravi, ad esempio violenze ed
abusi sessuali, non si può ricorrere ad un intervento di mediazione;
in quel caso il giudice ordinario o il giudice del Tribunale dei minori
ha una importante funzione di contenimento emotivo, di limite, di protezione
degli elementi più deboli e dei minori.
Quasi tutti i progetti di legge presentati
in Parlamento negli ultimi anni, che cercano di istituzionalizzare la figura
del mediatore, rendono la mediazione un intervento obbligatorio per qualunque
coppia con figli intenda separarsi, ed il pericolo è che la coppia
perda, in questo modo, la spinta a lavorare davvero sul proprio ruolo genitoriale.
La mediazione familiare è un intervento
che si distingue da una terapia perché è un intervento strutturato
e delimitato temporalmente, in cui il mediatore gioca un ruolo più
direttivo di un terapeuta ed in cui è fondamentale "l’aderenza al
contesto": mentre in una consulenza o in una terapia si lavora con le emozioni,
con i problemi che emergono e quindi il percorso è un percorso aperto,
in cui si inizia da un punto e poi non sappiamo dove arriviamo, la mediazione
è un processo che deve rimanere aderente ad un contesto, cioè
la separazione della coniugalità dalla genitorialità, ed
ha una finalità precisa che è arrivare al raggiungimento
degli accordi tra genitori.
Anche a questo proposito ci sono molte
interpretazioni e vari modelli teorici di mediazione: c’è chi dice
che il mediatore si deve occupare soltanto dei problemi legati all’affidamento
dei figli (mediazione parziale), c’è chi invece sostiene,
ed io lo condivido, che la mediazione è un processo complesso che
deve riguardare tutte le questioni che hanno un significato rilevante nella
conflittualità della coppia (mediazione globale): anche la
casa o il denaro sono elementi che possono avere un rilevante significato,
reale ma anche simbolico, e quindi devono essere trattati, in questo senso,
da un mediatore.
Nel momento in cui la coppia è
in crisi, intende separarsi o è già divisa, e si rivolge
ad un operatore per un aiuto, il mediatore ha davanti a sé, semplificando
molto, due possibili percorsi che rimandano a diversi modelli teorici:
a) un primo percorso che chiamerò di "controllo-adattamento" e b)
un secondo percorso che chiamerò di "responsabilità-appartenenza".
Il primo percorso è la mediazione
di tipo negoziale (all’americana), in cui si parte dal sintomo della coppia,
che è la difficoltà di comunicazione e l’impossibilità
di arrivare da soli ad un accordo, si lavora sul sintomo con tecniche di
tipo cognitivo, razionale, di problem-solving, di negoziazione, per arrivare
poi a degli accordi. In questo modo si sceglie di lavorare solo sul "sintomo"
separazione coniugale mirando all’adattamento sociale, all’interno del
quale si cerca di tenere a bada gli "aspetti irrazionali" ricercando soluzioni
razionali che partono da una ristrutturazione della mappa cognitiva dei
genitori.
Con alcune coppie può essere utile
lavorare con una tecnica solo di negoziazione.
Il secondo percorso è la cosiddetta
"mediazione terapeutica" (questo modello può interessare più
direttamente il counselling).
In questo contesto l’approccio che propongo
è quello di una mediazione in cui si parte dalla consapevolezza
delle emozioni che la separazione, la rottura del legame, la frattura,
il divorzio, hanno provocato; quindi si parte dai sentimenti di fallimento,
di disistima, dalla rabbia, dal rancore e dal dolore conseguenti alla rottura
della comunione/identità di coppia, che devono essere espressi ed
elaborati contestualmente all’interno del setting della mediazione, anche
attraverso il recupero e l’autoconsapevolezza di alcuni temi-chiave (miti
ecc.) della propria storia familiare, di come essi si sono intrecciati
con quelli dell’altro, di come essi spesso costituiscono l’elemento di
blocco e di conflitto nella relazione con l’altro: solo un percorso in
questa direzione permetterà la reale assunzione di responsabilità
verso i figli, mantenendo la continuità genitoriale, da tutti gli
approcci teorici auspicata, ma che resta un’utopia se non si lavora sulle
emozioni, sulla paura del distacco e sulla propria appartenenza familiare.
Durante il processo di mediazione si
passa, cioè, da un momento di ESPRESSIONE delle emozioni da parte
della coppia in un contesto protetto, con la presenza comunque di un terzo
neutrale che in ogni caso ha la possibilità di riformulare le questioni
e di lavorare sulle emozioni sempre contestualmente, a un momento di COMPRENSIONE
reciproca più profonda di che cosa c’è dietro questo blocco
comunicativo, di quali sono gli elementi che appartengono alla storia passata,
al vissuto individuale dei coniugi che hanno causato questo blocco, quali
sono i temi-chiave, i nodi, che a partire dalla storia con la propria famiglia
d’origine, hanno portato a quel tipo specifico di difficoltà e di
emozione.
Per comprendere è necessario ascoltarsi
ed ascoltare, momento fondamentale in una certa fase della mediazione,
è necessario passare cioè dal momento rivendicativo alla
comprensione delle reciproche preoccupazioni. Infine si arriva ad una fase
di condivisione di problemi che si possono affrontare, questa volta, insieme:
l’obiettivo, prima di arrivare agli accordi, è quello di passare
per una "riformulazione condivisa" dei problemi .
Lavorare come mediatori/counsellor significa
quindi, per me, tenere conto della necessità che siano i genitori
a riassumersi una responsabilità genitoriale, tenere conto che mediare
significa lavorare con le emozioni, permetterne un’espressione protetta
per poter arrivare ad un momento di comprensione condivisa, ad una riformulazione
dei problemi, a degli accordi realmente condivisi da entrambi.
"Separare la genitorialità dalla
coniugalità", "non più coniugi, per sempre genitori": questi
sono slogan molto usati; ma, a mio parere, se non si lavora con le emozioni
è impossibile arrivare davvero a questo, resta un’utopia separare
questi aspetti proprio perché la ferita, la rottura del legame è
un elemento di grande sofferenza che necessita di essere compresa e riparata.
Io personalmente ho avuto come mediatrice
una formazione di tipo relazionale-sistemico, anche perché in Italia,
e in Europa, sono soprattutto i relazionali che si occupano di mediazione
e di famiglia; la mia ricerca sta attualmente muovendosi nella direzione
di una possibile integrazione, che ho in parte esposto, tra l’approccio
gestaltico e quello relazionale.
Concludo il mio intervento proponendo,
a chiunque sia interessato, di lavorare all’interno dell’ AICO in questa
direzione, scambiando idee, esperienze e cercando di mettere a punto una
metodologia nuova nel campo della mediazione familiare, che sarà
senza dubbio uno dei nuovi settori di espansione degli interventi di counselling.
Bibliografia
1. R. Ardone, S. Mazzoni, La mediazione
familiare. Milano, Giuffrè, 1994.
2. J.M. Haynes, I. Buzzi, Introduzione
alla mediazione familiare. Principi fondamentali e sue applicazioni,
Milano, Giuffrè, 1996.
3. M. Malagoli Togliatti, G. Montinari,
Famiglie divise, Milano, Angeli, 1995.
4. C. Bogliolo, A.M. Bacherini, Bambini
divorziati. Dalla crisi di coppia alla mediazione familiare, Tirrenia,
Edizioni del Cerro, 1996.
6. R. Emery, Il divorzio. Rinegoziare
le relazioni familiari, Milano, Angeli, 1998.