"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 94 - 97, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
Ieri mattina Paolo Quattrini ha introdotto
questo convegno sul counselling usando il termine di counselling come sinonimo
di "relazione d’aiuto".
Considerando la relazione d’aiuto non
possiamo non considerare il counselling all’interno del mondo sanitario.
Dalla mia personale esperienza di lavoro con gli operatori sanitari devo
dire però che questa applicazione, il portare il counselling all’interno
del mondo sanitario, pone delle problematiche. Al tempo stesso è
qualcosa di estremamente interessante perché ci dà l’opportunità
di operare una riflessione forse ancora più profonda su che cosa
sia realmente la relazione d’aiuto e che cosa significhi di fatto aiutare.
Ho una sufficiente esperienza per dire
che il mondo sanitario in questo momento storico non gode per niente di
buona salute; è, cioè, una situazione, un contesto professionale
estremamente difficile, che presenta molte problematiche, nel quale gli
operatori non stanno per niente bene.
C’è un elevato grado di turn-over:
spesso gli operatori vengono spostati da un reparto all’altro, oppure addirittura
se ne vanno.
C’è un elevato grado di burn
out (una sindrome da esaurimento psicofisico legata ad una ipersollecitazione
emotiva) e ci sono vari segnali di forte disagio da parte degli operatori.
Infine tutti noi conosciamo il termine
di "malasanità" con tutto quello che ci sta dentro. All’interno
del contesto sanitario il cliente stesso non è il più delle
volte soddisfatto dei servizi sanitari. Uso il termine cliente perché,
nella logica della sanità, il paziente in questo momento storico
è stato portato al ruolo di cliente.
Di fatto il mondo sanitario soffre e
questo tipo di situazione è sicuramente un terreno particolare che
deve essere assolutamente considerato da chi si occupa di formazione al
counselling in ambito sanitario. Tutto questo mi fa pensare che il counselling
sia realmente un’opportunità indispensabile per il mondo sanitario.
Ho quasi l’impressione che il counselling sia veramente terapeutico per
il mondo sanitario, cioè ne ha estremamente bisogno. I motivi di
questo bisogno sono diversi.
Sostanzialmente credo che il counselling
sia applicabile al mondo sanitario in tre dimensioni, in tre situazioni
o per tre tipi di operatori.
Innanzitutto per gli operatori che hanno
un diretto contatto con il paziente: medici e infermieri. In quale
senso il counselling può aiutare i medici e gli infermieri nella
loro relazione professionale con il paziente? Con la conoscenza del counselling
e delle abilità di counselling, diventa più visibile il mondo
interno del paziente. Per certi versi il counselling è una specializzazione
della conoscenza del mondo interno dell’individuo. Tipicamente nella cultura
sanitaria non c’è molto spazio per questo: i medici leggono le emozioni
disturbanti come sintomi e non come espressione del mondo interno. Il counselling
offre un’opportunità fondamentale per la gestione degli stati emotivi
per l’operatore sanitario, sia medico che infermiere. Il counselling può
aiutare anche nel comunicare una diagnosi, nel come comunicarla. Sembra
una cosa banale, scontata, semplice. In realtà sono documentate
patologie che nascono da trauma psicologico legato alla comunicazione della
diagnosi. Quindi è una faccenda molto più interessante e
complessa di quello che può sembrare a prima vista. Il counselling
può aiutare medici e infermieri anche nella relazione tra di loro,
cioè indicare cosa significa realmente stare all’interno di un gruppo,
stare all’interno di un’équipe. Da questo punto di vista il counselling
offre veramente opportunità precise, concrete. Tutto il personale
che è in rapporto con il paziente può sicuramente trovare
beneficio per la propria professione, sia nella funzione di soddisfare
maggiormente il paziente sia per avere qualcosa di vantaggioso per se stessi,
perché anche la gestione delle proprie emozioni non è per
niente semplice in ambito professionale. Questo vale per l’ambito sanitario
ma non solo. Anche nella scuola, nelle aziende e così via. Le abilità
di counselling oltre che aiutare l’operatore sanitario nella gestione del
mondo interno del paziente possono aiutarlo nella gestione del mondo interno
personale. Tutto questo riguarda gli operatori che hanno un rapporto diretto
con il cliente o paziente.
Poi c’è l’area dirigenziale:
capi sala e personale delle direzioni sanitarie; e qui rientra il discorso
legato alla gestione di un gruppo. Come si fa a gestire un gruppo? Come
si fa veramente a coordinare un’équipe? Come si fa a gestire i conflitti?
Come si fa a comunicare delle domande?
È un’area che sicuramente il counselling
può coprire con le proprie competenze.
Infine c’è tutto il gruppo di
operatori sanitari chiamato front office , cioè a diretto
contatto con il cliente esterno: sportellisti, centralinisti, etc. È
una fascia di operatori che in qualche modo fanno da intermediari fra la
richiesta d’aiuto e il soddisfacimento del bisogno: ed è noto che
spesso, in questa linea, nascono delle insoddisfazioni. Tutti noi abbiamo
avuto esperienza con il mondo sanitario. Quando ci rivolgiamo a una struttura
sanitaria come minimo stiamo male personalmente o siamo preoccupati per
qualcun altro che sta male, un nostro caro o un nostro parente. Ed è
chiaro come il primo contatto sia estremamente importante, e come sia importante
il modo in cui veniamo trattati come clienti.
Ecco quindi che le applicazioni secondo
me più immediate del counselling in sanità sono:
• operatori in diretto contatto con il
paziente
come medici e infermieri
• area dirigenziale
• operatori "front office".
Volete sapere la cosa bella di tutto
questo? La cosa bella è che per certi versi sto dicendo cose scontate.
Tutto questo è già scritto nei libri da sempre: che i medici
devono ascoltare il paziente lo sanno da sempre; che gli infermieri devono
stare attenti ai bisogni dei pazienti lo sanno da sempre; che il cliente
va trattato bene lo sappiamo tutti da sempre… Però, l’aspetto interessante
che noto per esperienza è che nessuno lo sa fare o, comunque,
la maggior parte delle persone non lo sa fare.
Come mai? Come mai queste cose di cui
parliamo in questo contesto di counselling esistono più o meno nella
cultura dominante ma nell’applicazione pratica è così difficile
riconoscerle, agirle, è così difficile metterle in pratica?
Ho fatto una riflessione. Non è a caso che tutte queste abilità
abbiano così difficoltà ad essere inserite ed applicate nel
contesto sanitario. Mi ricollego ancora a quello che diceva ieri mattina
Paolo Quattrini quando ha parlato del counselling come sinonimo di relazione
d’aiuto. Ha parlato anche di aiuto attraverso la relazione.
Questo è un primo punto problematico
perché nel mondo sanitario l’aiuto non è attraverso la relazione
ma attraverso un’azione, un atto. Il medico non cura parlando, non
cura stando in relazione ma lo fa in due modi: o tramite la somministrazione
di farmaci oppure agendo chirurgicamente. Infatti la facoltà in
cui un medico si forma si chiama Medicina e Chirurgia. Le malattie sono
di ordine medico o chirurgico: o si trattano con farmaci oppure intervengo
chirurgicamente. È un atto, un’azione e non una relazione.
Questo crea una logica, una forma mentis
completamente diversa da quella che è centrata sulla relazione,
sull’aiuto attraverso la relazione. È un grande problema perché
è un problema di impostazione. Un altro problema consiste nel fatto
che per tutta una serie di motivi, per come si è sviluppata la medicina,
lo studio e la ricerca hanno ruotato intorno alla patologia e alla patologia
d’organo, mandando nello sfondo la visione d’insieme e soprattutto l’individuo
in quanto tale. Attualmente si parla spesso di visione olistica ma, di
fatto, siamo figli di una cultura sanitaria centrata sull’organo.
Resta, quindi, un approccio organocentrico
e non antropocentrico, cioè il medico guarda la malattia, guarda
l’organo. Ha estrema difficoltà a considerare nel suo insieme la
persona.
Può sembrare che stia facendo
delle critiche, ma mi sento molto sereno in questo perché le faccio
dall’interno, nel senso che ho una formazione medica e quindi questo tipo
di giudizio l’ho vissuto sulla mia pelle per primo.
E, non credo di sbagliare in questo;
credo che sia ragionevole anche questa prospettiva perché, al di
là della visione olistica, io vorrei vedere se uno di noi ha un
incidente in macchina e ha una frattura esposta, vorrei vedere chi si arrabbia
con quel medico che si occupa della sua gamba!
In certe situazioni è ragionevole
occuparsi della gamba con una frattura esposta oppure della pancia per
una peritonite acuta. A volte la prospettiva organocentrica è la
più ragionevole anche se questo crea, a volte, delle problematiche,
visto che è una forma mentis poco allineata con quella più
relazionale, più antropocentrica.
È necessario anche sottolineare
che il mondo sanitario è figlio della cultura medica, cioè
la formazione che viene fatta agli operatori sanitari è influenzata
dalla cultura medica e questo lo sanno benissimo gli infermieri che in
questi ultimi anni stanno lottando con i denti per raggiungere una loro
autonomia professionale. Fino a qualche anno fa gli infermieri erano formati
dai medici ed era ovvio che gli infermieri risentissero di questa cultura.
Un’altra problematica molto viva nel
contesto sanitario è legata all’aziendalizzazione delle strutture,
che in questi ultimi anni ha spostato l’attenzione ai termini di budget
e di problematiche commerciali, scostandosi sempre più dalla prospettiva
legata alla persona, alla relazione.
Voglio ora sottolineare che, quando parliamo
di counselling, intendiamo per counselling qualche cosa in cui al centro
c’è la relazione e in cui l’altro è un soggetto, non è
un oggetto o un organo; è inoltre una pratica in cui l’operatore
stesso per primo deve essere consapevole di sé, deve fare un lavoro
su se stesso, deve mettersi in gioco. Ci rendiamo conto che siamo agli
antipodi di quella che è la cultura medica sanitaria. Questo è
un grande problema anche se è al tempo stesso interessante.
Ieri Sergio Mazzei diceva: "Io diffido
di chi spaccia verità assolute" e sono d’accordo. In questo
senso c’è un problema. Se cominciamo a chiederci qual è veramente
l’aiuto, è qui che ci troviamo veramente in difficoltà. Cos’è
a questo punto veramente l’aiuto? È qualcosa in cui c’è la
"relazione" al centro, o in cui c’è un "atto" terapeutico?
Parlare di counselling nel mondo sanitario
ci dà la possibilità di scorgere con una visione più
distaccata una sorta di polarità: probabilmente l’aiuto è
un qualche cosa di molto complesso, molto ampio, che sta comunque all’interno
di due estremi.
Da un lato c’è l’aspetto più
legato alla relazione e quindi l’aiuto attraverso la relazione.
Dall’altro lato c’è l’aiuto attraverso un atto, attraverso
un’azione. L’aiuto è un qualche cosa posto tra questi due estremi
in cui da un lato c’è un approccio principalmente umanistico; dall’altro
lato c’è un approccio piuttosto di tipo biologico, estendendo queste
due dimensioni alla psiche e alla mente. Insomma collocare il counselling
nel mondo sanitario ci porta di fronte a questa opportunità, quella
cioè di chiederci veramente che cosa sia l’aiuto e di scorgere una
prospettiva più ampia di quello che è l’aiuto.
È molto facile entrare nella contrapposizione,
contrapposizione che io conosco molto bene nella mia esperienza personale.
Come medico mi sembrava che la cultura medica mancasse di un pezzo. Allora
cosa ho fatto? Mi sono formato negli ambienti psicologici e qui ho sentito
criticare i medici. Ma questo non lo accettavo, mi offendeva in quanto
medico. Poi sono ritornato negli ambienti medici e questi a loro volta
criticavano gli psicologi…
Il rischio consiste nel cadere nel pensiero
"io sono il depositario della forma di aiuto vero". A questo proposito
mi torna in mente il termine "sciamano" che usava ieri Paolo Quattrini,
come dire qualcosa di veramente più ampio.
Chiudo sottolineando che il
counselling è, secondo me, qualcosa di eccezionale, che dà la
possibilità di trasmettere una dignità, una competenza e una
professionalità in merito a tutto quello che è l’aspetto relazionale
delle forme di aiuto. In questo senso, chi opera nella formazione al counselling
nel mondo sanitario dovrebbe, in qualche modo, accettare che c’è questa
polarità e dovrebbe accettare che questa dimensione relazionale vada
a completamento di una logica e di una prospettiva più scientifica,
senza cadere nella trappola della contrapposizione.