"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 98 - 101, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
Ogni contesto è un contesto dinamico
anche se spesso amiamo immaginarlo come una fotografia, un’istantanea che
lo rappresenti statico almeno per un istante per meglio riflettere
sulle sue componenti e sulle caratteristiche delle loro relazioni. La visione
statica favorisce una proiezione verso il futuro accompagnata da maggior
senso di sicurezza. Soprattutto per alcuni temi, questa illusione non
dura solo un istante: creiamo nella nostra mente una sospensione duratura,
un’epochè che, distraendoci da alcuni specifici aspetti del contesto,
sembra consentirci una miglior gestione del mondo emozionale e delle risorse.
Mi riferisco, ad esempio, alla vita di coppia dove siamo molto poco attenti
al quotidiano, alle sue continue variazioni: nostre, del partner e della
relazione nel suo insieme.
L’essere immersi in un processo, in un
cambiamento senza soluzione di continuità, emerge però ineluttabilmente
quando, attraverso infiniti microcambiamenti parziali e le loro combinazioni
e ricombinazioni, l’insieme giunge ad un punto di saturazione aprendo
una crisi evidente o, come a volte si dice, epocale. Di fatto qualsiasi
evoluzione di un insieme, che si tratti di una società, di una cultura
o di una comunità, si fonda sul cambiamento delle singole parti,
delle singole persone e delle loro relazioni interpersonali e con l’ambiente
naturale, anch’esso in continuo mutamento.
Stiamo attraversando un periodo storicamente
caratterizzato da profondi mutamenti. Nel secolo ventesimo è radicalmente
cambiata la struttura della famiglia: da patriarcale a nucleare, a polinucleare;
è cambiata la composizione della comunità, oggi luogo di
incontro di etnie e culture sempre più differenti; l’informatica
ha modificato il modo di comunicare e di acquisire conoscenze influendo
sui comportamenti individuali e collettivi e soprattutto sul modo di relazionarsi
tra individui e all’interno dei gruppi familiari, scolastici, lavorativi
e sociali sia a livello locale che internazionale. Non si è formata
ancora, tuttavia, una cultura adeguata diffusa ed omogenea, né si
intravedono movimenti sociali in grado di accompagnare e sostenere questo
cambiamento. Abbiamo, da una parte, un vuoto culturale aggravato da uno
scarso numero di contatti e di relazioni umane significative e, dall’altra,
un cambiamento accelerato che richiede, a livello personale e a livello
comunitario, di essere elaborato ed assimilato per integrare velocemente
realtà differenti e lontane tra loro.
Come mediare la "distanza emozionale"
fra persone in un contesto che mostra falsamente di averle avvicinate?
Come offrire sostegno per una elaborazione ed assimilazione degli eventi
che stimoli la creatività e mantenga integra la soggettività
degli individui?
Il counselling si inserisce in questa
realtà come un contesto di ricerca e una risorsa per il sostegno
allo sviluppo di bisogni emergenti negli individui e nella comunità.
Un numero sempre maggiore di persone
si trova oggi, infatti, in situazioni che non possono essere definite di
"malattia" (definizione che nella Gestalt therapy si tende comunque a sostituire
con il termine "malessere"), ma in situazioni di "crisi" intese come momenti
di saturazione, momenti di rottura di macroequilibri, momenti di cambiamento
dell’esistente alla ricerca di condizioni esistenziali nuove.
Spesso, di fronte ad una crisi, le persone
non si rendono conto delle risorse interne ed ambientali utilizzabili nell’evenienza
e si sentono invece paralizzate, vittime degli eventi e prive di qualsiasi
riferimento nella ricerca di un valido sostegno. I rapidi cambiamenti intercorsi
non permettono più di far conto, per essere compresi ed aiutati
a trovare la propria strada, sulla saggezza degli anziani e sull’intimità
e la fiducia verso alcune figure nell’ambito familiare o comunitario.
È così che il counselling
si presenta oggi come una adeguata forma di aiuto che, all’interno del
personale processo evolutivo, sostiene la persona nel vedere più
chiaro dentro sé stessa, nello scoprire e nello sviluppare risorse
latenti in funzione di un problema o progetto specifico idoneo a fronteggiare
la realtà migliorando le relazioni interpersonali e la qualità
della vita.
Il counsellor non offre soluzioni dall’esterno,
ma, attraverso una relazione basata sulla reciproca fiducia, aiuta la persona
ad orientarsi nel proprio mondo interno favorendone l’autostima e il senso
di personale potere inteso come possibilità di affrontare, risolvere
e indirizzare la propria vita sia attraverso scelte consapevoli che attraverso
l’assumersi la responsabilità delle loro conseguenze.
Nel concetto di "relazione d’aiuto" è
compresa ogni tipo di relazione che abbia per obiettivo aiutare l’altro,
dall’insegnamento alla psicoterapia, passando per ogni lavoro a contatto
con il pubblico come ad esempio l’attività di infermieri e medici.
La pratica del counselling, però, distinguendosi della pratica
della psicoterapia, comporta un aiuto non indirizzato alla psicopatologia,
cioè non orientato alla risoluzione di sintomi che, per definizione,
sono la connotazione della patologia. La parola "counselling" è
da intendersi come sostegno-aiuto attraverso la relazione; la relazione
fra operatore e cliente è intesa, cioè, come paradigma relazionale
la cui qualità funziona da modello per le altre relazioni. In armonia
con l’esperienza maturata negli anni sul campo, alla parola counselling
possiamo dare il significato di aiutare ad aiutarsi attraverso la relazione
(Palmer
et
alii, 1996).
Questa espressione vuol sottolineare
che il counsellor non è colui che detiene la conoscenza intesa come
potere sul cliente, quanto colui che occupa, all’interno della relazione,
una posizione tale che gli consente un punto di vista diverso il quale
permette al counsellor di evidenziare possibilità "altre" aprendo
la strada alla creatività e alla scelta. Questo punto di vista si
fonda, tra l’altro, su una professionalità relata alla capacità
di stare emotivamente con la persona empaticamente piuttosto che identificandosi.
La conoscenza del counsellor e quella del cliente hanno entrambe la loro
validità, ed è solo perché il cliente chiede l’intervento
del counsellor che questo può proporre punti di vista diversi, allo
scopo di facilitare cambiamenti su richiesta del cliente. Se il cliente
non accoglie i punti di vista diversi, non significa che sbaglia; egli
ha il diritto-dovere di scegliere; essersi confrontato con diverse possibilità
avrà reso più ricca la sua esperienza e più fondata
la sua scelta. È da tenere presente, inoltre, che anche il rifiuto,
come sottolinea R. Carkhuff (1987) è, in una certa misura, una capacità
da acquisire e sviluppare nel tempo. Naturalmente anche il counsellor ha
il diritto di mantenere i suoi punti di vista e di valutare le reali possibilità
di intervento nella specifica situazione e date le condizioni poste dal
cliente.
Il counsellor, in quanto professionista
pagato dal cliente, ha voce in capitolo nella vita di quest’ultimo solo
nei termini da lui richiesti. Può fornire opinioni su richiesta,
ma si ritiene scorretto, da un punto di vista deontologico, fornire consigli,
anche se richiesti. A noi appare abbastanza chiara la differenza fra opinione
e consiglio, ma forse vale la pena esplicitarla: la prima è semplicemente
un punto di vista "altro", il secondo ha implicito in sé un giudizio
di valore quale "ciò che è meglio fare", quando non addirittura
"il giusto", "il vero".
La relazione cliente-counsellor, in quanto
aiuto centrato sulla persona, richiede che il counsellor sia in grado di
accettare il mondo dei valori dell’altro e che, attraverso l’uso dell’empatia
(che potremmo definire paradossalmente: mettersi nei panni dell’altro sapendo
restare nei propri), possa intravedere ciò che il cliente non riesce
a vedere di sé e del suo mondo interno ed esterno. È
in
questo modo che si può aiutare l’altro ad avere una più ampia
visione senza dover abbandonare valori personali, una visione che dà
spazio alla creatività in relazione a una specifica situazione nella
quale si ricerca un maggiore e diverso benessere, anziché muoversi
secondo automatismi caratteriali disfunzionali.
La creatività è, infatti,
da intendersi come la più significativa capacità che l’essere
umano ha per aiutarsi e, in quanto caratteristica naturale, è potenzialmente
disponibile in ciascun essere umano. Lo scopo del counselling non è
quello di facilitare la persona a sviluppare la creatività dell’artista
o di colui che fa di quest’arte un mestiere, quanto di attualizzare quelle
abilità creative che portano a soluzioni "nuove", creative appunto,
e soddisfacenti per la persona nei problemi della sua vita quotidiana.
E ciò può avvenire solo se si riattiva il dialogo interno
nella persona, dialogo che è fonte ed elemento indispensabile per
il cambiamento.
Per "aiutare attraverso la relazione"
il counsellor deve imparare ad essere in relazione, imparare a stare nel
campo, come inteso da Levin (1991), dove si trova il cliente, oppure usando
un’espressione di Bateson (1976) "stare sotto lo stesso orizzonte degli
eventi", cioè partecipare all’esperienza dell’altro.
Il counsellor è un facilitatore
della comunicazione, interpersonale e/o intrapsichica: è suo compito
aiutare le parti in causa a capirsi cognitivamente, a riconoscersi a vicenda
sul piano emozionale, a scoprire modalità di dare forma alle molteplici
istanze intrapsichiche affinché diventino un ponte d’interazione
col mondo esterno e materiale, e di scambio nella relazione. Il processo
di aiuto, come inteso in questo contesto, è un processo nel quale
si insegna a comunicare con se stessi e con gli altri. Il counselling,
inteso come educazione al dialogo, ha oggi senso e rilevanza all’interno
di ambiti di applicazione ampi e variegati, da quelli educazionali a quelli
sociali, a quelli sanitari.
Le difficoltà di una società
in rapida evoluzione sono relate anche al declino del mito dell’autorità;
oggi diversi professionisti, ad esempio, sono diventati per l’interlocutore
persone con ben poca credibilità carismatica, con l’esigenza,
quindi, di conquistarsi stima e fiducia nella specifica relazione spesso
caratterizzata da profonde differenze culturali, oltre che contestuali.
Sviluppare le proprie capacità comunicative e relazionali è
diventato di importanza centrale per tutti quei professionisti che lavorano
a contatto con il pubblico ricoprendo ruoli e funzioni che non sono più,
di per sé, garanti di "buona relazione", dal medico all’insegnante,
dal volontario al manager.
Corsi di formazione al counselling, cioè
corsi di addestramento alla relazione d’aiuto, sembrano essere oggi di
primaria necessità per diffondere strumenti di comunicazione flessibili
e funzionali, indispensabili per la nuova competenza relazionale richiesta
per un reale benessere individuale e collettivo in una società multidimensionale
e multietnica.
D’altro canto è di fondamentale
importanza che accanto alla formazione degli operatori si crei una cultura
che favorisca l’accesso al counselling, ad un aiuto che agevola il chiarimento
con se stessi attraverso il sostegno che nasce da una relazione autentica,
fondata sull’accettazione reciproca.
A tale scopo è indispensabile,
a nostro parere, proseguire e sostenere quella rivoluzione culturale, portata
avanti da Fritz Perls, il padre dalla Psicologia della Gestalt negli anni
’60, mirante ad evitare in ogni ambito l’uso del concetto di normalità.
È così possibile pensare all’intervento di sostegno come
un intervento in un certo senso artistico e al counsellor come un operatore
che affianca la persona nella ricerca del benessere personale, qualunque
esso sia e nei più diversi contesti. È in quest’ottica, che,
già da molto decenni, si è sviluppato il counselling nei
paesi di lingua inglese così come si va sviluppando attualmente
in Italia, sino a presentarsi oggi come una delle nuove professioni in
via di riconoscimento e la cui attività sta per essere disciplinata
dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e dalla Presidenza del
Consiglio dei Ministri.
Bibliografia
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comunicazione affettiva e il contatto umano, Centro Studi Kiklos, Trieste
1996.
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Dryden W. (cura di), Dizionario di Counselling, Sovera, Roma 1995.
7. Levin K., Principi di psicologia
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8. Mucchielli R., Apprendere
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9. Palmer S., Dainow S., Milner
P., Counselling-The BAC Counselling Reader, volume 1, Sage Publications,
Londra 1996.
10. Perls F., Hefferline R.F.,
Goodman P., La terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma 1971.
11. Quattrini G.P., Manuale
di Psicoterapia ad uso del paziente, in "Qui ed ora. Rivista di Gestalt"
n°0. Edizioni Mazzei, Cagliari 1991.
12. Scilligo P., Io-Tu.
ascoltare, rispondere, cambiare, Ed. IRPEF, Roma.