RAPPRESENTAZIONI DELLA MORTE IN OCCIDENTE

Giorgio Di Mola

Vicedirettore Scientifico della "Fondazione Floriani", Milano

"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 43, maggio agosto 2001, pagg. 2 - 7, Roma
 

Da quando Philippe Ariès, uno dei più grandi storici contemporanei, ha pubblicato il famoso saggio su "La storia della morte in Occidente dal medioevo ad oggi", chi si dedica ad approfondire argomenti relativi alla morte si trova a dover affrontare il problema dell’approccio più corretto al tema. Da una parte, data la prevalenza di indagini e riflessioni che riguardano la morte limitate alla civiltà occidentale, ci si chiede come affrontare un tema tanto vasto, inevitabilmente collegato al discorso sulla vita, senza confinarlo in un terreno troppo ristretto. Dall’altra ci si chiede quale possa essere l’utilizzo (o "utilità") del discorso sulla morte: perché parlare di morte?

La prima questione anche se non è propria della sola disciplina che studia la morte (la "tanatologia"), si pone qui con maggiore evidenza per le connotazioni particolari del tema, non solo per la quantità degli argomenti correlati, ma anche per le caratteristiche che fanno della morte un fatto misterioso, carico di valenze psicologiche e emotive, che si perdono nella notte delle eterne paure dell’uomo.

Uno degli ambiti riguarda le molteplici radici culturali alla base dei comportamenti e degli atti che l’umanità compie intorno al morire, alla morte, al morto. Una risposta al problema di un approccio metodologicamente soddisfacente al tema della morte può essere quindi identificare le radici differenti e le particolarità che distinguono le culture rispetto alla morte. Una delle domande alla quale si cerca di rispondere è, a questo proposito, cosa accomuna il nostro modo di morire di occidentali e lo differenzia da quello delle altre popolazioni? O, più limitatamente, cosa caratterizza l’approccio al morire delle popolazioni anglosassoni, rispetto a quelle del bacino del mediterraneo.

Per quanto riguarda la seconda questione, utilità o meno del discorso sulla morte, ci si può chiedere a che pro affrontare un argomento che potrebbe apportare immagini negative nella mente dell’individuo, quando addirittura non sconfinare nel macabro.

Saper affrontare con obiettivi precisi e positivi i temi intorno alla morte è la sfida che ha permesso lo sviluppo degli studi sulla morte di questi ultimi cinquant’anni. Studiare la morte, educare alla riflessione sulla fine della vita ed imparare da questa, significa non solo percorrere e visitare una delle zone più esplorate e allo stesso tempo più misteriose sul cammino dell’umanità, ma misurarsi anche con interdetti sociali e ostacoli psicologici. Significa disporsi allo studio di quell’immensa raccolta di gesti, parole, suoni, comportamenti, colori che fanno parte dell’universo del lutto, indispensabile per sopportare la morte e -all’apice della sua espressione– l’unico possibile nemico della morte, perché (come ha descritto bene Di Nola, quando parla di "morte trionfata") la ritualità relativa al lutto permette di ritornare alla vita , "trionfando" sulla morte.

Tutti questi aspetti riguardano quello che si può definire il discorso "sulla" morte, ma vi sono altri aspetti, che riguardano invece il parlare "di" morte: come il terreno filosofico, nel dibattito che anima chi sostiene la plausibilità del concetto di morte come scomparsa della persona, rispetto a chi vede la morte come fine biologica di funzioni essenziali per il mantenimento della vita, quello strettamente biologico, o quello pertinente l’anatomia patologica, volto a studiare i cambiamenti che avvengono nel cadavere.

Ci collegheremo dunque a questi aspetti per aprire il discorso sulla morte, iniziando dall’osservazione dei vari percorsi culturali che danno specificità alle diverse immagini della morte in occidente, passando attraverso i comportamenti rituali (lutto e cordoglio) e non (medicalizzazione della morte) a fronte di una morte imminente e di una morte avvenuta, per arrivare alle immagini della morte che caratterizzano la civiltà contemporanea e terminare con un’indicazione sui percorsi più comunemente seguiti da metodi di "death education".

Il concetto di morte

Per quanto riguarda la concezione della morte nel mondo occidentale, rispetto a quella dell’altro emisfero si possono indicare sinteticamente due caratteristiche: da una parte, oltre a cercare il senso del fine ultimo, si cerca di evitare l’identificazione con il morto attraverso i comportamenti del lutto, elaborati con atteggiamenti rituali e di disfarsi rapidamente del cadavere con la sepoltura. La cultura e le immagini della morte sono in evoluzione e trasformazione; dall’altra vi è l’adesione ad una filosofia di rinascita/trasformazione per la quale la morte viene ad essere annullata nel suo significato di fine radicale della vita. Nell’induismo, per esempio, la morte è intesa come un passaggio obbligato ad un altro tipo di vita, superiore o inferiore, mentre nel buddismo la morte è il più menzognero dei fenomeni, cioè l’opposto di quello che indica. Le immagini della morte e la relativa cultura sono più statiche e consolidate.

Anche se tutti gli aspetti mistici romantici del pensiero occidentale possono essere considerati derivati da un comune filone greco-orientale, vi è la possibilità di limitare e distinguere un discorso sulla morte proprio dell’Occidente, riferendosi al modo di morire e trattare il morto, come variabile caratterizzante, che permette cioè di analizzare le differenze, capire i motivi delle diversità. Non ha la stessa specificità la morte biologica che ricade sotto i parametri medico-legali della constatazione di morte, in gran parte condivisibili nel mondo contemporaneo. Un’eccezione può essere considerata il concetto di morte visto nella prospettiva della politica dei trapianti e quindi della determinazione di morte cerebrale, concetto non considerato univoco dalle varie culture.

Aprendo il discorso sulla morte in Occidente, si può innanzitutto osservare come sia stretta oggi la correlazione in Occidente fra immagini della morte e malattia, non solo per le associazioni che la maggior parte delle persone è portata a compiere su morte e malattia, ma anche per gli atteggiamenti, che hanno segnato la storia della medicina caratterizzati dalla sfida per allargare il confine tra la malattia e la morte. La storia della morte in Occidente è fortemente segnata da questa sfida, responsabile in qualche modo della corruzione di un concetto tradizionale di morte, un concetto semplice per il quale morte è contrario di vita (o quando la vita non è più) e insieme colmo di mistero (e per questo segnato da un attributo di sacralità che lo ha caratterizzato per molti secoli).

La stessa sfida ha contribuito anche ad allontanare questa immagine tradizionale e più diffusa della morte quando - con l’avvento del positivismo scientifico (che vuole risposte certe ai quesiti della scienza) - si è cercato di trasformare il mistero della morte in evento concepibile razionalmente.

Le immagini della morte

Possiamo dire che le immagini della morte, da quando l’uomo ha acquistato una consapevolezza sulla sua fine, hanno subito le trasformazioni più evidenti nel corso di quattro periodi storici:

1) L’antichità, per la quale l’uomo è al centro dell’universo e delle sue vicende naturali. Vi è una visione antropocentrica e fatalistica della morte, caratterizzata dall’accettazione della morte, anche se tragica (basta ripensare alle varie mitologie greche dell’Ade e degli inferi);

2) La prospettiva mistico/religiosa medioevale, con l’immaginario macabro e terrorizzante segnato dal memento mori, le danze macabre, le vanitas, il contemptus mundi, le ars moriendi (la "pastorale della paura" di Vovelle) inserite nel ciclo delle grandi epidemie e pestilenze;

3) Il romanticismo con l’estetismo della morte, che caratterizza le immagini delle morti belle e romantiche del 700’- 800’;

4) Il periodo contemporaneo, dove domina in modo contrastante l’immagine di un evento considerato da una parte ancora mistero, ma non più sacro o accettabile, bensì orrido ed irrisolvibile e dall’altra una costante e perpetua sfida ai limiti imposti dalla condizione umana.

In quest’ultima prospettiva vanno messe le immagini attuali di un morire cercato o voluto. Si può dire, coerentemente con le contraddizioni che dilacerano la società industriale occidentale, che queste sfide al "limite" hanno in fondo la potenzialità di riaffermare la vita attraverso un percorso di morte e rinascita, che avviene seguendo il percorso di un morire ricercato, "speciale" dell’individuo per non sentirsi più persona "qualunque", da cui origina una sorta di immagine di eroe moderno, che attraverso la sua morte genera il mito, e infine nell’inevitabile sostituzione del mito con le regole di realtà che fanno ritornare al quotidiano. Un percorso questo, che potrebbe essere accettabile se solo vi si intravedesse una ricerca di senso e di valori; ma dal momento che queste sfide fanno apparire le condizioni dell’esistenza meschine, l’esistenza stessa perde di senso. Tra l’altro gli stessi strumenti usati per andare oltre il limite, hanno nella loro semplicità una proporzionale complessità di significato che trascende il loro scopo e dà alla sfida con la morte un carattere ancora più esaltante ed appassionante.

La morte oggi

Questi fenomeni riportano all’importanza ed alla necessità di investigare sulle radici storiche e culturali, di una determinata società, il che apre anche il quesito sul significato per ogni singolo individuo di appartenere ad un contesto sociale che manipola la vita e la morte in un determinato senso. Questo ha il significato, inoltre, di mettere in discussione la finalità delle nostre azioni, dei comportamenti, di ciò che in una parola caratterizza la nostra esistenza, di fronte alla presenza della morte nella società.

Uno dei motivi che rende complicato affrontare questa riflessione è la difficoltà oggi di sentirsi appartenere ad una collettività, ad un sentire comune. Ciò è in gran parte dovuto allo sviluppo dei meccanismi di informazione e comunicazione ed alla loro rapidità, che tendono insieme a coagulare e parcellizzare il sapere, così che un individuo sente di poter uniformare le sue conoscenze in modo autonomo, senza un vero confronto con la cultura collettiva. Ma non meno importante è considerare una delle caratteristiche dominanti nella società di oggi che è il pluralismo di opinioni e di visioni del mondo.

Uno stimolo alla riflessione può essere, a questo proposito, un’osservazione di Josè Saramago - premio Nobel per la letteratura - "Oggi la paura numero uno è sicuramente quella della morte, ma con questa abbiamo imparato a convivere, mentre resta la più grande paura che è quella di non vivere" l’individuo ha più paura cioè di perdere la sua identità e ciò che la caratterizza: quello che ha raggiunto, che possiede, che ha costruito in un progetto orizzontale, come direbbe Von Balthasar, destinato ad avere una fine; quel limite che la generazione del "no limits", dell’individuazione, non sa e non vuole accettare. Si assiste ad una perdita di sensibilità nei confronti dei grandi misteri, dal momento che la paura della morte è uguale alla paura della vita . Siamo di fronte ad una nevrosi, una sindrome schizoide che divide la personalità in due mondi in lotta: quello della vita eterna e quello dell’impossibilità a raggiungerla. Ma cosa desidera raggiungere dunque l’occidente da questa sfida? Apparentemente proprio una vita eterna che continui su questa terra, spesso detestata, ma comunque sempre migliore di ciò che non si conosce (dopo la morte) o di ciò che ci può fare conoscere solo la fede. Tutto è supportato dagli allettamenti di un futuro che prospetta una vita sempre più lunga. Ricercatori dell’Università dell’Illinois hanno annunciato la scoperta di un gene responsabile dell’invecchiamento (chiamato P21) e il futurologo Raymon Kurzwail nel libro "L’età delle macchine spirituali", formula una teoria, secondo la quale entro il 2015 l’ingegneria genetica sarà in grado di prolungare praticamente in modo indefinito la vita umana. Un tempo erano i segnali di una cultura strutturata in senso societario a fornire informazioni e ad influenzare il concetto di morte, mentre ora questa funzione è stata sostituita dai media.

La sfida al limite è alimentata dalla provocazione su due fronti: quello della signoria su una morte chiamata e procurata e quello della lotta alla malattia, vista come causa di morte, che tollera e sostiene il massimo potere della medicina.

Il dolore di sentirsi mortali

Quest’epoca vede una trasformazione dell’immaginario che riguarda non solo la morte, ma anche la vita, tanto da far detestare e rendere poco auspicabile vivere quella parte della nostra esistenza, che dovrebbe essere più ricca di raccolti, di insegnamenti, di maturità e non l’angosciante e dolorosa anticamera della morte. Sta scomparendo, dall’immaginario e dalla realtà, la figura del grande vecchio, non esiste più il patriarca, che riempiva di insegnamento e di saggezza la fine della sua vita e ha fatto comparsa una nuova regione del dolore, quella che precede e accompagna la morte, regno della povertà di esperienze e soprattutto di un’insopportabile impotenza. La lotta alla morte non interessa più tanto in quanto desiderio di un prolungamento del senso della vita, della possibilità di costruire qualcosa che rimanga, una continuità, ma quanto piuttosto come lotta ad un morire con dolore, quel morire vissuto e - per noi inspiegabilmente - agognato in tempi passati da martiri, santi ed eroi. Che senso poteva avere infatti la morte del martire, dell’eroe che cade per la patria, del santo che sacrifica la sua vita alla solitudine ed alle privazioni, se non fosse stata segnata dalla sofferenza?

Senza suscitare il sospetto di favorire un’apologia del dolore, bisogna avere il coraggio di osservare come in questo sforzo di non permettere l’imporsi di una filosofia dolorifica e di negare il valore salvifico della sofferenza, la nostra cultura si stia avviando verso una politica di anestesia totale delle sofferenze. Non può allora essere esente da sospetti una società che rifiuta qualsiasi forma di inefficienza e di inabilità (come quelle causate dalle malattie e dal dolore) e che auspica un trionfo senza condizioni della medicina contro il dolore, ma che per raggiungere questo scopo, deve fare i conti con il più grande dolore, che è la sofferenza di sentirsi mortali. Anche per questo si assiste al diffondersi di forme di medicalizzazione della morte, costretta in luoghi appartati e si tollerano surrogati di solidarietà, o succedanei di quella che dovrebbe essere una cultura assistenziale dovuta e sentita da una società evoluta. Anche per questo è tornato in auge un modo antico di affrontare il malato, che fa riscoprire l’amore per chi è colpito da malattia inguaribile e il suo desiderio di essere curato e morire nella propria abitazione. Assistiamo così al miracolo di una ritrovata umanità della medicina e del medico, che - di fronte alla morte - ritrova il suo buon cuore. Il pericolo è che la medicina rinnovi il suo delirio di onnipotenza nei confronti della morte e del morire, proprio perché quando la medicina fallisce, c’è ancora e sempre qualcosa da fare con la medicina di cure palliative.

Queste considerazioni portano ad una critica della condizione che è relativa alla morte per malattia oggi nell’Occidente e spingono a guardare alla sua storia come indicazione di percorsi più corretti e suggerimento di vie di fuga da quelle immagini oggi più diffuse e conflittuali- dal macabro al banalizzante- consolatorio specchio della realtà odierna.

Se in un’impresa praticamente assurda, volessimo comunque fare un tentativo di sintesi di quelle che sono le caratteristiche della morte in Occidente oggi potremmo elencarle così: secolarizzazione e dissacramento, individualismo, protezione e tabuizzazione, medicalizzazione, economizzazione.

Utilità del discorso sulla morte:

l’educazione alla morte.

Quella che si chiama death education (come la medical education) è una delle forme di educazione più antiche e tradizionali, ed ha almeno due obiettivi:

- la preparazione alla morte (basti pensare alle Ars moriendi, alla Bibbia ebraico-cristiana)

- considerare i comportamenti possibili rispetto ad una morte attuale o in avvenire (come nel lutto o nelle malattie inguaribili).

Ma nuove possibilità si sono aperte di recente, come quella di un vero e proprio insegnamento, che ha come punti focali: il senso della morte, le attitudini ed i modi per affrontare la morte. Una delle più diffuse e comuni forme di educazione sulla morte ha come scopo la prevenzione dei suicidi nei giovani mentre per quanto concerne le scuole inferiori, l’educazione riguarda i problemi delle perdite e del lutto nei bambini. Una recente forma di death education è quella che, prendendo in considerazione i fattori che possono precedere alcune forme di perdite e separazioni, riguarda sette temi di base:

1. Correlazione tra le strutture sociali e le attitudini alla morte;

2. La cura dei pazienti terminali come filosofia;

3. Lutto come normale reazione ad una perdita;

4. Concetto di morte che esiste negli adulti come nei bambini;

5. Concetti articolati del valore della vita;

6. Influenza della morte nell’arte, letteratura e strutture sociali;

7. Il suicidio;

Questa forma di educazione alla morte ha come obiettivi prevalenti quello di rimuovere l’aspetto di tabù del linguaggio sulla morte e di promuovere forme di interazione con il morente, prive di impacci e agevoli. Inoltre dovrebbe portare, con adeguati strumenti i bambini ad affrontare la morte con il minimo di reazioni di ansia. Un’ulteriore obiettivo è quello di comprendere le dinamiche del lutto e di essere capaci di interagire con persone che manifestano intenti suicidi. Infine ha come obiettivi culturali quello di capire la struttura sociale del morire (il death system -"sistema morte") e di riconoscere le diversità ed i cambiamenti tra le varie culture.
 


http://www.in-psicoterapia.com    © 1997 - 2008 Tutti i diritti riservati

Torna alla homepage      Fai clic sull'immagine per tornare indietro