"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 6 -11, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
Vorrei approfittare della discussione
sulla relazione comprensiva per mettere l’accento sul significato e sul
ruolo di "colui che aiuta" e riconsiderare questo significato all’interno
del suo percorso di formazione.
Generalmente il counsellor fa una richiesta
di formazione con aspettative di trovare una collocazione professionale
o un arricchimento sul piano personale, seguendo l’intuizione che i due
livelli sono non solo in connessione ma addirittura equivalenti. Tale richiesta
di formazione include il significato di una propria presenza e collocazione
esistenziale e l’apprendimento di metodi, teorie e competenze: in poche
parole costruire un ruolo e trovarne il senso. Questa richiesta e ricerca
trova un senso nella misura in cui gestire una relazione d’aiuto assume
il significato di rispondere all’altro in sintonia e con precisione rispetto
ai contenuti psicologici e rispetto agli stati emotivi.
Il punto chiave è che per arrivare
a questa risposta precisa e corretta lungo il percorso della sua formazione
il counsellor incontra un passaggio necessario: l’ansia di prestazione
e di conseguenza il senso di impotenza. Questo avviene quando deve confrontarsi
con l’esigenza di colui che chiede aiuto di ricevere delle soluzioni e
comunque di oltrepassare lo stato di disagio, lo stato del sintomo e del
problema. L’ aspettativa del cliente si aggancia e si sposa con l’esigenza
da parte di chi aiuta di essere efficace nella risposta e anche di dare
un senso al suo ruolo, alla propria scelta professionale e alla collocazione
esistenziale.
Spesso si cerca di rispondere a questa
ansia di certezze con un impegno teso ad aumentare le proprie conoscenze
e competenze, includendo in questo anche una crescita interiore, cioè
la consapevolezza della necessità di mettere in gioco i propri bisogni,
i processi psichici ed emotivi costruiti per soddisfarli, in definitiva
il proprio carattere, la rappresentazione di se stessi, in definitiva la
propria identità.
In questa specifica relazione io-tu l’altro
ci offre lo specchio del nostro funzionamento come persona che aiuta e
quindi del nostro essere efficace, del nostro essere professionale, dove
il ruolo si intreccia e si dilegua nel nostro "essere esistenziale".
Questa aspettativa di essere efficace
rimane spesso come una specie di tappeto sul quale cammina la relazione
ed è una aspettativa che nasconde un punto molto difficile da superare:
quello di una speranza, una ricerca di risolvere la sofferenza con l’idea
che un giorno non si soffrirà più. Chi è più
immerso in percorsi di formazione e maneggia la materia psicologica scivola
nel credere che si può "soffrire di meno" e che si potranno avere
strumenti sempre più raffinati per risolvere i propri disagi, sintomi
e ostacoli della vita.
È una aspettativa che è
un po’ una specie di richiamo della sirena sia per chi chiede aiuto sia
per chi lo offre, e se si segue questo suono della sirena si incontrano
due punti focali: il primo, l’illusione di una relazione dove finalmente
si sarà appagati, soprattutto se si nutre l’eterna illusione di
essere amati e compresi; il secondo è il senso di impotenza di fronte
al fatto che questo appagamento poi in realtà non c’è o non
è quello che cercavamo o non è completo o comunque lo si
può sperimentare nella relazione d’aiuto professionale, ma ci sarà
poi fuori nel mondo?
Quindi si arriva a un altro passaggio:
l’incontro/scontro con la dipendenza, una sorta di prezzo da pagare per
ricevere questo appagamento. Dipendenza che nasce nel momento la persona
che cerca aiuto delega la competenza di "risolvere" e colui che aiuta si
prende questa delega come bisogno di prestazione "efficace". Alla fine
quello che rimane alla base è sempre l’altro che può rendere
felice e questo non rivela nessun cambiamento rispetto all’antica aspettativa
infantile per cui, pur entrando in una relazione nuova, in una aspettativa
diversa, altro non si fa che ripetere il medesimo gioco.
A questo punto quale è la via
d’uscita? La via d’uscita che io sento forte è quella della rinuncia:
quando parlo di rinuncia intendo dire che di fronte all’impotenza della
persona che chiede aiuto (vale a dire il suo senso di incapacità
a risolvere problemi, disagi, senso di fallimento), il counsellor necessariamente
si trova in una possibilità – forse l’unica che per ora penso sia
possibile – che è la rinuncia a presentarsi come colui che sa, che
è potente o come colui che dà potere, come una persona che
paradossalmente ha la capacità di dare il potere all’altro di risolvere
i problemi; semplicemente credo che la via d’uscita sia quella di offrirsi
come una sorta di casa, una specie di luogo dove stare, un luogo dove tutto
può essere compreso, un luogo di accettazione, di accoglienza, un
luogo che può essere soprattutto pieno di elementi da utilizzare,
dove l’unica possibilità è quindi ritrovare un significato
al disagio, al sintomo, alla sofferenza, alla gioia, alla vita… in poche
parole ritrovare la vita, ritrovare il "sentirsi vivi" nello scambio emotivo
e intellettuale con l’altro, assaporando quello che accade stando "insieme".
Riattivare forse quella che Perls chiamava "l’autoregolazione organismica",
cioè la capacità che ha ogni essere umano di tendere verso
la propria sanità, quindi la propria vita, il proprio ben funzionare,
il proprio ben stare e quindi il senso di esistere: vale a dire il senso
profondo di essere un organismo pulsante che ha dei processi funzionanti,
attivi e pieni di fronte a un universo che finalmente forse può
cominciarsi a vedere come un universo che pulsa e che è vivo.
La relazione d’aiuto a questo punto può
essere vista come una nuova creatura vivente dove ci sono due parti che
si comunicano e si uniscono, si distanziano, imparano a giocare, ad esplorare
nuovi elementi forse con meno paura e nuovi modi di essere. Si impara a
ricevere gli stimoli dal mondo non negandoli, non difendendosi rigidamente,
anche se qualcosa rimarrà sempre della difesa, ma più che
altro accettando il disordine e la paura che il disordine comporta.
Non c’è quindi un ordine da stabilire
o una "efficacia" da imparare, ma una comune ricerca verso una nuova riorganizzazione,
una riorganizzazione del proprio sistema, del sistema delle relazioni e
di tutti i sistemi che incontriamo e coi quali ci accoppiamo durante la
vita.
Perché questo sia possibile credo
che il counsellor ha un ruolo fondamentale : creare uno spazio dove gli
elementi imparano a stare insieme, un contenitore a volte non rassicurante
ma semplicemente che accetta il nuovo, che accetta le diversità.
Cos’è quello che chiamo "contenitore"?
Credo che consista nel coraggio del counsellor di stare, rimanere nella
relazione, accettando l’ansia e imparando a tollerarla e soprattutto ad
accettare che non c’è controllo su quello che accadrà né
nella vita propria né nella vita dell’altro né nella relazione.
Non può essere prevedibile il buon funzionamento, lo star bene;
non lo sanno nessuno dei due quello che accadrà.
Ma quale è la differenza tra un
counsellor e un cliente? La differenza è che il counsellor può
accettare l’ignoto della creatività e della trasformazione, accettare
ciò che accade in natura: le stagioni si ripetono, e questa è
una rassicurazione per tutti noi, ma sicuramente i fiori che nasceranno
a primavera di quest’anno non saranno gli stessi dell’altro scorso.
Qualcosa di nuovo c’è sempre:
non solo qualcosa di nuovo, ma un nuovo modo di vivere; quindi l’unica
efficacia di una relazione d’aiuto esiste nel fatto che il counsellor può
accettare la morte di alcune parti, può diventare forse anche curioso
di queste vite e di queste morti e può diventare anche un appassionato
della trasformazione.
Questo credo sia il contenitore, questo
credo sia l’insegnamento: tollerare ciò che non si conosce con l’entusiasmo
di riattivarsi, di riattivare la capacità di autoriorganizzarsi,
di accogliere la sofferenza come possibilità di conoscenza di se
stesso, del mondo, delle trasformazioni, delle differenze delle persone
e anche di accogliere i nuovi elementi che possono quindi arricchire la
costruzione della realtà della persona.
L’unica possibilità che abbiamo
è pulsare in questa vita, passare da una visione rigidamente ripetitiva
a una visione poliedrica del mondo. Quindi parliamo di uno stare che
è ascoltare, stare con lui, nella ricerca comune della
strada. Come fanno i minatori con il cappello in testa munito di una lampadina
che ci aiuta a trovare la via d’uscita, e nella relazione d’aiuto le lampadine
sono le emozioni, le emozioni scambiate, le emozioni espresse, le emozioni
condivise.
Entrambi, il counsellor e la persona
che cerca aiuto, iniziano un viaggio, iniziano questa ricerca verso una
conoscenza di se stessi; percorrono lo spazio tra quello che sono con i
propri ostacoli e le proprie sofferenze e quello che desiderano essere.
Un percorso un po’ paradossale alla ricerca dell’autenticità che,
citando Pedro Almodóvar, la raggiungiamo "quanto più ci avviciniamo
a quello che desideriamo essere".
Alla fine il senso di tutto è
che non c’è nulla da curare, non c’è nessuno che può
curare l’altro che è curato, anche se può essere molto gratificante
per un counsellor pensare di essere colui che cura, in realtà questa
è la rinuncia che lo aspetta: semplicemente iniziare un percorso
di esplorazione, stare nel mondo, esserci con il mondo e per il mondo.
Se il counsellor si appassiona a questa esplorazione e sta con l’altro
cogliendo l’occasione che ha di conoscere se stesso, di arricchire se stesso,
crea un’opportunità per lui e per la persona che chiede e può
creare molte opportunità. Alla fine è questo starci ed essere
per l’altro che coincide con l’esserci per se stesso, né più
né meno.
Se questa relazione d’aiuto è
interessante per me counsellor, mi dà qualcosa, sicuramente darà
qualcosa anche a chi mi sta difronte. Quindi rendere un incontro interessante
per se stessi mi sembra che sia un’altra chiave per entrare nel senso del
ruolo di counsellor. Se non mi innamoro del mondo che ho difronte, non
posso permettere il nascere di una nuova relazione.
In questa ottica andiamo oltre ogni formazione,
non ci sono tecniche che reggono, non ci sono metodi che reggono; forse
la formazione che io mi immagino è un po’ paradossale perché
sembra che da un lato la tecnica non serva, ma dall’altro quello che sto
proponendo credo che sia un coraggio di entrare in un percorso di apprendimento,
di ricerca personale molto difficile.
Un mio insegnante diceva: "ognuno ha
il paziente che si merita!", mi piace intendere questa affermazione nel
senso che ognuno può aiutare gli altri: ci saranno poli di attrazione,
le persone si uniranno secondo quello che sono in grado di fare, e se entriamo
nell’ottica che è sempre una ricerca di se stessi, l’aiuto viene,
è inevitabile, assume la naturalezza di un’autoregolazione organismica.
Può sembrare un pò semplicistico,
per alcuni ovvio, che tutti possiamo essere dei counsellor se semplicemente
siamo nella nostra ricerca personale, nella ricerca del nostro proprio
senso di esistere; in realtà è una complessa sfida da affrontare:
se la si affronta con allegria credo sia interessante, e per concludere
immagino che se il counsellor, nella relazione d’aiuto, è
per se stesso, offre all’altro l’esperienza amorevole e amorosa di esistere.