IL MIO INCONTRO CON LA GESTALT: UN’INVERSIONE DI MARCIA


 

Marco Balducci

Counsellor
 
 

"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio - aprile 2001, pagg. 120 - 128, Roma
http://www.in-psicoterapia.com


 
 

La palestra del benessere: come allenarsi con le emozioni per migliorare la propria vita quotidiana

La mia esperienza di incontro con la Gestalt è un’esperienza di conversione. Conversione è,come tante altre parole nella nostra cultura, una parola tabù che, nello specifico, scatena l’immediata insofferenza dei laici e l’altrettanto immediata quanto opposta confluenza gratificata e rassicurata dei cattolici. Per questo sento l’esigenza di rassicurare subito i primi ed instillare il dubbio negli altri, affermando che non sto parlando di ciò che nella mia fantasia entrambi stanno immaginando. Sto parlando di altro.

La parola conversione, anche etimologicamente parlando, significa inversione di marcia, cambio di direzione, cambio di modalità e di verso. Martin Buber, infatti, che possiamo considerare per così dire il "santo patrono dei Gestaltisti", sostiene che un essere umano adulto non sviluppa, né ha bisogno di sviluppare. I bambini sviluppano, ma quando la personalità umana ha raggiunto lo stato adulto, non c’è più nulla da sviluppare: c’è da prendere una direzione piuttosto che un’altra, secondo quello che ciascuno vuole, con ciò intendendo che le scelte che un soggetto di volontà può compiere sono infinite.

E qui casca l’asino! E qui sono cascato, anch’io! Io non sapevo cosa volevo e pensavo, come molti, che volere avesse a che fare con sapere, appunto. E invece mi sono ritrovato a scoprire che volere ha a che fare con scegliere – e già qui mi cambiava tutto l’orizzonte – ma soprattutto che scegliere, di nuovo, non aveva a che fare con sapere cosa scegliere, ma con decidere cosa scegliere. E non basta ancora! perché decidere cosa scegliere significa rinunciare a tutto il resto più e prima che eleggere una cosa tra tutte le altre.

Altro che Paolo di Tarso! Il boccatone per terra è stato totale. Fin dal primo incontro e sempre più chiaramente, infatti, decidere cosa scegliere mi ha messo di fronte al limite (e quindi alla morte) e contemporaneamente alla libertà (e quindi alla vita): in quell’azione, la scelta, si è riassunto per me, nella mia vita, tutto il mistero e la meraviglia dell’esistenza umana.

In concreto. Prendiamo ad esempio, qui ed ora, io che vi sto parlando di me: dov’è quest’inversione di marcia di cui vado blaterando? Be’ proprio nel fatto che sono qui e vi sto parlando, che probabilmente me la sono già fatta nei pantaloni, ma che questo non mi impedisce di continuare a parlarvi e scusarmi per gli effluvi forse poco gradevoli! Significa riuscire a stare con la paura senza che la paura della paura mi abbia addirittura impedito di presentarmi od all’opposto mi abbia obbligato a presentarmi. Significa riuscire a stare qui con la paura non facendo finta che non esista, ma riuscendo a darmi la rassicurazione di cui ho bisogno in modo da non essere talmente spaventato da perdermi quest’esperienza di vita: rinunciando a venire, scappando o buttandomi nel ring talmente coperto di corazze da non essere più io. Quali corazze? Bah! Nel mio caso direi la dottrina, le parole, la scientificità, la razionalità, ecc. ecc. Ma ognuno ha le sue.

Se sono qui a prendermi il piacere di parlarvi e fare una cosa che mi piace, anche se mi spaventa, e non che devo fare – perché scuse del tipo "Oggi non posso farlo, ma lo farò quando sarò all’altezza!" non mi funzionano più. Qui l’inversione di marcia sta nel non potersi più raccontare balle e dire "lo farò quando sarò all’altezza" – una balla evidente perché si sa che non sarò mai all’altezza. La realtà è un’altra ed esattamente che quando dico: "Lo farò quando sarò all’altezza" in realtà sto dicendo: "Lo farò solo quando lo saprò fare bene e quindi in modo da farlo con successo, senza fare brutte figure!". Ed anche qui è una scelta: lasciare scegliere al mio pilota automatico, cioè al mio carattere, al mio narcisismo, o prendere in mano la cloche del mio aereo e provare l’emozione del volo sapendo che sono io che sto guidando e non una macchina, un automatismo, quello che mi hanno insegnato, quello che mi sono messo in testa trent’anni fa, la paura della paura, l’orgoglio o che so io!

Una cosa è certa: l’unica cosa che non posso fare è quella di non scegliere. Posso rischiare di fare una scelta nuova, per me inconsueta, sconosciuta e decidere di vivere quell’esperienza accettando di convivere con la paura che mi fa o posso lasciare inserito il pilota automatico, fare una scelta tradizionale, quella che ho sempre fatto, salvo poi a lamentarmi o incazzarmi di non aver guidato io. In entrambi i casi avrò scelto io, perché solo io sono responsabile di me stesso, cioè rispondo a me stesso. Non me la posso prendere con nessuno e se anche lo faccio, che ne ricavo? Per questo certe scuse non mi funzionano più! E sai che guadagno! dirà qualcuno.

Io vi propongo di rifletterci un attimo. Chi può fare una cosa bene se non l’ha fatta centomila volte male? Nessuno. Se io non fossi venuto qui ed ora a parlare con voi non avrei mai fatto quest’esperienza e non avrei mai provato quello che sto provando, qui ed ora, con voi e con me stesso, cacca compresa! E non avendo mai fatto (malissimo!) questa prima esperienza, non avrei mai potuto neanche pensare di passare ad una seconda. Come dire che: "Lo farò quando sarò all’altezza" equivale a non farlo mai, equivale a tagliarsi la strada, togliendosi le varie possibilità che invece ci sono di farlo magari non benissimo, ma abbastanza bene, in modo più o meno soddisfacente. Insomma per fare, bisogna fare e senza esserne all’altezza! Ed è quello che sto facendo!

Il concetto di conversione è di grandissimo aiuto in questo senso, rispetto al concetto di sviluppo, perché sposta l’accento dal concetto di crescita e quindi di miglioramento, sul cambiamento di direzione, che invece si può effettuare solo camminando, facendo, sperimentando.

Questo elemento è quello che ha vinto, prima inconsapevolmente e poi sempre più consciamente, le mie resistenze a riconoscere il mio bisogno ed a chiedere aiuto. Perché spostare l’accento dal miglioramento all’esperienza, dalla crescita e dallo sviluppo all’inversione di marcia, significava che nessuno che aderisse all’approccio gestaltico aveva la verità in tasca e, soprattutto, che colui o colei, come nel mio caso, alla quale avrei chiesto aiuto, avrebbe camminato con me, nella polvere, e non sarebbe rimasto al riparo dagli schizzi di fango, con un camice bianco ed immacolato, protetto dal suo ruolo a dare istruzioni ed indicazioni dall’alto di un pulpito!

Fin dall’inizio – anche se ne ho preso coscienza gradatamente e con l’aiuto dei miei aiutatori – per me è stato fondamentale e "terapeutico" rendermi conto che non ero considerato un paziente, ma un utente di un servizio. Fin dal primo incontro ho sentito, più che capito, che la Gestalt era uno stile di vita e non una terapia, che non si trattava di curare una patologia, ma soltanto di allenarsi a star bene. Allenarsi, sì è la parola chiave, soprattutto per uno come me che ha fatto tanto sport in vita sua, a volte perfino troppo.

Tanti anni orsono... ero un preadolescente tendente all’obesità e morivo dalla voglia di andare in palestra e riuscire a fare tutto quello che riuscivano a fare i miei coetanei, ma siccome tutti gli allenatori a quell’epoca erano cresciuti nell’era fascista e tutto ciò che riuscivano fare per me era di svalutarmi, ignorarmi o sfottermi, mi rifugiai nello studio, nella musica e nella pittura, raccontandomi un sacco di balle sul fatto che a me non me ne fregava niente di correre e divertirmi, che mi faceva schifo sudare, che ai miei coetanei sicuramente crescevano i muscoli, ma di cervello ne avevano veramente pochino e così all’infinito. Solo più di dieci anni dopo, quando ormai un atleta normalmente conclude il suo ciclo agonistico, io feci il mio primo incontro occasionale con un trainer che correva con me e non stava fuori della pista col fischietto urlandomi appresso, deridendomi e facendomi schernire da tutta la squadra. E cominciai a fare sport, non come un dovere, ma come un piacere.

La mia sensazione, quando ho incontrato Anna Ravenna, Grazia Cecchini ed infine Paolo Quattrini è stata più o meno la stessa: qualcuno che aveva fatto un altro tipo di sport, quello di vivere e che mi permetteva di allenarmi con lei, con lui, iniziandomi ad una esperienza, ad un piacere che dura tutta la vita.

Questo soprattutto mi ha convinto ed ha vinto tutte le mie resistenze: vedere, sentire, rendermi conto che i miei allenatori si rimettevano in discussione con me ad ogni occasione di allenamento, che non la sapevano più lunga: avevano più esperienza, certamente, ma non pretendevano di sapere dove spingermi o dove tirarmi. Tutto il contrario! Aspettavano, attivamente e non passivamente, che io decidessi dove volevo andare e la responsabilità me la prendevo (e me la prendo) solo io, perché solo io (avrei imparato in seguito) avrei potuto prendermela. Ciononostante la cosa più importante era che potevo contare sul loro aiuto e sulla loro presenza, anche se non erano d’accordo! Non mi era mai successo in vita mia e già da li cominciò la mia inversione ad U. Mi piaceva stare con gente più grande di me, ma che continuava ad allenarsi ed a rimettersi in discussione. E tutto questo perché è un piacere, non per dovere; perché è un piacere finché c’è vita e quindi non ha senso smettere.

Mi rendo conto solo adesso che questo mi ha completamente rigenerato, rimesso al mondo: mi ha ridato il tempo, il presente, affrancandomi dal peso del passato e liberandomi dall’ansia del futuro. Certo la paura della morte rimane, ma accettando il limite ultimo, mi sono riappropriato della vita esattamente come mi era successo da giovanissimo quando, accettando di non poter mai diventare un Carl Lewis, mi ero permesso il piacere di correre all’alba in un prato deserto sull’erba bagnata dalla rugiada d’estate prima che scoppiasse la canicola o di divertirmi con gli amici ad organizzare gare e staffette per poi andarci ad ubriacare di... latte! Invece di tapparmi in casa a lamentarmi e commiserarmi, a prendermela con Dio e col mondo che non c’entravano veramente niente!

L’incontro con la Gestalt ha significato per me la rinuncia definitiva ad una visione magica del mondo: niente più fate, bacchette magiche, principi azzurri, santi e lotterie, carrambe e sorprese, amori eterni e taumaturgici, droghe e farmaci, ideali e religioni, tutti pronti a fornire soluzioni immediate e totali, belle impacchettate e ben allineate sugli scaffali di questo enorme supermercato che è la cultura matriarcale e capitalistica dell’occidente. Una cultura che costringe in schiavitù, che assolutamente non educa né alla libertà, né alla democrazia, perché non educa alla individualità ed alla responsabilità. Senza il supermercato, senza il leader, senza Dio o l’idolo, senza la sostanza psicotropa, senza la Chiesa o il partito o lo Stato, insomma senza la mamma che ci consenta di continuare a volere in modo onnipotente e a non pagare il prezzo delle nostre scelte per soddisfare i nostri bisogni, ci sentiamo impotenti. Non ci accorgiamo che siamo comunque impotenti perché dipendiamo da qualcun altro o da qualcos’altro. Per non accettare di essere soli e mortali non facciamo esperienza di libertà, accettando di essere soltanto potenti.

Nessuno può compiere miracoli da solo, nemmeno Dio. Nessuno ha il potere di risolvere i problemi altrui se l’altro non vuole imparare a conviverci, allenandosi. Questa la brutta notizia, il che però non significa affatto che i miracoli non esistono. Tutt’altro! I miracoli esistono ma nessuno è in grado di compierli da solo, appunto: il miracolo può compiersi solo all’interno di una relazione.

E questo per me che sono sieropositivo da cinque anni è molto importante per riprendermi il senso della vita, proprio a cominciare dall’esperienza del limite e quindi della morte. Ma è anche estremamente importante nella mia relazione terapeutica con tutti i medici che mi curano: non chiedo a loro di essere maghi perché non lo sono; chiedo loro di aiutarmi ad aiutarmi nel mantenermi una qualità di vita che mi consenta di arricchirmi di esperienza che è l’unica ricchezza "che non verrà intaccata dalla ruggine o mangiata dai tarli", l’unica ricchezza che è solo mia e che nessuno mi potrà togliere, quella che qualcuno chiama vita eterna.

Ma torniamo all’inversione di marcia. Il concetto di conversione implica che se io vado da una parte, piuttosto che da un’altra, incontro via via tutte le porte che ci sono da questa parte e per conseguenza non posso incontrare le porte che ci sono dall’altra parte. In altre parole ogni scelta apre una serie di scelte e ne chiude altre. E questo è ciò che mi è successo, in tutte le fasi della mia vita: è la realtà di un cammino, è un’osservazione della realtà. Non è una verità o una questione di fede!

L’allenamento che mi è stato proposto di fare è stato un lavoro su di me, un lavoro personale di conversione, come si è detto, più che di sviluppo, di crescita o di evoluzione, al fine di integrare tutti i diversi aspetti della mia personalità, anche i più incongruenti, apparentemente, per poterci convivere in modo fluido come persona completa rispetto a qualunque fenomeno ed all’interno di qualsiasi relazione, di qualunque contesto. Dal punto di vista gestaltico tutto ciò non è soltanto una possibilità, ma è un accadimento, un fenomeno che non può essere evitato.

Prendiamo ad esempio il mio ambito lavorativo: io faccio il bancario. Innanzitutto vi invito a notare che ho detto che faccio il bancario e non sono un bancario, come avrei detto qualche anno fa. Questo perché non mi identifico solo con il lavoro e non solo con quel lavoro. Quel lavoro mi consente di sopravvivere, ma non può obbligarmi a vivere in un certo modo, se io non glielo consento. Purtroppo gliel’ho permesso per tanti anni! Come? Tagliando fuori della mia vita professionale tutte le mie emozioni e mettendomele in una bisaccia sulle spalle fino a farla diventare talmente pesante da non sopportarla più. Come tanti altri miei colleghi ho tentato il suicidio, ma più fortunato di loro sono qui a raccontarlo ed a ripartire da quella che poteva essere una sconfitta definitiva per riprendermi il piacere di allenarmi, non più le gambe, ma l’anima: per riprendermi la vita e la gioia di vivere che mi sono spesso negato.

Prima che lo facesse Anna, nessuno mi aveva mai detto – così come immagino ai miei sfortunati colleghi – che non si può immaginare che una parte così importante della nostra vita, come sono otto ore di lavoro e una quantità infinita di relazioni che sono legate alla nostra attività professionale, possano essere tagliate fuori, messe in quella che ho chiamato una bisaccia, un sacco sulle spalle che poi si appesantisce e ci piega strada facendo. Se le otto ore di lavoro costituiscono dei momenti in cui mi confronto io stesso nella relazione con gli altri e il lavoro è soltanto il mezzo di questa relazione, vuol dire che sono capace di instaurare e mantenere relazioni che mi piacciono, che mi soddisfano a prescindere dal tipo della relazione specifica. Quello che voglio dire è che, a prescindere dalla relazione in cui mi trovo – e quindi dal fatto che ad esempio mi possa incazzare con il capo perché non riconosce il valore del mio lavoro o se ne appropria facendosene bello davanti ai superiori, piuttosto che insegnare al collega appena arrivato che si sente un padreterno e pretende oltretutto che io gli insegni il lavoro perché poi possa fregarmi la sedia e così via all’infinito – se il lavoro rappresenta comunque un mezzo per sapere e riuscire a gestire la mia vita, così come io desidero, è chiaro che quelle sette, otto ore della mia giornata diventano parte integrante del mio quotidiano, sette, otto ore della mia giornata da impiegare come una palestra per allenarmi ad aumentare il mio proprio benessere.

Come gestaltista infatti voglio essere, nel senso di scelgo essere, una persona che si definisce per ciò che è e non per ciò che fa, una persona che ha come scopo ultimo quello di essere presente nelle situazioni con tutto me stesso, senza dover lasciare dei pezzi a casa.

Io sono omosessuale e non mi sono mai vergognato di esserlo. Ma a volte ne ho fatta una bandiera, come dire che mi sono costruito un’identità aggressivamente per reazione all’aggressione, ormai non più fisica, ma molto più subdola. L’omofobia violenta non è solo quella dei roghi o dei pestaggi, che pure esistono ancora in molte parti del mondo. Ma anche quella di certe persone, soprattutto donne, che ti trattano come un povero bambino deficiente, anche se hai cinquant’anni, la pancia e la barba bianca. Bene anche questa è una parte di me, della mia unicità: una parte da non lasciare a casa insieme al mio partner, ma neanche da farne una stampella, una corazza, una patente di identificazione. Come essere umano ho gli stessi limiti e gli stessi problemi esistenziali di un eterosessuale. Ho qualche marcia in più e qualche tabù in meno rispetto a lui nel riconoscere ed usare le mie caratteristiche femminili ed anche quelle maschili. Ma come uomo, perché sono uomo, ho un grande svantaggio rispetto a lui: quello di non poter essere padre, nemmeno adottivo, perché ho scelto e continuo a scegliere di vivere in un Paese arretrato.

Ma per poter essere presente in qualunque situazione con tutto me stesso, senza dover lasciare dei pezzi a casa, per potermi definire per ciò che sono e non per ciò che faccio, per considerare tutta la mia giornata, qualsiasi situazione come una palestra per aumentare il mio benessere occorreva compiere una conversione, dicevo, intesa come un’inversione di marcia, la sperimentazione di nuove modalità. Ma quali? L’esperienza, l’allenamento, a che? In primo luogo all’espressione, espressione delle mie emozioni sia con me stesso che con gli altri. Espressione come alternativa alla scelta obbligata azione/repressione. Espressione come l’esatto contrario di ciò che siamo abituati a fare e che ci hanno insegnato a fare di fronte alle emozioni: far finta di niente. L’espressione, infatti, è ciò che mi consente di essere me stesso senza bisogno di mandar giù, di ingoiare, ma anche di essere me stesso senza invadere lo spazio dell’altro. Se io mi permetto di dire "Sono stanco!" e non "Mi hai annoiato!" sto parlando di me, di quello che faccio e di quale sia il mio stato d’animo. Esprimere questo stato d’animo è ciò che mi consente di andare oltre a quello che sta succedendo, di trasformarlo in qualcosa che posso utilizzare, anziché in qualcosa che mi blocca. Esprimere significa proprio questo: essere me stesso di fronte a chiunque, avere il coraggio di esserlo e accettare ciò che accade nel mondo quando io vado in giro nel mondo essendo me stesso. Se io dico: "Mi sono annoiato", non è ciò che tu hai fatto che è noioso, ma è l’impatto che, ciò che tu hai fatto o detto, ha avuto con il mio stato d’animo. La responsabilità è comunque mia, di come io sono riuscito ad utilizzare ciò che è accaduto nel mondo, in questo caso rappresentato da ciò che tu hai detto. Esprimersi, dunque, significa assumersi la responsabilità di tutto ciò che ci accade nel mondo interno e di tutto ciò che noi esprimiamo anche attraverso il nostro comportamento nel mondo esterno. Questo è un punto fondamentale che non sempre è chiaro. Molto spesso, infatti, il concetto di espressione viene scambiato per dico tutto ciò che mi passa per la mente. In questo modo quand’è che mi esprimo? Solo quando do libero sfogo, libera espressione a tutto ciò che mi passa dentro. Assolutamente no! La Gestalt lavora molto sul mondo emozionale, ma non perché non dà credito al mondo cognitivo, al mondo intellettivo, ma perché il mondo emozionale è il mondo che meno sviluppiamo, a cui siamo meno allenati, appunto! Ciò non toglie che questo vada poi integrato con il mondo cognitivo. Tutto questo per dire che occorre che io mi chieda se ciò che voglio esprimere ha senso o non ha senso per me, cioè se ciò che voglio esprimere va incontro a ciò che sta accadendo e che cosa me ne può venire indietro: in buona sostanza a cosa mi serve quell’espressione.

Ne consegue che esprimermi non ha niente a che vedere con l’aprire bocca e dargli fiato, ma significa che sono in contatto con il mio proprio mondo interno, ne sono consapevole e lo lascio fluire, accettando la responsabilità dell’interazione con gli altri del mio flusso emozionale. In questo senso esprimersi ha molto a che fare con il ben-essere del mio corpo, oltre che della mia psiche. Se riesco, infatti, ad esprimermi momento dopo momento, consapevolmente ed accettando che il mondo non sempre corrisponde alle mie aspettative e che quindi non sempre fluisce in armonia con la mia espressione, permetto anche al mio corpo di essere costantemente libero da pesi, da arretrati, da groppi sullo stomaco e gli consento di poter fluire con la situazione. Soprattutto gli consento di distendersi e di non contrarsi fino a dolori cronici. Solo così ho potuto iniziare, carpon carponi a godermi la vita momento dopo momento, perdonandomi il passato, come un karma primario sul quale non potevo più incidere e riappropriandomi del presente, del qui ed ora come l’unico momento in cui poter incidere sul mio futuro. Come? Non certo spostando le montagne, come ho sempre preteso di fare nella mia vita, salvo poi a sentirmi un fallito totalmente impotente; ma accettando di spostare soltanto un sassolino alla volta: da aggiungere o da togliere dalla montagna che mi porto sulle spalle. Spostare questi sassolini, nella vita di tutti i giorni, è esperienza. Ma che vuol dire esperienza? Esperienza è tutto ciò che ci accade, tutto ciò a cui noi partecipiamo. Ma tutto questo si può trasformare in esperienza solo e nella misura in cui siamo disposti a lasciarci modificare dagli eventi, siamo disposti appunto a convertirci, a cambiare modalità, a lasciare la strada vecchia per la nuova, a rischiare. A cominciare dagli automatismi, come dicevo all’inizio, e quindi dal carattere. Per me non è stato e non è facile imparare perché noi esseri umani impariamo qualcosa solo se ci lasciamo modificare dagli eventi. E questo per un orgoglioso non e così semplice. Quello che ho cercato e che continuo a tentare di fare è di cambiare l’oggetto del mio orgoglio: per esempio di essere orgoglioso del mio allenamento, di godermi sempre di più il mio benessere, di potermi offrire a mia volta come trainer e che questo possa contribuire al benessere di un altro.

Esperienza ed espressione quindi sono i due strumenti attraverso i quali continuo a cambiare costantemente e nel mio cambiare costantemente, cambia la relazione con l’ambiente, con gli altri, la mia capacità di fluire, di essere in contatto con ambienti sempre più ampi, anziché chiudermi nel mio piccolo, nel mio mondo interno. Detta così si potrebbe intendere come che escludessi che il chiudersi nel proprio mondo interiore sia un’esperienza. Tutt’altro! L’esperienza interiore è anzi estremamente ricca ed entusiasmante, ma solo se e quando è frutto di una scelta consapevole. Altrimenti, come è stato per me per anni, è solo una fantasia compensativa. Quello che voglio dire è che chiudersi al proprio interno, per essere un’esperienza, deve poter discendere da una scelta libera e consapevole, non da una limitazione che poniamo costantemente a noi stessi per paura di esporci o stare in relazione con il mondo e con la varietà infinita di fenomeni che il mondo ci offre! Una cosa è scegliere momenti di solitudine, una cosa è costringersi in solitudine perché non si ha l’esperienza sufficiente, non ci si sente all’altezza di poter maneggiare tutto ciò che nel mondo accade.

In questo senso, esperienza ed espressione sono due cardini della Gestalt per poter andare verso i percorsi della creatività, creatività non intesa nell’accezione banale o comunque usuale del termine, ma di creatività della nostra vita quotidiana: allenarsi a far sì che non si viva una vita già preordinata, costruita da qualcun altro per noi, non si seguano tutti i giorni dei binari obbligati, ma si possa andare per il mondo, guardando intorno e creando il bello e l’importante, che diventa bello e importante perché il nostro stato d’animo interno risuona con ciò che ci sta accadendo, con ciò che vediamo, con ciò che visitiamo e genera, crea l’esperienza del piacere, del nostro piacere personale, momento dopo momento. Questa è la creatività gestaltica, questo è l’allenamento che intendo proporre come counsellor nella mia PALESTRA DEL BENESSERE.

Se è vero che siamo unici e irripetibili, è anche vero che questa unicità può dissolversi come acqua che evapora, senza lasciare alcuna traccia. Oppure può essere un percorso di vita veramente unico, creato da noi stessi momento dopo momento, un percorso di vita che ci dia complessivamente il senso della nostra esistenza e del piacere della nostra esistenza. È chiaro che la vita è fatta di alti e bassi, di momenti di difficoltà, di dolori e di paure, ma complessivamente però ognuno di noi si ritiene soddisfatto, quando va a fare un bilancio della propria vita, contento di esserci, di essere al mondo e contento anche di come se lo va costruendo questo mondo, perché noi esseri umani non solo ci costruiamo la nostra vita, ma ci costruiamo proprio l’immagine del mondo in cui viviamo. Siamo abituati a credere che lì c’è il mare, ma di fatto il mare lo creiamo con i nostri occhi nel momento in cui indirizziamo lo sguardo in quella direzione. In questo momento se io non l’avessi nominato, nessuno di noi era in contatto con il mare e quindi il mare non c’era. Quello che c’è esiste nel nostro mondo interno nella misura in cui noi siamo in grado di crearlo, attraverso i nostri sensi e attraverso le nostre emozioni.

L’allenamento che faccio e che invito a fare a coloro che mi seguono come trainer, è quello di migliorare il livello di soddisfazione con cui stiamo nel mondo. Ora, se il benessere nasce dalla possibilità di essere me stesso, come dicevo prima, filtrato dall’intelletto, ma anche in contatto con le mie emozioni, in qualsiasi situazione, l’allenamento su me stesso, e quello a cui invito gli altri, ha come obiettivo quello di integrare tutti i diversi aspetti della nostra personalità per poterci poi trovare come persona completa all’interno di qualsiasi fenomeno e di qualsiasi relazione, sperimentando così di essere capaci di relazioni che ci piacciono e che ci soddisfano. Cominciando con l’imparare a vedere. Sembra strano a dirsi, visto che tutti abbiamo due occhi, qualcuno anche gli occhiali, eppure non vediamo! Perché non ci permettiamo di vedere le cose così come stanno. Quello che voglio dire è che l’allenamento tende a permetterci di vedere le cose semplicemente, così come stanno nella nostra anima, anziché come noi vorremmo che fossero, a vedere cosa effettivamente sta accadendo tra noi e l’altra persona o all’interno di noi stessi, all’interno della nostra anima, nel qui ed ora. Ciò che facciamo molto più spesso, invece, è di nascondere a noi stessi le emozioni che proviamo, i fenomeni per quello che sono. Se sento paura, darmi la possibilità di poter dire a me stesso che sento paura perché è solo questo che mi permette di stare in contatto con la mia paura e gestire la relazione con la paura che sento e non invece, come siamo abituati, a far finta di niente, a negare le emozioni che proviamo, i fenomeni che ci si manifestano dal nostro mondo interno.

Far finta di niente non è il modo migliore per gestire le emozioni: far finta di niente è solo il modo migliore per combinare, prima o poi e inconsapevolmente, dei gran casini sia nella relazione con l’altro che magari ci interessa, sia nella relazione con noi stessi. Se, come si diceva prima, facciamo della nostra vita quotidiana, di tutta la nostra vita quotidiana, senza escluderne alcun aspetto, una palestra per imparare a vedere quello che effettivamente sentiamo e proviamo, pian piano ci accorgeremo che ciò che vediamo non ha niente di terribile, sia che si tratti di ciò che sentiamo e proviamo in noi stessi e che vogliamo esprimere (prima a noi stessi e poi agli altri), sia che si tratti di ciò che sentiamo e proviamo nella relazione con gli altri e che vogliamo esprimere in essa, ma che non ci siamo mai permessi di esprimere per la paura di perdere la relazione (e invece magari scopriamo che la relazione migliora, soprattutto se esprimiamo la paura che abbiamo di perdere quella relazione!), sia infine che si tratti di ciò che percepiamo avvenire negli altri.

Tutto ciò che appartiene all’essere umano, appartiene anche a me, in misura maggiore o minore, con modalità e stili diversi, ma non c’è pregio che non sia anche mio e non c’è difetto che non sia anche mio e siccome ciò che ci spaventa di più è ciò che non conosciamo, se pian piano facciamo esercizio del conoscere ciò che sentiamo e proviamo, se ci alleniamo a vedere ed a sperimentare, se in una parola facciamo esperienza del sentire,cioè ci permettiamo di sentire ciò che sentiamo e ci lasciamo modificare da questa esperienza del sentire e dell’esprimere ciò che sentiamo, parlando di noi e non degli altri, parlando dell’impatto che il comportamento degli altri ha sul nostro stato d’animo, pian piano impariamo a convivere con la paura, e qui prendo la paura come emblema dell’emozione, ma mi riferisco a qualunque emozione che proviamo.

L’obiettivo dell’allenamento gestaltico non è quindi quello di far scomparire l’emozione come in un gioco di prestigio, bensì quello di imparare a saperci convivere, in modo tale che l’emozione non ci paralizzi.

È importante che le emozioni non spariscano perché hanno una funzione primaria di sopravvivenza,perché sono strumenti utili a muoversi in modo conveniente ed infine perché sono ciò che dà energia e significato alla nostra esistenza. Prendiamo ad esempio la paura: senza la paura saremmo già estinti da un pezzo! Ma a seconda del fatto che ci permettiamo di vederla o che facciamo finta di niente, può funzionare, rispettivamente, come benzina (cioè come energia per le nostre azioni, facendoci muovere con la cautela dovuta all’ambiente) o viceversa può essere così intensa da paralizzarci e non farci muovere affatto, divenendo invece che vitale, mortifera. Se immaginate un rocciatore mentre si arrampica su una montagna, non è certo una persona che non ha paura; è una persona che utilizza la paura che ha per fare i passi giusti; per esempio per addestrarsi bene prima di fare un certo tipo di scalata. Se non avesse paura, dopo il primo passo della prima scalata... sarebbe morto e buona notte!

Il punto fondamentale dell’allenamento al benessere quindi è guardare, vedere quello che c’è, cercare di permettere a noi stessi, ed agli altri con cui lavoriamo, di vedere, e una volta visto quello che c’è, ascoltare se stessi per potersi muovere.

L’intento che mi propongo nell’accingermi a varare il progetto PALESTRA DEL BENESSERE è quindi quello che in essa tutti lavoriamo personalmente, nel senso che ognuno di noi lavora per se stesso: nessuno lavora per nessun altro. Lavoriamo per noi stessi, per migliorare il livello di soddisfazione con cui stiamo nel mondo.
 


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