"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 43, maggio agosto
2001, pagg. 8 - 13, Roma
Appartiene all’esperienza comune l’osservazione per cui ci sono lutti che producono una disperazione invincibile bloccando la vita e lutti che rappresentano importanti passaggi di crescita personale e umana.
Si sa, in altri termini, che il lutto è una crisi che, come tutte le crisi, può far perdere l’esistenza o può farle fare un salto di qualità.
E’ ovvio quindi che tutte le culture promuovano un’educazione all’elaborazione del lutto che mira, di fronte ad una perdita, a favorire le possibilità di uscirne cresciuti sulle possibilità di uscirne distrutti o bloccati. Anche volendosi limitare alla cultura Occidentale di cui siamo parte sarebbe troppo lungo e impegnativo sia per chi scrive che per chi legge analizzare le linee evolutive che hanno portato attraverso trenta secoli di storia alla situazione attuale.
Mi limiterò quindi a delineare i connotati dell’attualità in riferimento al punto che parlando di lutto mi sembra centrale: l’interpretazione delle emozioni del lutto.
La concezione della buona morte (dell’altro e nostra) indica in tutte le epoche quale si pensa che sia l’ostacolo che può impedire di "crescere" di fronte al lutto e con quali strategie questo ostacolo possa essere superato.
La concezione della "buona morte" dominante oggi in Occidente appare nelle inchieste nelle quali si chiede di rispondere alla domanda "Come vorresti morire?".
Quasi tutti, giovani e vecchi, rispondono pressappoco così: "Vorrei morire alla fine di una lunga vita spesa bene in modo istantaneo e indolore".
Una piccola ma consistente minoranza risponde: "Vorrei che di fronte alla morte fosse sempre viva la speranza di non morire o qualcosa di simile".
Una sparuta minoranza risponde:"Vorrei morire dando senso alla mia morte".
Gli ostacoli fondamentali da superare per vivere bene la morte (l’altrui e la propria) ed elaborarne il lutto senza esserne distrutti sono quindi:
In primo luogo i rimpianti per non aver vissuto o non aver vissuto bene e la pessima qualità della vita delle fasi terminali;
In secondo luogo la difficoltà di sperare che morire non significhi un totale annullamento di sé;
In terzo luogo il timore che la morte non abbia senso.
L’analisi delle reazioni alla perdita di una persona cara in relazione al "come" della sua morte fa intuire perché la nostra cultura ci educa più o meno esplicitamente ad elaborare i lutti in modo da potere dimenticare i cari e sostituirli con altri. E ci fa capire perché invece veniamo ormai poco educati alla speranza di non morire mai e di reicontrarci nell’aldilà, o perché meno ancora veniamo educati a pensare che si possa dare un senso alla propria morte.
Quando muore un vecchio che ha vissuto abbastanza bene ed è morto senza grandi sofferenze ci consoliamo facilmente dicendo: "Non ha sofferto troppo, e poi aveva vissuto la sua vita".
Se muore un bambino anche se non ha sofferto diciamo: "Aveva ancora tutto da vivere", ma tendiamo ad aggiungere: "almeno non ha sofferto".
Altre volte ma meno frequentemente la morte di un caro che era per noi inconcepibile ci piomba in uno stato di disperazione totale , a cui può seguire una grande angoscia al pensiero che se sono morte le persone che sostenevano la nostra vita anche noi moriremo.
Meno frequentemente ancora pensando ad un nostro caro che nel morire ha cercato di organizzare le cose in modo da "morire come aveva vissuto" riuscendo a dare un senso alla propria morte (come fa ad esempio uno che prima di morire dona gli organi, cerca di parlare coi cari chiedendo loro perdono o lasciano detto loro cosa vorrebbe che facessero per lui), ci consoliamo dicendo: "Ha vissuto ed è morto a suo modo, riuscendo a dare senso anche alla sua morte"
Ecco perché siamo sempre più attrezzati a combattere la morte precoce e il dolore, sempre meno ad aprirci vie di speranza e di senso.
Ed ecco perché l’interpretazione dominante delle emozioni del lutto è che esse siano caratterizzate fondamentalmente dal dolore per la perdita di qualcuno che ci aiutava a vivere cioè a soddisfare i nostri bisogni. Laddove la morte del caro suscita invece disperazione e angoscia per il nulla che ci si prospetta, o vissuti di non-senso di fronte a qualcuno che muore nell’insensatezza, le difficoltà di ascolto delle persone in lutto diventano gravissime anche da parte degli psicologi e finisce che si teorizzi, come fa la medicina palliativa , che la disperazione angosciata della persona in lutto o i suoi vissuti di non senso possano essere interpretati come rispettivamente un "dolore psichico" o un "dolore spirituale".
Si spiega allora perché le filosofie che concepiscono l’uomo come un "conatus" (uno sforzo) di esistere o di permanere nell’essere, che si oppone strenuamente al nulla della morte, come la filosofia di Heidegger e quella di Nietzsche, si ritengono sempre più idonee nella nostra contemporaneità a "leggere" i sentimenti di disperazione e di angoscia dell’uomo di fronte alla morte (propria e del caro ma pur sempre propria). Così come le religioni o le pseudoreligioni della cosiddetta New Age si ritengono più idonee ad aiutare chi è in lutto ad affrontare i vissuti di non-senso che la morte introduce nell’esistenza di chi la sperimenta.
Questo tentativo destinato a fallire ma sempre rinnovantesi della contemporaneità di scotomizzare l’angoscia del nulla che dispera e il non-senso della morte riducendoli a "dolori" (psichico e spirituale), ha anche un altro grave effetto accecante: sono le intuizioni dell’esperienza clinica che la moderna diagnostica occulta, come ad esempio le disperazioni, le angosce del nulla e i vissuti di non-senso che si intravedono dietro molte tossicomanie, molti suicidi e molti lutti impossibili da elaborare.
E tuttavia non credo che basti dire che esiste una strategia dominante della nostra cultura di fronte al lutto che non può conquistare tutti perché si basa sul tentativo di ridurre l’uomo alla sua biologia (cioè all’adattamento nell’ambiente allo scopo del conseguimento del benessere attraverso il bilanciamento di gratificazioni e frustrazioni). E’ cioè vero che oggi quel che conta è non soffrire, soffrire meno o smettere di soffrire, ma resta qualcosa in comune tra chi basa la sua vita sulla ricerca del piacere e l’evitamento del dolore e chi basa la sua vita sulla ricerca della speranza di vita e l’evitamento dell’angoscia del nulla da una parte, e chi la basa sulla ricerca del senso della vita e l’evitamento del non-senso.
Hanno in comune la logica e la razionalità: chi negherebbe la legittimità sul piano razionale del combattere il dolore, l’angoscia e il non-senso?
Ma sappiamo anche che ci sono dolori che non si superano, angosce incedibili e insensatezze senza rimedio.
Ora io credo, d’accordo con Levinas, che la cultura occidentale si è andata evolvendo in una direzione che presuppone l’occultamento dei dolori, delle angosce e delle mancanze di senso che non si possono superare, e che se si è passati da un’epoca in cui la ricerca di senso attraverso le religioni e la metafisica era dominante, ad una in cui dominava la ricerca della speranza e ad una come l’attuale in cui domina la ricerca del piacere, è perché solo riducendo le negatività della vita a qualcosa (di biologico e misurabile) come il dolore si potrà dispiegare al massimo l’idea dominante in Occidente che risolvere un problema vuol dire "fare qualcosa", escogitare una tecnica per risolverlo.
E naturalmente solo se nell’umano tutto è riducibile a qualcosa che si possa manipolare, si potrà perseguire il progetto di una tecnica che si evolva incessantemente su se stessa.
Il prezzo di questo "controllo" attraverso la riduzione dell’umano a ciò che si può tradurre in termini tecnici è la progressiva "espulsione" di tutto ciò che eccede un controllo tecnico. La storia della follia così come l’ha delineata Foucault ne è un esempio, anche se c’è un modo più ottimistico di affrontare il problema che consiste nell’affrontarlo alla Dostoewski, allorché nelle "Memorie dal sottosuolo" dice pressappoco che è nella follia che può rifugiarsi il desiderio di libertà e di autenticità dell’uomo.
Sosterrò allora che non riusciamo nella nostra contemporaneità a prenderci cura di certi lutti (quelli insuperabili che portano al suicidio, alle tossicomanie, all’omicidio, all’aborto,etc.) fallendo il compito sociale e culturale di aiutare coloro che sono in lutto (e non si identificano con l’umano così come è concepito dalla nostra cultura) a crescere. Proprio perché pensiamo che l’unica possibilità di aiutare chi è in lutto consiste nel fare qualcosa per fargli superare il dolore, l’angoscia, la disperazione, il non-senso. E interpretando le emozioni del lutto dal punto di vista di chi intende fare qualcosa per aiutare finiamo per "allontanare" dallo sguardo quegli aspetti di queste emozioni che non potrebbero essere affrontati con questa impostazione.
Il gesto fondante di questo "allontanamento" è probabilmente, come suggerisce Levinas1, nella nostra cultura, il gesto di Socrate di allontanare le donne dalla scena della sua morte.
Cito testualmente dal Fedone cominciando dal punto in cui Socrate beve la cicuta2: "E, detto ciò, accostò il bicchiere alle labbra e, tutto d’un fiato, senza un segno di disgusto, lo vuotò lietamente. Sino a quel punto i più tra noi erano alla meglio riusciti a trattenere il pianto; ma come lo vedemmo bere e aver bevuto, non ne potemmo più, e a me le lacrime, mio malgrado, vennero giù a fiotti; sicché, copertomi il viso, piansi me stesso, oh! non certo lui, ma la sventura mia, che rimanevo privo d’un tale amico. Critone, dal canto suo, incapace di frenare il pianto anche prima di me s’era levato in piedi per allontanarsi, mentre Apollodoro, che anche per l’innanzi non aveva cessato di piangere, allora, gittato un urlo, proruppe in tali lamenti e gemiti, che non ci fu tra i presenti chi non si sentisse spezzare il cuore, ad eccezione di lui, Socrate. Il quale: Che cosa fate, disse, miei buoni amici? Se ho mandato via le donne l’ho fatto soprattutto perché non s’abbandonassero a codesti eccessi. E poi ho anche sentito che si deve finire tra voci di augurio. Siate dunque calmi e forti."
Ha cominciato Socrate ma abbiamo continuato a farlo sempre meglio: l’eccesso di dolore va evitato e chi eccede, solitamente sono le donne anche oggi, va allontanato.
E se fossero proprio quelli che piangono in modo eccessivo, proprio quelli che vengono allontanati, che poi, proprio perché non c’è posto per loro, cadono in situazioni di lutto insuperabile e la loro vita si blocca?
L’esperienza clinica di chi come me assiste da anni le persone in lutto dice che la maggior parte dei lutti si bloccano proprio perché l’espressione dei sentimenti negativi viene ostacolata, proprio perché chi piange a dismisura deve essere fermato, ci vuole misura nel dolore, nella disperazione e nel non-senso.
L’esperienza dice anche che spessissimo dietro gli esiti distruttivi o autodistruttivi (dalle tossicomanie, all’anoressia, al suicidio o all’omicidio) di un lutto c’è un eccesso che è stato "allontanato", un eccesso che non ha potuto esprimersi, che era ritenuto illegittimo e immotivato perché metteva in discussione le unità di misura rassicuranti di chi voleva a tutti costi fare qualcosa per aiutare (se avessi bisogno di piangere sconsolatamente per sei mesi questo eccesso sarebbe permesso?).
E se proprio in questi eccessi, nel dolore folle, nell’angoscia folle e nel non-senso senza rimedio delle donne e di Apollodoro, ci fosse qualcosa che, portato alla luce, ci consentisse di interpretare l’emozione del lutto in modo differente?
E se piangessimo nell’emozione del lutto non per una perdita insopportabile, non per l’insormontabile angoscia che il nostro essere sia gettato nel nulla, non per l’impossibilità di dare senso alla morte, ma per essere, di fronte alla morte, di fronte a qualcosa che non si può ridurre né alla perdita dolorosa, né al nulla né al non-senso?
Dice Levinas3: "Il rapporto alla morte... rapporto puramente emozionale, commovente di una commozione che non è fatta della ripercussione, sulla nostra sensibilità e sul nostro intelletto, di un precedente sapere. E’ un’emozione, un movimento, un’inquietudine all’ignoto".
In altri termini, noi interpretiamo la morte come perdita dolorosa, come nulla che angoscia l’essere che vuole vivere, come irruzione del non-senso nella vita, ma non abbiamo dati per farlo, perché noi in realtà vediamo soltanto che il caro non ci risponde più, ma non sappiamo dove è andato: non sappiamo se è irrimediabilmente perso ciò che ci dava, se è nulla ciò che egli era, se non ha più senso la sua vita. Potrebbe essere tutto questo ma lo ignoriamo.
Certo, se abbiamo "deciso" che siamo esseri biologici i quali morendo entrano nel ciclo dell’azoto, possiamo di fronte al caro che non ci risponde più credere di sapere che si decomporrà contribuendo anonimamente ad altre vite, ma se questo sapere non ci acquieta e continuiamo a piangere, a sentire di essere entrati in una dimensione che non ci ricorda niente di ciò che abbiamo sperimentato prima?
Certo, se abbiamo deciso che siamo esseri personali e che tutto esiste finche ci siamo e nulla esiste quando non ci siamo più, di fronte alla morte l’angoscia e la disperazione ci domineranno e potremo decidere di lottare fino all’ultimo istante per non cadere nel nulla facendo del nostro saperlo, come suggerisce Heidegger, la fonte e l’alimento della nostra autenticità.
Ma se neanche questo può acquietarci, se cioè non possiamo riuscire a vincere l’angoscia, allora possiamo scorgere in essa un orizzonte: c’è dell’altro oltre me se non riesco a vivere ogni istante come se fosse l’ultimo istante, il tempo limitato dell’essere sveglia al tempo infinito, un tempo che ignoriamo se sia un altro essere o un non-essere.
Certo se abbiamo deciso che siamo esseri umani e non leghiamo il bene al nostro esserci perché abbiamo scoperto che si può essere anche "per altri" di fronte alla morte del caro, possiamo scegliere di vivere per lui o per lei, di sostituirci a lui e far sì in tal modo che la morte non tolga senso né alla vita di chi è morto né alla nostra che restiamo. Ma il caro può non averci lasciato detto chiaramente cosa voleva che facessimo per lui dopo morto, e allora restiamo con l’eccesso della nostra libertà di scegliere di assumerci o meno per chi non c’è più una responsabilità così infinita da provocarci una vertigine.
Ecco dunque in ogni caso il positivo dell’eccesso, di quell’eccesso che la nostra cultura allontana perché mette in crisi tutte le sue tecniche mettendo in crisi il sentimento di onnipotenza di ogni tecnica: il dolore folle, la disperazione folle, il non-senso folle aprono una dimensione dell’oltre sé di chi soffre un lutto che lo trasforma in un’emozione pura, un’emozione che non sa di cosa è emozionata perché di fronte alla morte si trova di fronte non ad esperienze o a ricordi o a conoscenze, ma alla pura interrogazione sull’ignoto, su ciò per cui non si danno esperienze, conoscenze, ricordi.
Ed ecco perché questo eccesso non bisognerebbe temerlo, perché lungi dall’essere alla base di ciò che temiamo di più di fronte ad un lutto (l’insuperabilità distruttiva di esso con tutte le sue conseguenze nella vita) rappresenta pur sempre un’apertura: se di fronte alla morte non so cosa mi addolora al punto da perdere la ragione (dolore folle), se non so cosa m’angoscia al punto da perdere la ragione (angoscia folle), se non so cosa rende insensata la mia vita alla tua morte (non-senso folle) sono già fuori di me, cioè quindi anche fuori dal dolore, dall’angoscia e dal non-senso.
Finché non avremo imparato che ci sono dolori, disperazioni e insensatezze che si superano rischiando la follia attraverso l’eccesso, e allontaneremo (alienazione) o reprimeremo gli eccessi perché abbiamo paura della follia (perché ci identifichiamo come esseri che con la loro ragione possono risolvere tutti problemi e rispondere a tutte le domande), continuerà a crescere ai margini del nostro lavoro di medici psicologi e psicoterapeuti un residuo di Umanità che potrà solo essere allontanata e alienata e repressa, ma che forse resta depositaria di ciò che è autenticamente umano al di là del conato di esistere: il consegnarsi come paziente ostaggio all’altro che fa appello a te nella nudità del suo volto cioè nella sua nudità inerme e indifesa anche quando egli è morto. O forse bisognerebbe dire soprattutto quando è morto, cioè quando rispondergli può essere veramente disinteressato, non potendo più ottenere nulla da lui in cambio, e quando nessuno può sostituirci nel sostituirci a lui per vivere non solo per se stessi ma anche per lui, che non può più né chiedere né rispondere e quindi chiede al di là del chiedere e risponde al di là del rispondere.
Ho voluto dedicare questo intervento a tutti coloro che non sono riuscito ad aiutare nel loro lutto con le mie tecniche perché il loro eccesso tagliava fuori ogni tecnica, a coloro che non trovando posto in un mondo dominato dalla tecnica non hanno potuto comunicare liberamente agli altri quanto del loro eccesso contenesse una verità umana oggi screditata, la verità della pazienza che non ha potuto esplicarsi perché nonostante tutto abbiamo voluto applicare loro le nostre tecniche, non potendo sopportare la vista di ciò che con il loro eccesso ci facevano intravedere.
Sulla base di quanto detto fin qui vorrei riprendere il tema dell’aiuto per crescere a chi è nella crisi del lutto.
I. Mi sembra che nella strategia moderna di aiuto alle persone in lutto ci si preoccupi poco o niente che superino il lutto crescendo: l’importanza è riservata al recupero di un adattamento nell’ambiente che consenta di tornare ad un relativo benessere dopo la perdita. Al massimo, in quest’ottica, che abbiamo chiamato "biologica", si tende a promuovere una crescita intesa come affinamento delle strategie di adattamento.
II. In piena crisi sono le strategie di aiuto, quella psicoanalitica e quella del viaggio di vita che trovava spesso nella letteratura i suoi modelli, per coloro che nel lutto hanno lo scopo di far vivere dentro di sé le persone care scomparse. Ciò fondamentalmente perché i tempi dell’attuazione di una strategia interiore (psicoanalitica o letteraria) sono tempi sempre meno compatibili con i ritmi di vita che impongono la ricerca di un’efficienza nel tornare a vivere dopo una perdita non rispettosa dei tempi della soggettività.
Ecco la ragione per la quale si incontrano oggi sempre più persone che, lasciate senza aiuto nelle ricerca di sé stessi, dopo un lutto grave prendono direzioni "alternative", talvolta spesso con sfumature "parapsicologiche" più che psicologiche e sempre più spesso sfocianti in situazioni di crisi bloccate o in vera e propria follia.
III.Sotterranee (Movimenti underground del new age) o deviate verso modi di vita particolari (naturismi, ecologismi, femminismi, etc.) sono le vie di aiuto a coloro che cercano di dare un senso alla morte e di fronte al lutto incontrano la crisi dei rituali collettivi (quelli funebri in primo luogo), facendo di conseguenza tentativi più o meno riusciti di ri-ritualizzare l’aiuto collettivo alle persone in lutto.
Per parte mia credo di poter concludere dicendo che uscire da un lutto cresciuti significa qualcosa di diverso a seconda del modo in cui si concepisce l’uomo e ci si identifica come uomini ciascuno con il suo particolare "io".
Per chi identifica l’uomo come un essere biologico e si identifica come tale, uscire cresciuti da un lutto significa avere acquisito tramite esso esperienze e conoscenze che renderanno più facile affrontare altri lutti.
Per chi identifica l’uomo come persona unica e irripetibile e si identifica come tale, crescere attraverso un lutto significa uscirne con nuovi oggetti interni positivi (le persone care morte che ora vivono nell’interiorità arricchendola).
Per chi identifica l’uomo come essere umano e si identifica come tale, crescere attraverso un lutto significa uscirne con una vita più sensata o con un nuovo superiore senso.
Ma un essere biologico, un essere personale e un essere umano possono anche attraverso un lutto entrare in crisi nella loro particolare e specifica identificazione.
L’impossibilità di sostituire qualcuno che si è perso può far capire ad un essere biologico che c’è qualcosa di insostituibile in ciascuno di noi, e farlo accedere alla dimensione di persona; l’impossibilità di far vivere dentro di sé una persona cara morta può far capire ad un essere personale che c’è un’irriducibilità dell’altro a sé, e farlo accedere alla dimensione umana; l’impossibilità di dare senso alla morte di un altro integrandola nella propria vita può far entrare in crisi l’umanità dell’essere umano che restando solo si può trovare di fronte all’ignoto e aprirsi ad una dimensione sovrumana, nella quale si può vivere nell’eccesso di chi chiama chi non può rispondere e continua a rispondere a chi ormai non può più chiedere.
Sono propenso a ritenere che quest’ultima crescita sia la reale crescita che l’uomo può conseguire nel superamento di un lutto. Attraverso l’emozione che inquietudine all’ignoto propria del lutto determina, allorché esso eccede le misure dell’io, delle conoscenze e delle istituzioni (i rituali), l’uomo scorge l’oltre sé di un tempo che non è il tempo della sua vita nel quale questo tempo di vita è inserito e non può contenerlo, che può dargli la possibilità di superare un lutto non perché ha sostituito né perché ha fatto vivere dentro di sé o ha dato un senso alla morte, ma perché continua a desiderare e a piangere senza misura, all’infinito, chi non c’è più.
NOTE
1. E. Levinas, Dio, la morte il tempo, Jaca Book,Milano,1996
2. Platone , Opere, Sansoni Ed.
3. E. Levinas, op. cit., pag 57