"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 12 - 17, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
Questa spinta speculativa vuole meglio
ricercare le possibili radici teoriche di ciò che facciamo nella
relazione d’aiuto, aprire, perlomeno nell’intento, spazi di nuove connessioni
e riconfermare o meno alcune cornici prospettiche entro cui ci muoviamo
(poiché di movimento si tratta) nella relazione d’aiuto stessa.
E che cosa vuol dire che agiamo a partire da e dentro una psicologia comprensiva,
se ciò è riconosciuto, se ciò è vero per noi?
Mettersi sulle tracce di alcune fonti
cognitive vuol dire, per esempio, trovare subito una prima nota distinzione
tra una psicologia comprensiva, propria delle scienze dello spirito, ed
una psicologia esplicativa, propria delle scienze della natura.
È Dilthey che nel 1894 dà
a questa distinzione una veste paradigmatica parlando della necessità
umana-spirituale di essere nel mondo comprendendo la vita dall’interno,
giacché è umano propriamente solo ciò che è
intimamente esperito, e questo permette di avvicinare la vita dell’altro
solo con la vita.
Si tratta di un Atto, in cui emerge una
configurazione dinamica e l’esperienza vissuta (Erlebnis) di colui che
è percepito viene colta dal percipiente come Evento della sua vita
e solo così questi è conosciuto. Solo così è
possibile comprendere la vita dell’altro, senza ridurla (nel senso della
riduzione propria della scienza) agli elementi e/o cause originarie.
È ancora su questa distinzione
(comprendere/spiegare) che si muove Jaspers, quando nel 1913 pubblica "Psicopatologia
generale" e qui, applicando il metodo fenomenologico in psicologia, sottolinea
come l’espressione "comprendere" ha a che fare con la visione intuitiva
di qualcosa dal di dentro; nel senso che la comprensione si accosta all’oggetto
da comprendere (con cui non c’è contrapposizione né separazione
ma insieme di relazioni) nei suoi stessi termini, per "vedere".... cosa?
le strutture che emergono (dal versante di chi indaga o aiuta come nel
nostro caso) e l’"essenza" dell’esperienza, essenza come rivelazione del
modo in cui un’esistenza si progetta e sta nel mondo.
Sono questi i presupposti fondanti della
Metodologia Fenomenologica e stando in questo dominio cognitivo è
possibile per noi rispondere alla domanda iniziale di questa tavola rotonda.
Vivere la nostra relazione – mi riferisco
alla relazione d’aiuto – al mondo realizzando il paradigma fenomenologico
non è molto semplice e neanche immediato nel nostro lavoro: vuol
dire stare, stare e rispettare il venire alla luce del Dato, l’esperienza
vissuta, ma non nel senso del contenuto percepito, ricordato, sentito ma
stando sul versante del COME si struttura l’esperienza e la sua narrazione
(Husserl dice: "Noi dobbiamo attenerci a ciò che è dato nel
puro Erlebnis, e assumerlo, nel quadro della chiarezza così come
si dà").
Cosa è difficile? Il lasciare
che le cose si mostrino così come sono implica modificare lo sguardo
ed agire la volontà di non opporre resistenza a questo introdursi.
Implica la sospensione del giudizio (epochè) ed è questo
che ci conduce nell’esperienza dell’altro, riducendo l’io, arginando il
desiderio di invadenza e così agendo e pensando da un altro luogo.
È una pratica questa, un esercizio
non facile, anche perché ogni dato che emerge è già
inscritto in una cornice interpretativa ed operativa. Mi ricordo di una
volta in cui percepii il colore verde delle foglie durante una passeggiata
in un bosco: fu un momento, proprio un momento veloce ed intenso in cui
mi sembrò che la qualità "colore" si staccasse dall’oggetto
"foglia", a cui non era più associata momentaneamente. Un attimo,
in cui mi è sembrato di cogliere una qualità in sé,
che così prescinde dall’oggetto, ossia da un utilizzabile, a cui
si sottrae e da cui si stacca. E che vuol dire ancora più profondamente?
Che quel dato, quella qualità
sta per sé e non per altro. Quindi percorrere un’analisi fenomenologica,
ha a che vedere con il sottrarre quel dato agli infiniti rimandi associativi,
generati dal contesto operativo stesso (nell’esempio riportato il colore
verde della foglia non ha significato per me bello, brutto, utile, inutile
né ho pensato che potevo farmene qualcosa, ma ha voluto dire solo
il colore verde). Va fatta una rinuncia in questo atto del Vedere e la
rinuncia sta in un dire "questo vuol dire quello".
E anche questa pratica non ci appartiene
naturalmente, perché siamo propensi a collocare gli accadimenti
(interni ed esterni) dentro una catena di rimandi ed A vuol dire in quanto
B. Ed allora come fare concretamente? Quale è lo spazio da aprire?
Anzi quale è lo spazio senza il quale nulla di tutto ciò
può accadere? È uno spazio interno, un luogo, quello dell’attenzione
e della visione (stando nella distanza che ciò implica) che va lì
tutta su quella qualità, in quanto tale, su quella struttura immediatamente
evidente e comprensibile, attenzione a come l’altro trascende sé
stesso nel suo tendere verso, e accogliere tutto ciò, farlo agire
dentro (di me) e sottrarsi ad una risposta ad un giudizio, ma non certo
ad una reazione o effetto emotivo.
È un fare il sentire che tutta
l’attenzione va su quel dato, così come è uno stato interno
(corporeo e mentale) essere aperto alle possibili ed inevitabili configurazioni
che tutto ciò può produrre, sottraendosi ad una classificazione
già data... e l’universo si apre. Il vedere fenomenologico ha bisogno
di spegnere l’invadenza della luce attraverso un ascolto silenzioso: come
stare in una domanda rinunciando a dare la risposta (che provenendo dalla
distanza mira a colmarla) paragonabile al chiedersi da dove viene la domanda
stessa invece di cercare di rispondere. Aspettare che sia la configurazione
stessa a parlare, stando nella dimensione dell’evento (che è l’accadere
della distanza nella relazione). Avere un approccio fenomenologico nella
relazione d’aiuto è stare in questa concettualizzazione: esiste
la rappresentazione in quanto tale che appare, la dimensione del non-ancora
significato, ma è sul punto di divenire significato, di trasformarsi,
e coglierla appena prima di questa trasformazione, sul Limen.
Ascoltare le parole che i Dati, le cose
ci rivolgono, liberate da uno sguardo (il nostro) che pretende di vederSI
e quindi di impadronirsene ciecamente. Questo "vedere" fenomenologico richiede
un allontanamento, una distanza da sé e dall’altro, distanza che
dobbiamo presupporre perché ci sia relazione. È da Hegel
in poi (e ciò distingue la Fenomenologia da Kant) il riconoscimento
di questo Movimento intersoggettivo che produce la relazione e che nella
logica hegeliana è il fondamento costitutivo della soggettività
umana: l’identità del soggetto si costruisce solo attraverso il
passaggio, la mediazione con l’altro (è lo stesso principio dialettico
ripreso da Lacan nello stadio dello specchio).
Quando Hegel fonda l’intersoggettività
dialettica nella Fenomenologia dello Spirito afferma che l’altro,
il simile non è solo semplicemente il diverso ma è quell’alterità
che costituisce la mia identità. E questo è ciò che
è concreto per Hegel, nel senso di cresciuto insieme, in antitesi
al separato (astratto).
La stessa profondità del soggetto
(e su questo anche Schopenhauer esprime l’idea che ogni tentativo di procedere
nella pura soggettività fino all’infinito si conclude ritrovando
l’abisso e la lontananza dall’essere), si costituisce solo nella mediazione
di interno/esterno solo in quanto esso si aliena a sé, cioè
esce da sé ed entra nell’altro. Hegel ha quindi riconosciuto la
logica relazionale Io-Tu ed ha visto questo ponte ma non fra due elementi
separati, che così vengono collegati, bensì fra due elementi
che sono già collegati e la realtà è questo collegamento
che si realizza, è ciò che fa la relazione.
La relazione è così lo
spazio in cui si abita la distanza, la quale distanza "fa" la relazione
e contemporaneamente consegna ciascuno alla propria identità.
È lo spazio vuoto, che lega e
distingue gli elementi relazionali, a permettere la distanza e la coincidenza
fra "me e te". Tutto si dà all’interno di questa cornice e quindi
il ponte relazionale è la cornice, e nella prospettiva fenomenologica
ciò che guardi è quello che si dà nella relazione
e questa è la verità.
Facendo così si sottrae il concetto
di verità alla verità di un ente, e la verità è
la relazione che si dà per quell’ente in quel momento lì.
E quello che si dà è poiché si dà. Quindi la
verità è per Hegel processo, è divenire e reciproca
mediazione nel processo stesso: Dialettica. E come si fa nella relazione
ad oltrepassare la particolarità propria ed altrui? Hegel ha mostrato
con la Dialettica che l’oltrepassamento è possibile solo in virtù
di un terzo o medio, che diventa così il detentore del significato
di verità delle parti (modello usato dalla Gestalt).
È su questa base ontologica e
logica, che nel lavoro di relazione d’aiuto (modello Gestalt) si opera
per trasformare dialetticamente due realtà (così è
spesso la natura del problema) antitetiche, in una nuova realtà
inventata (dal sintomo alla sintesi), in nuovo Come Se, in un’immagine
che è il presentarsi tra ciò che è e ciò che
vuole essere, una intuizione del vivibile.
Lavorando, riflettendo sul senso di una
psicologia comprensiva mi si è fatta sempre più chiarezza
sul valore dello spazio vuoto, della distanza e dell’accorgersi del sentire.
Il giorno in cui si arrivi a sentire quel che noi sentiamo ci renderemo
contemporaneamente conto della potenza produttiva di questo accorgersi
ed è in questo senso la necessità della distanza.
È la voce della distanza che permette
al cambiamento di andare avanti; se sei sempre nel fertilizzato non puoi
cogliere ciò che ha reso possibile la fertilizzazione, ma il nulla
la distanza è, ed è con un suo essere. Non è il niente
di qualcosa (ni-ente), cioè non-ente, ma è res-nulla.
Invece di dire "io non sono quel che tu sei", dire "io sono quel che sono
grazie alla distanza che lega me e te e distingue me da te". E così
puoi comunicare. Di solito si vede il nulla a partire dal pieno, come mancanza
od opposto. Quando si dice opposto si dice "non è" e quindi si separa.
E se separi non comunichi.
Stare nella distanza è quindi
un modo di pensare, per cui è vero che c’è diversità
tra A e B, ma è la diversità che fa sì che A e B siano
quello che sono ed A non esiste indipendentemente da quella distanza, abitando
la quale A e B si possono confrontare. È lo spazio fra una lettera
e l’altra, ma che fa sì che A e B abbiano un senso attaccati.
PNL a confronto
La PNL inizia il suo mostrarsi come modello
occupandosi di costruzioni di mondi soggettivi a partire da fondamenti
sensoriali, riconoscibili in strutture ricorrenti e quindi verificabili.
La metaregola fondamentale, che costituisce l’essere della PNL, è
che ciò che rileva nel mondo e di cui si occupa sono modelli dell’esperienza,
e non modelli della verità.
Cosa vede la PNL a differenza di altri
modelli? Una specificità e singolarità dell’essere umano
spinta all’estremo, per cui niente è dato a priori e niente è
riconducibile ad una sintesi generalizzata, bensì a un numero finito
di elementi strutturali, a una sintassi del comportamento.
Questo presupposto porta paradossalmente
lo stesso modello ad accedere a una universalità (a un soggettivo
condiviso): a forza di studiare i sistemi singoli (filtri sensoriali, strategie
con cui mettiamo in atto azioni, direzioni, orientamenti etc.) e di progettare
interventi sui sistemi, sempre intesi come nuovi ed originali, si profilano
un po’ alla volta le universalità: per esempio la finalità
con cui facciamo quello che facciamo, i pattern ricorrenti, le ossessioni
etc.
È forse inevitabile arrivare a
costruire teorie generali, ma osservando i micromondi c’è più
creatività ed innovazione. Sembra di intravedere entro quale metafora
si è mossa la PNL: dalla metafora della cibernetica (la PNL presuppone
fideisticamente un senso ed un ordine preesistente) alla metafora della
magia, all’idea che ci siano dei maghi, dei flauti magici, dei pifferai
di Hamelin che, suonando il loro flauto, riescano a rivelare il senso delle
cose, a mettere ordine nel disordine, a trasportare il flusso dove vogliono
loro. Questa visione apre due vie possibili: o la magia si crea o la si
rivela perché è già implicita. La PNL ha scelto questa
seconda strada, in cui qualcuno è più "bravo", capace, attento
a percepire una struttura al di là del disordine apparente. Perché
questa scelta? Forse perché in uno spirito democratico si può
volere che il mondo sia fatto così. Come? Con la magia disponibile
per tutti, in cui l’ordine e la finalità ci sono, e basta fare le
opere adeguate e gli atti adeguati. E questa riorganizzazione ha una struttura
spiraleggiante ed ogni volta che hai trovato una tappa di questa finalità
puoi partire ad attraversarne un’altra. Con la PNL si gioca all’universo
ordinato, poi magari non è vero, ma diventa importante la ricerca,
in tal senso, per scoprire che quest’ordine si appoggia solo sulla volontà
del singolo. E questo è un gioco infinito, anzi il gioco del gioco,
anche se – come direbbe Carse – molti lo possono usare per giocare i loro
giochi finiti. Entrare in questo gioco vuol dire soprattutto fare distinzioni
ed accorgersi: accorgersi del rapporto che c’è tra il visibile dell’esperienza
(sensoriale) e l’invisibile (di cui la PNL ha cominciato ad occuparsi),
accorgersi della relazione che c’è tra le cose che ognuno fa e ciò
che questo fare produce in sé e negli altri, ossia di come costruisce
i significati; vuol dire ancora agire una relazione con altro da sé
e nello stesso tempo vederla (interagire del livello della comunicazione
e metacomunicazione), cioè prendere la distanza dai propri presupposti.
La PNL attiva processi, e quello fondamentale è produrre insight,
rendersi conto di quanto può influire sul cambiamento questo accorgersi
e quindi distinguere.
Rincorniciare tutto questo all’interno
di un counselling cosa comporta, da quale cornice bisogna guardare e con
quale operare? Noi siamo sempre situati in un contesto (ossia ciò
che percepiamo nelle forme e modalità con cui lo percepiamo) e questo
contesto ci apre a un punto di vista, a un punto di osservazione, più
in generale ad una relazione a... ed è tale relazione a... che chiamiamo
esperienza. Essa accade in modi determinati, ed è visibile ed osservabile
nei comportamenti che, in quanto "fare", sono comportamenti analogici e
paraverbali (intesi come risultato di sequenze, sistematicamente orientate,
di rappresentazioni sensoriali). Ogni contenuto del "dire" è sorretto
e "significato" da un fare.
Ogni comportamento è quindi un
agire nel contesto, produrre effetti su, insomma è una modalità
di relazionarsi a... secondo una prospettiva. Vedere, percepire, rapportarsi
ad altro presuppongono un punto da cui ci si rapporta e che contemporaneamente
non possiamo vedere, perché da questo non abbiamo distanza: in caso
contrario saremmo in un altro punto di osservazione. Ci è precluso
l’accesso ad una visione panoramica a 360° che comprende anche chi
vede e agisce; noi vediamo a partire da ciò che non possiamo vedere
(possiamo scorgere le nostre mani ma non la vista che le vede); ci è
precluso l’accesso alla metafora da cui metaforizziamo, non nel senso che
non possiamo conoscerla, ma nel senso che se la conosciamo ciò avviene
a partire da un’altra metafora. Quindi la prospettiva è sempre parziale,
eppure ciò che vediamo lo vediamo come se fosse totale. È
l’immaginazione a fare tutto.
Abitualmente intendere così il
relazionarsi significa anche prevedere di mettere in atto certe risposte
comportamentali che si sono organizzate nel tempo intorno ad esperienze
passate ed hanno dato origine a veri "abiti" comportamentali. Anche le
parole (il linguaggio) hanno avuto la stessa storia relazionale: infatti
le parole sono altrettante rappresentazioni di possibilità relazionali.
(È il nome a derivare dalla relazione e non viceversa: tuttavia
il nome "dimentica" la specifica esperienza che gli ha dato origine per
codificarla, in una sorta di universalità). Il significato di qualcosa
per qualcuno è quindi l’insieme dei comportamenti che può
mettere in atto in determinate circostanze (esperite come "esterne" e "interne")
e nelle quali si riconosce l’occasione per dare certe risposte comportamentali
pensate come possibili.
Da cosa dipendono queste risposte? Dalle
mappe: le mappe sono ciò che ci consente di accorgerci dell’evento
secondo modi che ammettono determinate nostre risposte (per un cieco non
accade il colore perché non esiste la mappa "percezione del colore"
così come non accadeva la forza di gravità prima di Galileo,
o agli uomini non accadono gli ultrasuoni anche se si sa che ci sono).
In altre parole una mappa permette di tradurre un indeterminato input in
qualcosa per cui sia a noi possibile ammettere certi comportamenti, e quindi
dà senso a qualcosa che accade e ci permette di inserirla nell’area
del significato (per noi). Cosa è che ci avvisa dell’avvenuta (o
mancata) relazione di corrispondenza tra una certa rappresentazione di
contesto ed il significato a cui rinvia? Lo stato emotivo è l’indice
di ciò, ci avvisa che questa relazione si sta (o non si sta) manifestando
come orizzonte significativo. E così non c’è un mondo ma
significati di mondo, che si annunciano negli orizzonti di mondo, che si
aprono dal punto di vista in cui siamo e che sono notificati dagli stati
emotivi.
Stati emotivi e mondo si corrispondono
e lo stato è ciò che rappresenta sensorialmente (vedo, ascolto,
sento) il contesto correlato e quel modo di significarlo. Tuttavia dobbiamo
presupporre in via logica un contesto "in generale", un territorio, che
non c’è come esistenza ma deve esserci come possibilità logica,
come possibilità degli orizzonti che vi si possono aprire. Non esiste
come percepibile perché è ciò in cui si è,
ma ciò in cui si è sempre è il Pensiero. E quindi,
forse, si può definire un territorio come "spazio logico", come
spazio di nulla da cui e grazie a cui emergono i fatti del mondo. Il territorio
come infinita possibilità di pensiero. Le mappe in PNL sono un reticolo
composito di elementi che concorrono alla significatività dell’input
(sistemi rappresentazionali, credenze, valori, metaprogrammi etc.) e sono
responsabili dei nostri comportamenti presenti e futuri. Cambiando la mappa,
cambiamo i comportamenti? Ma quando, perché e quali vincoli abbiamo
per farlo: in altre parole quando nasce il problema?
Un problema (sempre stando nel dominio
cognitivo della PNL) è la percezione dell’impossibilità di
saper rispondere con comportamenti certi (che portano effetti prevedibili)
alla percezione di un evento. E dove quindi si inserisce l’intervento del
counsellor? L’intervento, la relazione d’aiuto, si muove all’interno di
uno spazio delimitato da questi tre elementi fondamentali: la mappa (come
ciò che permette la risposta all’evento), l’obiettivo (come ciò
che vogliamo consapevolmente o inconsapevolmente) e la congruenza tra obiettivo,
mappa ed evento. Questo intervento ha lo scopo di riordinare i dati dell’esperienza
e ricostruire nuovi significati e nuove trame narrative e progettare nuove
possibilità. È nel compiere questa ricostruzione che il modello
offre l’attivazione di processi (le tecniche sono solo il risultato):
– far recuperare al soggetto la sensorialità
completa dell’esperienza in cui si manifesta il problema;
– portare il soggetto, da una prospettiva-
meta a chiarirsi il problema "destrutturando" tutti i termini linguistici
(e quindi i significati) e traducendoli in altrettanti comportamenti, fondati
sempre sensorialmente;
– riconoscere le costellazioni della
propria mappa del mondo, in tutte le sue componenti visibili ed invisibili
(attraverso la confrontazione di credenze, di nessi causali strutturati,
o l’acquisizione di nuove risorse, o la dialettizzazione tra le parti,
o lo sforzo creativo della metafora), al fine di assicurare una riorganizzazione;
– fare subito un test per verificare
gli effetti della nuova configurazione, un test sensoriale del significato
del nuovo evento.
Quindi il lavoro del counsellor è
l’aiuto a una nuova architettura della mappa per nuove risposte comportamentali.
In tutto questo la sacralità, il totem del modello è il Rapporto,
per la cui realizzazione (a differenza di altri modelli) vengono indicate
vere e proprie abilità, presupponendo che una relazione a due abbia
come terreno comune un terzo, nel quale e grazie al quale i due si riconoscono:
e questo terreno comune si specifica in prima istanza come Rispecchiamento.
Rispecchiare l’altro vuol dire restituire il riconoscimento, intanto, della
fondatezza e coerenza della sua costruzione del mondo (presupposto legato
all’attività autopoietica ed alla capacità autoreferenziale),
anche se adesso la richiesta d’aiuto richiama la necessità di una
sua riorganizzazione.
Ed il cambiamento può essere,
a seconda del livello logico su cui si colloca, evolutivo (che tocca i
livelli di identità e credenze), generativo (che implica le capacità),
o rimediale (che sta nello spazio tra comportamenti e capacità).
Entrare in questo processo quindi vuol dire arrivare a designare una nuova
rappresentazione, collocarsi in una nuova metafora, occupandosi della semantica
del problema, ma anche e soprattutto a partire dalle regole sintattiche.