Sul problema del lutto in psicoterapia

Aldo Carotenuto

Docente di Psicologia della Personalità – Università di Roma "La Sapienza"


 
 


"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 43, maggio agosto 2001, pagg. 8 - 13, Roma
 
 

Tutte le fondamentali scoperte della psicoanalisi sono state compiute muovendo da situazioni di intenso coinvolgimento tra analista e paziente. Il vero e più utile strumento della psicoterapia, in realtà, è il rapporto che si viene a creare tra i due protagonisti e in virtù di ciò ogni analista sa bene quanto la sua stessa persona risulti essere fondamentale per il buon andamento della terapia. Sebbene un intenso e approfondito lavoro su se stesso sia indispensabile per ogni analista, questo genere di impegno non sarà mai sufficiente a garantire il felice esito di una terapia. Certo, si potrebbe supporre che utilizzare il medesimo e collaudato approccio terapeutico per tutti i casi dovrebbe rivelarsi la strategia più semplice e sicura, ma in realtà il discorso è molto più complesso: l'esito di ogni terapia è per definizione imprevedibile e unico nel suo genere. In analisi non esistono costanti, giacché l'analista stesso, la sua personalità e il suo modo di porsi nei confronti dei diversi pazienti, muteranno di volta in volta, adattandosi alle esigenze del caso. Solo l'empatia e l'accettazione incondizionata che si offrono al paziente non dovrebbero subire variazioni di intensità; di fatto, però, anche per quanto concerne queste due variabili, è possibile affermare che esse mutano in relazione al paziente e alle sue caratteristiche di personalità.

Tutto ciò induce a domandarci come sia possibile fare in anticipo previsioni in merito all'andamento di una psicoterapia e, soprattutto al suo esito, al modo in cui paziente e analista si avvieranno in dirittura d'arrivo. Sin dal primo incontro, infatti, intervengono fattori ed emozioni che conferiscono al campo psicologico una specifica fisionomia. Alcune reazioni emotive - tanto da parte dell'analista che del paziente - rappresentano sin dai primi istanti dei preziosissimi elementi, perché permettono di intuire le reali possibilità di rapporto tra quelle due persone. Si tratta di un dato rilevantissimo giacché il buon funzionamento di una terapia viene sempre determinato dalla natura del rapporto che si instaura tra analista e paziente. Tuttavia, nonostante le impressioni che analista e paziente ricaveranno dai loro primi incontri, riuscire a fare previsioni riguardo l'evoluzione della terapia rimarrà sempre un'impresa ardua, soprattutto quando ci si vorrà interrogare in merito alla conclusione dell'analisi stessa. Si tratta di un tema molto dibattuto, rispetto al quale ancora oggi - fortunatamente - non si è giunti ad alcun punto fermo. Cosa significa in fondo parlare di "fine dell'analisi"? E' mia ferma opinione che l'analisi non possa mai avere fine, a meno che con questa espressione non ci si intenda riferire al mero cessare dei consueti incontri tra analista e paziente. Tuttavia, considerare un'analisi finita solo per il fatto che il paziente e l'analista non si vedono più sarebbe di per sé già assurdo, perché la vera essenza di ogni analisi non tanto è data dalle "sedute", dagli incontri reali e oggettivi, quanto dal rapporto che le due persone saranno riuscite a instaurare. Da un punto di vista eminentemente psicologico, i rapporti - soprattutto di carattere psicoterapeutico - non hanno mai fine, seppur subiscano con il corso del tempo radicali trasformazioni. Le modalità attraverso cui è possibile vivere un rapporto con un'altra persona sono pressoché infinite, espressione della stupefacente varietà interindividuale che ci caratterizza in quanto specie umana.

Essere in rapporto con qualcuno non significa dovere necessariamente incontrarlo, frequentarlo, parlare guardandolo negli occhi. Le manifestazioni della dimensione relazionale sono in genere molto più discrete di quanto si possa pensare ma, proprio per questo, tendono spesso a passare inosservate. Molte forme di rapporto sono di natura eminentemente psicologica, emotiva e pulsano ardono nell'animo delle persone coinvolte come se si trattasse di un fuoco inestinguibile. Sarebbe assurdo intendere la conclusione della terapia come un momento che esaurisse la fiamma della relazione tra paziente e analista. Certo è, però, che il consueto evolversi di un'analisi include anche una inevitabile fase di allontanamento del paziente dal suo analista, da quella figura che per un periodo più o meno lungo ha rappresentato il suo punto di riferimento. L'interruzione potrà essere determinata da molti e diversificati fattori, sia di ordine pratico - difficoltà economiche, lontananza, incompatibilità di orario - che di ordine psicologico. E' opinione comune in campo psicoanalitico che simili fasi di allontanamento e separazione vengano vissute dalle persone coinvolte - in particolare dal paziente - alla stregua di veri e propri lutti e, come tali, debbano essere affrontate. Cos'è in fondo il lutto se non "dolore per una separazione"? Il problema del lutto, seppur in modo diverso, investe tanto le terapie ben riuscite, quanto quelle che potremmo considerare "fallite" o interrotte bruscamente. Per quanto concerne la prima tipologia di percorso analitico, diremo che anche quel genere di psicoterapia che, secondo un intendere comune, dovrebbe essere giudicata una "buona psicoterapia", un'analisi ben condotta e dal felice esito, inevitabilmente implica il momento dei saluti e di un allontanamento.

La capacità di affrontare la separazione e la modalità attraverso cui essa sarà vissuta, non solo dovrebbero essere considerate strumenti di monitoraggio della terapia stessa ma, soprattutto, singoli aspetti di quell'articolato e doloroso processo chiamato "elaborazione del lutto". L'esperienza del lutto vissuta dal paziente in relazione alla figura dell'analista dopo la conclusione dell'analisi, non è poi molto diversa da quella che tutti noi - presumibilmente almeno una volta nella via - abbiamo attraversato perdendo una persona cara. In entrambi i casi, il dolore, il lutto, appunto, viene provocato dalla drastica mutazione subita all'improvviso dal rapporto.

Prima di procedere con il nostro discorso, però, occorre precisare a cosa intendiamo riferirci impiegando il termine "rapporto". Diremo anzitutto che per definirsi tale, un rapporto dovrà essere caratterizzato da almeno due individui che, anche quando saranno lontani e impossibilitati a frequentarsi, sentiranno di essere legati l'uno all'altra, capaci di percepire e condividere emozioni simili, concordanti. Un rapporto, dunque, sarà tale soltanto quando due persone saranno unite e messe in contatto dai loro pensieri, desideri, ricordi e fantasie. Scaturendo dalla dimensione interna delle persone coinvolte e non dalla possibilità a loro concessa o negata di frequentarsi, il rapporto appartiene per definizione a un universo strettamente psicologico. Sia chiaro, però, che per quanto spirituale e svincolato dal fattore "frequentazione" possa essere un rapporto, affinché questo prenda vita è pur sempre necessario che almeno una volta le persone abbiano avuto l'opportunità di entrare in contatto tra loro.

Il coinvolgimento psichico interno che alimenta ogni tipo di relazione interpersonale - non ultima quella analitica - incide in maniera rilevante sul processo di elaborazione del lutto, rendendolo spesso lungo e difficile da affrontare. In genere si tende a distinguere tra due forme diverse di lutto con cui i pazienti si troverebbero a dover fare i conti: il lutto per l'analista reale e il lutto per la figura dell'analista così come veniva percepita e vissuta all'interno del rapporto transferale. Secondo il mio punto di vista, invece, una simile distinzione non è necessaria, perché il paziente ha dell'analista un'immagine composita e complessa, determinata dalla confluenza di una pluralità di elementi - alcuni reali, altri fantasmatici - così correlati l'uno all'altro da non consentire alcun tipo di scomposizione. Agli occhi del paziente, l'analista appare sempre diverso da ciò che in realtà è: sarebbe assurdo pretendere dai nostri pazienti una visione semplificata e unilaterale di noi in quanto esseri umani, piuttosto che come oggetti divinizzati e sovraccarichi di fantasie e aspettative. A tal proposito, occorre precisare con sollecitudine che in linea generale non esistono rapporti uniformi, alimentati dal medesimo carico di emozioni da ambo le parti. Seppure una simile omogeneità di sentimenti dovesse essere riscontrabile all'interno di un rapporto, di certo questo non vivrebbe in un contesto analitico bensì sentimentale. Il rapporto psicoterapeutico, infatti, è per antonomasia "asimmetrico": il tipo di proiezioni che il paziente fa sull'analista e il meccanismo regressivo di queste dinamiche proiettive, determinano inevitabilmente un palese dislivello, così frequente nel rapporto analitico da poter esserne considerato strutturale. Sia chiaro, però, che questo discorso non esclude assolutamente che un vero e fertile scambio psicologico si determini tra paziente e analista, sebbene essi occupino posizioni diverse e asimmetriche. Il loro rapporto, semmai, con il trascorrere del tempo potrà vivere e subire trasformazioni tali da poter parlare di una vera e propria metamorfosi, tale per cui il paziente potrà riuscire, se non a porsi sullo stesso piano dell'analista, per lo meno a conquistare una postazione da esso non troppo distante.

Così, tornando al problema del lutto in psicoterapia, diremo che questo riguarderà l'intera dimensione terapeutica piuttosto che l'individualità di paziente e analista. Così come l'esperienza amorosa, anche il processo analitico pone in primo piano il tema della morte come simbolo di un processo trasformativo. L'esperienza acquisita negli anni, mi ha regalato l'intimo convincimento che uno dei punti d'osservazione privilegiati per monitorare il vasto panorama delle differenze individuali è proprio quello dei rapporti interpersonali. In particolare, un formidabile strumento d'osservazione del rapporto in senso lato, è costituito dal processo di elaborazione del lutto che prende piede nel momento in cui i rapporti si infrangono, interrompono o modificano radicalmente. Alcune relazioni, a prescindere dalla loro natura, non riescono a reggere sulle lunghe distanze e così si infrangono lasciando alle proprie spalle soltanto un profondo e lacerante senso di vuoto. Altre invece, in apparenza inattaccabili e resistenti all'usura del tempo, si mantengono vive e forti. Ecco allora che nel momento in cui la continuità degli incontri dovesse venire a mancare, sarebbe pressoché impossibile prevedere gli esiti di questa separazione. I fattori in grado di determinare l'allontanamento tra due persone sono veramente numerosi e imprevedibili, anche se in ambito terapeutico si è in genere portati a imputare la decisione di interrompere l'analisi a tre grandi ordini di ragioni. Dobbiamo infatti considerare le motivazioni dell'analista, del paziente e di entrambi. Personalmente sono del parere che non sia possibile operare una distinzione netta tra queste tre classi di motivazioni, per la semplice ragione che tutte rientrano nell'insieme più vasto rappresentato dal rapporto analista-paziente.

In ogni caso, però, sarebbe assurdo coniugare l'idea di "separazione" a quella della "fine" del rapporto: quando ci si trova al cospetto dei sentimenti non vi è legge che tenga. Anche in ambito analitico la capacità di instaurare una buona relazione dipende dal fattore emozionale, dai sentimenti che l'uno prova nei confronti dell'altro. Chiunque si occupi di analisi sa bene che la diversità dei rapporti è data dalla grande eterogeneità dei vissuti individuali delle persone. Così, se da una parte vi sono casi caratterizzati da un reale protrarsi nel tempo dell'analisi, fino al punto di ricavarne l'impressione che essa non debba mai avere fine, dall'altra sono numerose le situazioni caratterizzate da una oggettiva interruzione degli incontri tra analista e paziente. In questi casi, nella fase successiva all'interruzione dell'analisi, ogni paziente vivrà una situazione di lutto assolutamente individuale che, proprio perché tale, richiederà modi e tempi del tutto suoi per essere affrontata.

Sebbene secondo il mio punto di vista non abbia senso parlare di "fine dell'analisi", è pur vero che nel momento in cui giunge l'inevitabile fase di allontanamento, il paziente si trova a dovere fare i conti con un problema complesso: la risoluzione del transfert. L'intensità del lutto, infatti, tende ad essere proporzionalmente maggiore in funzione del coinvolgimento transferale vissuto dal paziente. In particolare, un tema fondamentale inerente la separazione analista-paziente, riguarda il cosiddetto "transfert non risolto". Sensazioni di abbandono provate durante le fasi conclusive dell'analisi, fantasie tipiche e ricorrenti, resistenze e regressioni, sono soltanto alcuni esempi delle vicissitudini emotive che il paziente può trovarsi ad attraversare. Per quanto come ho poc'anzi accennato, sia del parere che le analisi non abbiano mai fine e che, anzi, dovrebbero essere idealmente collocate al di fuori dello spazio e del tempo, è pur vero che i momenti delle separazioni, prima o poi, subentrano. Ecco allora la necessità di interrogarsi - piuttosto che in merito alla cosiddetta "fine dell'analisi" - circa il significato esplicito o implicito che via via acquisteranno le diverse separazioni nell'ambito di ogni singolo rapporto terapeutico.

In linea generale si è portati a pensare che, a differenza di quanto si verifica per la relazione amorosa, le separazioni della coppia analista-paziente non siano indici di fallimento, di screzi o di incomprensioni ma, al contrario, del raggiungimento di un felice traguardo. Purtroppo però la realtà è spesso diversa e, soprattutto, meno rosea. Sono infatti frequenti le situazioni in cui paziente e analista si separano bruscamente, serbando rancori e amarezza. Per evolversi in maniera positiva, la relazione analista-paziente dovrebbe essere libera da quella ingombrante zavorra che il non detto rappresenta, scevra di ogni eventuale "conto in sospeso" e della presenza di ombre inquietanti. Senza voler puntare il dito contro nessuno - in particolare senza volere incolpare i professionisti del settore - occorre comunque precisare che durante la sua evoluzione, ogni terapia offre importanti spunti di riflessione, e fa tintinnare preziosi campanelli d'allarme che dovrebbero metterci in guardia, così da poter scorgere tra le righe del comportamento e delle parole dei nostri pazienti gli indizi di quelle che possiamo definire "separazioni difficili". In questo senso, di grande aiuto può essere la reazione del paziente dinanzi all'annuncio di una vacanza, di un viaggio, all'avvicendarsi della pausa estiva. Questi momenti, delicati ma pur sempre gestibili, infatti, forniscono indizi preziosi in merito al comportamento che il paziente assumerà durante la fase conclusiva della terapia. Il problema della separazione e del lutto, infatti, non si presentano una volta soltanto nel corso di una psicoterapia ma, al contrario, si propongono con grande frequenza, seppur attraverso modalità completamente differenti tra loro.

Proprio come nel corso della nostra vita ci troviamo al cospetto della morte e del doloroso percorso di elaborazione del lutto più di una volta, allo stesso modo frequenti saranno gli eventi luttuosi che si verificheranno nel corso della terapia. Separazioni più o meno brevi, frustrazioni, momenti di negata fusionalità con il terapeuta, incontri improvvisamente saltati, la sensazione di non essere stati ascoltati e accuditi nel modo che si desiderava, di avere ricevuto critiche ingiustificate, sono tutti esempi di circostanze che il paziente non solo vivrà come una sorta di tradimento ma, soprattutto, come un'esperienza di morte. Ciò che l'analista deve riuscire a fare in questi momenti così delicati ma anche così preziosi per affrontare i passaggi successivi della terapia, è offrire al paziente gli strumenti più idonei per gestire ed elaborare il proprio lutto. Metabolizzando il dolore e la frustrazione, il paziente impara a sopravvivere alla morte e al contempo acquisisce la competenza per far fronte ad eventi luttuosi ben più seri. Il più grave di questi, ovviamente, sarà la "perdita del terapeuta", una circostanza che nonostante il suo forte impatto, il paziente potrà riuscire ad affrontare, anzitutto comprendendo che il lavoro dell'analisi continua anche dopo la conclusione formale della terapia.

Diventare consapevole che il rapporto generatosi con il terapeuta è per definizione "immortale", potrebbe confortare e rassicurare il paziente al punto da metterlo in condizione di superare brillantemente la fase del lutto. L'immortalità del rapporto analista-paziente è resa possibile dai sentimenti che lo caratterizzano: autentici, profondi, svincolati da ogni sorta di pregiudizio e condizionamento esterno. Solo la morte fisica di uno dei due membri della coppia analitica potrebbe smembrare un simile legame. Tuttavia, per quanto intenso possa essere la relazione terapeutica, non tutte le terapie innescano un rapporto saldo e autentico come quello che stiamo descrivendo. Dovremmo infatti operare una fondamentale distinzione tra l'analisi terapeutica vera e propria, e la cosiddetta analisi didattica. Quest'ultima non può e non deve essere considerata un'analisi come tutte le altre, giacché i suoi presupposti e i suoi intenti sono molto diversi da quelli che caratterizzano ogni altro genere di psicoterapia. Molto più spesso di quanto si possa pensare, infatti, le analisi didattiche falliscono miseramente. Questo accade perché l'analizzando commette l'errore di supporre che l'unico scopo del percorso intrapreso, sia quello di acquisire il cosiddetto "saper fare", un'espressione di per sé patetica, che rivela fino a che punto possano essere stravolti i fini dell'analisi. In simili circostanze, vengono meno i presupposti necessari affinché un percorso psicoanalitico possa rivelarsi efficace. L'interruzione dell'analisi e la separazione dal terapeuta sarebbe in questi casi più che auspicabile, giacché ogni rapporto che non si fondi su un'autenticità di sentimenti e di intenti è destinato al fallimento certo. L'analisi didattica, dunque, implica un grande rischio: fondarsi su presupposti errati. Quando ciò dovesse verificarsi, di certo la separazione non scatenerebbe un doloroso vissuto di morte.

Come abbiamo detto, invece, completamente diverso sarà il discorso quando il rapporto terapeutico potrà essere definito autentico. Tutti noi viviamo ripetute esperienze di perdita, di separazione, accompagnate da un lacerante vissuto di abbandono. Dinanzi a difficoltà di questo genere, siamo indotti a ricorrere a tutte le strategie che la vita ci ha permesso di mettere a punto. Talvolta, però, il nostro bagaglio esperenziale si rivela insufficiente, e così ci ritroviamo a dovere fare i conti con un vissuto di morte in apparenza troppo lacerante per essere risolto. Ma ciò non corrisponde al vero. Quali che siano i problemi personali e i meccanismi difensivi messi in atto dal paziente - e talvolta persino dall'analista - la soluzione al problema è sempre racchiusa dentro la nostra anima. Il compito di ogni analista consiste nell'aiutare i suoi pazienti a crescere e diventare forti sino al punto di volare con le proprie ali. Quando tutto procede bene, prima o poi giunge il momento in cui il paziente si sente pronto a spiccare il volo e ad abbandonare il nido che lo ha protetto per un periodo fondamentale della sua vita. L'analista che si dovesse sentire schiacciato dalla "sindrome del nido vuoto", di certo non potrebbe essere di alcun aiuto per i suoi pazienti che, giunti a un momento così importante, hanno soprattutto bisogno di una figura stabile e forte, salda come quel nido che li ha protetti sino al raggiungimento di una tappa tanto cruciale. Nella fase finale della terapia, dunque, sia il paziente che l'analista si troveranno al cospetto delle loro emozioni. La conoscenza e consapevolezza di queste offrirà a entrambi la possibilità di elaborare il proprio lutto e interpretarlo nella maniera più corretta, attribuendogli un significato che colmerà entrambi di gioia: l'inizio, per il paziente, di una nuova vita.
 


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