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Sessualità, AIDS e coloro che curano
"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 44/45, settembre – dicembre 2001 gennaio – aprile 2002, pagg. 56-65, Roma
Introduzione Con l’AIDS siamo di fronte ad un evento epidemico senza precedenti. L’AIDS va vista come una malattia nuova nella misura in cui fino agli anni settanta essa non era nemmeno concepibile. Questa malattia senza sintomi clinici propri, è caratterizzata da lesioni cellulari invisibili e procurata da un germe non individuabile almeno fino alla messa a punto dei metodi di analisi più recenti. Proprio in questo periodo ha inizio la diffusione del virus. Alvin Friedman del New York University Medical Center identificò in un gruppo di giovani pazienti una malattia dermatologica molto rara: il Sarcoma di Kaposi. È tuttavia nel 1981, alle segnalazioni del Morbidity and Mortality Week Report (MMWR), pubblicazione del 1982 del Center for Disease Control (CDC) degli USA, che risale l’origine e la classificazione ufficiale della malattia. Nel 1983 ricercatori francesi facenti capo a Luc Montagnier identificarono un virus nei linfonodi dei malati di AIDS. In considerazione del fatto che da tempo del malato di tumore si può parlare ma di colui che è affetto da AIDS no. Le più recenti tendenze, infatti, dell’evoluzione della storia naturale delle patologie HIV correlate vanno trasformando significativamente lo stato del problema e le caratteristiche del fenomeno, almeno nell’ambito del mondo occidentale sviluppato. Nella nostra società il dolore che il paziente narra non coincide solitamente con il male che il medico cerca, ne consegue che il corpo del paziente non è il corpo che lo stesso malato e chi lo cura vede. Il male si "addensa", si rende palpabile, si localizza nei confini del corpo pur non facendo vedere riflesso neppure un frammento della provenienza della sofferenza da cui nasce; allora la morte, attraverso l’ultimo tentativo che fa la psiche per salvarsi può, paradossalmente, avere il sopravvento. Si impara ad "osservare" come si imparano le emozioni. Aiutare a comprendere un momentaneo Status non significa fornire un avallo a tempo indeterminato alla regressione del paziente o a voler cedere il passo ai vantaggi secondari della malattia; vuole solo significare il saper stabile un rapporto umano davvero più importante in un mondo in cui è dato sempre più valore al significato economico del tempo e minor senso ai processi emotivi. I principali indicatori di anomia sono l’aumento del numero dei suicidi, di divorzi, dell’uso di prodotti tossici e della delinquenza o della criminalità. L’AIDS ferisce l’individuo nella sua immagine sociale, e la vita intima e personalissima di un uomo o una donna diventa un interrogativo: già il malato soffre sovente più a causa delle sue riflessioni sulla malattia che per la malattia stessa. Il mestiere di chi cura, qualsiasi sia la professionalità, consiste anche nella capacità di rimanere paziente. Numerose malattie si verificano (anche) per il tipo di storia che abbiamo condotto del corso delle esperienze vissute nella nostra vita. Come ogni archetipo anche quello del "guaritore" possiede due diverse e opposte polarità: da una parte c’è l’essere umano malato, stressato, esaurito, incapace di far fronte alla vita; dall’altro l’essere umano che ha la capacità di lenire e guarire. Il potere subentra quando il terapeuta dimentica queste premesse e giunge a sentirsi superiore al paziente tramite la convinzione più o meno assoluta che il suo dominio può estendersi ancora oltre, fino al dominio dell’angoscia, della malattia. Noi tutti possiamo essere e/o sentirci emarginati per i più vari motivi: dalla lunghezza delle mani, al colore dei capelli, della pelle, al peso, all’altezza, alle malattie organiche e mentali, ecc.
Solo cinque anni fa, i pazienti affetti da Aids, venivano percepiti, dagli operatori sanitari, come più "indegni moralmente", rispetto a pazienti affetti da cancro o da altre malattie croniche, più "meritevoli" di ciò che è loro capitato e, quindi, "meno meritevoli di comprensione e simpatia". Particolarmente evidente risulta l’attribuzione di responsabilità alle vittime di AIDS rispetto ad altri tipi di malati, e ciò in misura maggiore alle vittime caratterizzate da comportamenti ritenuti "devianti", rispetto a vittime appartenenti ad altre categorie sociali. L’aggressività e Aids Nel trattamento della maggior parte dei pazienti in primo piano è il problema della rimozione dell’aggressività. Questa condizione affettiva si colloca all’interno del rapporto duale tra il bambino e la madre. Nelle ipotesi di questa studiosa, la madre (fallica) è introiettata nel bambino già fin dalla seconda metà del primo anno di vita. L’aggressività occupa una posizione decisiva nella teoria di M. Klein, soprattutto in ordine alle fantasie aggressive che il bambino, nei primi anni di vita, rivolge verso la madre. I pensieri regressivi in cui spesso cade colui che è gravemente malato, possono essere paragonati a quelli prodotti dal bambino nei confronti del seno materno. I pensieri del malato, la sua aggressività può, paradossalmente, proiettarsi nei confronti di coloro che di esso si fanno carico, ovvero dei suoi curatori, dei così detti "sani". L’aggressività costituzionale mira ad attaccare la fonte dei sentimenti invidiosi, cioè la stessa sorgente di vita nel corpo di coloro che aiutano il malato. Se pensiamo al ritorno che il paziente ne avrà, ovvero all’aggressività restituita dal curatore sullo stesso malato, essa richiamerà alla mente la riattivazione della più precoce esternalizzazione dell’istinto di morte. Se nella vita non incontriamo ostilità nelle nostre idee, ciò significa che esse non esprimono nulla. Questo scritto vuole andare al di là del paese di provenienza, dello stato di salute, delle fughe dalla realtà, del taglio degli occhi e, comunque, di ogni tipo di emarginazione. Partendo da questa premessa pratichiamo diverse specie di discriminazioni, a causa delle quali riduciamo con "molta efficacia" le possibilità di vita del soggetto stigmatizzato/emarginato/categorizzato. Con l’emarginazione siamo di fronte ad un’identità sociale virtuale. Con il rispetto indiscutibile della privacy quando è costruttivo per il gruppo o per il singolo dobbiamo far riferimento all’identità sociale attualizzata della persona ovvero alla categoria a cui possiamo dimostrare che essa appartiene. Ciò avviene sia si parli di concreto (ad esempio il cibo; la sessualità) sia di spirituale: qualsiasi scelta implica una rinuncia e quindi la distruzione di ciò a cui si è rinunciato. Il paziente può pensare che la paura della morte, sia contenuta in qualcosa di più complesso della paura stessa, ovvero in un’atmosfera relazionale all’interno della quale il desiderio di eliminare l’aggressore (il virus, le medicine, se stesso, coloro che non lo curano sufficientemente) può emergere in ogni momento. Si tratta di un desiderio incomprensibile, ma connesso a tutto il resto della vita psichica. Psichicamente l’aggressività può assumere il significato di evitamento della percezione della depressione. In questa situazione il paziente potrebbe essere aiutato a comprendere il significato della propria aggressività, non verso una colpevolizzazione ulteriore, ma nella direzione della libertà di espressione delle emozioni. L’aggressività del malato dovrebbe essere contenuta (in senso psicologico), elaborata, per poi essere restituita al malato stesso in una forma a Lui più comprensibile e tollerabile. La psicoterapia, che è una metafora della nutrizione, consiste innanzi tutto nell’accogliere e dare casa al paziente e specialmente alla sua parte infantile, che soffre o che è in gravi difficoltà. Nel malato terminale divengono frequenti momenti regressivi dai quali ha difficoltà ad uscire perché in essi si rifugia. La psicoterapia viene in aiuto ad uscire da questi temibili momenti a condizione che il malato, la sua vita psichica, trovi un oggetto contenitore. Bibliografia Brutti C., 1989, Storie di vita, storie di malattia. La svolta freudiana, Pubblicazione dell’Istituto Aberastury –Perugia Carlo e Rita Brutti (Ed.), pp.69-82. Carotenuto A., 1991, Trattato di Psicologia della Personalità e delle Differenze Individuali, Raffaello Cortina., Chiozza L. A., (2001), Il cosiddetto fattore psichico nella malattia somatica, La psicoanalisi che viene. Guggenbuhel.Craig A., 1987, Al di sopra del malato e della malattia. Il potere assoluto del terapeuta, Raffaello Cortina, Milano. Psicoanalisi e Metodo. Mengheri M., 1992, Il precipitare dei pensieri nel corpo, Melusina, Roma. Mengheri M., 1998, Aspetti psicologici ed emarginazione, Atti del Convegno del I Congresso Nazionale di Infettivologia Città di Lucca, 2-3 Ottobre, pp. 67-71. Mengheri M. (a cura di), 1999, Verso la cessazione della sofferenza. AIDS, Emarginazione, Sistemi socio-sanitari, ETS, Pisa. Pancheri P., 1983, Stress Emozioni e Malattia. Introduzione alla malattia psicosomatica, Biblioteca dell’EST, Mondadori, Milano. [...] Clicca qui per accedere. http://www.in-psicoterapia.com © 1997 - 2008 Tutti i diritti riservati |