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AMORE E PSICOPATOLOGIA
Giuseppe Sacco
Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica
Università degli Studi di Siena
"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 44/45, settembre – dicembre 2001 gennaio – aprile 2002, pagg. 48-55, Roma
(ESTRATTO DELL'ARTICOLO)
Introduzione
In queste brevi note intendiamo esporre qualche riflessione teorico – clinica su alcuni pattern cognitivo – comportamentali attraverso cui gli individui impostano le loro relazioni affettivo - sentimentali. Tali pattern vengono appresi durante tutto l’arco del ciclo vitale, attraverso l’interazione e i legami affettivi che si formano con le figure significative nel corso dell’esistenza e non solo durante l’infanzia.
Negli ultimi tempi numerosi studi hanno posto in relazione i modelli della teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969; 1973; 1980; Ainsworth et al., 1978) con i legami affettivi ( si veda, per es. Sperling, Berman, 1991); ma, mentre alla base della tipizzazione degli stili di attaccamento in età evolutiva vi è una mole imponente di studi, per quanto riguarda l’età adulta e quella anziana c’è ancora bisogno di ulteriori studi e approfondimenti.
Dall’osservazione e dall’assessment (Sanavio, 1991; Borgo, 1998) di casi clinici tratti dalla nostra e altrui pratica professionale partiremo da tre presupposti di base che daremo per scontati:
- Il primo, relativo all’impossibilità sia di stabilire un concetto univoco e assoluto di "patologia", sia di tracciare una linea netta e rigida fra ciò che è "normale" e ciò che non lo è. In questo scritto, parlando di psicopatologia e di modelli sintomatologici, faremo riferimento ad un continuum quantitativo e qualitativo lungo in quale si va da una presenza di alcuni tratti "predisponenti" in senso probabilistico, fino alla comparsa di una sintomatologia via via sempre più invalidante. Il limite oltre il quale cominciano a prodursi le manifestazioni sintomatiche viene definito "soglia di scompenso" che viene tipicamente riconosciuto dal paziente dalla penosa esperienza emotiva di sofferenza e dall’esterno dalla comparsa di una sintomatologia sempre più evidente e disturbante. La terminologia da noi utilizzata fa riferimento, anche se non sempre in senso stretto, alla descrizione statistico – nosografica adottata dal DSM-IV, senza preoccuparci in questo contesto di esporre alcune riserve critiche pur esistenti su tale classificazione e utilizzandone soltanto il suo valore di "linguaggio" codificato per gli "addetti ai lavori".
- Il secondo, per il quale ogni essere umano qualora si "ammali" e si scompensi presenti maggiori probabilità di produrre un quadro sintomatologico piuttosto che un altro per una serie di fattori complessi la cui trattazione esula da questo contesto (Reda, 1996; Goldwurm, 1998).
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