La morte dell’"altro", specialmente se è una persona vicina e cara, è stata considerata da sempre dalla psicologia come l’evento che provoca non solo una perdita fisica e reale ma fondamentalmente una perdita emotiva nella persona che sopravvive. Così si attivano ed agiscono azioni e pensieri pieni di emozioni e di sentimenti vari per tutto il tempo che ormai si è abituati a definire lutto. In realtà la morte ed il lutto sono molto di più per chi sopravvive: essi coinvolgono tutta la sfera esistenziale della vita ed in questo accadimento si fa ancora più intensa quella caratteristica dell’esistenza umana che gli autori esistenzialisti hanno definito "inquietudine" (Frankl, 1958) e che l’esperienza della morte e della perdita amplifica. Così chi sopravvive, che lo voglia o meno, in maniera conscia o latente, si trova impegnato "nel suo gorgo di instabilità, solitudine, sofferenze e perseguitato dallo spettro della morte" (Allport, 1965) a cercare di dare significati e valore alla vita e più concretamente a tutto ciò che compone il suo svolgersi (relazioni interpersonali ed attività ).
Il lutto così è quel momento privilegiato che l’uomo può utilizzare per passare un momento (di durata variabile) ad un livello di trascendenza rispetto alla quotidianità e che può aiutare a raggiungere una maggiore consapevolezza su chi è e sul perché delle sue scelte vitali.
Questo riflettere del tempo del lutto ed il porsi delle domande, non solo razionali ma anche colorate di forte emotività (vedi nota 1), può essere psicologicamente variamente giustificato. A seconda della teoria di riferimento, l’insieme dei processi psicologici del tempo del lutto rappresentano sicuramente un aspetto dell’uomo, sia che quello rappresenti una risposta quasi automatica del funzionamento omeostatico dei processi psichici umani, sia per il fatto che l’uomo può essere considerato continuamente "in relazione a" degli oggetti interni che sono gli altri, gli avvenimenti della propria storia e che gli permettono di vivere identificandosi di fronte a se stesso e agli altri (è l’esperienza di un "sé" che vive e che ha bisogno di dare significato agli accadimenti vitali, come la malattia e la morte che (Bowen 1979) sia, infine, che il lutto rappresenti una esperienza che è l’espressione di una esigenza vitale che distingue l’uomo dai "bruti" danteschi e che lo porta "a quella sfera trascendente dell’esistenza umana in cui l’uomo sceglie che cosa farà e che cosa sarà" (Frankl,1960).
Qualunque sia lo sfondo teorico personale di riferimento che è considerato soggettivamente fondante per giustificare la vita, e quindi la morte, l’uomo è posto dalla morte dell’altro di fronte alla domanda esistenziale e pragmatica su chi lui sia e sulla sua relazione con la propria esistenza (in termini di darne un senso e di individuarne le caratteristiche essenziali). Nel momento del lutto l’uomo può quindi scoprire le sue "tendenze fondamentali alla vita" (Buhler,.1959) che però rimandano ad un altro livello motivazionale che domanda il perché, anche se elevato, della ricerca di vita. A questa ultima domanda, propria da sempre del pensiero filosofico e religioso, si accosta oggi anche la psicologia che afferma (finalmente libera da pregiudizi illuministici!) la possibilità di sperimentare in se stessi la presenza dell’anima. Prendere in considerazione questa impone due livelli di scelta. Da una parte accettarla in nome di un procedere conoscitivo che diviene scienza secondo presupposti diversi da quelli della scienza positivistica (oggi deve essere valutato come vero non ciò che si afferma come tale secondo il principio di "autorità intellettuale" ma ciò di cui si ha l’evidenza). Parafrasando questo passaggio di mentalità attualmente in atto in varie scienze, tra cui la medicina (Knottnerus, Dinant, 1997), è possibile affermare la presenza dell’anima nell’uomo in quanto la sua esistenza porta a risultati scientificamente accertati (basti pensare alla validità dell’hospice nella cura dei pazienti oncologici) ed efficaci e quindi "esiste perché esistono delle evidenze". L’altro scelta prevede l’abbandono della mentalità prevalente nel mondo occidentale dell’ottica filosofico-esistenziale del pensiero greco. L’anima spesso, nella vita quotidiana, è una parte scissa dell’uomo e come tale è qualcosa che è indipendente dal corpo a tal punto che, una volta che quello è morto, questa "entità" lo può abbandonare ed emigrare altrove. Le attuali concezioni dell’uomo nella sua totalità (ben visibili ad esempio nell’attuale approccio di cura e del prendersi cura proprio di ogni relazione di aiuto efficace per il malato e non per la malattia) considerano l’uomo e quindi l’anima secondo una ottica che già nei tempi antichi era evidente. L’uomo da sempre è rappresentato, specie nel mondo semitico, come un insieme inscindibile di anima e di corpo ed insieme vivono quella unità che oggi parte della psicologia e delle scienze umane chiama "persona" e che si esprime negli aspetti emozionali, cognitivi, biologici e relazionali.
L’anima è talmente presente nell'uomo che in tutte le culture umane ha delle rappresentazioni: come soffio, come sangue, ed in genere con metafore che fanno presente di come l’anima è inscindibile dall’uomo vivente. L'anima è allora una caratteristica ontologica costituente dell'uomo: è presente dal momento in cui l'uomo inizia vivere ed è presente in qualunque situazione psichica in cui quello si trova. Essa si rivela in particolare nel proprio mondo psichico all’uomo che soffre. Così nell’ambito della psicoterapia a persone con gravi patologie psichiche, nei quali il paziente afferma ripetutamente di sentirsi "vuoto", la convinzione pre-giudiziale per l’intervento di cura e/o riabilitativo si fonda sulla certezza che in questo vuoto esperienziale ci sia sempre un "pieno" (l’anima) che agisce nel paziente come spinta motivazionale (in termini psicologici ) all'essere e che supporta ogni intervento di cura alla persona stessa. Analogamente la perdita del coniuge non implica solo il dover riorganizzare il proprio mondo in toto, dalle attività quotidiane alle proprie relazioni sociali, ma anche riattivare la ri-cerca di un altro significativo con cui condividere l’esigenza del condividere il senso della vita e dei suoi atti (che è ben diversa dal soddisfare i propri bisogni immanenti di sicurezza, di cibo o di sessualità). La presenza di un’anima che "cerca di essere per quello che la sua natura esige" (Agostino d’Ippona) è ancora più evidente nella donna. Le sue manifestazioni emotive da sempre nella cultura occidentale sono state considerate più intense in quanto giudicate più orientate verso una manifestazione esplicita dei loro vissuti emozionali ed a chiedere un supporto in misura maggiore rispetto ai loro corrispettivi maschili. L’analisi della sofferenza nel femminile può invece riportare alla complessa unità bio-psico-socio-esistenziale che la caratterizza e che la fa portatrice, per la sua anima che "dà vita" di un fondante bisogno di esprimere la sofferenza per un dolore che riguarda quell’unità ontologica con l’"altro" che la sua anima avverte ("la donna piange le lacrime del mondo") e che la porta a prendersi cura del mondo più dell’uomo (basti pensare alla prevalenza nelle professioni sanitarie del femminile!).
Questa spinta all'essere è una spinta che si può tradurre in quelle liste di azioni comportamentali volte ad una buona qualità di vita (Quality of Life) ma che esprimono solo (non sono) quella ricerca di ben-essere, di esigenza di vita dell'uomo che si sposta (insito nel suo patrimonio genetico) verso un vivere di continua trasformazione di sé e della vita verso una meta che è avvertita ma mai esaurita. Un uomo cristiano direbbe con S. Agostino "il mio cuore è inquieto finchè non riposa in Te, o Dio" e, dalla letteratura sul lutto, questa esperienza dell’"agire dell’anima" è evidenziata, rilevata e spesso confermata dalle testimonianze di chi assiste i sopravvissuti. Anche nell’ambito della psicologia come scienza dell’uomo è allora possibile affermare che al di là dei vari modelli "immanenti" che spiegano l’agire umano (sia esso psicodinamico o cognitivista o relazionale) ci sia all'interno dell’uomo il "soffio vitale" che, "simili a Dei" (Fromm, 1998), lo spinge a sconfiggere la morte a favore della vita ( nota 2).
IL LUTTO, L’ANIMA E
LA PSICOTERAPIA
La psicoterapia del profondo ha portato sicuramente un contributo conoscitivo di quanto accade all’uomo che viene "toccato" dalla morte della persona cara. Questi con i suoi istinti, le sue emozioni, le sue ambiguità, conflittualità e difese affronta il lutto per poter vivere o quantomeno sopravvivere. Il lutto, che è collegato all'evento morte, (Bowen, 1979) suscita pensieri pervasi di emotività che vengono in qualche modo affrontati "perché l'uomo possa ritornare alla vita". In questa come in altre definizioni prevale l’immagine secondo la quale il tempo del lutto non sia vita ma solo un inciso, una parentesi perché è un periodo di dolore, di perdita, di non senso (l’alternativa è il lutto inserito nella vita ma in questo modo si continua a vivere con tutte le angosce che la perdita dell’altro provoca senza più poter riemergere ad una vita serena, riappacificata con il defunto e la sua scomparsa). Così la morte della persona cara o la morte del paziente mette l’uomo di fronte alla domanda sulla vita: "Che vita c’è nel lutto (che celebra l’impotenza di cambiare la storia, di far rivivere il morto)"?. La risposta pone di fronte alla definizione della vita e dei suoi confini: c’è vita dove l’uomo è impotente? Molte situazione di burn-out sembrano indicare che di fronte ai limiti della vita l’uomo fugge (come il medico che sfugge dall’istituzione di cura oncologica perché non riesce a sopportare il fatto che se non riesce a guarire il paziente è inutile). Così la morte di una persona mette l’uomo di fronte alla realtà della sua storia che è caratterizzata da due esperienze: quella del passato (che non può cambiare) e quella del futuro (che non può modificare).
La presenza dell’anima, con le sue caratteristiche di eternità, e la sua presentificazione nella vita quotidiana durante il lutto può invece aiutare a trovare una risposta a queste domande ed ancora più ad immettere a pieno diritto il lutto dentro la vita. Così nel caso in cui occorre aiutare una persona nel suo lutto pieno di tristezza, di depressione profonda tale da farlo fuggire da ogni situazione di vicinanza al morto, come nelle visite ai cimiteri. Fondare il proprio intervento psicoterapeutico sulla convinzione che l’anima per così dire "non ha paura dei morti", e quindi nemmeno dei cimiteri, ma che anzi desidera, per così dire, vivere ancora il rapporto con il morto stesso (anche a livello dei ricordi, delle emozioni e dei segni reali, quali il curare la tomba del defunto) dà alla terapia una direzione al cammino di guarigione del paziente portandolo (nel discorso psicoterapeutico) verso il defunto.
La psicoterapia non fa dimenticare il morto ma aiuta il paziente ad incontrarlo, anche nel luogo culturalmente terrifico quale è il cimitero (interno od esterno).
In questo senso il lutto come esperienza umana è fondamentale ed è importante perché solo attraverso questo si può avere una relazione "totale" e verace con la vita. Attraverso il lutto si prende coscienza della complessità della relazione con la persona che muore e con i sopravvissuti. Un esempio ci viene dalla storia di molti santi che hanno vissuto una pienezza di vita proprio successivamente ad un lutto. Così ad esempio Santa Rita da Cascia, a cui hanno ucciso il marito, che impara ad amare di più gli altri. Così le vedove ed i vedovi che, attraverso il lutto come modo di amare in maniera diversa il defunto e quindi l’"altro" in generale, riescono ad amare i familiari e non perché ormai privo del desiderio di possedere od usare l'altro (io non lo possiedo, in quanto la morte prima o dopo lo prende). Tutto questo se esiste l’anima, quest'entità fondamentale dell'uomo che permane al di là del corpo. Non per questo motivo il lutto non è pieno di dolore, come pure le lacrime. Ma anche queste sono un segno di vita: tanto più l’uomo è capace di piangere oggi tanto più sta vivendo la sua storia e paradossalmente il suo desiderio di vita futura.
Il lutto rientra quindi nella vita e dà la possibilità di sperimentare la sua pienezza. Come dice un altro autore (Fromm, 1963) "nelle fasi del lutto c'è una riorganizzazione, un recupero e dopo c'è una nuova visione del mondo" ed il luogo dove questo è stata partorito è il luogo ed il tempo del lutto stesso.
CONCLUSIONI
Quanto detto ha una enorme conseguenza sulle modalità di gestire la relazione di aiuto. L’operatore professionale deve essere capace di fornire non solo un aiuto (psicoterapeutico, psicofarmacologico, sociale od altro) ma anche essere un supporto (in questi ultimi anni è sempre più possibile inserire in questo obbiettivo anche la presenza di figure non professionali) che sempre comprenda anche il riferimento alla realtà trascendente dell’uomo.
Questo è particolarmente vero nell’intervento di counselling. Questo è finalizzato a creare una situazione in cui è possibile ricevere comprensione e conforto, da una parte, e dall’altra, un aiuto a valorizzare "l’anima" della persona che ha bisogno di oltrepassare il silenzio "pietrificante" sul passato condiviso col defunto ed riattivare il fluire delle relazioni vitali della persona sopravvissuta.
In conclusione la presenza che l’uomo che sperimenta la morte di un altro con tutto se stesso, e quindi anche con la sua anima, permette di tenere aperti tutti i discorsi che riguardano la sua storia: dal passato al futuro. Convivere nella propria persona con una persona morta ma che esiste garantisce alla persona stessa la possibilità di non sentirsi colpevole di essere ancora vivo e di poter investire le successive relazioni vitali (specie con le persone emotivamente legato) così da continuare in pienezza la sua vita emotiva e sociale nonché riprendere in pienezza il proprio progetto vitale inscritto nella propria realtà ontologica, fisica, psichica e spirituale.
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Note
1. Con la morte dell’"altro" ogni persona coinvolta da questa scomparsa può attivare comportamenti disadattivi, che compaiono come "sfondo fisiologico" alle normali attività della vita quotidiana del sopravvissuto. Questi comportamenti possono anche essere precursori di vere e proprie psicopatologie specie in situazioni drammatiche come nei decessi rapidi di persone giovani, quali neonati o bambini od adolescenti (Martikainen e Valkonen, 1996). Schematicamente si ritrovano tre comportamenti:
® Isolamento e separazione: si evidenziano prevalentemente nei momenti subito successivi alla scomparsa della persona cara: Frequentemente si manifestano contemporaneamente ad una difficoltà a realizzare pienamente la realtà dell’accaduto (rimozione o negazione) e la messa in atto di comportamenti anche autolesivi;
® Confusione emotiva: sono presenti sentimenti di colpa, rabbia, tristezza, solitudine e ambivalenza. Il soggetto prova da una parte la necessità di piangere e di andare alla ricerca della persona cara ma, dall’altra, cerca di reprimere il dolore e tutte le espressioni emozionali tipiche di questa situazione. Si manifesta con frequenti episodi di pianto intervallati da periodi di intensa ansia e tensione, associate con vissuti di perdita di sicurezza e di autostima ed episodi francamente patologici quali gli attacchi di panico. Tutto questo con il tempo diminuisce di intensità, ma subentrano apatia e disperazione, le aspettative per il futuro vengono meno e sovente vi è un allontanamento dal proprio contesto sociale;
® Accettazione o negazione della perdita: rappresentano i processi psicologici di elaborazione (in positivo o in negativo) del proprio lutto. Se il lutto viene accettato e interiorizzato, con il tempo si ripristina una condizione psicologica favorevole ed anche si avvertono i primi segnali fisici di recupero (così, viene meno la perdita di peso tipica dei primi due mesi di lutto). Lo stato d’animo migliora, si ricomincia a fare progetti per il futuro, si afferma una nuova visione del mondo nel quale il passato ed il futuro iniziano a convivere. Questo stato è tuttavia precario, perché in qualsiasi momento, paradossalmente anche dopo anni dalla scomparsa della persona cara, si può riscontrare un’improvvisa riacutizzazione del dolore, molto simile a quello delle prime settimane. Questo avviene specie nei casi in cui la perdita dell’altro non è stata elaborata come processo atto a favorire la crescita psicologica, spirituale e sociale come sono, nella pratica clinica di aiuto, le perdite del coniuge o dei figli.
Riguardo a questo avvenimento Bowen (1979) fa riferimento "all’onda d’urto emotiva", ovvero alla manifestazione a posteriore di determinati sintomi. In tale quadro clinico i sintomi possono assumere la veste di qualsiasi patologia ed includono tutta la gamma di malattie fisiche, da un aumentata incidenza di raffreddori e di affezioni respiratorie fino alla prima comparsa di malattie croniche, come il diabete e le allergie, o di malattie acute. E’ come se l’ onda d’urto costituisse lo stimolo attivante di un processo fisico di malattia. I sintomi possono contemporaneamente includere anche tutta la gamma delle manifestazioni emotive, dalla lieve depressione alle fobie e ai sintomi psicotici, come pure i comporta
2. E’ interessante sottolineare a questo riguardo come le persone che non hanno riferimenti a valori spirituali sono clinicamente molto più vulnerabili, specie in riferimento alla comparsa di disturbi di interesse psichiatrico o di tentativi di suicidio. (Raphael, 1984).