"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 30 - 33, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
La solidarietà non incontra un’espressione
più eloquente che in una relazione di aiuto. Nella pluralità
e varietà delle possibili cure effettuate da un essere umano verso
il suo simile, la relazione di aiuto occupa un luogo di distacco, centrale,
principale. Dall’ascolto semplice, attento, al contatto mediato dalla più
avanzata tecnologia, è la presenza di un somigliante, in questo
momento di mistero generato dalla sofferenza, che impedisce il patimento
dell’isolamento, della mancanza di protezione e dell’abbandono.
La superiorità della relazione
d’aiuto, pertanto, è indiscutibile, la sua importanza non può
essere diminuita. La tecnologia che la mette in relazione, che la facilita,
non può e non potrà sostituirla; dato che non sostituisce
la sua condizione basica d’affetto e di rispetto, il suo attributo magico
d’attaccamento alla condizione umana ed il suo carattere etico ed umanista
dell’"amare il prossimo come te stesso".
Questa condizione d’insostituibilità
è quella che rende il contatto diretto terapeuta-cliente il pilastro
fondamentale del "fare" terapeutico. Questo include la conoscenza dei fattori
che la deturpano, la impediscono o la complicano.
È impossibile tracciare un panorama
soddisfacente di tutti questi fattori impeditivi. Avere una tale pretesa
sarebbe ignorare la natura, non soltanto dell’essere umano, ma della propria
vita. La vita è in se stessa diversa, porta in se stessa il mutamento,
la trasformazione ed è da questo lato, sotto questa ottica che dobbiamo
affrontare il binomio salute-malattia, nel nostro caso, salute mentale,
malattia mentale. La malattia, più che un fatto, è un concetto,
poiché la sua rappresentazione è vincolata ad una storicità
e ad un contesto sociale nel quale si manifesta. Stando così le
cose, alcune appaiono, altre scompaiono, alcune resuscitano. Stando così
le cose, anche le strategie per affrontarle si modificano. Si forma, pertanto,
uno scenario di plausibili modificazioni nella relazione terapeuta-cliente.
L’uomo, per una buona parte del tempo,
è irrazionale; la psichiatria, una specialità umana, non
può logicamente essere esclusa da questo processo. Nella difficoltà
di riflessione l’atto mimico diventa più efficace; sorgono, allora,
i movimenti di moda, i modismi. Esisterebbero anche nella psichiatria,
nella psicoterapia movimenti di moda? Sarebbe il campo di riflessione sulla
sofferenza decorrente dal disequilibrio salute-malattia influenzato da
questi movimenti? A prima vista sembrerebbe di sì! Cito alcuni esempi.
Alcuni anni fa la depressione ed i suoi correlati erano concetti d’uso
tanto corrente come oggi? Il termine si è popolarizzato in tale
maniera che i clienti già arrivano nello studio con autodiagnosi.
Quanto si parlava di bulimia, anoressia, sindrome del panico o fobia sociale
alcuni anni fa? Trattandosi di movimenti di moda, questo minimizza l’importanza
di queste affezioni come agenti causativi di sofferenza nei clienti che
si rivolgono a noi? È evidente, no! E la corretta identificazione
delle fonti generatrici di quello che banalizzando chiamo modismo – pur
senza lasciare di lato il riconoscimento della loro importanza – deve essere
la nostra preoccupazione, non soltanto come agenti promotori di salute
e benessere individuali, ma come individui pensanti che assumono la loro
parte nel fomento e manutenzione della salute mentale collettiva. Sollevo,
a questo punto, alcune tematiche per la riflessione: non esiste più
– e questo è il frutto della osservazione corrente – la minima tolleranza
da parte delle persone per un "quantum", minimo che sia, di sofferenza,
principalmente sotto il bombardamento costante della pubblicità
che preconizza l’edonismo e la felicità immediata, anche se in forma
di pillole.
Lo stile di vita caratterizzato dall’indebolimento
dei legami sociali, dalla valorizzazione dell’individualità e maggiore
competitività, in niente contribuisce per il miglioramento di questo
quadro. L’essere umano realizza uno sforzo fuori dal comune per accompagnare
la rapida evoluzione sociale. Le conquiste tecnologiche ci preannunciano
un mondo nuovo, virtuale, lasciando molta gente senza direzione in questo
mondo che finirà senza una guida, risucchiato l’eccesso di tecnicismo.
Questa visione del futuro, apocalittica e caotica – ma infelicemente molto
prossima alla realtà – spiegherebbe la reale epidemia depressiva
che si verifica, attualmente, come un’anticipazione di questa perdita.
Mentre la nostra capacità scientifica e tecnica aumenta, la nostra
abilità nel risolvere problemi affettivi diminuisce; abbiamo, quindi,
un campo più che propizio alle modificazioni nella relazione terapeuta-cliente,
nel concetto malattia/salute.
Un altro punto oggetto di riflessione:
i sintomi oggi possiedono una nuova funzione sociale, assistiamo ad un
vero processo di pastorizzazione, di massificazione, d’uniformazione. Dimenticata
la vita di serena contemplazione, questa è un’epoca nella quale
tutti devono essere asserviti, devono lottare per le luci della ribalta
e per il diritto ai propri quindici minuti di fama. Esiste, anche, una
continua ricerca per la scoperta e cura di nuove malattie come giustificazione
della nostra delusione e della spersonalizzazione della condotta. Esiste
una reale crociata culturale per elargire cure, medicare qualunque aspetto
fisico o culturale non conforme agli ideali generati dalla cultura popolare,
da propaganda, norme politiche e morali. Quanto maggiore il numero di persone
che si identificano in questi ideali, definiti culturalmente, minore sarà
la tolleranza che riserveremo a tutti coloro che non lo siano.
Questa massificazione ha reso i sintomi
"democratici" avviene una democratizzazione dei sintomi, il sintomo ha
smesso d’essere caratteristica della borghesia, è divenuto popolare.
Un settimanale brasiliano ha pubblicato,
poche settimane fa, la notizia secondo cui nella fila per ricevere la cesta
basica, ausilio alimentare per le popolazioni bisognose, una donna reclamò
all’assistente sociale: "Non c’è la cesta base diet? Oltre a poveri
il governo ci vuole brutti, grassi?".
Come possiamo vedere sono molti ed ampi
i viali aperti alle modificazioni della relazione salute-malattia, cliente-terapeuta.
Accanto ai modismi, alla massificazione, all’indebolimento dei valori individuali
o all’individualismo eccessivo, cos’altro provocherebbe queste distorsioni
nel relazionamento medico-cliente? A chi più interesserebbero queste
modificazioni? Esiste una mitificazione del cerebro come organo più
importante dell’organismo, viviamo un tempo di seduzione per le bioammine,
dando loro la responsabilità di spiegare qualunque condotta dell’essere
umano. Questa attitudine è frutto di due mali attuali: il tecnicismo
esagerato, arrogante, che sta distruggendo il pianeta e un capitalismo
selvaggio, un potere economico che sovrasta le nostre teste, anche quando
non ci rendiamo conto della sua esistenza. I risultati sono quelli che
già sappiamo: i medici stanno perdendo la capacità di raziocinio
clinico. Questo è un assunto che va discusso mondialmente.
Il disinteresse per l’osservazione clinica
è crescente, e si osserva un’inversione di valori; le diagnosi e
le strategie terapeutiche sono elaborate in funzione della cura; le infermità
sono classificate in funzione della cura che, a sua volta, è influenzata
da questo tecnicismo esagerato, o da interessi economici. Le malattie sono
catalogate in una classificazione conosciuta come "DSM CID", che include
o sopprime disordini d’accordo con le esigenze del momento. Il punto critico
a dispetto di queste classificazioni tanto per i medici come per i pazienti
è che, senza essere codificata in questo catalogo, una condizione
mentale non è coperta dalla Cassa Malattia; in questa maniera le
Associazioni Psichiatriche possiedono più che un piccolo incentivo
per tante inclusioni quante si possono in queste classificazioni. Il discredito
del medico dinanzi alla società diventa, pertanto, quasi automatico
e questo, naturalmente, si riflette nella relazione medico-paziente.
In quest’epoca di facilità tecnologiche,
ragionare, pensare, riflettere non sono attività ben retribuite;
è preferibile optare per specializzazioni tecniche, nel fare il
corso di Medicina, piuttosto che per una specializzazione cognitiva, anche
perché quest’ultima economicamente rende molto meno ed esige di
più dal punto di vista emozionale.
L’autoregolazione, la marca d’identità,
i dispositivi che i medici ancora possiedono per preservare il proprio
controllo cognitivo, tanto personale come professionale, è oggetto
d’attacchi sistematici da parte degli impresari e dei regolatori dello
Stato che cercano di ridurre i costi o indurre comportamenti che combinino
qualità con economia, il che non sempre è possibile. Esiste
una crescita costante del cosiddetto medico commerciale, che fa della medicina
un commercio o che si sottomette alle esigenze, poco etiche, dei "manager
care". Nell’epoca delle assicurazioni mediche l’appello della psicofarmacologia
è questo: essa è più rapida, più economica
e meno difficile d’essere lavorata, rispetto a quanto si spende in energie
e tempo con i pazienti. Una parte significativa della popolazione è,
quindi, forzata a cercare la medicina per le piccole miserie quotidiane
e sofferenze dello spirito nei moderni psicofarmaci.
Stiamo diventando una società
psicotruccata.
L’industria farmaceutica rappresenta
in questo particolare un fattore preponderante. È un’industria che
non fabbrica esclusivamente medicine, fabbrica anche punti di vista sopra
le malattie. Esiste molta gente coinvolta: medici, corporazioni, cittadini
che diffondono la cattiva notizia che una malattia raggiunge proporzioni
allarmanti assieme alla buona notizia che adesso la stessa è curabile
attraverso medicine, essendoci già, inoltre, farmaci specifici per
combattere questi mali. Tutto ciò che aiuta l’immaginario popolare
a mantenere il fulcro sopra qualche malattia, includendo programmi d’attualizzazione
per i medici, campagne per chiarificazioni della popolazione, articoli
nella prima pagina delle riviste, finisce con l’aiutare i laboratori a
movimentare i loro prodotti. Uno straordinario strumento nella genesi di
queste vere epidemie di malattie mentali, degli enormi lucri conseguenti
dalla vendita dei farmaci che le combattono, è la pressione esercitata
dai risultati degli impatti economici, che si propone di quantificare l’alto
costo di questi disordini sulla produttività di una nazione. È
inutile affermare che l’industria farmaceutica sempre dispone di risorse
per finanziare questi studi, ed è chiaro che l’industria possiede,
naturalmente, un enorme interesse nell’aumentare la quantità di
persone che si suppone abbiano questi disturbi, convincerle che possono
essere curate attraverso farmaci ed aumentare considerevolmente la vendita
dei prodotti lanciati nel mercato con questa finalità specifica.
In uno degli ultimi numeri dell’organo ufficiale dell’Associazione Brasiliana
di Psichiatria, i due ultimi paragrafi di un articolo d’attualizzazione
riflettono bene quello che, in questa sede, è esposto: "Forse la
grande sfida attuale per la psichiatria è educare la popolazione
sull’esistenza della fobia sociale e sulle cure disponibili, altrimenti
si corre il rischio che la fobia sociale diventi un fenomeno nella psichiatria,
una categoria di diagnosi, con cura ben stabilita, ma alla ricerca di pazienti".
Concludo con alcuni chiarimenti:
abbiamo bisogno, ed è questa la finalità delle mie parole di
riscattare uno sguardo critico sopra la relazione salute-malattia, terapeuta-paziente,
medico-cliente, ma questo, naturalmente, non passa attraverso una negazione
romantica della malattia mentale; la sofferenza esiste e noi, professionisti
della salute, esistiamo per combatterla. Un secondo chiarimento si deve al
fatto d’essere stati usati da me indistintamente e come equivalenti alcuni
termini: sofferenza, malattia, clienti, pazienti, medico, terapeuta. So, perfettamente,
che sono differenti, ma la mia impressione è che sono differenti soltanto
nella forma e non nell’essenza, siamo tutti professionisti della salute, non
importa quale sia la nostra formazione o la linea teorica con la quale abbiamo
scelto lavorare: aiutiamo coloro che soffrono e chi si rivolge a noi, ed è
secondario il fatto che questa sofferenza sia malattia o no, diagnosticabile
o no, classificabile o no, siamo nella stessa barca, molto oltre le differenze,
e il principio e la fine della nostra attività sono comuni, è
stare in relazione con l’obiettivo dell’aiuto e far sì che quest’aiuto
sia ogni volta più comprensivo.