"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 34 - 37, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
È molto confortante per me sentire
i miei colleghi che parlano di una condizione dove sono presenti più
"buchi" che "formaggio" poiché questo mi trasmette un senso di solidarietà
riguardo a quella che è la mia confusione personale. Sono arrivato
alla conclusione di avere poche certezze o meglio di non avere alcuna chiarezza
stabile. Sono arrivato alla conclusione che la confusione è la condizione
ordinaria di esistenza. Penso tra l’altro che dire che ci sono più
"buchi" che "formaggio" non fa altro che confermare i risultati a cui è
pervenuta la fisica moderna che ha appunto sottolineato che noi siamo "seduti
sul vuoto", cioè siamo seduti sul "buco"... e quindi che di "formaggio"
ce n’è ben poco. È molto più facile dire che siamo
abituati a strutturare una percezione "formaggesca", mi verrebbe da dire,
ovvero a illuderci che ciò che noi percepiamo abbia una configurazione,
una struttura stabile.
Mi viene in mente ciò che diceva
Gregory Bateson tempo fa durante una conferenza. Egli chiese al pubblico
che alzassero la mano quelli che credevano di vederlo. Ora, siccome in
molti alzarono la mano, egli ne dedusse che la pazzia doveva essere collettiva.
In realtà, aggiunse, ciò che noi percepiamo è solo
un’accozzaglia, un mucchio di conclusioni preprogrammate che, per diversi
motivi che non voglio qui analizzare, portano alla conclusione che esista
qualcosa di certo, qualcosa di definitivo. Personalmente io non mi fido
di nessuno che abbia una certezza particolare, a meno che non mi parli
della sua confusione. Credo che nell’attività psicoterapeutica e/o
di counselling oltre alla rinuncia al "potere" e al "giudizio", come hanno
sottolineato i miei colleghi prima, bisogna anche giungere alla rinuncia
alla "chiarezza". Mi sembra fosse Alan Watts in passato che sosteneva che
di tutti coloro che o non fumavano o non bevevano o non manifestavano un
qualche tipo di atteggiamento "nevrotico", lui non si fidava. Io nemmeno,
per quanto possano insistere nel raccontarmi che le cose stanno così.
Preferisco diffidare e chiudermi nel mio spazio personale come una tartaruga,
piuttosto che correre il rischio di fidarmi di qualcuno che voglia impormi
un modello di "come devo essere", ovvero che mi dica che se soffro sono
sbagliato, che se balbetto sono sbagliato, che se sperimento emozioni come
l’invidia, la paura, la rabbia e compagnia bella, questo non va bene. Piuttosto
preferisco mettere in discussione un’autorità di questo tipo. Tra
l’altro mi sembra, avendo leggiucchiato qualcosa riguardo a questo argomento,
che lo stesso Bacone diceva che la verità è filia temporis
e non filia auctoritatis. Ovvero fa parte delle convinzioni di un
periodo, di un momento storico e culturale.
Qualcuno è venuto a raccontarci
che le cose stanno in un certo modo. Anche lo psicologo americano Charles
Tart, studioso degli stati di coscienza, sosteneva che la verità
è una costruzione e una conclusione semiarbitraria che alcune persone
hanno stabilito, come il tentativo fatto da un piccolo gruppo di scienziati
negli anni Venti-Trenta, il cosiddetto "Circolo di Vienna", matematici,
filosofi ecc., i quali fondandosi su ciò che chiamavano "positivismo
logico" volevano a tutti i costi mettere i puntini sulle "i" e risolvere
tutti i problemi e contraddizioni che potevano esserci nel mondo scientifico
e filosofico per rendere coerenti e verificabili i propri enunciati e proposizioni.
Parallelamente, nello stesso periodo, Wittgenstein faceva la stessa cosa
sul piano del linguaggio ed Hilbert su quello della assiomatizzazione delle
teorie scientifiche.
Questo tentativo di purificazione del
pensiero sembrava potesse essere utile per porre la parola fine alla ricerca
umana, ma successivamente si è però rivelato essere solo
uno svuotamento, poiché si è arrivati alla conclusione che
viviamo "senza fondamento", che non c’è una verità certa.
Esiste solo la pubblicità. Ci sono i videoclips, c’è un mercato
che decide che siccome ci sono delle "giacenze in magazzino" bisogna mettere
in evidenza un prodotto. Quindi esistono delle logiche che cercano di sfruttare
i "poveri gonzi" e spingerli a credere a ciò che stanno affermando.
Già Kant negava all’intelletto la possibilità di cogliere
la "cosa in sé", Nietzsche parlava di ineluttabilità del
nichilismo ed Heiddeger di "fondamento senza fondo". Anche Popper ha dimostrato
che la "verifica" non è sufficiente a garantire la verità
di una teoria scientifica e che in realtà la scientificità
di una teoria consiste proprio nel suo "fallibilismo", e lo stesso Einstein
sosteneva che nella misura in cui le proposizioni matematiche si riferiscono
alla realtà esse non sono certe, e nella misura in cui esse sono
certe non si riferiscono alla realtà. Ora, secondo me, dal punto
di vista della relazione d’aiuto bisogna ricordarsi quanto il gran capo
Fritz ci diceva a proposito dell’apprezzamento delle differenze. È
tutta qui la sostanza dell’epistemologia gestaltica, semplicemente, come
diceva prima Paolo Quattrini, la relatività della nostra personale
ed illusoria visione. Noi non possediamo certo la verità, però
siamo comunque responsabili e proprietari della nostra creatività
e della nostra immaginazione, dei nostri sentimenti e del nostro vissuto,
e guai a chi ce li tocca! Allora quello che secondo me va fatto all’interno
di una relazione d’aiuto è stimolare ed aiutare il cliente ad assumere
una "posizione", cioè ad accettare di essere ciò che è.
Bisogna aiutarlo a trovare il coraggio di essere. Viviamo in "mare aperto"
e forse quello che dobbiamo fare non è tanto interrogarci sulla
sua natura, ma piuttosto imparare a nuotare.
Noi non sappiamo cos’è il "mare",
forse questo è un mistero troppo grande. Possiamo anche riferirci
agli insegnamenti dell’Oriente che ci parlano di Brahaman, del Dharmakaya,
dello stato primordiale per cercare di comprendere il senso dell’assoluto,
ma d’altra parte viviamo in un mondo illusorio e dobbiamo barcamenarci
in mezzo a cose che non hanno né capo né coda. Probabilmente
il punto sta nello sviluppare un maggiore distacco rispetto alle nostre
pretese interne di avere qualche certezza. La "Maya" non deve essere presa
troppo sul serio, diceva sempre Alan Watts. La "Maya" è il mondo
fantasmagorico delle nostre illusioni che continuamente appaiono in figura
rispetto allo sfondo e che ci danno l’impressione che le cose sono così
e che saranno sempre così. In realtà si tratta di un grande
gioco, o come dicevano gli Indù, della danza cosmica di Shiva, dove
tutto improvvisamente arriva, passa e si trasforma. Noi ci troviamo all’interno
di questa grande baraonda. Ciò che è centrale in tutto ciò,
come anche dice Don Juan, il maestro di Carlos Castaneda, è quello
di imparare a "governare il mondo", cioè organizzare la visione
e trovare la nostra centralità piuttosto che cercare di cambiare
i contenuti della mente, migliorarli, accettare o rifiutare qualcosa. È
come realizzare il "punto zero" dell’indifferenza creativa di Perls. Quasi
tutto è proiezione, sosteneva Perls come Jung e anche nell’insegnamento
del buddhismo si parla di "visione karmica" e si dice che se degli uomini
ciechi devono descrivere un elefante, uno dirà che è una
specie di soffitto perché tocca la pancia dal di sotto, un altro
dirà che è come un grosso tronco perché tocca una
zampa, un altro dirà che è come una corda perché tocca
la coda e così via. Poiché la nostra rappresentazione della
realtà è molto più facile da afferrare che non la
realtà stessa, tendiamo a confondere le due cose e a prendere i
nostri concetti e i nostri simboli per la realtà.
Lo studioso di semantica Alfred Korzybsky
puntualizzò tale questione con la sua sintetica formula "la mappa
non è il territorio". Feyerabend ci fa presente come i vari standard
interpretativi utilizzati dai filosofi della scienza (Bacone, Cartesio,
ecc.) abbiano sempre fatto riferimento a modelli euristici predefiniti.
Egli sostiene nella sua epistemologia, che "l’anarchica sarebbe un’ottima
base su cui fondare l’epistemologia e la filosofia della scienza". Nessuna
teoria psicologica è infatti in accordo con tutti i fatti noti del
suo campo. Piuttosto queste rispecchiano lo sfondo storico e culturale
in cui sono inserite. Tra teoria e fatti c’è sempre una soluzione
di continuità e di reciproco arricchimento ed è proprio ciò
che permette lo sviluppo e l’esperienza. Nella psicoterapia della Gestalt
si propone di eliminare la "o" sostituendola con la "e". Io non sono "questo
o quello" ma piuttosto sono "questo e quello". È cioè necessario
integrare le polarità piuttosto che eliminarle. Possiamo essere
oggettivi e soggettivi, metodici e ispirati, strutturati e istintivi, cognitivi
e viscerali, ecc. in una epistemologia fenomenologica in continuo rinnovamento
ed esistenzialista nella sua accettazione di debolezza e incertezza. Nel
lavoro di counselling bisogna aiutare il cliente a mettere a fuoco la consapevolezza
sui suoi processi bloccati o distorti e agire in modo da "destrutturare"
la sua abituale visione delle cose e il modo in cui organizza la sua esperienza.
Sappiamo dalle ricerche fatte da Roger Sperry che abbiamo due emisferi
cerebrali, uno analitico e razionale, il sinistro, e uno intuitivo e un
po’ pazzo che è il destro. Dall’azione reciproca di questi emisferi
sorge una polarità. Ci si trova davanti alla classica opposizione
tra "ragione" e "cuore". Anche i Polster parlano di "Polarities" da integrare
e in effetti ricalcano la classica posizione hegeliana della tesi-antitesi-sintesi
o di integrazione del dualismo Yin-Yang nel Tao. La polarità è
quindi una condizione naturale dell’individuo. Sappiamo che non c’è
buio senza luce, non c’è forza senza debolezza e così via.
Siamo quindi all’interno di un gioco continuo di polarità che ci
vengono da questi stimoli continui dei nostri emisferi cerebrali. La verità
encefalo-epistemologica sta nell’ambidestria cerebrale, dice Morin. Solo
quest’ultima può produrre il pensiero complesso che permette di
concepirla.
Anche se scientificamente discussa, è
peraltro interessante considerare la concezione del cervello triunico elaborata
da MacLean e sviluppata poi da Laborit che individuava appunto tre cervelli
in uno, e cioè il rettiliano che è l’istintivo, il mesoencefalico
che è quello affettivo ed il corticale che è il razionale.
Se colleghiamo quindi la complessità biemisferica o bicamerale come
ne parla Julian James, con la complessità triunica abbiamo una connessione
complessa tra razionalità, affettività e pulsionalità
e questo concetto fa venire in mente la trinità cristiana e il corpo,
la voce e la mente della visione buddhista. Noi siamo quindi il risultato
dell’azione di innumerevoli fattori che sono in polarità tra di
loro ed il nostro lavoro sta nel cercare di integrarli. Dobbiamo entrare
in contatto con ciò che siamo e, una volta che siamo divenuti consapevoli
delle nostre polarità, allora possiamo farci qualcosa. Anche in
politica si dice che c’è la diplomazia e che in una condizione di
conflitto si cerca di venirsi incontro, si cerca di parlare, perché
la guerra fa male a tutti. Anche nel lavoro gestaltico, per esempio nel
lavoro della doppia sedia, si deve cercare di far incontrare le parti in
lite, come la debolezza, cioè il "buco", e la forza, cioè
il "formaggio" e così via. Se riusciamo a trovare un’armonizzazione
tra i poli possiamo senz’altro vivere in modo più decente. Per concludere
voglio leggervi un brano tratto dall’Upanishad che recita così:
nei sogni non esistono in realtà
né carri né cavalli e nemmeno la strada sulla quale i carri
possano passare, eppure tutto ciò viene creato mentalmente, veduto
e sentito in un istante. non esistono in realta né stagni né
laghi né fiumi, eppure tutti appaiono in virtù del pensiero.
questo potere di emanare qualsiasi numero di forme da sé stesso
è il potere creativo dell’uno.