"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 38 - 41, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
Il titolo di questa tavola rotonda è
"Empatia ed etica". L’idea che vorrei proporre in questa occasione è
che si può spiegare il nostro giudizio di eticità di una
data interazione come un risultato del rapporto empatico che si ha con
le parti coinvolte.
C’è un libro, vecchio di due secoli
e mezzo, che elabora esattamente questa idea intitolato (appunto) La
Teoria dei Sentimenti Morali. È interessante notare che l’autore
di quest’opera è Adam Smith – il filosofo/economista scozzese promotore
del principio del libero mercato che sta alla base dell’attuale sistema
capitalista. Questa sua teoria dei "sentimenti morali" è forse meno
conosciuta della sua teoria economica (vedi in proposito La Ricchezza
delle Nazioni), ma peraltro molto interessante. Di fatto, alla base
dei due lavori troviamo la stessa idea fondamentale, cioè che l’empatia
è conditio sine qua non di ogni relazione funzionale. (Ciò
è interessante in quanto getta una luce diversa sull’idea originale
di libero mercato.)
In La Teoria dei Sentimenti Morali
Smith cerca quindi di spiegare il nostro senso etico di una data situazione
sulla base della capacità che abbiamo di empatizzare con le emozioni,
i sentimenti e le intenzioni altrui. A questi fini l’esempio di empatia
con valenza etica più ovvio, e notato anche da autori precedenti
a Smith, è la compassione per l’altro che soffre. Questo succede
quando, riconoscendo la sofferenza altrui, proviamo una emozione vicaria
che è in qualche modo più adeguata alla situazione dell’altro
che alla nostra. Questa reazione è eticamente interessante in quanto
tende a promuovere comportamenti di tipo altruistico, tanto che in alcune
situazioni possiamo sentirci come "costretti" ad intervenire.
Tuttavia, il nostro giudizio etico su
una data situazione spesso comporta anche sentimenti meno altruistici del
dispiacere empatico. In questo senso è interessante notare che secondo
Smith possiamo empatizzare con qualsiasi emozione altrui, non solo col
dolore. Prendiamo ad esempio l’identificazione empatica con il rancore
e/o la paura di chi è appena stato danneggiato dall’azione di un
altro individuo. Smith nota come l’identificazione con la rabbia ci porta
spesso ad un atteggiamento di tipo "giustizialista", in quanto tende a
motivare comportamenti di tipo punitivo nei confronti di chi ha perpretato
il danno. L’identificazione con la paura di chi è stato danneggiato,
invece, ci porta spesso ad un atteggiamento di tipo cautelativo o preventivo,
e tende a motivare azioni che diminuiscono le possibilità di ulteriori
danneggiamenti. Una forma sociale di azione preventiva e insieme punitiva
molto comune è l’imprigionamento dell’individuo percepito come pericoloso.
Spesso questo tipo di soluzione viene "venduta" come preventiva e addirittura
"ri-educativa" ma, di fatto, l’impressione è che sia più
spesso punitiva che altro. Anche l’azione preventiva può comunque
essere eccessiva. Un caso estremo di azione "puramente" preventiva si è
verificato attualmente nel Regno Unito, dove alcuni individui "malati di
mente" e giudicati potenzialmente pericolosi sono stati imprigionati prima
che avessero commesso alcun reato.
Parlare di queste forme di reazioni "etiche"
a proposito della relazione terapeutica può sembrare strano, ma
forse più strano di quel che dovrebbe. Infatti, non solo l’identificazione
con la rabbia e la paura dell’altro possono motivare azioni eticamente
dubbie, come quelle menzionate sopra, ma anche azioni eticamente valide.
Prendiamo ad esempio il caso in cui un paziente ci riporta un suo serio
comportamento di abuso fisico di un bambino piccolo. Questa è una
situazione etica complicata dal fatto che abbiamo un rapporto di alleanza
terapeutica con il nostro paziente. Tuttavia, è fuori dubbio che
abbiamo il dovere etico di intervenire in qualsiasi modo ci sia possibile
al fine di prevenire altri possibili abusi (e questo può anche voler
dire denunciare il paziente alle autorità). Questo dovere etico,
secondo l’analisi di Smith, è una risultante dell’identificazione
con la paura e possibilmente la rabbia del bambino, oltre che con il suo
dolore. Il fatto che sentimenti di rabbia "giustizialista" o di paura preventiva
siano sempre da considerare con estrema attenzione (per esempio discutendole
in sede di supervisione e con altri colleghi) non esclude quindi che a
volte siano esattamente ciò che ci può spingere ad operare
in modo eticamente appropriato.
In effetti, se è vero che che
l’etica è fondata sull’empatia, allora è la stessa possibilità
di empatizzare con tutte le emozioni di tutti i partecipanti
che determina la possibile appropriatezza del giudizio etico di una certa
interazione. Smith parla in proposito di doppia empatia, cioè di
empatia con colui che agisce oltre che con colui che "subisce" l’azione
oggetto di giudizio. Sulla possibilità di doppia empatia si basa,
per esempio, l’importanza che attribuiamo all’intenzionalità di
una data azione. Nel caso di una intenzionale azione benefica, per esempio,
il nostro giudizio di meritorietà è determinato dall’empatia
con le intenzioni altruistiche del "benefattore" almeno quanto dall’empatia
con il piacere del "benefatto". Allo stesso modo, se una azione dannosa
è stata condotta accidentalmente, o sotto forti pressioni esterne,
allora può anche essere compresa e perdonata, proprio perché
possiamo facilmente empatizzare con colui che è stato "costretto"
ad agire in tal modo. Se invece quest’ultimo ha condotto l’azione per propria
e libera scelta, e nella piena consapevolezza delle sue conseguenze, allora
il nostro giudizio sarà più spesso di condanna morale in
quanto ci è più difficile identificarci con l’attore.
Di nuovo, mi rendo conto che riferendomi
a punizioni, imprigionamenti, condanne morali, etc. rischio di suscitare
qualche reazione di sorpresa. Uno potrebbe pensare che i sentimenti "morali"
sottostanti queste azioni non dovrebbero emergere in una relazione terapeutica
se non in situazioni estreme. Io credo però che questi sentimenti,
anche se al di sotto dei nostri livelli di consapevolezza, guidino il nostro
giudizio più frequentemente di quanto crediamo. Questo è
forse proprio il nocciolo di quanto sto cercando di dire. Tutte le volte
che ci troviamo di fronte a situazioni dove qualcuno è stato in
qualche modo abusato (ovvero, data la natura del nostro lavoro, praticamente
sempre) dobbiamo ricordare la nostra natura di animali sociali e quindi
necessariamente emotivamente ed empaticamente reattivi. La tendenza a formare
un giudizio etico di una certa situazione anche sulla base di reazioni
emotive come la rabbia e la paura è in questo senso assolutamente
naturale.
D’altra parte, se l’etica è il
risultato delle nostre amplificazioni empatiche del rapporto con e tra
gli altri, allora le nostre emozioni non sono qualcosa che dobbiamo sospendere
al momento in cui diamo un giudizio etico, bensì qualcosa che dobbiamo
esplorare ed esperire nella loro interità e possibile varietà.
Questo al fine di avere una sorgente di informazioni su quello che sta
succedendo il più ricca e variegata possibile, che ci permetta quindi
di intervenire nel contesto attuale in modi che siano eticamente appropriati.
In breve, se da una parte dobbiamo ricordare la natura emotivo-reattiva
dell’etica, e quindi "giudicare" ed intervenire con estrema prudenza, dall’altra
dobbiamo essere totalmente aperti alle nostre reazioni empatiche, proprio
perché queste sono il fondamento dell’etica.
Questa analisi dell’etica ha una serie
di vantaggi. Innanzitutto elimina il problema della ricerca di principi
assoluti. Da questo punto di vista, infatti, non esiste alcun principio
universalmente valido in quanto l’eticità di una data azione sarà
determinata dal qui ed ora della dinamica relazionale ed emotiva tra gli
individui coinvolti nell’evento. D’altra parte, elimina anche il prolema
di un relativismo estremo. Se il giudizio etico è un risultato di
dinamiche empatiche tra individui allora non è vero che qualsiasi
cosa "va bene", ma cosa "va bene" e cosa no dipenderà dallo specifico
della relazione tra questi individui. In altre parole, l’empatia fornisce
uno strumento di raccolta informazioni e valutazione di una situazione
che ha infinite possibilità di applicazione, ma per il quale non
è vero che ogni possibilità di giudizio etico è altrettanto
valida. La definizione "empatica" dell’etica elimina anche il problema
del rapporto tra individuo e società – ovvero la domanda sè
più importante (o "buono") ciò che impone la società
o quello di cui abbisogna l’individuo. Questo problema viene semplicemente
a mancare perché l’approccio relazionale sottostante l’idea di empatia
riporta il discorso etico nella relazione tra individui (o individui e
gruppi sociali). In questo senso l’origine del giudizio etico non è
più nell’individuo o negli altri, ma nella dinamica empatica tra
tutti coloro che sono coinvolti. L’unità di base qui è la
relazione tra le parti, non la singola parte.
Questi sono alcuni dei vantaggi
del concepire il proprio sistema etico come il sistema delle proprie reazioni
empatiche alle emozioni altrui. Un possibile "svantaggio" o "complicazione",
qui, è che questo sposta la ricerca da una ricerca di certezza ad una
ricerca di funzionalità nella relazione attuale. Dato che la relazione
tra individui è in continuo cambiamento e fondamentalmente imprevedibile,
questo comporta non solo che dobbiamo rivedere il nostro giudizio etico in
continuazione, ma anche che nel così fare non possiamo fare a meno
di sbagliare. Questo non perché non abbiamo applicato il principio
giusto, ma perché l’errore è parte essenziale del processo di
sviluppo di un giudizio etico appropriato ed adeguato al presente.