"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 42 - 45, Roma
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Un amante bussa alla porta dell’amata:
"Chi è?" dice l’amata. "Sono io" risponde l’amante. "Ho paura, non
entrare". L’amante bussa nuovamente: "Chi è?" "Sono io" "Ho paura,
non entrare". Passa tempo e l’amante disperato bussa nuovamente: "Chi è?"
risponde l’amata. "Sono tu" …………………………… "entra"!
L’empatia si realizza nel confine di
contatto e come tale costituisce un fenomeno organistico, cioè che
integra livello endopsichico e livello interpersonale. Integrazione è,
a sua volta, sinonimo di generazione, creazione. Possiamo quindi dire che
l’empatia è un processo al cui apice si situa la creatività.
Non esiste la possibilità per
gli esseri umani di generare con un atto immediato; abbiamo bisogno di
sostenere un processo che consenta l’"unione a nozze" di istanze che erano
originariamente differenti e tendenti a differenti obiettivi per creare.
Può essere che la creazione tramite atto immediato sia una prerogativa
divina, ma con questo evento è inutile arrovellarsi troppo: l’essere
umano ci ha provato per millenni a imitare Dio e non c’è mai riuscito
per un motivo fondamentale: non è nella sua genetica una tale possibilità.
Per la verità tutti i fenomeni naturali che a noi appaiono come
magici sono il prodotto di un dialogo interno che a noi sfugge. Per cui
è assai possibile che anche ciò che chiamiamo Dio abbia bisogno
di un tale processo per essere creato.
I buddisti dicono che è giusto
nell’inesistenza o vuoto che incontriamo l’essenza o Dio, ma anche in quel
caso non possiamo esimerci dall’immettere i fenomeni che incontriamo nel
vuoto in un processo di confronto con il resto dell’esistente in noi per
realizzare un processo creativo.
L’idea di un Dio che genera con il solo
atto di volere costituisce un’idea infantile oltre la quale difficilmente
riusciamo ad andare, incalliti e fissati come siamo alla convinzione che
o siamo onnipotenti o non siamo niente.
Come diceva Nietzsche: "se esiste da
qualche parte un Dio che è capace di tanto perché non dovrei
invidiarlo, perché non dovrei voler essere come lui, anziché
spendere il tempo ad adorarlo e compiacermi della mia impotenza al suo
cospetto. Sarebbe giusto in quel caso ... ma... è morto: ...al mercato
nessuno lo ignora; solo il folle vi s’aggira gridando: cerco Dio! cerco
Dio!".
Siamo progressivamente diventati così
perniciosamente attaccati a questo dualismo che la capacità di essere
creativi anziché essere vista nella sua natura di processo, di valore
che va sostenuto e nutrito viene considerata una "dote" e posseduta da
gente dei cui prodotti si può solo godere passivamente. È
così nei nostri sistemi educativi dove i bambini sono considerati
o scemi o creativi, ma sia nell’uno che nell’altro caso il processo educativo
non può intervenire se non in maniera notarile; è così
nei nostri costumi culturali dove la creatività è attribuita
a coloro che sono dotati del "gene della creatività", una specie
di "creativococco" sulla cui attività l’uomo non può intervenire
con il proprio bisogno, con il proprio desiderio e con la propria volontà.
Lo può solo subire sia in positivo che in negativo.
Non è vero. È un imbroglio
che ha come unico scopo quello di mantenerci in una posizione passiva rispetto
alla nostra esistenza, di mantenerci nello stato di peones da colonizzare
e redimere, laddove redimerci ha il senso di renderci convinti che l’impotenza
è la nostra unica virtù in questa esistenza.
Così come i nostri genitori hanno
cercato in tutti i modi di renderci come loro volevano, di convincerci
che realizzare la loro volontà era l’unico modo per essere amati
ovvero asservirci alla volontà di qualcuno-fuori di-noi che ha il
potere di generarci, allo stesso modo la capacità di generare appartiene
al divino o a qualche pazzo e come tale possiamo solo rimanere abbagliati
e nel migliore dei casi estasiati dalla sua vicinanza, cioè manipolati…
spesso infatti nel nostro mondo creatività infatti è sinonomo
di capacità di manipolare, di imbrogliare. È vero il contrario:
che possiamo generare e che possiamo amare e sono vere alcune altre cose.
La prima è che sia la capacità
creativa che la capacità di amare non sono fenomeni spontanei in
un adulto umano. Perché non può essere spontaneo? Perché
implica una contemporanea immedesimazione in istanze interne differenti
tra loro, ovvero un’immedesimazione contemporanea "nel Me e nel Tu", e
questo non credo che avvenga spontaneamente poiché la nevrosi è
un fatto endemico che si attua in tre fondamentali maniere:
– l’alienazione dal Tu
– l’alienazione dal Me
– l’alienazione dalla connessione Tu(-)Me
La seconda è che esse, queste
capacità, si realizzano ovvero si creano attraverso il processo
di empatia.
La terza è che l’empatia è
un fenomeno che non solo si identifica nella capacità di amare e
odiare, ma anche sostiene il processo del loro esistere e del loro relazionarsi.
L’insieme di questi fatti genera l’empatia in quanto ciclo di esperienza
che si conclude, sì, nelle nozze degli opposti ma che inizia anche
nella dichiarazione di odio tra opposti; per questo motivo lo sviluppo
del processo empatico implica un atto di volontà che a sua volta
scaturisce, a mio avviso, soltanto dal riconoscimento del disagio di vivere.
Tale riconoscimento è assai poco spontaneo.
Che cosa è l’empatia e in che
modo sostiene il processo attraverso cui amore e odio creano, relazionandosi?
L’empatia si realizza nella capacità
simultanea di immedesimarsi nel vissuto altrui e nel proprio.
Il termine "altrui" va inteso nel senso
di "altro-da-sé", come in-conosciuto e quindi va riferito sia a
un altro individuo sia a parti di sé sconosciute dalla propria consapevolezza.
In questo contesto svolge la doppia funzione
di "porre-in relazione" sia sul piano interpersonale che sul piano intrapsichico
e di consentire l’integrazione dentro-fuori in virtù del fatto che
nulla è riconoscibile fuori se non è prima ri-conosciuto
internamente.
Inoltre attua di per sé i fenomeni
della conoscenza come esperienza e soprattutto della conoscenza come esperienza
interna dell’altro-da-sé. In quanto tale, spinge alla scoperta esperienziale
dello sconosciuto che c’è fuori e dentro di noi simultaneamente,
poichè coincidenti, ma – e qui sta uno dei punti fondamentali della
questione – conoscere lo sconosciuto non è un fatto assolutamente
spontaneo, in quanto lo sconosciuto fa spesso paura. Da questo si può
dedurre che se per empatia intendiamo tout court quella manifestazione
ipocrita di buonismo che va tanto di moda, si ingessa il concetto, lo si
ideologizza e lo si tramuta in un’azione pregiudizievole verso l’"essere",
proprio perché diventa un comportamento aprioristico che non tiene
conto della esperienza che in noi stessi facciamo dello sconosciuto, quindi
nega se stessa nella sua attuazione, realizzando il contrario dei suoi
presupposti.
A mio avviso è possibile restituire
al fenomeno empatico la sua forza creatrice solo ricollocandolo nel campo
dell’esperienza e soprattutto in una fase particolare dell’esperienza:
nel momento in cui la persona incontra, vede, sente, percepisce per la
prima volta lo sconosciuto e per la prima volta percepisce la paura, l’odio,
il dolore, la vergogna ovvero (il cosiddetto "male che è in noi")
che questi gli suscita, quindi lo rifiuta e rifiutando l’estraneo rifiuta
l’esperienza del suo "male".
Credo che nel momento stesso che stabiliamo
una connessione rifiutante con il "male", lo ri-conosciamo. Se a questo
ri-conoscerlo attribuiamo un significato di "diventare consapevoli" allora
entriamo in connessione empatica con il rifiuto medesimo.
Stabilire una connessione empatica ha
due conseguenze, a mio avviso:
a) che nell’atto di provare la paura
o altro, quella istanza ci diventa appartenente. Diventiamo vincolati alla
nostra paura, scopriamo l’inesorabilità del vincolo e la sua indistruttibilità,
ma anche iniziamo a scoprirne l’utilità;
b) in virtù di questo riconoscimento
abbiamo aperto gli occhi sul rifiuto di provar paura, apriamo i nostri
sensi al rifiuto medesimo, lo facciamo esistere e gli consentiamo di svolgere
il suo ciclo vitale e dunque non siamo più nell’agito del rifiuto
di essa-paura. Si potrebbe dire con Buber che in quel preciso momento
smettiamo di "essificare il Tu" ed entriamo in relazione con Tu ovvero
entriamo nell’esperienza di Tu.
Nel preciso momento lo sconosciuto che
è in noi smette di essere alienato da noi stessi e in quell’atto
di recupero noi siamo già nel processo empatico.
Voglio dire che non dobbiamo immaginarci
uno che mentre scopre la sua paura dell’altro o il suo odio per l’altro
è lì con un sentimento di accettazione buonistica verso sé
e il suo odio: questa è la parodia dell’empatia. Nel momento in
cui riconosciamo il nostro odio e non ci piace e lo rifiutiamo nel riconoscimento
del rifiuto, già esiste l’empatia, non solo, ma tale riconoscimento
attua di per sé un ponte connettivo tra colui che odia e colui che
lo rifiuta.
Il riconoscimento attua il processo empatico
tra rifiutante e rifiutato e quindi implica l’innesco del processo creativo
che si concluderà alla fine del ciclo nel dare forma a qualcosa
che prima non c’era, coniugando le ragioni e i sentimenti dell’ex-rifiutante
e rifiutato. Empatizzare con il proprio odio non è meno importante
che empatizzare con la nostra capacità di amare. È quasi
tautologica l’affermazione, dal momento che non è possibile sviluppare
la capacità di amare senza sviluppare quella di odiare.
L’empatia trasforma l’odio ma nel senso
di non poterlo più agire in maniera inconsapevole e implica la ricerca
di un canale espressivo che lo rende meno pericoloso e più autentico
in quanto aiuta, quindi, da conversioni e fenomeni collaterali che lo trasformano
in vendicatività, e altre maniere subdole che hanno come unico scopo
il mantenerlo nascosto e attivo subdolamente verso l’altro.
Ad esempio, quando tratteniamo la nostra
rabbia e il nostro odio e non possiamo esprimerlo, finiamo per convertirlo
in rancore, rivendicazione, che spesso si convertono in pseudovalori sui
quali costruiamo leggi che valgono solo per gli altri e servono solo a
mantenere gli altri nella posizione di colpevoli.
In questo modo i nostri stessi valori
si cristallizzano in moralismi che storpiano l’etica del vivere.
Come spiega bene F. Kafka in Lettera
al padre l’etica implica che i comportamenti siano regolati in reciprocità
e uguaglianza, laddove uguaglianza significa offrire agli altri almeno
le stesse norme che offriamo a noi stessi. Ma anche su questo piano l’empatia
svolge una funzione di elastico, nel senso che consentendo alla persona
di stare in contatto con le proprie modificazioni interne aiuta l’individuo
a percepire le norme non come fissità assolutistiche e immodificabili,
bensì come fenomeni provvisori che aiutano la persona a radicarsi
in determinati stili di vita.
E ci sgridavi... e ci fulminavi con
gli occhi se scoprivi che qualcuno di noi gettava in terra briciole di
pane... E poi... alla fine del pasto scoprivamo che sotto la tua seggiola
era pieno di molliche (F. Kafka, Lettera al padre)
Ma se non riconosciamo il nostro odio
lo ingessiamo, l’ingessatura lo trasforma in rancore, il rancore si organizza
nel significato che hanno gli altri per noi, il significato si trasforma
nel valore che l’altro ha per noi: l’altro avrà sempre meno diritti
di noi.
Se, al contrario, possiamo stabilire
una connessione con il rifiuto di essere rancorosi, ampliamo le nostre
conoscenze al Tu che è in noi, al "cosiddetto male" che è
in noi, allora non possiamo più non riconoscere all’altro il diritto
di odiare e rifiutare, e proprio in quel preciso momento scatta una comprensione
che viene dall’aver posto in relazione il diritto al rifiutare: relazione
che di per sé aumenta il rispetto tra persone, in quanto gli attribuisce
il diritto di inventarsi un modo per campare: il suo modo.
In questo modo l’empatia è il
processo di passaggio dal " ti-vedo" al "ti-ri-conosco".
Potremmo paradossalmente dire che non
è vero che l’amore cura l’odio, perché l’odio non ha da essere
curato, non ha nessuna malattia se non quella di soffrire di solitudine
e che in questo atto di essere solo le è compagno l’amore. Spesso
uno non sa dell’altro:
Ho errato per boschi e soggiornato
nelle nebbie.
Ho amato serpenti, lottato con draghi
e volato con aquile... Ho tanta paura di incontrare "Tu" guardandomi nello
specchio.
Per concludere: ho l’impressione che
la parola empatia abbia finito per designare una pratica un poco pregiudiziale
che ha cristallizzato la parola in un comportamento ed è ovvio che
nei comportamenti non c’è contatto.