Voglia di verità e codice culturale – Discorsi profondi e garanzia di trasparenza: un racconto?

come-comunicare-con-gli-altriArmando Catemario

  1. Qual è la questione.

Posso? Vorrei parlare da “dilettante”, in confidenza, con un destinatario non qualificato della mia comunicazione, che è idealmente il mio più diretto interlocutore, chiedendo di instaurare un’intimità: al di qua del rango, al di qua dello spettacolo, al di qua financo di certe ovvie convenzioni; invitando ad una medesima caduta della maschera: se e quanto possibile, pian piano, senza pretendere.

Io sono uno che ha trovato problematico vivere e che perciò, fin dai tempi dell’adolescenza, ha cercato di riflettere sulla vita insieme agli altri, specie ai coetanei, ma che ha per lo più incontrato in loro pensieri e valori del tutto correnti, che essi non intendevano né spiegarsi, né tanto meno mettere in discussione, mettendo in crisi al contempo la quotidianità, e il suo senso, appunto, “comune”.

A chi rivolgersi allora? Il sapere ufficiale impartito dalla scuola, e poi in senso lato dall’Accademia – siamo in Italia negli anni ’40 e oltre – sembrava così remoto, per astrazione ed eterogeneità, dall’esperienza di vita, o così deludente, per la mancanza di risposte dirette, da non far neppure sperare di potercisi rivolgere.

Già il linguaggio creava una barriera: tra l’altro pareva essenziale “saper parlare”, “saper scrivere”, addirittura “esprimersi in bello stile”, e questo suonava così eterogeneo alla voglia di cose profonde! Ma non si presentava nessun’altra alternativa. Per poter criticare il modo di vita corrente o rispondere a domande di fondo sulla vita, o anche solo esprimere fantasie, sogni, pensieri o immagini vissuti come significativi, bisognava passare, dal regno del sapere comune – dove non era lecito avere idee nuove, fantasie proprie, “discutere” ciò che “si” pensa e “si” dice – a quello – con un cambio d’abito da partecipazione a ricevimento mondano – del mondo inetellettuale, dove inoltre era anche come se si cambiasse di classe sociale, salendo di grado. E allora, per di più, si sentivano anche emergere interessi di concorrenza, tipici, peraltro, del mondo del lavoro! Non c’era la gratuità del dialogo adolescenziale!

L’uso teorico della mente non coincide dunque con l’uso del sapere. Ma per legittimare questa distinzione occorre preliminarmente differenziare bene i rispettivi ambiti. Qui, tra l’altro, si vorrebbe escludere la tentazione del mero “dilettantismo” fino a se stesso – al tempo stesso riconoscendone il valore di emblematica autonomia – per non parlare della vera e propria devianza psicopatologica, peraltro oggi in declino, dei “geni incompresi”. Intanto mi porrò a mezza via tra il “sapere comune” e il sapere intellettuale.

Ognuno di noi è in primo luogo come tutti gli altri e al, tempo stesso, indiscutibilmente irripetibile, e di continuo riflette e immagina – prima con l’aiuto degli adulti, poi autonomamente – nella sua vita giornaliera, cercando di capire il mondo, se stesso e il vivere totale usando la sua mente. In ciò fare però – ne prenda coscienza o meno – applica, riproduce idee, significati, come il “senso comune”, il “sapere comune”, il costume, e/o la scienza, l’arte, la filosofia, la religione, che ha già appreso dagli altri. Anzi, comincia a far ciò già parlando, già dialogando con se stesso in una lingua, la lingua della – o delle – collettività in cui è stato allevato. Il codice culturale della sua società (cioè i significati e i simboli mentali condivisi) è dunque in opera fin dall’inizio. E fin dall’inizio la sua mente funziona in dialogo con l’alterità umana (da chi si prende cura di lui agli ulteriori interlocutori). E tuttavia egli non sarà mai un mero automatico ripetitore di ciò che ha appreso. E’ infatti proprio in questa distanza, oggi accorciatasi, tra l’”eredità sociale” (la cultura in senso lato) e il funzionamento mentale proprio degli individui membri di una collettività, che si colloca il mio porposto “uso della mente” come distinto dell’uso strettamente “culturale” (nel senso specifico di “istruito”) di essa. Questa proposta non fa riferimento soltanto alla nota tensione tra i “dotti” e gli “ignoranti”, né tanto meno alla mera differenza tra “alta cultura” e “sottocultura”, ma anzitutto alla esigenza, ciclicamente sentita nella storia, di sbarazzarsi del sapere ufficiale o, quanto meno, “prenderlo con le pinze”, come, nel caso nostro più recente, è stato espresso dai Moviemnti Giovanili – e soprattuto da quello Studentesco – e dalle “nuove” o “contro”-culture emergenti “dal basso” nella seconda metà degli anni ’60 (v p.e., l’”etica applicata”, i “gruppi di autocoscienza”, i “gruppi d’incontro”, la “psicologia del comportamento pro-sociale”, la “psicologia transpersonale”, ecc.). Anche se – ed è bene riconoscerlo subito proprio per impostare più chiaramente il mio tentativo – queste iniziative, se non già abortite, sono state ampiamente assorbite dal sapere ufficiale e perciò stesso, visibilmente, alquanto trasformate.

Però, per individuare questo spazio – tra mente e cultura (cultura nel senso, qui, soprattutto di “dotta”, un senso che il termine continua ambiguamente a mantenere dopo l’uso diffuso dell’altro senso, che si riferisce al modo di vivere generale di una data collettività) – è necessario fb) differenziare, all’interno della seconda, tra le discipline umanistiche (arte e letteratura, filosofia e religione, saggistica e pubblicistica del giornalismo) e le scienze e tecniche (le scienze umane occupano qui una posizione intermedia, ma più vicina alla prima); quanto alla cultura popolare, o ad altre sub-culture dello stesso genere che hanno una loro rappresentanza ufficiale (p.e., punk o rock, femminile, criminale, ecc.), si tratta di un altro strato ancora, ma affine al primo (o al terzo); c) differenziare dalla cultura di élite la cultura di massa, o “sotto-cultura”, operante attraverso i mass media, compito oggi più difficile per la caduta della loro separazione precedente, data la massiccia presenza ormai in essa, a livello di tv, radio e stampa, di “intellettuali” a pieno titolo, un tempo sdegnosamente isolati nei loro ambienti “dotti”.

Tali distinzioni hanno in effetti molto a che fare con quello spazio di cui si diceva. Al primo livello culturale si incontrano infatti modi di vedere, sentire e valutare pre-critici, o vissuti, non conosciuti, o impliciti, inconsci o sub-consci, o introiettati, o internalizzati, come variamente si dice dagli addetti ai lavori, e quindi apparentemente “naturali”, non sottoposti a presa di coscienza, né tanto meno ad esame critico. Al secondo livello, tuttavia, che è o dovrebbe essere quello della presa di coscienza, esiste in realtà un “filtro” – che è più che mai presente, poi, al terzo livello – il quale seleziona i problemi conoscitivi o valoriali, su cui si deve riflettere, e i sentimenti, le emozioni, chevanno espresse.

Eppure, specialmente oggi, almeno in Occidente, gli intellettuali parlano, in effetti, della vita di noi tutti, e però non partono mai in realtà dall’esperienza del cosiddetto “uomo della strada” (anche quando così pare, come nelle scienze umane, specie socio-antropologiche), bensì, come sempre, da quella di altri intellettuali presenti e passati. Certo, gli scienziati del comportamento – si tratta, per quanto riguarda le loro discipline, di un’innovazione non più vecchia di un centinaio d’anni scarso, nel mondo, e in Italia meno della metà – sembrano farlo, ma poi si autoassegnano essi stessi un’interpretazione di quella realtà e uno non li sente più vicini, anzi spesso li avverte come se avessero solo sfruttato gli intervistati, gli osservati. Ma le radio, le televisioni, che fanno parlare la gente? Certo, è meglio oggi anche solo di poco tempo fa, quando sulle cose profonde, da noi, parlava, anzi scriveva, p. e., solo un Benedetto Croce, e pochi altri, ma si può ben conservare l’impressione di un vero e proprio pilotaggio delle persone più o meno anonime che comunicano. Da quest’ultimo punto di vista, il mondo interno del “qualsiasi”, portato in comunicazione all’esterno, è presumibilmente selezionato e plagiato.

Questo “filtro”, dunque, malgrado le apparenze, è abbastanza coercitivo. Infatti, se qualcuno di noi vuoi parlare dei suoi problemi, anzitutto è la cultura intellettuale, o, al posto di essa, la cultura di massa, ancora più influenzante e adulterante, che stabilisce se è un problema significativo o meno. Facendo un’indagine sulla questione, infatti, si scopre che, p.e., in un altro Paese, come gli USA, pure, della stessa tradizione culturale, un problema, in realtà sentito dovunque a livello vissuto in Occidente, come la competizione, e le sue conseguenze è riconosciuto a livello intellettuale come problema, ma, siccome qui da noi non lo è, ciò equivale a sostenere che “non esiste” (basta, infatti, la tradizione dell’antiamericanismo – a sua volta fuorviante consciamente perché, apparentemente unitaria, presenta, a seconda delle correnti ideologiche, una fondazione assai eterogenea – a sbarazzarsene). Però, anche in USA, dagli anni ‘30 ai ‘50, si, lo è, ma poi non più, e poi lo è di nuovo dalla fine dei ‘60 a oggi. Karen Horney, una nota psicoterapeuta europea immigrata in USA, sempre a proposito della competizione, ne ha trattato agli inizi come di un problema anzitutto americano, e, tuttavia, chiunque legge i suoi scritti senza giudizi precostituiti riconosce che facilmente questo problema lo abbiamo anche qui, e altrove, almeno in Occidente, anche se può darsi che in USA sia più grave. A guardare la cosa più in dettaglio, si scopre che, in realtà, quando non e “consentito”, il problema deve scomparire (lo stesso infatti è avvenuto, per fare solo un altro esempio, ma ce ne sarebbero tanti altri, con il problema dell’altruismo, come è testimoniato dai suoi attuali studiosi in tempi recenti).

Questo fenomeno è da considerare attentamente, secondo me perché solo dalla consapevolezza del nesso possibile e, al tempo stesso, della distanza di fatto tra la cultura del senso comune e quella intellettuale (e anche popolare, o, ancor più, di massa), si può giungere ad una presa di coscienza della propria vita, individuale e sociale – e quindi anche ad una sua direzione. A conclusione, per il momento, vorrei comunque ben chiarire che:

a)del “senso comune” non valorizzo la “acriticità”, ma, al contrario, la sua natura, almeno parziale, di riflesso e direazione collettivi (anche quando in versione più o meno particolare, all’esperienza storico-etnica, o storico-ambientale, antica e/o recente: è un primo “strato” di cultura, e certo, per una parte, è anche imbottito di idee vecchie e nuove funzionali al sistema di vita dominante (idee dovute però al passaggio al “popolo” del sapere dei “chierici”, di élite o di massa, o persino popolari), ma in parte – e questa va recuperata nell’interesse generale – è il vissuto socio-culturale autentico di un’esperienza di vita storica;

b) della cultura dei “chierici” (cioè gli intellettuali, laici o religiosi che siano) , d’altra parte, non respingo la prospettiva, falsa o vera, della riflessione, della elaborazione mentale, tutt’altro, ma invece la sua lontananza dalla prima, e il suo filtraggio, volontariamente o involontariamente funzionale al sistema dominante, e che ne è un aspettoparziale, non totale. E’ vero comunque che la gerarchia dei sapienti, al di sotto delle apparenze, fa bene la guardia alle “idee dominanti”.

A questo punto torna acconcio considerare la seconda distinzione fondamentale. I chierici, da sempre, hanno svolto due tipi di funzioni: la custodia e io sviluppo dell’attrezzatura tecnica della vita sociale e materiale, per il tempo di lavoro (dall’agro-astronomia asiatica all’amministrazione europea, al la scienza applicata del giorno d’oggi dei Paesi sviluppati), e la gestione e il controllo del cosiddetto “consenso”, per il tempo libero. I chierici, intanto, si dividono, comunque, in puri (produttori, diffusori e fruitori) e applicati (professionisti di ogni ordine e grado) e sono i puri gli intellettuali intesi in senso stretto e, in ogni caso, sono questi di cui ci occupiamo qui centralmente, anche se l’importanza degli applicati al livello del ceto politico e a quello degli antagonismi di status nella dinamica economica è andata immensamente crescendo nel nostro sviluppo storico. Ma gli intellettuali in senso stretto vanno distinti soprattutto, come accennato sopra, dal punto di vista del contenuto, in scienziati matematico-naturali, da un lato, e artisti, filosofi e religiosi e, tutto sommato, anche scienziati umani (e vi si possono aggiungere giornalisti e saggisti e poi showmen), dall’altro, e sono prevalentemente, anche se tutt’altro che totalmente, i primi a sfuggire alla “falsa coscienza” storica. Questa distinzione deve essere tenuta a mente: gli scienziati del primo tipo possono essere anche complici di misfatti storici (v. il caso emblematico dell’atomica) e certo sono condizionati storicamente, ma la loro lontananza tecnica non si presenta in realtà, anche se appare, “traditrice” – è solo in effetti integrativa – del “senso comune” nella parte esperienziale (solo lo “scientismo” tradisce e coerce). Gli scienziati non umani non solo non hanno a che fare, almeno centralmente, col consenso, ma, secondo una procedura rivelatasi valida e utile a livello generale (persino per i portatori di quasi tutte le altre culture), raccolgono dati di osservazione e li elaborano in modo tale da mantenere e sviluppare al livello della maggiore efficienza quell’attrezzatura di cui si diceva sopra. Invece gli scienziati umani, a parte l’estrema vulnerabilità “consensualistica” del loro ruolo, ad aggravarla non dispongono affatto di un metodo altrettanto sicuramente valido e utile di raccogliere dati ed elaborarli. Anche se va riconosciuto che il loro impegno professionale logico-empirico non è da paragonare alla mera speculazione o al mero opinionismo: mi pare perciò che ci sia stato un miglioramento con l’ingresso delle scienze umane rispetto all’epoca della mia stessa prima giovinezza, quando in Italia dei “problemi umani” si occupavano solo teologi, filosofi e letterati. Anche il discorso che sto facendo, anche questa auspicata comunicazione tra gli esseri umani qualsiasi, è disponibile all’uso di dati concreti che si possono esibire, e non solo quelli che si sono accumulati nell’esperienza del proprio vissuto: dati, anzi, per lo più raccolti – e a volte anche quelli elaborati – dai produttori di cultura ufficiaili (per esempio, storiografi o, più problematicamente, sociologi, politologi e antropologi, e la problematicità vale ancora di più, forse, per economisti o psicologi).

Certo, il linguaggio tecnico – una delle barriere per la comprensione, da parte dell’uomo comune – sembra, almeno in parte, inevitabile a livello scientifico, o per lo meno molto utile, in quanto facilitante, e non solo per le scienze non umane, anche se in quelle umane appare spesso superfluo. Ma non basta con le difficoltà. La cultura intellettuale accumula (anche se poi seleziona) elaborazioni (“conoscenze”) e inoltre la comprensione di una qualsiasi realtà richiede un percorso lungo: ciò genera competenze, che rendono assai difficile la partecipazione – tanto più il giudizio critico – “dell’uomo della strada”.

Sarà mai possibile, dato ciò, comunicare tra menti che riflettono senza piloti? Senza delega dal basso, ancor prima che senza imposizione dall’alto? Questo problema emerge, come si è detto, nel modo più appariscente, nelle discussioni attraverso i media. E, a complicare le difficoltà, sorge la questione sui tipi psicologici: sono tutti potenzialmente riflessivi, o vi sono, come l’antropologo Radin ritenne di poter certlficare anche per i cosiddetti “primitivi”, due categorie di esseri umani: il pensatore e l’uomo d’azione? Voglio narrare alcune cose personali a questo proposito.

Io ho avuto sempre il problema di una cultura intellettuale che non mi andava bene. E nondimeno mi sono dovuto adattare ad essa – nella assenza disperante di alternative – decidendomi a studiare e poi lavorare all’Università, e rivolgendomi quindi, a parte inizialmente i deludentissimi giuristi, ad autori speculativi o letterari prima, benché con l’occhio rivolto a ciò che sembrava più vicino alla vita reale e che non era corrente da noi, e perciò all’estero (e anche al passato), e a scienziati umani (essenzialmente, psicologi, sociologi, antropologi) poi, e anche ai politici, come prima ai religiosi: purtroppo, anche se dopo un po’ di tempo, delusioni su delusioni, in un’atmosfera di costante lontananza.

Ma nella seconda metà degli anni ‘60 le cose mi sembrarono cambiare notevolmente, proprio anche e soprattutto dove lavoravo e, almeno in parte, nella direzione auspicata. Proprio all’Università, infatti, emergeva, tra gli studenti, cioè tra coloro che dovevano essere indottrinati da quel filtraggio, una parte di essi – il tipo psicologico dei “pensatori”? – che si ribellava all’indottrinamento. Idearono, a tal fine, “controcorsi”, da loro stessi proposti e gestiti dove chiedevano, al docente simpatizzante, una funzione di “esperto”, a cui domandare in qualche modo – e controllare – dati ed elaborazioni. Diffidavano dell’autorità, si, ma soprattutto degli intellettuali “impegnati”, perchè apparivano loro gli ingannatori più pericolosi, in quanto armati di denuncia e anticonformismo pseudo-critici: Moravia, p.e., fu fischiato, i docenti di sinistra contestati più degli altri – ancora più significativamente, un libro di Horkheimer e Adorno fu fatto a pezzi a Torino – ecc.. E, qualche anno più tardi -nel’77 – addirittura si andava al microfono, in assemblea, a parlare in prima persona, dei propri problemi, e gli altri ascoltavano e intervenivano: sembrava proprio un esempio di “comunicazione tra i qualsiasi”, e sui problemi del vissuto del “qui ed ora”.

Nello stato d’animo di una grande allegrezza e speranza, ho seguito queste assemblee con osservazione partecipante, senza tuttavia non vedere che “non tutti” parlavano, né, quelli che parlavano, tutti “liberamente”: ma questo soprattutto quando la comunicazione si faceva politica, o comunque decisionale, e leaders, nell’ombra o in luce, cercavano di pilotare. Forse solo i “pensatori” erano coinvolti, forse solo in gruppo, e senza farlo poi autonomamente anche da soli: ad ogni modo, mi sembrava già tanto. Ma lo stesso avveniva anche fuori dell’Università. Per esempio, nei gruppi femminili di auto-coscienza, e questa pratica poi si estese e ne nacquero i cosiddetti “gruppi d’incontro”, dove, con l’ambiguità di dover pagare qualcuno che coordinava (leader, chiamato più egualitariamente “facilitatore” in un tipo di essi), i “chiunque”, sconosciuti l’uno all’altro, comunicavano liberamente tra loro. Anche qui c’era chi non partecipava, nel fondo, o non rimaneva soddisfatto: ma qui almeno sembrava chiaramente una minoranza. Minoranze o maggioranze sempre, però, solo di parte della popolazione, sempre cioè, tutto sommato, di minoranze, per quanto allargate.

Però nei “gruppi d’incontro” mi capitò di fare un esperienza per me sorprendente: gente non intellettuale, e anzi, in apparenza, superficiale, mostrava in quel clima di pensare e sentire, e persino agire, con una ricchezza interiore, una elevatezza e una profondità francamente imprevedibili. Questa esperienza, di lunga durata, l’ho tenuta sempre presente d’allora in poi: essa, in effetti, aveva cambiato la mia percezione e il mio atteggiamento verso “l’uomo della strada”.

Inoltre, come ho accennato all’inizio, in questo periodo in USA nacquero nuove branche del sapere “tutte dal basso”: p.e., l’etica applicata, cioè una filosofia morale che si occupava di problemi morali concreti, e Singer, uno dei suoi rappresentanti, ha scritto di recente che “ancora dura”. Ma io, purtroppo, per la mia esperienza, devo essere molto meno ottimista. Quella stagione mi sembra trascorsa. Questo tipo di comunicazione appare oggi, in realtà, quasi improponibile. Ma io spero: non del tutto escluso. Mi sembra però che, all’uopo, sia necessario ancora una volta capire come siamo “burattini della cultura”, e non progettisti di essa, come avvertiva l’antropologo Leslie White.

Ecco, cerchiamo allora di prendere coscienza, insieme, e insieme osservare, analizzare, elaborare. Oggi, in realtà, non è più “possibile” comunicare autenticamente: la cultura di 1° strato fa rimbalzare i tentativi eventuali, quella di 2°già li giudica dall’autorità della sua prospettiva e non può che vederli fallimentari: quello era uno strato intermedio, lo strato cui penso in questo mio discorso. Ma non possiamo tentare di autodirigere la cultura, anche generale, non ancora alta? Certo ci sono ragioni di funzionalità al sistema di vita perché la cultura a qualsiasi livello non “favorisca” questi propositi. Il Movimento Studentesco non per nulla era la Contestazione. Ma non possiamo, come uomini di buona volontà, andare controcorrente? Riprendere a raccontare noi stessi l’uno all’altro? E sempre senza maestri? E’ importante, sempre – cosi mi sembra almeno – avere non solo e non tanto una guida, quanto un testimone: nell’altro come nell’Altro.

  1. Quali erano i miei problemi e la lotta con la cultura “dotta”.

C’erano alcuni, tra i miei coetanei, durante la mia adolescenza, e soprattutto la prima giovinezza, con i quali potevo parlare senza riferimenti accademici. Anzi, con alcuni di loro cercammo di creare una palestra di dialogo attraverso una rivista, che io proposi di chiamare “Voci”. Eravamo sensibili alle problematiche etico-politiche e religiose, ed anche esistenziali. Ma il linguaggio “dotto”, anche quello meno tradizionale da noi, cioè il più aggiornato ai movimenti intellettuali stranieri, spezzava almeno in tre filoni contrapposti queste tre problematiche, per non parlare del fatto che traduceva, volta a volta, le tematiche relative in un codice concettuale oscuro, astratto (si usavano termini generalissimi e non particolari) e, a dir poco, incompleto. All’Università c’erano inoltre tre schieramenti nell’ambito umanistico, tra loro antagonisticamente incomunicabili: cattolici, laici e comunisti. Chi, come noi, era sensibile alla sofferenza umana al di qua della sua concettualizzazione, non poteva, se si era sottratto all’indottrinamento prepotente, rimanere insensibile alle dinamiche economiche del profitto e della concorrenza (con gli effetti correlativi e conseguenti di sfruttamento del lavoro, disoccupazione cronica, lotta mutuamente escludente sul mercato), ma anche al dolore senza compenso di chi era stato trucidato, nato brutto o malato, morto in tenera età, e, in genere a quello della morte dei propri cari e, in futuro, di se stessi, delle crudeltà e ingiustizie subite, ecc.. Ma, ancora, al bisogno di libertà e di rispetto, di sfuggire alla doppia morale sessuale (quella per i maschi e quella per le femmine) o al bisogno di democrazia praticata secondo regole. Invece la partecipazione comunicativa che ci si offriva era spietatamente alternativa: se si voleva cambiare le strutture di profitto e concorrenza bisognava rinunciare alla religione e, se si voleva una “giustizia consumata” in uno spazio altro da quello quotidiano, semplicemente perché questo non la poteva contenere, bisognava accettare la disumanità degli affari giornalieri, e su sesso e libertà non si poteva neppure parlare, nemmeno problematicamente: sul sesso, tra l’altro, erano ufficialmente bacchettoni sia cattolici che comunisti. Non parliamo poi del senso del mistero. Ricordo di aver posto il problema del rapporto profondo con se stesso a un naturalista laico. “Come – rispondeva scandalizzato rivolto agli altri presenti: vuole sapere chi è lui? Chi sei tu? Sei tu!”.

Perciò, “Voci” intendeva esprimere il bisogno di parlare senza etichette e militanza alternativa, e si costituì, anche se per un periodo relativamente breve, pure un nucleo operativo, in connessione, che affrontava problemi pratici. E questo era già tanto. Ma, in più, mi resi conto che un problema concreto enorme veniva ignorato da tutti (nella cultura “dotta”): quello che io battezzai, dopo, del “centrismo psichico”, e di cui pubblicai una prima formulazione in quella rivista.

A me sembrava chiaro, dall’esperienza quotidiana, che, più ancora dei bisogni fisici, autoconservativi, i comportamenti tra le persone venivano mossi, o da un altro bisogno fisico, la sessualità – in senso stretto, qui, da parte dei maschi – o, soprattutto, da un bisogno non fisico, e di cui mancava la parola designante – “vanità”, “superbia”, come affini più negativi, o “ambizione”, “orgoglio”, come più positivi, erano comunque termini tradizionali almeno in parte fuorvianti (come più tardi “narcisismo”, derivato dalla psicoanalisi) – e che occorreva ridurre a unità a partire da una sorta di fenomenologia abbastanza variata. Mi sembrava, cioè, che gli esseri umani volessero costantemente cercare, anche senza scopi ulteriori, una supremazia sugli altri – come singoli e come collettività – e sia nella modalità di mostrare una superiorità di valore – sfruttando la voglia di terzi di fruire di propri attributi – che oggettualizza umiliando il presunto possessore di qualità comparativamente giudicate minori delle proprie, sia in quella di oggettualizzare direttamente gli altri, dominandoli, dirigendoli, facendoli soffrire, opprimendoli, ecc.. E, d’altra parte – e questo era per me assai importante – mi sembrava anche che avesse a che fare, almeno con la matrice di tale bisogno, il desiderio più o meno lancinante di attirare l’attenzione – esserecercato, visto – e di essere amato.

Ora, sia le persone comuni (e questo per le ragioni di coscienza pre-critica di cui si parlava sopra), sia la tradizione umanistica, sia le scienze umane in sviluppo, non si occupavano di tale struttura motivazionale o, al più, la secondarizzavano o la battezzavano vagamente come egocentrismo, se non egoismo. Narcisismo, dicevo, era fuorviante, perché il bisogno cui alludo io non riguarda l’amore – o anche in senso lato la considerazione – di sé a se stesso, bensì degli altri a sé. Per cui, quindi, quando in ambito etico si parlava di egoismo, o egocentrismo, si alludeva, nel migliore dei casi, a quel che si potrebbe chiamare egocentrismo fisico-strumentale: auto conservazione e ricchezza e potere come suoi mezzi e per esaltarla come piacere, fino alle sottigliezze della comodità, ma niente di più. L’egocentrismo psichico, cioè la tendenza ad ottenere dal mondo la propria centralizzazione, era assente.

Il problema sarebbe secondario se una tale assenza di focalizzazione nella cultura intellettuale non contrastasse con il vissuto della gente, per la quale il fatto di essere importanti, “visibili”, superiori o meno, o di essere amati, cercati, è così ossessivamente presente in tutti i tipi di circostanze. Anzi, il problema di questa assenza ci riguarda più che mai in questa sede perché la mia esperienza – e, mi sembrava, l’esperienza generale a livello di cultura di costume – rivelava la gravità e di quel bisogno come motore di sofferenze devastanti, almeno in quella direzione di appagabilità, e delle conseguenze di quella presenza così onnipervasiva decisamente snaturanti nelle aree che più avrebbero dovuto essere esenti da tali forme di autointeresse. Per esempio, adolescenti e giovani mi sono apparsi spesso indignati, come lo sono stato io, nello scoprire che il mondo intellettuale fosse tanto pervaso di tali lotte per gli interessi personali e che il disinteresse spirituale fosse così smentito dalla triade dei desideri di ricchezza, potere e prestigio, e soprattutto prestigio. E, per chiarire meglio questo punto, non si trattava di “sospettare” impulsi personalistici nel comportamento, ma di constatare come ognuno nell’ambiente tendesse a parlare non solo male di tutti gli altri, o giù di li, ma dell’intero ambiente, ergendosi quindi su di esso e, quel che è ancora più grave, con ironico cinismo. Si dava, p.e., per scontato che i congressi servissero a mettersi in mostra piuttosto che a offrire ricchezze nuove di intelligenza e sensibilità, che si dovessero scrivere in fretta libri, comunque, per le necessità pressanti della carriera, e che i professori, quando erano tra loro, parlavano sempre di cattedre, di accordi di potere, di manovre concorsuali, anziché dei contenuti del loro insegnamento e attività creativa, ecc..

Ma la trasformazione del “mondo delle anime belle” in un mondo ancora più antagonistico e velenoso di quello del lavoro ordinario, materiale o intellettuale applicato, cioè produttivo o professionale – ancora più per essere mascherati gli interessi personali e di fazione, oltre che di categoria, da etichette di interessi generali (l’”intellettuale impegnato”, il “pensatore scomodo”, l’artista che fa la fame per non rinunciare alla sua arte, lo scienziato che si rifiuta a proprio rischio di operare in modo pericoloso per l’umanità, ecc. ecc.) – si estende purtroppo anche all’ambito religioso. Non solo si incontrano qui fenomeni di autoritarismo sfacciato, ma la inarrestabile abitudine di parlare male gli uni degli altri sembra così ubiquitaria persino qui che neppure ci si prende la briga di scandalizzarsene. Anzi, vorrei segnalare due aspetti assai importanti, e, al tempo stesso, altrettanto contraddittori, cli tale fenomenologia: la penalizzazione implacabile dell’”ingenuità” giovanile nei confronti degli intellettuali e la simultanea persistenza, altrettanto penalizzante, della sistematica lamentazione a riguardo, che presupporrebbe, viceversa, un mondo pulito, in cui la violazione normativa fosse eccezione e non regola.

Una delle caratteristiche che più colpisce il neofita è infatti l’atmosfera scettica e cinica di questi ambienti “impegnati”, “disinteressati”, nella quale l’entusiasmo per idee e autori di idee viene stroncato sul nascere tra battute, sorrisetti, se non intolleranza. Ora, un marziano tutto potrebbe immaginare fuorché la compresenza, in questi ambienti, di una costante condanna – o almeno svalutazione -di comportamenti e persone, ed è difficile sottrarsi – ogni gruppetto, dalla diade alla comunità, spettegola o attacca volta a volta gli assenti – a questa sorta di intrattenimento obbligato nella vita sociale di chierici laici e religiosi. Alle rimostranze – quando pur vengano tollerate – si risponde con qualche ovvia teorizzazione giustificativa, da parte dei chierici più tradizionali nei termini del peccato o dei limiti umani, da parte dei più moderni in termini di aggressività oself-interest, più o meno presuntamente innati. Il fatto è che la constatazione dolorosa di una tale situazione non è affrontabile con il semplice uso interpersonale della mente, perché i depositari ufficiali del pensiero, che anzitutto hanno spezzettato la riflessione in segmenti non facilmente comunicanti, hanno anche le leve consapevoli o inconsapevoli del “filtro sociale”, che, come ho indicato prima, include o esclude i problemi o le realtà a seconda, presumibilmente, delle contlngenze storiche, di natura probabilmente vicina all’area della sopravvivenza.

Ora, io vorrei proporre di sottrarci al monopolio mentale di questi depositari ufficiali – anche dei Grandi Maestri o Geni del passato – senza mai però ignorarli, anzi, come facevano gli studenti del Movimento con i loro docenti, utilizzandoli quali esperti di dati osservazioni o elaborazioni, ma rivendicando sempre a sé la capacità di giudicarli e soprattutto di affrontare i problemi da dove nudamente partono e non da dove vengono già addobbati con “vestiti da sera”. Noi non dovremmo più tollerare che laddove vogliamo vivere un’esperienza spirituale pura, venga il mondo quotidiano con la sua ipocrisia e violenza ad inquinare le migliori intenzioni.

Ora, la mia esperienza dei gruppi d’incontro mi ha offerto il vissuto, di un inizio almeno, di “vera pulizia della mente”. Non Si tratta di sostituire l’”uomo della strada” al “dotto”: il “dotto”, anche umanista, benefici ne offre sempre, anche mentre produce danni . Si tratta di contribuire a creare “gruppi di buona volontà” che si ripromettano di vivere una vita di ideali il meno possibile autocontraddittoria: ma, per far ciò, occorre inventare modi e mezzi. Si tratta di un’”etica applicata” che parta dal concreto e – senza troppe giravolte – ritorni al concreto.

A questo punto non ci serve escludere o sostituire, p.e., la meditazione o la preghiera, o l’educazione teorica e pratica ai valori umanistici. Ci serve piuttosto integrare meditazione e preghiera, oppure formazione normativa laica e controllo – personale e collettivo – del rispetto delle regole, con unariflessione del chiunque che pensa e che opera, riflessione che parta dalla situazione di lamentela e sia disposta almeno a sperimentare il rimedio ad essa -quindi, ribadisco, che non si muova, se non in caso di emergenza, dal pianterreno del costume al tetto della cultura intellettuale (e l’emergenza può pure andare dal bisogno di dati empirico-razionali a quello di esempi di condotta o pensiero spirituali). E’ questo appunto che vorrei proporre, nella speranza che non avvenga, come capita sovente, che il progetto demotivi gli uomini apparentemente spirituali – facendo loro tipicamente apparire sul volto, uno per uno e non concertatamente, quell’espressione così eloquente di vaghezza impersonale e remota e sgonfiamento di tensione nel pieno dell’adesione esplicita.

Ma vorrei dire, ancora, qualcosa sulla natura del condizionamento della cultura intellettuale.

  1. Il condizionamento estrinseco degli intellettuali e quello intrinseco della comunicazione autentica.

Perché io possa prendere coscienza, conoscere la mia esperienza di vita, e perché io possa esprimere significati profondi emergenti da essa, io ho bisogno di usare la mia mente in modo indipendente da pressioni esterne, come da pregiudizi.

L’ambiguità della attività intellettuale professionale sta pioprio nel fatto di essere, da un lato, intellettuale e, dall’altro, professionale.

L’attività professionale rispetta certamente dei vincoli, normativi, agli interessi personali e di categoria, tuttavia questi ne costituiscono il nucleo essenziale. Io faccio l’avvocato per guadagnare e vincere le cause. Sono obiettivi particolari. Ma cercare e diffondere il vero non è un obiettivo particolare, è un obiettivo universale. Se io scelgo di dedicarmi all’attività intellettuale, posso farlo per acquistare prestigio, o per una promozione sociale, oppure Invece perché è l’attività intellettuale che mi interessa.

Gli intellettuali, poi, non partono da zero, né dall’esperienza personale, ma da una tradizione impersonale, che forma precisamente alle categorie che presiedono alle diverse aree di questa attività, specialmente quelle cognitive, e anche a un certo numero di contenuti. Essi vengono giudicati e giudicano relativamente alle capacità individuali e le loro opere valutate in termini, in senso lato, di “vero”, “bello” e “buono”. Questi giudizi sono inoltre i giudizi di un’autorità, cioè di un potere legittimato.

A differenza della comunicazione intellettuale, inoltre, quando io comunico con miei familiari, o con il mio partner, o con la mia comitiva di amici, non sono motivato da interessi esterni alla comunicazione stessa. Ciò che io dico potrà essere accolto o contestato, e quindi, certo, questo mi condizionerà, ma non inciderà sul mio status sociale, sulla mia carriera. Ciò mi dà una peculiare libertà di movimento interno.

Esistono, in effetti, tre tipi di comunicazione. Una personale quotidiana, nella quale io sono condizionato, oltre che dal rapporto di accettazione o rifiuto di determinati contenuti nei confronti di me stesso, anzitutto da quello con gli altri, in termini – finali – di gratificazione o frustrazione, e – strumentali – di antagonismo o solidarietà. Ciò indubbiamente influenza, e non poco, i messaggi che invio e ricevo, sentendo, pensando e agendo dentro e fuori di me. In realtà, poi, quest’area si biforca: infatti occorre distinguere un ambito, che indicherò come “pubblico”, da un ambito “privato”, e certo il grado di condizionamento dei rapporti “pubblici” è ancora maggiore di quello presente nei rapporti “privati”. Ciò ha comunque un “feedback” con me stesso. Non ricordo più chi disse: la verità è di tre tipi, quella che dico agli altri, quella che dico a me stesso e la verità “reale”. Qualche bugia, oltre tutto, pare sia necessario dirla anche a se stesso per essere capace di dirla meglio agli altri. Immaginiamo la differenza tra il rapporto con mia moglie e quello con il mio elettorato in quanto deputato (anche se nei rapporti intimi la falsificazione è più che mai presente, ma molto meno consapevole). C’è pure, inoltre, un ambito particolare di modelli culturali che governano la comunicazione personale quanto più è pubblica: le regole di buona educazione, le convenzioni sociali.

Un secondo tipo di comunicazione sembra emergere a livello religioso. Ma già nei rapporti interpersonali si può avvertire il bisogno, talvolta lancinante, di veracità, sincerità, di genuinità, di autenticità. Con l’Infinito, con chi lo rappresenta, con chi ci si trova a fianco nel rapporto, si parla, o si deve o si vuole, parlare – come si dice – “col cuore in mano”. Che sensazione di libertà! Del resto: “la verità vi farà liberi”.

Ma anche con uno psicoterapeuta (o, c’è da supporlo, nella perdita patologica delle inibizioni) viene sollecitato o comunque sembra opportuno, appropriato “dire la verità”. Non si viene giudicati (o, per lo meno, non si dovrebbe esserlo) e quindi non si ricevono gratificazioni o frustrazioni, contingenti o di lunga durata, a seconda di quanto si comunica.

Ma vi è un terzo tipo di comunicazione, che apparentemente è simile al secondo, ma che purtroppo è condizionato quanto e più del primo, ed è quello della comunicazione intellettuale, che non è personale, che si svolge attraverso opere scritte, mezzi di trasmissione visuale, o, anche, occasioni pubbliche di discorso. Questa forma è ibrida, perché nientemeno “professionalizza” la verità.

A questo punto, però, sento il bisogno di pormi anzitutto alcune domande: è possibile un tipo di comunicazione “autentica” con gli altri esseri umani in quanto tali – e quindi non in quanto rappresentanti, per esempio, della divinità – in un qualche spazio apposito, come, nell’esperienza religiosa, la “confessione”, o, in quella terapeutica la “libera associazione”? E’ possibile sviluppare tra partners, amici, familiari – i referenti standard dei rapporti primari, caratterizzati dall’intimità – la stessa genuinità? E’ possibile poi essere veritieri nel discorso pubblico? E soprattutto, in merito al mio intento specifico: è possibile dire la verità liberamente in ambito accademico? Negli ambienti “dotti”, nel santuario del sapere?

Certo, in rapporto a quest’ultima domanda, se chi dà un contributo al vero, al bello e al buono perché, oltre ai fini intrinseci, avendo talento per questo e lavorando, deve guadagnare danaro, si inserisce in una gerarchia di potere e di prestigio e si trova a dover competere con laici e/o religiosi e con gli specialisti del proprio ramo, e deve difendere gli interessi personali e di categoria in relazione egli non è soltanto ricattato fin dall’inizio nella suaperformance, ma la dualità eterogenea degli scopi di ciò che fa non potrà non incidere nella realizzazione stessa, momento per momento, della sua attività. Lo scienziato deve pur garantire la vendita della sua opera, altrimenti nessun editore gliela pubblica, e, per venderla, dato l’ambito specialistico, ridottosi sempre più ai meri addetti ai lavori, dovrà adottarla come libro di testo all’Università, e, quanto più studenti che seguono le sue lezioni egli raccoglie intorno a sé, con impegno di scuola, tanto più non può non raffigurarsi l’aumento del guadagno ricavato da quella vendita. E l’artista è condizionato ancora più direttamente dalle richieste del mercato, lavorando per commissione, oggi con contratti che stabiliscono, p.e., in letteratura, quantità e tempo delle creazioni contrattate. La vendibilità di un lavoro intellettuale, complessamente legata a strutture di pubblicizzazione, come le recensioni sistematiche, le richieste di pubblici vasti e poco caratterizzati, condiziona in modo abbastanza chiaro le scelte di espressione, se non di contenuto del lavoro stesso. Ma ora io voglio fare qui un’ipotesi d’ingenuità paradossale, e cioè che le mete delle virtù di vero, bello e buono, prevalgano, senza neppure sbavature, su quelle utilitarie condizionate. Rimane lo stesso l’ambiguità e inconciliabilità di esse nella professionalizzazione, addirittura istituzionalizzata e quindi codificata, del creatore di significati ideali.

Il fatto è che i due fini non sono conciliabili. Il fatto è che, con la professionalizzazione, tutto l’iter del comportamento è alterato. Se io sento il bisogno di scrivere una poesia alla mia amata, lo scopo della mia azione è sia nel dono e sia nella grata conseguente partecipazione a un sentimento estetico che unifica, che fonde me con la mia amata. La ricerca di un editore che me la stampi, di un critico che me ne faccia pubblicamente una recensione favorevole, di un giudizio concorsuale che ne faccia eventualmente materia di avanzamento nella carriera di letterato, l’ansiosa aspettativa di applausi alla recitazione di essa di fronte a un uditorio, espropria il mio messaggio della sua natura di mera comunicazione umana di stati d’animo. Un bisogno come questo viene schiacciato dal suo ambito riconosciuto di realizzazione. E’ per questo che “la poesia nel cassetto” andrebbe invece valorizzata. Non in quanto “oggettiva”, non in quanto “opera d’arte”, ma perché è nata da autentiche motivazioni emozionali, e precisamente estetico-affettive.

Eppure, la – almeno compresente – motivazione estrinseca non è l’unica fonte di inquinamento, secondo me, della comunicazione artistica. Ce n’è almeno un altra, se non più d’una. Gli specialisti si professionalizzano perché vengono “formati” da una tradizione, si diceva: che in questo caso comprende stile, linguaggio specifico, tematiche. E tutto ciò filtra nell’invenzione poetica. Io sono convinto che il bisogno di percepire, creando e/o gustando, la bellezza appartenga all’ambito della motivazione umana come il bisogno di nutrirsi, di fare l’amore, di riuscire in una cosa utile, di essere considerati positivamente, dagli altri e da se stessi (per non parlare del bene e della verità). La sua professionalizzazione – che implica, ribadiamo, una serie di condizionamenti pesanti e cogenti, come la tradizione, l’autorità, lo status economico-sociale implicatovi come fine a sé stante, il valore sociale dell’opera come tale in sé, il cespite economico privilegiato che condiziona la formazione e forse anche la realizzazione, la gerarchia di merito e la concorrenza con altri specialisti, nonché l’orientamento generale (p.e., laico o religioso, conservatore o progressista, ecc., che facilita o sbarra la strada) – lo adultera profondamente, cioè lo sopprime in quanto bisogno primario, sostituendolo con qualcosa di diverso, in cui è presente il bisogno strumentale di confezionare un bene da scambiare con altro, in cui è ancora, certo, ravvisabile in parte l’impulso originario, ma, con tutta verosimiglianza, assai alterato. Per la verità, io escludo in modo assoluto che una poesia possa nascere senza alcun presupposto di tradizione culturale. Ciò che indico come adulterante è il peso dell’autorità di quella intellettuale accademica, che condiziona, per esempio, nel caso in questione, la spontaneità della “poetessa del cassetto”, la quale si domanderà sempre “che valore” ha la sua poesia, come se un opera di poesia non fosse, nell’ispirazione, poesia prima che opera.

Noi possiamo già vedere da questo esempio come lo sviluppo del la corporazione intellettuale abbia nei secoli, nelle grandi civiltà, espropriato sempre più la persona qualsiasi delle sue capacità autorealizzative. Come non si è più, oggi, genitori spontaneamente, ma si deve essere anche qui guidati dagli esperti, non si è più, ma da lunga pezza, s Ma, prima di approfondire questo punto, andiamo a fare i “marziani” nell’osservazione di quello che appare un momento di comunicazione ecumenica dell’opera intellettuale, il congresso.

Qui il criterio della “visibilità” impera. Si invitano determinati specialisti, si cerca di ottenere la collaborazione di certe case editrici, di rappresentanti di stampa e tv. Il mondo degli specialisti appare diviso in fazioni se si invita A, non si può invitare B. Nei corridoi non si parla di scienza, ma, come già si notava prima, di concorsi, di cattedre, finanziamenti. Non mi dilungo. E’ una situazione che tutti gli addetti ai lavori conoscono, tutti criticano ma i più accettano uniformandovisi, e non con rammarico, come di fronte a fenomeni inquinanti, ma con cinico divertimento. Nella comunicazione della conoscenza opera, insomma, una motivazione centrica di protagonismo. Anche nelle discussioni tra adolescenti, certo, si insinua il desiderio di primeggiare, di aver ragione, ma, per la verità, non mi è mai apparso così condizionante come in ambiente accademico.

Io ricordo – e già il fatto che lo ricordi ancora, tra mille memorie dimenticate, è per me significativo – di avere dibattuto con un’anziana professoressa di filosofia sulla possibilità, anche in ambiente accademico, di discutere le idee con l’intento incondizionato di raggiungere la verità, senza alcuna preoccupazione di prestigio personale, al punto da trovare ovvio l’ascolto effettivo e profondo dell’altro e quindi eventualmente la serena ammissione di aver torto e di sposare la tesi contrapposta. La professoressa trovava una simile aspettativa di una tale mancanza di realismo da spingerla al puro sarcasmo e, in ogni caso, escludeva in modo rigido anche la mera possibilità di una situazione simile. Ma allora, se non è possibile porre la ricerca del vero al di sopra di quella del prestigio come, mi domandavo, è possibile credere alla meta della verità come raggiungibile, quale si presenta, p.e., in filosofia?

Nelle scienze naturali – soprattutto in quelle fisico-chimiche – la dimostrazione sembra più cogente. Ma nelle scienze umane la molteplicità delle scuole testimonia già di per sé l’impossibilità di raggiungere una verità valida per tutti. Qui, allora, in una simile situazione, gli intrighi, le carriere, i finanziamenti, la vendibilità, gli allettamenti dei politici, le strutture baronali dell’accademia aumentano terribilmente di peso nel condizionamento.

E arriviamo, dulcis in fundo, al terzo ambito, quello del “buono”. Qui il carattere disinteressato, non antagonistico, unificante della meta dovrebbe resistere al potere corrosivo degli interessi particolaristici della professione. Ma il giovane che nutrisse tali illusioni dovrebbe ben presto ricredersi. Nel nome di ideali – individuali e collettivi – di alta edificazione, la produzione effettiva di teorie e pratiche del giusto e del buono serve purtroppo a togliere fede e impegno in questo ambito, in quanto appare eterogenea rispetto a quelli, a cominciare dalla separazione teoria-prassi e a finire allo scarto abissale tra generale e particolare.

Certo, per poter affermare tutto ciò, io avrei dovuto portare prove, offrire dati sulla realtà concreta di quanto sono andato descrivendo. Ma questo, a parte l’ampiezza del lavoro di documentazione, che non troverebbe spazio qui, come pure la relativa secondarietà di questa parte del discorso in tale sede, in ogni caso rientrerebbe, con l’implacabilità di un condizionamento circolare senza via d’uscita, nella dinamica sociale denunciata. Il meccanismo di comunicazione pubblica non sfugge ai controlli, pur arbitrari, della corporazione professionale e nell’ambito umanistico è l’autorità acquisita, con i suoi orientamenti, piuttosto che la dimostrazione accessibile a tutti, che conta nel sapere; inoltre lo spazio separato del discorso verrebbe a restringersi fino all’annullamento: nessuna illusione di sfuggire al filtro istituzionale che produce la “falsa coscienza”.

Ma allora non c’è soluzione al problema? La divisione del lavoro, dopo avere nel suo sviluppo espropriato i “qualsiasi” di tanti tipi di attività umana – in società meno complesse comuni a tutti – ha espropriato, ma da molto, la funzione mentale profonda, quella che si muove nella direzione del vero, del bello e del buono. Oggi una tale espropriazione è solo più avanzata e più socio-economicamente e socio-psicologicamente ancorata – al di sotto di una pellicola superficiale sempre più sottile di disinteresse – a interessi particolari. Più avanzata perché gli intellettuali attualmente cambiano continuamente schemi e contenuti, e operano in senso sempre più tecnico, frammentario e specialistico, in modo da impedire ai “qualsiasi” di riflettere e meditare, come, in passato, le forme meno transeunti della spiritualità rendevano, in modalità diverse, possibile. Ma è sensato uscire dalla cultura intellettuale e operare con la mente in piena libertà?

  1. Che fare?

Io credo che un modo di sfuggire a questa accentuata alienazione del la funzione mentale sia possibile attraversola pratica di una comunicazione parallela, creando strutture – ma, si badi bene, nel più utopico dei modi, cioè senza “profitto”, né economico, né psicologico-sociale – dicomunicazione autentica anche nell’ambito estetico-etico-cognitivo. E questo per poter ritrovare le radici della vita spirituale genuina, inquinate dal la professionalizzazione, guidata da interessi estrinseci, dell’attività mentale. E tuttavia in pari tempo nutrendosi di cultura intellettuale, ma conservando una distanza di sicurezza, rimanendo sulla soglia, per così dire, tra esperienza interiore e idee comunicate dalle autorità del sapere. E – il massimo dell’utopia – dialogando a due sensi con gli intellettuali, in termini di esperienza e riflessione, offrendo i propri dati e cercando i loro. A questo punto bisogna essere attenti a più di una considerazione.

Molte delle idee che possiamo ritrovarci nella testa non vi sono entrate attraverso l’istruzione ufficiale trasmessa dalle istituzioni formative (la scuola), ma attraverso la frammentaria, effimera, ma onnipervasiva e martellante, divulgazione operata dai mass media. Quindi noi non siamo già inculturati, prima di pensare, solo in termini di “senso comune” generale, direttamente collegato all’esperienza storica della vita collettiva, né solo di subculture particolari, e neppure, se contadini specialmente, del solo “sapere popolare”, ma anche attraverso tutta la notevole quantità di messaggi della “cultura di massa”, e sia attraverso i mass media, sia attraverso la comunicazione dei gruppi di pari (di diversa età e sesso) che sono egualmente stati esposti aimass media. Se teniamo conto di ciò, sarebbe un’illusione pensare di arrivare vergini a questa sorta di intermeditazione spirituale.

Ma noi possiamo renderci relativamente – forse solo molto relativamente – indipendenti da questi contenuti mettendo tra parentesi ciò che ci viene in mente imniediatamente, sospendendo il giudizio, e facendo emergere il più possibile il “bambino” che vede il “re nudo”. Questa specie di cultura parallela, che guarda con la massima indipendenza possibile all’altra, pur senza sottovalutarla, e che non dovrebbe aver bisogno di case editrici o di emissioni radio televisive, tornerebbe utile, nel la misura in cui in qualche modo si diffondesse (senza profitto e senza spettacolo), sia agi i intellettuali professionali, per disinquinarli almeno in parte dai condizionamenti particolaristici ed eterogenei, sia, nell’altro verso, ai suoi produttori, per farli riappropriare della funzione umana della mente, al di qua del monopolio professionale che, alienandola, la distorce, la altera, anche se ovviamente non la distrugge.

Un’altra considerazione da fare riguarda la garanzia di autenticità, sia inter– che intra-personale.

Non credo che ci si possa illudere di riuscire a creare – per quanto usando spazi religiosi o terapeutici – isole di veracità e buona volontà sfuggenti a limiti e strumentalizzazioni, a presupposti o impulsi di autorità, a conformismi e ipocrisie, così scontati da non poterseli neppure rappresentare, e questo soltanto proponendolo razionalmente. Io credo che si possa solo puntare su una progettualitàminimalistica e che comunque il punto di partenza debba essere loscontento, il disagio avvertito in comune e lo stimolo alla voglia di uscirne, quanto più fuori dagli schemi correnti e dalle convenzioni. Cercando di costruire ciascuno, insieme, un quadro della situazione, comune e non comune, e sperimentando, sempre insieme, come togliere ostacoli alla sincerità e alla solidarietà nei vari tipi ricorrenti degli eventi quotidiani.

Si dovrebbe anche: sia rischiare di presupporre la buona fede dei compagni di strada, sia, all’inverso, esprimere liberamente i vissuti di incredulità o perplessità di fronte alle esternazioni altrui.

Si può affrontare insieme una sorta di “esame di coscienza”, in cui comunicare quanto si è stati causa, per esempio, durante la giornata, di sofferenze ad altri, quanto altri a noi, e come invece si potrebbe organizzare una vita in cui questo cessi o si attenui. Ma gli altri dovrebbero impegnarsi a non giudicare quanto ciascuno dice, come se fosse durevole, e aprirsi alla fiducia nella continua trasformazione, o almeno trasformabilità degli atteggiamenti. Io credo che la creazione di un ambiente libero da giudizi dia una profonda voglia di verità, di vita autentica, di vicinanza e, al tempo stesso, un senso di intensa soddisfazione e serenità.

Ma nei confronti di sé? Chi ci garantisce dal rischio di autofalsificazione, fuori dal controllo – che d’altronde ostacolerebbe l’eguale dignità e libertà di esprimersi – di guide che ci interpretino? Possiamo, in verità, ben immaginare che l’assenza di giudizi e valutazioni alleggerisca la pressione all’autoinganno. Il problema è che tutti questi fini dovrebbero essere vissuti come tendenziali e non assoluti e che l’egocentrismo psichico, volto a centralizzare l’attenzione e, soprattutto, la supremazia dei propri comportamenti e idee, e in generale della propria persona, sia fronteggiato con dolce ma ferma resistenza, facendo emergere al suo posto la solidarietà.

Ma chi sono io a me stesso? Se sfuggo al centrismo, che mi vuole “più”, e mi accetto con un senso di infinita dignità, che niente e nessuno possono togliermi, ma che a niente e nessuno tolga alcunché, un eguale tra eguali, davvero, senza sotterfugi, allora mi pare di esperire chiaramente come vecchiaia, malattia, morte, e limiti, qualità negative e sofferenze ad opera degli altri, perdano gradualmente di rilievo nell’economia della mia soddisfazione di vita.

Ma, io penso, la visione concreta, che non dovrebbe essere mai respinta, dell’orrore, dei dolori senza compenso, del mistero di me e della vita tutta e dello stupore di fronte alla gratuità di tutto ciò che esiste dovrebbero fungere da esperienze ineludibili della veracità, luminosità e bontà della mia vita, dove il negativo è smaltito fissando lo sguardo su “qualcosa che salva”. Sarà Dio misericordioso? Sarà l’Aldilà da qualsiasi dualità di positivo e negativo, sarà la speranza mia stessa che sia la beatitudine il fine e la fine di tutto?

Non ho alcun fondamento per stabilirlo, posso solo offrire agli altri l’affermazione fideistica che l’esclusione di Sé, o degli Altri, o dell’Altro da sé e dagli altri, renda completamente illusorio il progetto integrale di una vita degna di essere vissuta.

E credo anche che ci convenga lasciare ai sacerdoti e ai dottiil compito di svolgere i due ruoli sociali di un’autorità istituzionale del sapere quel lo che facilita la produzione dell’utile e quello che autorappresenta in modo accettabile la realtà della vita e dell’ordine sociale, ma di riservare ainoi tutti, da soli e in dialogo, quello di capire scegliere e costruire la nostra autentica esistenza, sepolta dai detriti della falsa coscienza, che i chierici hanno certamente contribuito a costruire in noi.

*Docente di antropologia culturale Un. di Roma “La Sapienza

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