"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n°
40, maggio - agosto 2000, pagg. 20-35, Roma"
http://www.in-psicoterapia.com
1. Qual è la questione.
Posso? Vorrei parlare da "dilettante",
in confidenza, con un destinatario non qualificato della mia comunicazione,
che è idealmente il mio più diretto interlocutore, chiedendo
di instaurare un’intimità: al di qua del rango, al di qua dello
spettacolo, al di qua financo di certe ovvie convenzioni; invitando ad
una medesima caduta della maschera: se e quanto possibile, pian piano,
senza pretendere.
Io sono uno che ha trovato problematico
vivere e che perciò, fin dai tempi dell’adolescenza, ha cercato
di riflettere sulla vita insieme agli altri, specie ai coetanei, ma che
ha per lo più incontrato in loro pensieri e valori del tutto correnti,
che essi non intendevano né spiegarsi, né tanto meno mettere
in discussione, mettendo in crisi al contempo la quotidianità, e
il suo senso, appunto, "comune".
A chi rivolgersi allora? Il sapere ufficiale
impartito dalla scuola, e poi in senso lato dall’Accademia – siamo in Italia
negli anni ’40 e oltre – sembrava così remoto, per astrazione ed
eterogeneità, dall’esperienza di vita, o così deludente,
per la mancanza di risposte dirette, da non far neppure sperare di potercisi
rivolgere.
Già il linguaggio creava una barriera:
tra l’altro pareva essenziale "saper parlare", "saper scrivere", addirittura
"esprimersi in bello stile", e questo suonava così eterogeneo alla
voglia di cose profonde! Ma non si presentava nessun’altra alternativa.
Per poter criticare il modo di vita corrente o rispondere a domande di
fondo sulla vita, o anche solo esprimere fantasie, sogni, pensieri o immagini
vissuti come significativi, bisognava passare, dal regno del sapere comune
– dove non era lecito avere idee nuove, fantasie proprie, "discutere" ciò
che "si" pensa e "si" dice – a quello – con un cambio d’abito da partecipazione
a ricevimento mondano – del mondo inetellettuale, dove inoltre era anche
come se si cambiasse di classe sociale, salendo di grado. E allora,
per di più, si sentivano anche emergere interessi di concorrenza,
tipici, peraltro, del mondo del lavoro! Non c’era la gratuità
del dialogo adolescenziale!
L’uso teorico della mente non coincide
dunque con l’uso del sapere. Ma per legittimare questa distinzione occorre
preliminarmente differenziare bene i rispettivi ambiti. Qui, tra l’altro,
si vorrebbe escludere la tentazione del mero "dilettantismo" fino a se
stesso – al tempo stesso riconoscendone il valore di emblematica autonomia
– per non parlare della vera e propria devianza psicopatologica, peraltro
oggi in declino, dei "geni incompresi". Intanto mi porrò a mezza
via tra il "sapere comune" e il sapere intellettuale.
Ognuno di noi è in primo luogo
come tutti gli altri e al, tempo stesso, indiscutibilmente irripetibile,
e di continuo riflette e immagina – prima con l’aiuto degli adulti, poi
autonomamente – nella sua vita giornaliera, cercando di capire il mondo,
se stesso e il vivere totale usando la sua mente. In ciò fare però
– ne prenda coscienza o meno – applica, riproduce idee, significati, come
il "senso comune", il "sapere comune", il costume, e/o la scienza, l’arte,
la filosofia, la religione, che ha già appreso dagli altri. Anzi,
comincia a far ciò già parlando, già dialogando con
se stesso in una lingua, la lingua della – o delle – collettività
in cui è stato allevato. Il codice culturale della sua società
(cioè i significati e i simboli mentali condivisi) è dunque
in opera fin dall’inizio. E fin dall’inizio la sua mente funziona in dialogo
con l’alterità umana (da chi si prende cura di lui agli ulteriori
interlocutori). E tuttavia egli non sarà mai un mero automatico
ripetitore di ciò che ha appreso. E’ infatti proprio in questa distanza,
oggi accorciatasi, tra l’"eredità sociale" (la cultura in senso
lato) e il funzionamento mentale proprio degli individui membri di una
collettività, che si colloca il mio porposto "uso della mente" come
distinto dell’uso strettamente "culturale" (nel senso specifico di "istruito")
di essa. Questa proposta non fa riferimento soltanto alla nota tensione
tra i "dotti" e gli "ignoranti", né tanto meno alla mera differenza
tra "alta cultura" e "sottocultura", ma anzitutto alla esigenza, ciclicamente
sentita nella storia, di sbarazzarsi del sapere ufficiale o, quanto meno,
"prenderlo con le pinze", come, nel caso nostro più recente, è
stato espresso dai Moviemnti Giovanili – e soprattuto da quello Studentesco
– e dalle "nuove" o "contro"-culture emergenti "dal basso" nella seconda
metà degli anni ’60 (v p.e., l’"etica applicata", i "gruppi di autocoscienza",
i "gruppi d’incontro", la "psicologia del comportamento pro-sociale", la
"psicologia transpersonale", ecc.). Anche se – ed è bene riconoscerlo
subito proprio per impostare più chiaramente il mio tentativo –
queste iniziative, se non già
abortite, sono state ampiamente
assorbite
dal sapere ufficiale e perciò stesso, visibilmente, alquanto trasformate.
Però, per individuare questo spazio
- tra mente e cultura (cultura nel senso, qui, soprattutto di "dotta",
un senso che il termine continua ambiguamente a mantenere dopo l'uso diffuso
dell'altro senso, che si riferisce al modo di vivere generale di una data
collettività) - è necessario f
b) differenziare, all'interno della seconda,
tra le discipline umanistiche (arte e letteratura, filosofia e religione,
saggistica e pubblicistica del giornalismo) e le scienze e tecniche (le
scienze umane occupano qui una posizione intermedia, ma più vicina
alla prima); quanto alla cultura popolare, o ad altre sub-culture dello
stesso genere che hanno una loro rappresentanza ufficiale (p.e., punk o
rock, femminile, criminale, ecc.), si tratta di un altro strato ancora,
ma affine al primo (o al terzo);
c) differenziare dalla cultura di élite
la cultura di massa, o "sotto-cultura", operante attraverso i mass media,
compito oggi più difficile per la caduta della loro separazione
precedente, data la massiccia presenza ormai in essa, a livello di tv,
radio e stampa, di "intellettuali" a pieno titolo, un tempo sdegnosamente
isolati nei loro ambienti "dotti".
Tali distinzioni hanno in effetti molto
a che fare con quello spazio di cui si diceva. Al primo livello culturale
si incontrano infatti modi di vedere, sentire e valutare pre-critici, o
vissuti, non conosciuti, o impliciti, inconsci o sub-consci, o introiettati,
o internalizzati, come variamente si dice dagli addetti ai lavori, e quindi
apparentemente "naturali", non sottoposti a presa di coscienza, né
tanto meno ad esame critico. Al secondo livello, tuttavia, che è
o dovrebbe essere quello della presa di coscienza, esiste in realtà
un "filtro" - che è più che mai presente, poi, al terzo livello
- il quale seleziona i problemi conoscitivi o valoriali, su cui
si deve riflettere, e i sentimenti, le emozioni, che
vanno
espresse.
Eppure, specialmente oggi, almeno in
Occidente, gli intellettuali parlano, in effetti, della vita di noi tutti,
e però non partono mai in realtà dall’esperienza del cosiddetto
"uomo della strada" (anche quando così pare, come nelle scienze
umane, specie socio-antropologiche), bensì, come sempre, da quella
di altri intellettuali presenti e passati. Certo, gli scienziati
del comportamento - si tratta, per quanto riguarda le loro discipline,
di un’innovazione non più vecchia di un centinaio d’anni scarso,
nel mondo, e in Italia meno della metà - sembrano farlo,
ma poi si autoassegnano essi stessi un’interpretazione di quella realtà
e uno non li sente più vicini, anzi spesso li avverte come se avessero
solo sfruttato gli intervistati, gli osservati. Ma le radio, le televisioni,
che fanno parlare la gente? Certo, è meglio oggi anche solo di poco
tempo fa, quando sulle cose profonde, da noi, parlava, anzi scriveva, p.
e., solo un Benedetto Croce, e pochi altri, ma si può ben conservare
l'impressione di un vero e proprio pilotaggio delle persone più
o meno anonime che comunicano. Da quest’ultimo punto di vista, il mondo
interno del "qualsiasi", portato in comunicazione all'esterno, è
presumibilmente selezionato e plagiato.
Questo "filtro", dunque, malgrado le
apparenze, è abbastanza coercitivo. Infatti, se qualcuno di noi
vuoi parlare dei suoi problemi, anzitutto è la cultura intellettuale,
o, al posto di essa, la cultura di massa, ancora più influenzante
e adulterante, che stabilisce se è un problema significativo o meno.
Facendo un'indagine sulla questione, infatti, si scopre che, p.e., in un
altro Paese, come gli USA, pure, della stessa tradizione culturale, un
problema, in realtà sentito dovunque a livello vissuto in Occidente,
come la competizione, e le sue conseguenze è riconosciuto
a livello intellettuale come problema, ma, siccome qui da noi non lo
è, ciò equivale a sostenere che "non esiste" (basta,
infatti, la tradizione dell'antiamericanismo - a sua volta fuorviante consciamente
perché, apparentemente unitaria, presenta, a seconda delle correnti
ideologiche, una fondazione assai eterogenea - a sbarazzarsene). Però,
anche in USA, dagli anni ‘30 ai ‘50, si, lo è, ma poi non più,
e poi lo è di nuovo dalla fine dei ‘60 a oggi. Karen Horney, una
nota psicoterapeuta europea immigrata in USA, sempre a proposito della
competizione, ne ha trattato agli inizi come di un problema anzitutto americano,
e, tuttavia, chiunque legge i suoi scritti senza giudizi precostituiti
riconosce che facilmente questo problema lo abbiamo anche qui, e altrove,
almeno in Occidente, anche se può darsi che in USA sia più
grave. A guardare la cosa più in dettaglio, si scopre che, in realtà,
quando non e "consentito", il problema deve scomparire (lo stesso infatti
è avvenuto, per fare solo un altro esempio, ma ce ne sarebbero tanti
altri, con il problema dell'altruismo, come è testimoniato dai suoi
attuali studiosi in tempi recenti).
Questo fenomeno è da considerare
attentamente, secondo me perché solo dalla consapevolezza del nesso
possibile e, al tempo stesso, della distanza di fatto tra la cultura del
senso comune e quella intellettuale (e anche popolare, o, ancor più,
di massa), si può giungere ad una presa di coscienza della
propria vita, individuale e sociale - e quindi anche ad una sua direzione.
A conclusione, per il momento, vorrei comunque ben chiarire che:
a) del "senso comune" non valorizzo la
"acriticità", ma, al contrario, la sua natura, almeno parziale,
di riflesso e di reazione collettivi (anche quando in versione
più o meno particolare, all'esperienza storico-etnica, o storico-ambientale,
antica e/o recente: è un primo "strato" di cultura, e certo, per
una parte, è anche imbottito di idee vecchie e nuove funzionali
al sistema di vita dominante (idee dovute però al passaggio al "popolo"
del sapere dei "chierici", di élite o di massa, o persino
popolari), ma in parte - e questa va recuperata nell’interesse generale
– è il vissuto socio-culturale autentico di un’esperienza
di vita storica;
b) della cultura dei "chierici" (cioè
gli intellettuali, laici o religiosi che siano) , d'altra parte, non respingo
la prospettiva, falsa o vera, della riflessione, della elaborazione
mentale, tutt'altro, ma invece la sua lontananza dalla prima, e il
suo filtraggio, volontariamente o involontariamente funzionale al
sistema dominante, e che ne è un aspetto parziale, non totale.
E’ vero comunque che la gerarchia dei sapienti, al di sotto delle apparenze,
fa bene la guardia alle "idee dominanti".
A questo punto torna acconcio considerare
la seconda distinzione fondamentale. I chierici, da sempre, hanno svolto
due tipi di funzioni: la custodia e io sviluppo dell'attrezzatura tecnica
della vita sociale e materiale, per il tempo di lavoro (dall’agro-astronomia
asiatica all’amministrazione europea, al la scienza applicata del giorno
d’oggi dei Paesi sviluppati), e la gestione e il controllo del cosiddetto
"consenso", per il tempo libero. I chierici, intanto, si dividono, comunque,
in puri (produttori, diffusori e fruitori) e applicati (professionisti
di ogni ordine e grado) e sono i puri gli intellettuali intesi in senso
stretto e, in ogni caso, sono questi di cui ci occupiamo qui centralmente,
anche se l'importanza degli applicati al livello del ceto politico e a
quello degli antagonismi di status nella dinamica economica è
andata immensamente crescendo nel nostro sviluppo storico. Ma gli intellettuali
in senso stretto vanno distinti soprattutto, come accennato sopra, dal
punto di vista del contenuto, in scienziati matematico-naturali, da un
lato, e artisti, filosofi e religiosi e, tutto sommato, anche scienziati
umani (e vi si possono aggiungere giornalisti e saggisti e poi showmen),
dall'altro, e sono prevalentemente, anche se tutt'altro che totalmente,
i primi a sfuggire alla "falsa coscienza" storica. Questa distinzione deve
essere tenuta a mente: gli scienziati del primo tipo possono essere anche
complici di misfatti storici (v. il caso emblematico dell'atomica) e certo
sono condizionati storicamente, ma la loro lontananza tecnica non si presenta
in realtà, anche se appare, "traditrice" – è solo in effetti
integrativa - del "senso comune" nella parte esperienziale (solo lo "scientismo"
tradisce e coerce). Gli scienziati non umani non solo non hanno a che fare,
almeno centralmente, col consenso, ma, secondo una procedura rivelatasi
valida e utile a livello generale (persino per i portatori di quasi tutte
le altre culture), raccolgono dati di osservazione e li elaborano in modo
tale da mantenere e sviluppare al livello della maggiore efficienza quell'attrezzatura
di cui si diceva sopra. Invece gli scienziati umani, a parte l'estrema
vulnerabilità "consensualistica" del loro ruolo, ad aggravarla non
dispongono affatto di un metodo altrettanto sicuramente valido e utile
di raccogliere dati ed elaborarli. Anche se va riconosciuto che il loro
impegno professionale
logico-empirico non è da paragonare
alla mera speculazione o al mero opinionismo: mi pare perciò che
ci sia stato un miglioramento con l’ingresso delle scienze umane rispetto
all'epoca della mia stessa prima giovinezza, quando in Italia dei "problemi
umani" si occupavano solo teologi, filosofi e letterati. Anche il discorso
che sto facendo, anche questa auspicata comunicazione tra gli esseri umani
qualsiasi, è disponibile all'uso di dati concreti che si possono
esibire, e non solo quelli che si sono accumulati nell’esperienza del
proprio vissuto: dati, anzi, per lo più raccolti - e a volte anche
quelli elaborati - dai produttori di cultura ufficiaili (per esempio, storiografi
o, più problematicamente, sociologi, politologi e antropologi, e
la problematicità vale ancora di più, forse, per economisti
o psicologi).
Certo, il linguaggio tecnico - una delle
barriere per la comprensione, da parte dell’uomo comune - sembra, almeno
in parte, inevitabile a livello scientifico, o per lo meno molto utile,
in quanto facilitante, e non solo per le scienze non umane, anche se in
quelle umane appare spesso superfluo. Ma non basta con le difficoltà.
La cultura intellettuale accumula (anche se poi seleziona) elaborazioni
("conoscenze") e inoltre la comprensione di una qualsiasi realtà
richiede un percorso lungo: ciò genera
competenze, che rendono
assai difficile la partecipazione - tanto più il giudizio critico
– "dell’uomo della strada".
Sarà mai possibile, dato ciò,
comunicare tra menti che riflettono senza piloti? Senza delega dal basso,
ancor prima che senza imposizione dall’alto? Questo problema emerge, come
si è detto, nel modo più appariscente, nelle discussioni
attraverso i media. E, a complicare le difficoltà, sorge
la questione sui tipi psicologici: sono tutti potenzialmente riflessivi,
o vi sono, come l’antropologo Radin ritenne di poter certlficare anche
per i cosiddetti "primitivi", due categorie di esseri umani: il pensatore
e l’uomo d’azione? Voglio narrare alcune cose personali a questo proposito.
Io ho avuto sempre il problema di una
cultura intellettuale che non mi andava bene. E nondimeno mi sono dovuto
adattare ad essa - nella assenza disperante di alternative - decidendomi
a studiare e poi lavorare all'Università, e rivolgendomi quindi,
a parte inizialmente i deludentissimi giuristi, ad autori speculativi o
letterari prima, benché con l’occhio rivolto a ciò che sembrava
più vicino alla vita reale e che non era corrente da noi, e perciò
all'estero (e anche al passato), e a scienziati umani (essenzialmente,
psicologi, sociologi, antropologi) poi, e anche ai politici, come prima
ai religiosi: purtroppo, anche se dopo un po’ di tempo, delusioni su delusioni,
in un’atmosfera di costante lontananza.
Ma nella seconda metà degli anni
‘60 le cose mi sembrarono cambiare notevolmente, proprio anche e soprattutto
dove lavoravo e, almeno in parte, nella direzione auspicata. Proprio all'Università,
infatti, emergeva, tra gli studenti, cioè tra coloro che dovevano
essere indottrinati da quel filtraggio, una parte di essi - il tipo psicologico
dei "pensatori"? - che si ribellava all’indottrinamento. Idearono, a tal
fine, "controcorsi", da loro stessi proposti e gestiti dove chiedevano,
al docente simpatizzante, una funzione di "esperto", a cui domandare in
qualche modo - e controllare - dati ed elaborazioni. Diffidavano dell’autorità,
si, ma soprattutto degli intellettuali "impegnati", perchè apparivano
loro gli ingannatori più pericolosi, in quanto armati di denuncia
e anticonformismo pseudo-critici: Moravia, p.e., fu fischiato, i docenti
di sinistra contestati più degli altri - ancora più significativamente,
un libro di Horkheimer e Adorno fu fatto a pezzi a Torino - ecc.. E, qualche
anno più tardi -nel’77 - addirittura si andava al microfono, in
assemblea, a parlare in prima persona, dei propri problemi, e gli
altri ascoltavano e intervenivano: sembrava proprio un esempio di "comunicazione
tra i qualsiasi", e sui problemi del vissuto del "qui ed ora".
Nello stato d’animo di una grande allegrezza
e speranza, ho seguito queste assemblee con osservazione partecipante,
senza tuttavia non vedere che "non tutti" parlavano, né, quelli
che parlavano, tutti "liberamente": ma questo soprattutto quando la comunicazione
si faceva politica, o comunque decisionale, e leaders, nell’ombra
o in luce, cercavano di pilotare. Forse solo i "pensatori" erano coinvolti,
forse solo in gruppo, e senza farlo poi autonomamente anche da soli: ad
ogni modo, mi sembrava già tanto. Ma lo stesso avveniva anche fuori
dell’Università. Per esempio, nei gruppi femminili di auto-coscienza,
e questa pratica poi si estese e ne nacquero i cosiddetti "gruppi d’incontro",
dove, con l’ambiguità di dover pagare qualcuno che coordinava (leader,
chiamato più egualitariamente "facilitatore" in un tipo di essi),
i "chiunque", sconosciuti l’uno all’altro, comunicavano liberamente tra
loro. Anche qui c’era chi non partecipava, nel fondo, o non rimaneva soddisfatto:
ma qui almeno sembrava chiaramente una minoranza. Minoranze o maggioranze
sempre, però, solo di parte della popolazione, sempre cioè,
tutto sommato, di minoranze, per quanto allargate.
Però nei "gruppi d’incontro" mi
capitò di fare un esperienza per me sorprendente: gente non
intellettuale, e anzi, in apparenza, superficiale, mostrava in quel clima
di pensare e sentire, e persino agire, con una ricchezza interiore, una
elevatezza e una profondità francamente imprevedibili. Questa esperienza,
di lunga durata, l’ho tenuta sempre presente d’allora in poi: essa, in
effetti, aveva cambiato la mia percezione e il mio atteggiamento verso
"l’uomo della strada".
Inoltre, come ho accennato all’inizio,
in questo periodo in USA nacquero nuove branche del sapere "tutte dal basso":
p.e., l'etica applicata, cioè una filosofia morale che si occupava
di problemi morali concreti, e Singer, uno dei suoi rappresentanti, ha
scritto di recente che "ancora dura". Ma io, purtroppo, per la mia esperienza,
devo essere molto meno ottimista. Quella stagione mi sembra trascorsa.
Questo tipo di comunicazione appare oggi, in realtà, quasi improponibile.
Ma
io spero: non del tutto escluso. Mi sembra però che, all’uopo,
sia necessario ancora una volta capire come siamo "burattini della cultura",
e non progettisti di essa, come avvertiva l'antropologo Leslie White.
Ecco, cerchiamo allora di prendere
coscienza, insieme, e insieme osservare, analizzare,
elaborare. Oggi, in realtà, non è più "possibile"
comunicare autenticamente: la cultura di 1° strato fa rimbalzare i
tentativi eventuali, quella di 2°già li giudica dall’autorità
della sua prospettiva e non può che vederli fallimentari: quello
era uno strato intermedio, lo strato cui penso in questo mio discorso.
Ma non possiamo tentare di autodirigere la cultura, anche generale, non
ancora alta? Certo ci sono ragioni di funzionalità al sistema di
vita perché la cultura a qualsiasi livello non "favorisca" questi
propositi.
Il Movimento Studentesco non per nulla era la Contestazione. Ma non possiamo,
come uomini di buona volontà, andare controcorrente? Riprendere
a raccontare noi stessi l’uno all’altro? E sempre senza maestri? E’ importante,
sempre - cosi mi sembra almeno - avere non solo e non tanto una guida,
quanto un
testimone: nell’altro come nell’Altro.
2. Quali erano i miei problemi e la
lotta con la cultura "dotta".
C'erano alcuni, tra i miei coetanei,
durante la mia adolescenza, e soprattutto la prima giovinezza, con i quali
potevo parlare senza riferimenti accademici. Anzi, con alcuni di loro cercammo
di creare una palestra di dialogo attraverso una rivista, che io proposi
di chiamare "Voci". Eravamo sensibili alle problematiche etico-politiche
e religiose, ed anche esistenziali. Ma il linguaggio "dotto", anche quello
meno tradizionale da noi, cioè il più aggiornato ai movimenti
intellettuali stranieri, spezzava almeno in tre filoni contrapposti queste
tre problematiche, per non parlare del fatto che traduceva, volta a volta,
le tematiche relative in un codice concettuale oscuro, astratto (si usavano
termini generalissimi e non particolari) e, a dir poco, incompleto. All’Università
c'erano inoltre tre schieramenti nell’ambito umanistico, tra loro antagonisticamente
incomunicabili: cattolici, laici e comunisti. Chi, come noi, era sensibile
alla sofferenza umana al di qua della sua concettualizzazione, non poteva,
se si era sottratto all’indottrinamento prepotente, rimanere insensibile
alle dinamiche economiche del profitto e della concorrenza (con gli effetti
correlativi e conseguenti di sfruttamento del lavoro, disoccupazione cronica,
lotta mutuamente escludente sul mercato), ma anche al dolore senza compenso
di chi era stato trucidato, nato brutto o malato, morto in tenera età,
e, in genere a quello della morte dei propri cari e, in futuro, di se stessi,
delle crudeltà e ingiustizie subite, ecc.. Ma, ancora, al bisogno
di libertà e di rispetto, di sfuggire alla doppia morale sessuale
(quella per i maschi e quella per le femmine) o al bisogno di democrazia
praticata secondo regole. Invece la partecipazione comunicativa che ci
si offriva era spietatamente alternativa: se si voleva cambiare le strutture
di profitto e concorrenza bisognava rinunciare alla religione e, se si
voleva una "giustizia consumata" in uno spazio altro da quello quotidiano,
semplicemente perché questo non la poteva contenere, bisognava accettare
la disumanità degli affari giornalieri, e su sesso e libertà
non si poteva neppure parlare, nemmeno problematicamente: sul sesso, tra
l’altro, erano ufficialmente bacchettoni sia cattolici che comunisti. Non
parliamo poi del senso del mistero. Ricordo di aver posto il problema del
rapporto profondo con se stesso a un naturalista laico. "Come - rispondeva
scandalizzato rivolto agli altri presenti: vuole sapere chi è lui?
Chi sei tu? Sei tu!".
Perciò, "Voci" intendeva esprimere
il bisogno di parlare senza etichette e militanza alternativa, e si costituì,
anche se per un periodo relativamente breve, pure un nucleo operativo,
in connessione, che affrontava problemi pratici. E questo era già
tanto. Ma, in più, mi resi conto che un problema concreto enorme
veniva ignorato da tutti (nella cultura "dotta"): quello che io battezzai,
dopo, del "centrismo psichico", e di cui pubblicai una prima formulazione
in quella rivista.
A me sembrava chiaro, dall’esperienza
quotidiana, che, più ancora dei bisogni fisici, autoconservativi,
i comportamenti tra le persone venivano mossi, o da un altro bisogno fisico,
la sessualità - in senso stretto, qui, da parte dei maschi - o,
soprattutto, da un bisogno non fisico, e di cui mancava la parola designante
– "vanità", "superbia", come affini più negativi, o "ambizione",
"orgoglio", come più positivi, erano comunque termini tradizionali
almeno in parte fuorvianti (come più tardi "narcisismo", derivato
dalla psicoanalisi) - e che occorreva ridurre a unità a partire
da una sorta di fenomenologia abbastanza variata. Mi sembrava, cioè,
che gli esseri umani volessero costantemente cercare, anche senza scopi
ulteriori, una supremazia sugli altri - come singoli e come collettività
- e sia nella modalità di mostrare una superiorità di
valore - sfruttando la voglia di terzi di fruire di propri attributi
- che oggettualizza umiliando il presunto possessore di qualità
comparativamente giudicate minori delle proprie, sia in quella di oggettualizzare
direttamente gli altri, dominandoli, dirigendoli, facendoli soffrire,
opprimendoli, ecc.. E, d'altra parte - e questo era per me assai importante
- mi sembrava anche che avesse a che fare, almeno con la matrice di tale
bisogno, il desiderio più o meno lancinante di attirare l’attenzione
- essere cercato, visto - e di essere amato.
Ora, sia le persone comuni (e questo
per le ragioni di coscienza pre-critica di cui si parlava sopra), sia la
tradizione umanistica, sia le scienze umane in sviluppo, non si occupavano
di tale struttura motivazionale o, al più, la secondarizzavano o
la battezzavano vagamente come egocentrismo, se non egoismo. Narcisismo,
dicevo, era fuorviante, perché il bisogno cui alludo io non riguarda
l’amore - o anche in senso lato la considerazione - di sé a se stesso,
bensì degli altri a sé. Per cui, quindi, quando in ambito
etico si parlava di egoismo, o egocentrismo, si alludeva, nel migliore
dei casi, a quel che si potrebbe chiamare egocentrismo
fisico-strumentale:
auto conservazione e ricchezza e potere come suoi mezzi e per esaltarla
come piacere, fino alle sottigliezze della comodità, ma niente di
più. L'egocentrismo psichico, cioè la tendenza ad
ottenere dal mondo la propria centralizzazione, era assente.
Il problema sarebbe secondario se una
tale assenza di focalizzazione nella cultura intellettuale non contrastasse
con il vissuto della gente, per la quale il fatto di essere importanti,
"visibili", superiori o meno, o di essere amati, cercati, è così
ossessivamente presente in tutti i tipi di circostanze. Anzi, il problema
di questa assenza ci riguarda più che mai in questa sede perché
la mia esperienza - e, mi sembrava, l’esperienza generale a livello di
cultura di costume - rivelava la gravità e di quel bisogno come
motore di sofferenze devastanti, almeno in quella direzione di appagabilità,
e delle conseguenze di quella presenza così onnipervasiva decisamente
snaturanti nelle aree che più avrebbero dovuto essere esenti da
tali forme di autointeresse. Per esempio, adolescenti e giovani mi sono
apparsi spesso indignati, come lo sono stato io, nello scoprire che il
mondo intellettuale fosse tanto pervaso di tali lotte per gli interessi
personali e che il disinteresse spirituale fosse così smentito dalla
triade dei desideri di ricchezza, potere e prestigio, e soprattutto prestigio.
E, per chiarire meglio questo punto, non si trattava di "sospettare" impulsi
personalistici nel comportamento, ma di constatare come ognuno nell’ambiente
tendesse a parlare non solo male di tutti gli altri, o giù di li,
ma dell’intero ambiente, ergendosi quindi su di esso e, quel che è
ancora più grave, con ironico cinismo. Si dava, p.e., per scontato
che i congressi servissero a mettersi in mostra piuttosto che a offrire
ricchezze nuove di intelligenza e sensibilità, che si dovessero
scrivere in fretta libri, comunque, per le necessità pressanti della
carriera, e che i professori, quando erano tra loro, parlavano sempre di
cattedre, di accordi di potere, di manovre concorsuali, anziché
dei contenuti del loro insegnamento e attività creativa, ecc..
Ma la trasformazione del "mondo delle
anime belle" in un mondo ancora più antagonistico e velenoso di
quello del lavoro ordinario, materiale o intellettuale applicato, cioè
produttivo o professionale - ancora più per essere mascherati
gli interessi personali e di fazione, oltre che di categoria, da etichette
di interessi generali (l’"intellettuale impegnato", il "pensatore scomodo",
l’artista che fa la fame per non rinunciare alla sua arte, lo scienziato
che si rifiuta a proprio rischio di operare in modo pericoloso per l'umanità,
ecc. ecc.) - si estende purtroppo anche all’ambito religioso. Non solo
si incontrano qui fenomeni di autoritarismo sfacciato, ma la inarrestabile
abitudine di parlare male gli uni degli altri sembra così ubiquitaria
persino qui che neppure ci si prende la briga di scandalizzarsene. Anzi,
vorrei segnalare due aspetti assai importanti, e, al tempo stesso, altrettanto
contraddittori, cli tale fenomenologia: la penalizzazione implacabile dell’"ingenuità"
giovanile nei confronti degli intellettuali e la simultanea persistenza,
altrettanto penalizzante, della sistematica lamentazione a riguardo, che
presupporrebbe, viceversa, un mondo pulito, in cui la violazione normativa
fosse eccezione e non regola.
Una delle caratteristiche che più
colpisce il neofita èinfatti l'atmosfera scettica e cinica di questi
ambienti "impegnati", "disinteressati", nella quale l’entusiasmo per idee
e autori di idee viene stroncato sul nascere tra battute, sorrisetti, se
non intolleranza. Ora, un marziano tutto potrebbe immaginare fuorché
la compresenza, in questi ambienti, di una costante condanna - o almeno
svalutazione -di comportamenti e persone, ed è difficile sottrarsi
- ogni gruppetto, dalla diade alla comunità, spettegola o attacca
volta a volta gli assenti - a questa sorta di intrattenimento obbligato
nella vita sociale di chierici laici e religiosi. Alle rimostranze - quando
pur vengano tollerate - si risponde con qualche ovvia teorizzazione giustificativa,
da parte dei chierici più tradizionali nei termini del peccato o
dei limiti umani, da parte dei più moderni in termini di aggressività
o self-interest, più o meno presuntamente innati. Il fatto
è che la constatazione dolorosa di una tale situazione non è
affrontabile con il semplice uso interpersonale della mente, perché
i depositari ufficiali del pensiero, che anzitutto hanno spezzettato la
riflessione in segmenti non facilmente comunicanti, hanno anche le leve
consapevoli o inconsapevoli del "filtro sociale", che, come ho indicato
prima, include o esclude i problemi o le realtà a seconda, presumibilmente,
delle contlngenze storiche, di natura probabilmente vicina all’area della
sopravvivenza.
Ora, io vorrei proporre di sottrarci
al monopolio mentale di questi depositari ufficiali - anche dei Grandi
Maestri o Geni del passato - senza mai però ignorarli, anzi, come
facevano gli studenti del Movimento con i loro docenti, utilizzandoli quali
esperti di dati osservazioni o elaborazioni, ma rivendicando sempre a sé
la capacità di giudicarli e soprattutto di affrontare i problemi
da dove nudamente partono e non da dove vengono già addobbati con
"vestiti da sera". Noi non dovremmo più tollerare che laddove vogliamo
vivere un'esperienza spirituale pura, venga il mondo quotidiano con la
sua ipocrisia e violenza ad inquinare le migliori intenzioni.
Ora, la mia esperienza dei gruppi d'incontro
mi ha offerto il vissuto, di un inizio almeno, di "vera pulizia della mente".
Non Si tratta di sostituire l’"uomo della strada" al "dotto": il "dotto",
anche umanista, benefici ne offre sempre, anche mentre produce danni .
Si tratta di contribuire a creare "gruppi di buona volontà" che
si ripromettano di vivere una vita di ideali il meno possibile autocontraddittoria:
ma, per far ciò, occorre inventare modi e mezzi. Si tratta di un’"etica
applicata" che parta dal concreto e - senza troppe giravolte - ritorni
al concreto.
A questo punto non ci serve escludere
o sostituire, p.e., la meditazione o la preghiera, o l’educazione teorica
e pratica ai valori umanistici. Ci serve piuttosto integrare meditazione
e preghiera, oppure formazione normativa laica e controllo - personale
e collettivo - del rispetto delle regole, con una riflessione del chiunque
che pensa e che opera, riflessione che parta dalla situazione
di lamentela e sia disposta almeno a sperimentare il rimedio ad essa -quindi,
ribadisco, che non si muova, se non in caso di emergenza, dal pianterreno
del costume al tetto della cultura intellettuale (e l'emergenza può
pure andare dal bisogno di dati empirico-razionali a quello di esempi di
condotta o pensiero spirituali). E' questo appunto che vorrei proporre,
nella speranza che non avvenga, come capita sovente, che il progetto demotivi
gli uomini apparentemente spirituali - facendo loro tipicamente apparire
sul volto, uno per uno e non concertatamente, quell’espressione così
eloquente di vaghezza impersonale e remota e sgonfiamento di tensione nel
pieno dell’adesione esplicita.
Ma vorrei dire, ancora, qualcosa sulla
natura del condizionamento della cultura intellettuale.
3. Il condizionamento estrinseco degli
intellettuali e quello intrinseco della comunicazione autentica.
Perché io possa prendere coscienza,
conoscere la mia esperienza di vita, e perché io possa esprimere
significati profondi emergenti da essa, io ho bisogno di usare la mia mente
in modo indipendente da pressioni esterne, come da pregiudizi.
L'ambiguità della attività
intellettuale professionale sta pioprio nel fatto di essere, da un lato,
intellettuale
e, dall’altro,
professionale.
L'attività professionale rispetta
certamente dei vincoli, normativi, agli interessi personali e di categoria,
tuttavia questi ne costituiscono il nucleo essenziale. Io faccio l’avvocato
per guadagnare e vincere le cause. Sono obiettivi particolari. Ma cercare
e diffondere il vero non è un obiettivo particolare, è
un obiettivo universale. Se io scelgo di dedicarmi all'attività
intellettuale, posso farlo per acquistare prestigio, o per una promozione
sociale, oppure Invece perché è l’attività intellettuale
che mi interessa.
Gli intellettuali, poi, non partono da
zero, né dall’esperienza personale, ma da una tradizione impersonale,
che forma precisamente alle categorie che presiedono alle diverse aree
di questa attività, specialmente quelle cognitive, e anche a un
certo numero di contenuti. Essi vengono giudicati e giudicano relativamente
alle capacità individuali e le loro opere valutate in termini, in
senso lato, di "vero", "bello" e "buono". Questi giudizi sono inoltre i
giudizi di un'autorità, cioè di un potere legittimato.
A differenza della comunicazione intellettuale,
inoltre, quando io comunico con miei familiari, o con il mio partner, o
con la mia comitiva di amici, non sono motivato da interessi esterni alla
comunicazione stessa. Ciò che io dico potrà essere accolto
o contestato, e quindi, certo, questo mi condizionerà, ma non inciderà
sul mio status sociale, sulla mia carriera. Ciò mi dà
una peculiare libertà di movimento interno.
Esistono, in effetti, tre tipi di comunicazione.
Una personale quotidiana, nella quale io sono condizionato, oltre che dal
rapporto di accettazione o rifiuto di determinati contenuti nei confronti
di me stesso, anzitutto da quello con gli altri, in termini – finali -
di gratificazione o frustrazione, e - strumentali - di antagonismo o solidarietà.
Ciò indubbiamente influenza, e non poco, i messaggi che invio e
ricevo, sentendo, pensando e agendo dentro e fuori di me. In realtà,
poi, quest'area si biforca: infatti occorre distinguere un ambito, che
indicherò come "pubblico", da un ambito "privato", e certo il grado
di condizionamento dei rapporti "pubblici" è ancora maggiore di
quello presente nei rapporti "privati". Ciò ha comunque un "feedback"
con me stesso. Non ricordo più chi disse: la verità è
di tre tipi, quella che dico agli altri, quella che dico a me stesso e
la verità "reale". Qualche bugia, oltre tutto, pare sia necessario
dirla anche a se stesso per essere capace di dirla meglio agli altri. Immaginiamo
la differenza tra il rapporto con mia moglie e quello con il mio elettorato
in quanto deputato (anche se nei rapporti intimi la falsificazione è
più
che mai presente, ma molto meno consapevole). C'è pure, inoltre,
un ambito particolare di modelli culturali che governano la comunicazione
personale quanto più è pubblica: le regole di buona educazione,
le convenzioni sociali.
Un secondo tipo di comunicazione sembra
emergere a livello religioso. Ma già nei rapporti interpersonali
si può avvertire il bisogno, talvolta lancinante, di veracità,
sincerità, di genuinità, di autenticità. Con l'Infinito,
con chi lo rappresenta, con chi ci si trova a fianco nel rapporto, si parla,
o si deve o si vuole, parlare – come si dice – "col cuore in mano". Che
sensazione di libertà! Del resto: "la verità vi farà
liberi".
Ma anche con uno psicoterapeuta (o, c’è
da supporlo, nella perdita patologica delle inibizioni) viene sollecitato
o comunque sembra opportuno, appropriato "dire la verità". Non si
viene giudicati (o, per lo meno, non si dovrebbe esserlo) e quindi non
si ricevono gratificazioni o frustrazioni, contingenti o di lunga durata,
a seconda di quanto si comunica.
Ma vi è un terzo tipo di comunicazione,
che apparentemente è simile al secondo, ma che purtroppo è
condizionato quanto e più del primo, ed è quello della comunicazione
intellettuale,
che non è personale, che si svolge attraverso opere scritte, mezzi
di trasmissione visuale, o, anche, occasioni pubbliche di discorso. Questa
forma è ibrida, perché nientemeno "professionalizza" la verità.
A questo punto, però, sento il
bisogno di pormi anzitutto alcune domande: è possibile un tipo di
comunicazione "autentica" con gli altri esseri umani in quanto tali - e
quindi non in quanto rappresentanti, per esempio, della divinità
- in un qualche spazio apposito, come, nell’esperienza religiosa, la "confessione",
o, in quella terapeutica la "libera associazione"? E' possibile sviluppare
tra partners, amici, familiari - i referenti standard dei
rapporti primari, caratterizzati dall'intimità - la stessa genuinità?
E' possibile poi essere veritieri nel discorso pubblico? E soprattutto,
in merito al mio intento specifico: è possibile dire la verità
liberamente in ambito accademico? Negli ambienti "dotti", nel santuario
del sapere?
Certo, in rapporto a quest'ultima domanda,
se chi dà un contributo al vero, al bello e al buono perché,
oltre ai fini intrinseci, avendo talento per questo e lavorando, deve guadagnare
danaro, si inserisce in una gerarchia di potere e di prestigio e si trova
a dover competere con laici e/o religiosi e con gli specialisti del proprio
ramo, e deve difendere gli interessi personali e di categoria in relazione
egli non è soltanto ricattato fin dall'inizio nella sua performance,
ma la dualità eterogenea degli scopi di ciò che fa non potrà
non incidere nella realizzazione stessa, momento per momento, della sua
attività. Lo scienziato deve pur garantire la vendita della sua
opera, altrimenti nessun editore gliela pubblica, e, per venderla, dato
l'ambito specialistico, ridottosi sempre più ai meri addetti ai
lavori, dovrà adottarla come libro di testo all'Università,
e, quanto più studenti che seguono le sue lezioni egli raccoglie
intorno a sé, con impegno di scuola, tanto più non può
non raffigurarsi l’aumento del guadagno ricavato da quella vendita. E l’artista
è condizionato ancora più direttamente dalle richieste del
mercato, lavorando per commissione, oggi con contratti che stabiliscono,
p.e., in letteratura, quantità e tempo delle creazioni contrattate.
La vendibilità di un lavoro intellettuale, complessamente legata
a strutture di pubblicizzazione, come le recensioni sistematiche, le richieste
di pubblici vasti e poco caratterizzati, condiziona in modo abbastanza
chiaro le scelte di espressione, se non di contenuto del lavoro stesso.
Ma ora io voglio fare qui un'ipotesi d'ingenuità paradossale, e
cioè che le mete delle virtù di vero, bello
e buono, prevalgano, senza neppure sbavature, su quelle utilitarie
condizionate. Rimane lo stesso l’ambiguità e inconciliabilità
di esse nella professionalizzazione, addirittura istituzionalizzata e quindi
codificata, del creatore di significati ideali.
Il fatto è che i due fini non
sono conciliabili. Il fatto è che, con la professionalizzazione,
tutto l’iter del comportamento è alterato. Se io sento il
bisogno di scrivere una poesia alla mia amata, lo scopo della mia azione
è sia nel dono e sia nella grata conseguente partecipazione a un
sentimento estetico che unifica, che fonde me con la mia amata. La ricerca
di un editore che me la stampi, di un critico che me ne faccia pubblicamente
una recensione favorevole, di un giudizio concorsuale che ne faccia eventualmente
materia di avanzamento nella carriera di letterato, l'ansiosa aspettativa
di applausi alla recitazione di essa di fronte a un uditorio, espropria
il mio messaggio della sua natura di mera comunicazione umana di stati
d'animo. Un bisogno come questo viene schiacciato dal suo ambito riconosciuto
di realizzazione. E' per questo che "la poesia nel cassetto" andrebbe invece
valorizzata. Non in quanto "oggettiva", non in quanto "opera d'arte", ma
perché è nata da autentiche motivazioni emozionali, e precisamente
estetico-affettive.
Eppure, la - almeno compresente - motivazione
estrinseca non è l'unica fonte di inquinamento, secondo me, della
comunicazione artistica. Ce n'è almeno un altra, se non più
d'una. Gli specialisti si professionalizzano perché vengono "formati"
da una tradizione, si diceva: che in questo caso comprende stile, linguaggio
specifico, tematiche. E tutto ciò filtra nell'invenzione poetica.
Io sono convinto che il bisogno di percepire, creando e/o gustando, la
bellezza appartenga all’ambito della motivazione umana come il bisogno
di nutrirsi, di fare l’amore, di riuscire in una cosa utile, di essere
considerati positivamente, dagli altri e da se stessi (per non parlare
del bene e della verità). La sua professionalizzazione - che implica,
ribadiamo, una serie di condizionamenti pesanti e cogenti, come la tradizione,
l’autorità, lo status economico-sociale implicatovi come
fine a sé stante, il valore sociale dell’opera come tale in sé,
il cespite economico privilegiato che condiziona la formazione e forse
anche la realizzazione, la gerarchia di merito e la concorrenza con altri
specialisti, nonché l’orientamento generale (p.e., laico o religioso,
conservatore o progressista, ecc., che facilita o sbarra la strada) - lo
adultera profondamente, cioè lo sopprime in quanto bisogno primario,
sostituendolo con qualcosa di diverso, in cui è presente il bisogno
strumentale di confezionare un bene da scambiare con altro, in cui è
ancora, certo, ravvisabile in parte l'impulso originario, ma, con tutta
verosimiglianza, assai alterato. Per la verità, io escludo in modo
assoluto che una poesia possa nascere senza alcun presupposto di tradizione
culturale. Ciò che indico come adulterante è il peso dell'autorità
di quella intellettuale accademica, che condiziona, per esempio, nel caso
in questione, la spontaneità della "poetessa del cassetto", la quale
si domanderà sempre "che valore" ha la sua poesia, come se un opera
di poesia non fosse, nell'ispirazione, poesia prima che opera.
Noi possiamo già vedere da questo
esempio come lo sviluppo del la corporazione intellettuale abbia nei secoli,
nelle grandi civiltà, espropriato sempre più la persona qualsiasi
delle sue capacità autorealizzative. Come non si è più,
oggi, genitori spontaneamente, ma si deve essere anche qui guidati dagli
esperti, non si è più, ma da lunga pezza, s
Ma, prima di approfondire questo punto,
andiamo a fare i "marziani" nell’osservazione di quello che appare un momento
di comunicazione ecumenica dell’opera intellettuale, il congresso.
Qui il criterio della "visibilità"
impera. Si invitano determinati specialisti, si cerca di ottenere la collaborazione
di certe case editrici, di rappresentanti di stampa e tv. Il mondo degli
specialisti appare diviso in fazioni se si invita A, non si può
invitare B. Nei corridoi non si parla di scienza, ma, come già si
notava prima, di concorsi, di cattedre, finanziamenti. Non mi dilungo.
E' una situazione che tutti gli addetti ai lavori conoscono, tutti criticano
ma i più accettano uniformandovisi, e non con rammarico, come
di fronte a fenomeni inquinanti, ma con cinico divertimento. Nella comunicazione
della conoscenza opera, insomma, una motivazione centrica di protagonismo.
Anche nelle discussioni tra adolescenti, certo, si insinua il desiderio
di primeggiare, di aver ragione, ma, per la verità, non mi è
mai apparso così condizionante come in ambiente accademico.
Io ricordo - e già il fatto che
lo ricordi ancora, tra mille memorie dimenticate, è per me significativo
- di avere dibattuto con un'anziana professoressa di filosofia sulla possibilità,
anche in ambiente accademico, di discutere le idee con l'intento incondizionato
di raggiungere la verità, senza alcuna preoccupazione di prestigio
personale, al punto da trovare ovvio l’ascolto effettivo e profondo dell'altro
e quindi eventualmente la serena ammissione di aver torto e di sposare
la tesi contrapposta. La professoressa trovava una simile aspettativa di
una tale mancanza di realismo da spingerla al puro sarcasmo e, in ogni
caso, escludeva in modo rigido anche la mera possibilità di una
situazione simile. Ma allora, se non è possibile porre la ricerca
del vero al di sopra di quella del prestigio come, mi domandavo, è
possibile credere alla meta della verità come raggiungibile, quale
si presenta, p.e., in filosofia?
Nelle scienze naturali - soprattutto
in quelle fisico-chimiche - la dimostrazione sembra più cogente.
Ma nelle scienze umane la molteplicità delle scuole testimonia già
di per sé l'impossibilità di raggiungere una verità
valida per tutti. Qui, allora, in una simile situazione, gli intrighi,
le carriere, i finanziamenti, la vendibilità, gli allettamenti dei
politici, le strutture baronali dell'accademia aumentano terribilmente
di peso nel condizionamento.
E arriviamo, dulcis in fundo,
al terzo ambito, quello del "buono". Qui il carattere disinteressato, non
antagonistico, unificante della meta dovrebbe resistere al potere corrosivo
degli interessi particolaristici della professione. Ma il giovane che nutrisse
tali illusioni dovrebbe ben presto ricredersi. Nel nome di ideali - individuali
e collettivi - di alta edificazione, la produzione effettiva di teorie
e pratiche del giusto e del buono serve purtroppo a togliere fede e impegno
in questo ambito, in quanto appare eterogenea rispetto a quelli, a cominciare
dalla separazione teoria-prassi e a finire allo scarto abissale tra generale
e particolare.
Certo, per poter affermare tutto ciò,
io avrei dovuto portare prove, offrire dati sulla realtà concreta
di quanto sono andato descrivendo. Ma questo, a parte l’ampiezza del lavoro
di documentazione, che non troverebbe spazio qui, come pure la relativa
secondarietà di questa parte del discorso in tale sede, in ogni
caso rientrerebbe, con l’implacabilità di un condizionamento circolare
senza via d'uscita, nella dinamica sociale denunciata. Il meccanismo di
comunicazione pubblica non sfugge ai controlli, pur arbitrari, della corporazione
professionale e nell'ambito umanistico è l’autorità acquisita,
con i suoi orientamenti, piuttosto che la dimostrazione accessibile a tutti,
che conta nel sapere; inoltre lo spazio separato del discorso verrebbe
a restringersi fino all'annullamento: nessuna illusione di sfuggire al
filtro istituzionale che produce la "falsa coscienza".
Ma allora non c'è soluzione al
problema? La divisione del lavoro, dopo avere nel suo sviluppo espropriato
i "qualsiasi" di tanti tipi di attività umana - in società
meno complesse comuni a tutti - ha espropriato, ma da molto, la funzione
mentale profonda, quella che si muove nella direzione del vero, del bello
e del buono. Oggi una tale espropriazione è solo più avanzata
e più socio-economicamente e socio-psicologicamente ancorata - al
di sotto di una pellicola superficiale sempre più sottile di disinteresse
– a interessi particolari. Più avanzata perché gli intellettuali
attualmente cambiano continuamente schemi e contenuti, e operano in senso
sempre più tecnico, frammentario e specialistico, in modo da impedire
ai "qualsiasi" di riflettere e meditare, come, in passato, le forme meno
transeunti della spiritualità rendevano, in modalità diverse,
possibile. Ma è sensato uscire dalla cultura intellettuale e operare
con la mente in piena libertà?
4. Che fare?
Io credo che un modo di sfuggire a questa
accentuata alienazione del la funzione mentale sia possibile attraverso
la
pratica di una comunicazione parallela, creando strutture - ma, si
badi bene, nel più utopico dei modi, cioè senza "profitto",
né economico, né psicologico-sociale – di comunicazione
autentica anche nell’ambito
estetico-etico-cognitivo. E questo
per poter ritrovare le radici della vita spirituale genuina, inquinate
dal la professionalizzazione, guidata da interessi estrinseci, dell'attività
mentale. E tuttavia in pari tempo nutrendosi di cultura intellettuale,
ma conservando una distanza di sicurezza, rimanendo sulla soglia,
per così dire, tra esperienza interiore e idee comunicate dalle
autorità del sapere. E - il massimo dell'utopia - dialogando
a due sensi con gli intellettuali, in termini di esperienza e riflessione,
offrendo i propri dati e cercando i loro. A questo punto bisogna essere
attenti a più di una considerazione.
Molte delle idee che possiamo ritrovarci
nella testa non vi sono entrate attraverso l'istruzione ufficiale trasmessa
dalle istituzioni formative (la scuola), ma attraverso la frammentaria,
effimera, ma onnipervasiva e martellante, divulgazione operata dai mass
media. Quindi noi non siamo già inculturati, prima di pensare,
solo in termini di "senso comune" generale, direttamente collegato all'esperienza
storica della vita collettiva, né solo di subculture particolari,
e neppure, se contadini specialmente, del solo "sapere popolare", ma anche
attraverso tutta la notevole quantità di messaggi della "cultura
di massa", e sia attraverso i mass media, sia attraverso la comunicazione
dei gruppi di pari (di diversa età e sesso) che sono egualmente
stati esposti ai mass media. Se teniamo conto di ciò, sarebbe
un'illusione pensare di arrivare vergini a questa sorta di intermeditazione
spirituale.
Ma noi possiamo renderci relativamente
- forse solo molto relativamente - indipendenti da questi contenuti mettendo
tra parentesi ciò che ci viene in mente imniediatamente, sospendendo
il giudizio, e facendo emergere il più possibile il "bambino" che
vede il "re nudo". Questa specie di cultura parallela, che guarda con la
massima indipendenza possibile all'altra, pur senza sottovalutarla, e che
non dovrebbe aver bisogno di case editrici o di emissioni radio televisive,
tornerebbe utile, nel la misura in cui in qualche modo si diffondesse (senza
profitto e senza spettacolo), sia agi i intellettuali professionali, per
disinquinarli almeno in parte dai condizionamenti
particolaristici ed eterogenei, sia, nell'altro verso, ai suoi produttori,
per farli riappropriare della funzione umana della mente, al di qua del
monopolio professionale che, alienandola, la distorce, la altera, anche
se ovviamente non la distrugge.
Un'altra considerazione da fare riguarda
la garanzia di autenticità, sia inter- che intra-personale.
Non credo che ci si possa illudere di
riuscire a creare - per quanto usando spazi religiosi o terapeutici - isole
di veracità e buona volontà sfuggenti a limiti e strumentalizzazioni,
a presupposti o impulsi di autorità, a conformismi e ipocrisie,
così scontati da non poterseli neppure rappresentare, e questo soltanto
proponendolo razionalmente. Io credo che si possa solo puntare su una progettualitàminimalistica
e che comunque il punto di partenza debba essere lo scontento, il
disagio
avvertito in comune e lo stimolo alla voglia di uscirne, quanto
più fuori dagli schemi correnti e dalle convenzioni. Cercando di
costruire ciascuno, insieme, un quadro della situazione, comune e non comune,
e sperimentando, sempre insieme, come
togliere ostacoli alla sincerità
e alla solidarietà nei vari tipi ricorrenti degli eventi quotidiani.
Si dovrebbe anche: sia rischiare di presupporre
la buona fede dei compagni di strada, sia, all'inverso, esprimere liberamente
i vissuti di incredulità o perplessità di fronte alle esternazioni
altrui.
Si può affrontare insieme una
sorta di "esame di coscienza", in cui comunicare quanto si è stati
causa, per esempio, durante la giornata, di sofferenze ad altri,
quanto altri a noi, e come invece si potrebbe organizzare una vita in cui
questo cessi o si attenui. Ma gli altri dovrebbero impegnarsi a non
giudicare quanto ciascuno dice, come se fosse durevole, e aprirsi alla
fiducia nella continua trasformazione, o almeno trasformabilità
degli atteggiamenti. Io credo che la creazione di un ambiente libero da
giudizi dia una profonda voglia di verità, di vita autentica, di
vicinanza e, al tempo stesso, un senso di intensa soddisfazione e serenità.
Ma nei confronti di sé? Chi
ci garantisce dal rischio di autofalsificazione, fuori dal controllo
- che d'altronde ostacolerebbe l'eguale dignità e libertà
di esprimersi - di guide che ci interpretino? Possiamo, in verità,
ben immaginare che l'assenza di giudizi e valutazioni alleggerisca la pressione
all'autoinganno. Il problema è che tutti questi fini dovrebbero
essere vissuti come tendenziali e non assoluti e che l'egocentrismo psichico,
volto a centralizzare l'attenzione e, soprattutto, la supremazia dei propri
comportamenti e idee, e in generale della propria persona, sia fronteggiato
con dolce ma ferma resistenza, facendo emergere al suo posto la solidarietà.
Ma chi sono io a me stesso? Se sfuggo
al centrismo, che mi vuole "più", e mi accetto con un senso di infinita
dignità, che niente e nessuno possono togliermi, ma che a niente
e nessuno tolga alcunché, un eguale tra eguali, davvero, senza sotterfugi,
allora mi pare di esperire chiaramente come vecchiaia, malattia, morte,
e limiti, qualità negative e sofferenze ad opera degli altri, perdano
gradualmente di rilievo nell'economia della mia soddisfazione di vita.
Ma, io penso, la visione concreta, che
non dovrebbe essere mai respinta, dell'orrore, dei dolori senza compenso,
del mistero di me e della vita tutta e dello stupore di fronte alla gratuità
di tutto ciò che esiste dovrebbero fungere da esperienze ineludibili
della veracità, luminosità e bontà della mia vita,
dove il negativo è smaltito fissando lo sguardo su "qualcosa che
salva". Sarà Dio misericordioso? Sarà l'Aldilà da
qualsiasi dualità di positivo e negativo, sarà la speranza
mia stessa che sia la beatitudine il fine e la fine di tutto?
Non ho alcun fondamento per stabilirlo,
posso solo offrire agli altri l'affermazione fideistica che l'esclusione
di Sé, o degli Altri, o dell'Altro da sé e dagli altri, renda
completamente illusorio il progetto integrale di una vita degna di essere
vissuta.
E credo anche che ci convenga lasciare
ai sacerdoti e ai dotti il compito di svolgere i due ruoli
sociali di un'autorità istituzionale del sapere quel
lo che facilita la produzione dell’utile e quello che autorappresenta in
modo accettabile la realtà della vita e dell’ordine sociale, ma
di riservare ai noi tutti, da soli e in dialogo, quello di capire
scegliere e costruire la nostra autentica esistenza, sepolta dai detriti
della falsa coscienza, che i chierici hanno certamente contribuito a costruire
in noi.
*Docente
di antropologia culturale
Un. di Roma "La Sapienza"
(torna su)
http://www.in-psicoterapia.com
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