L’interesse
per una "psicologia narrativa" è emerso all’interno di un più
generale orientamento "narrativo" nell’epistemologia e nelle scienze dell’uomo;
per ciò che riguarda la psicologia, questo interesse è stato
favorito dallo sviluppo degli studi sulle storie (nella clinica e nella
psicologia evolutiva).
Non
è facile dire in che cosa una storia consista, e anche in campo
linguistico non si è ancora pervenuti ad una sua definizione univoca.
Forse la difficoltà principale risiede nel fatto che il concetto
di narrazione solleva problemi assai vasti: esso travalica i confini del
pensiero e della letteratura, infatti, secondo alcuni autori, la narrazione
è riferibile al mito, alla leggenda, alla fiaba, al racconto, alla
novella, all’epica, alla storia, alla tragedia, al dramma, alla commedia,
al mimo, alla pittura, ai mosaici, al cinema, al teatro, ai fumetti, alle
notizie, alla conversazione. Indipendentemente da una suddivisione in buona
e cattiva letteratura, la narrazione sembra internazionale, transtorica,
transculturale: la vita stessa è narrazione in quanto storia (Bruner,
1988).
Le
nostre vite sono infatti incessantemente intrecciate alle narrazioni, alle
storie che raccontiamo o che ci vengono raccontate (nelle forme più
diverse), a quelle che sognamo o immaginiamo o vorremmo poter narrare.
Tutte vengono rielaborate nella storia della nostra vita, che noi raccontiamo
a noi stessi in un lungo monologo, episodico, spesso inconsapevole, ma
virtualmente ininterrotto (Brooks, 1995). Noi viviamo immersi nella narrazione
ripensando e soppesando il senso delle nostre azioni passate, anticipando
i risultati di quelle progettate per il futuro, e collocandoci nel punto
di intersezione di varie vicende non ancora completate. L’istinto narrativo
è antico in noi quanto il desiderio di conoscenza, è il modo
privilegiato per attribuire significati (Smorti, 1994).
Questa
definizione di narrazione è molto estesa e, anche se altri autori
ne restringono la portata, serve a rendere l’idea della molteplicità
delle sue manifestazioni nella vita quotidiana.
Altri
autori si riferiscono alle narrazioni come alla percezione di una sequenza
di eventi umani connessi in modo non casuale. Anche in questo caso disponiamo
di un significato assai vasto, coincidente con la percezione della durata
dell’esistere (Ricoeur, 1994).
Con
questa seconda definizione possono venire poste in rilievo alcune implicazioni:
a)
la prima è che la durata di una storia non consiste in una semplice
successione di fatti, ma in un legame tra i fatti che hanno tra loro somiglianze
e differenze, collegati da un processo trasformativo. La narrazione non
è un semplice contenitore di eventi, ma ha una sua organizzazione
interna (il legame tra i vari fatti raccontati);
b) la seconda risiede nel fatto che la sequenza di eventi è
tale in quanto viene "percepita"; e questo dipende dal punto di vista di
chi costruisce la storia o di chi la ascolta. In tal senso un semplice
oggetto, come ad esempio il vecchio baule della nonna, può "raccontare"
una storia per un osservatore, ad esempio il nipote, in quanto suggerisce
"una sequenza di eventi connessi in modo non casuale" orientata a un risultato
(una comunicazione efficace).
Questi
due elementi si riferiscono dunque a due aspetti diversi della narrazione:
il primo riguarda la struttura interna mentre il secondo riguarda la relazione,
la comunicazione.
In
campo clinico, Erving Polster (1987) suggerisce che la vita di ogni persona
può essere vista come un romanzo: la scoperta di tale analogia sarebbe
di per sé terapeutica. Polster, come Hillman (1984), vede la psicoterapia
come un processo estetico-artistico. Il terapeuta deve usare gli stessi
criteri selettivi e costruttivi che usa uno scrittore nel produrre una
storia, allo scopo di aiutare il cliente a "riscrivere" la sua biografia.
E’
in questo modo che all’interno del setting psicoterapeutico si produce
una storia di cui terapeuta e cliente costituiscono i co-narratori.
Molti
psicoterapeuti individuano nell’attività del narrarsi il fulcro
del processo terapeutico. Per questi, l’uomo costruisce e ricostruisce
i propri mondi narrandoli. Si può dire che essi abbiano scoperto
l’importanza fondamentale che il narrare riveste nella continua ridefinizione
di un’identità. La terapia viene così vista come un racconto,
come un romanzo, come un’opera d’arte.
Una
volta assunto che la narrazione può costituire un veicolo di cambiamento,
è lecito notare come ci siano narrazioni (modi di rappresentarsi)
più efficaci di altre, che spesso non è sufficiente un semplice
narrarsi per promuovere un cambiamento (White,
1992). Attualmente l’attenzione dei ricercatori e dei clinici è
tesa a comprendere in quale modo la narrazione produce dei cambiamenti,
"come" le storie curano e in quali circostanze un tipo di narrazione può
essere efficace.
Bibliografia
Brooks Peter, Trame.
Intenzionalità e progetto nel discorso narrativo, Einaudi, Torino,
1995.
Bruner Jerome, La mente
a più dimensioni, Laterza, Roma-Bari, 1988.
Smorti Andrea, Il pensiero
narrativo, Giunti, Firenze, 1994.
Polster Erving, Ogni
vita merita un romanzo, Astrolabio, Roma, 1987.
White Michael, La terapia
come narrazione, Roma, Astrolabio, 1992.
Ricoeur Paul , La vita:
un racconto in cerca di un narratore, in Filosofia e linguaggio,
Milano, Guerini e associati, 1994.
Hillman James, Le storie
che curano, Cortina, Milano, 1984.