Un progetto per favorire l’impresa sociale

Novello Cavazza

Presidente Fondazione Europa Occupazione

(pubblicato in: "Informazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria" n. 38 - 39, Roma settembre – dicembre 1999 gennaio aprile 2000, pp. 10 - 11)

 

 

La Fondazione Europa Occupazione da me presieduta, fondazione promossa e sostenuta dall’Ente Cassa di Risparmio di Roma, ha individuato nel settore della cooperazione sociale il principale ambito di intervento della propria attività istituzionale. Il suo scopo consiste nell’incentivare, favorire e diffondere l’idea di impresa sociale e la pratica di questo particolare tipo di imprenditoria, al fine di creare occupazione soprattutto per le fasce di soggetti più deboli e svantaggiati.

Quindi la nostra attività consiste nell’incentivare imprese no profit a favore dei soggetti più svantaggiati.

Ciò è un vero e proprio no-sense nella logica della c.d. imprenditoria "tradizionale" centrata sui profitti e sul mercato. Un mercato che vende e acquista, che ha potere di acquisto e che, va da sé, emargina, allontana, isola, proprio i soggetti più svantaggiati.

Perché una fondazione bancaria, che ricordiamo ha promosso una delle principali banche nazionali, la Banca di Roma, che a sua volta fonda la sua attività sull’imprenditoria tradizionale, cerca di promuovere una logica così contraddittoria con il "mondo" economico tradizionale?

Perché nella società si avverte sempre di più la necessità di muoversi, anche in ambito economico, al di fuori dei propri interessi personali, sia a livello di individuo, sia su quello aziendale?

Io credo che ciò stia avvenendo sempre di più in quanto si diffonde la consapevolezza che la vita di ciascuno di noi non si esaurisce sui bisogni c.d. primari. I quali soddisfatti rimandano sempre a qualcos’altro che prescinde da noi e che ci ricorda costantemente quell’altro simile a noi che tali bisogni non sempre riesce a soddisfare.

Questo processo di consapevolezza legato all’ambito economico, ovvero ai bisogni quotidiani, alle merci che acquistiamo per vivere, al lavoro che pratichiamo per acquistare quelle merci e all’identità che elaboriamo rispetto al lavoro che svolgiamo, tutto ciò credo possa trasformare profondamente ciascuno di noi. Non è infatti un "altruismo" sentito astrattamente e astrattamente legato ad un ideale "etico" del bene. E’ una pratica quotidiana legata alle attività quotidiane materiali dove il tempo di sentirsi "buoni" non c’è più. E’ un modo di essere che trasforma.

In che senso "l’impresa sociale" trasforma chi la pratica? L’impresa tradizionale centrata prevalentemente sul profitto fa emergere motivazioni "personali" abbastanza evidenti. In quella "sociale", dove l’obiettivo non è solo il benessere dell’imprenditore ma anche quello del cliente-utente, il benessere diventa ben-essere. Ovvero un modo diverso di stare nel mondo.

Chi fa solidarietà, chi si muove in un’ottica "sociale", è quindi arricchito di contenuti esistenziali che fanno splendere maggiormente il suo modo di essere, contribuendo a raccontare la natura stessa di "stare nel mondo".

Per questo deve "ringraziare" chi dà e non chi riceve. Il primo infatti riceve un bene preziosissimo: l’esperienza della donazione.


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