Ad un primo sguardo
il confronto tra il pensiero e l'azione terapeutica di Perls e Whitaker
sembra evidenziarne soprattutto le differenze e l'inconciliabilità
dei modi di pensare la psicoterapia e le relazioni umane. Perls sembra
privilegiare l'individuo, mettendo al centro del suo modello l'autorealizzazione,
l'individuazione, l'autosostegno: "io sono io e tu sei tu. Io faccio la
mia cosa e tu fai la tua cosa" mentre Whitaker sembra mettere l'enfasi
sul sistema, sul gruppo: "l'individuo non esiste". Dal sistema familiare
si passa a sistemi sempre più ampi: la famiglia estesa, la cerchia
dei parenti, gli amici e tutti quelli che hanno una relazione con il sottosistema
originario.
In terapia, Whitaker
tende ad utilizzare un linguaggio indiretto, un atteggiamento non direttivo,
e rivolge la sua attenzione al mondo del simbolico e dell'inconscio, Perls
tende invece a porre l'enfasi sulla consapevolezza e l'"essere in contatto",
utilizza un linguaggio esplicito e diretto, è iperdirettivo e "invadente".
Queste differenze
sono state tuttavia amplificate e cristallizzate a partire da una lettura
volta alla semplificazione e banalizzazione del pensiero di questi due
autori in modo tale che, all'insegna di una eccessiva attenzione rivolta
ad affermazioni volutamente provocatorie, si è spesso smarrita la
complessità sia dell'approccio gestaltico che della terapia simbolico-esperienziale.
In realtà, ad una lettura più attenta emerge, quasi in filigrana,
un terreno, uno spazio di convergenza che tocca il processo terapeutico
nei suoi aspetti sostanziali. Per esempio l'attenzione ai processi corporei
e al non verbale, all'esperienza attuale e al "qui ed ora" ed in particolare
al rilievo dato all'umanità, integrità e responsabilità
del terapeuta.
Perls e Whitaker: la dialettica
dell'esistenza
Un primo dato
che accomuna Whitaker e Perls è l'influenza su di loro di diversi
autori e scuole di pensiero. Entrambi psichiatri, si muovono inizialmente
all'interno di un'approccio psicodinamico e sono significativamente influenzati
dal pensiero di due grandi eretici della psicoanalisi: Otto Rank, ancora
oggi, specialmente in Italia, poco conosciuto, il quale evidenzia la centralità
nel processo terapeutico della relazione tra paziente e terapeuta e Wilhelm
Reich che mette al centro della sua ricerca i processi corporei ed energetici,
luoghi privilegiati per l'espressione dei conflitti emotivi.Inoltre, se
analizziamo le pubblicazioni di Whitaker e Perls che più si caratterizzano
in senso autobiografico, avvertiamo l'influenza che la filosofia e la psicologia
ad orientamento fenomenologico ed esistenziale hanno avuto sulla loro visione
della realtà. E' tangibile l'influenza di autori quali Kierkegaard,
Tillich, Buber, Binswanger, Camus.
La relazione
con colleghi quali Lawrence Kubie, Virginia Satir e Sheldon Kopp contribuiscono
ad un progressivo avvicinamento non solo da un punto di vista intellettuale
ma anche personale. Non siamo in grado di affermare che Whitaker e Perls
si conoscessero personalmente ma certamente sappiamo che Perls si riferisce
a Whitaker a proposito della "bellissima scoperta della parte di paziente
che c'è nel terapeuta" (Perls, 1969b, p. 97), così come Whitaker
fa riferimento alla Gestalt quando afferma che la terapia simbolico-esperienziale
è "una sorta di estrapolazione del vecchio modello della Gestalt
che includeva movimento del corpo, sensazione corporea e consapevolezza
più totale" (Whitaker, 1988 p. 64).
Se dalle note più propriamente
biografiche ci spostiamo poi ad analizzare il pensiero di Perls e Whitaker,
la risonanza tra questi due autori ci sembra francamente straordinaria,
nonostante la diversità degli ambiti professionali: Perls, infatti,
ha sempre svolto la sua professione in un contesto extra-istituzionale
con individui che presentavano problemi nevrotici mentre Whitaker si è
mosso prevalentemente in un ambito ospedaliero ed universitario lavorando
soprattutto con psicotici ed in particolare, negli ultimi 30 anni della
sua carriera, con le famiglie.
Come accennato
precedentemente, sembra forte per entrambi l'adesione ad un modello psicoterapeutico
orientato in senso umanistico-esistenziale: la sofferenza, il disagio,
la sintomatologia del paziente rimandano più propriamente alla condizione
umana. Il paziente fondamentalmente riporta in terapia la propria difficoltà
di vivere. All'interno di questo modello di riferimento, entrambi sembrano
sposare una visione dinamica e dialettica della condizione umana. L'uomo
è visto, all'interno di un'ottica olistica, come un organismo in
una continua tensione dialettica, sempre e costantemente oscillante tra
molteplici bisogni e spinte biologiche, psicologiche e sociali. In particolare
Perls, prendendo le mosse dal concetto di omeostasi inteso come una condizione
in continuo mutamento, mai statica, afferma che "tutta la vita è
caratterizzata da questo gioco costante di equilibrio e squilibrio all'interno
dell'organismo" (Perls, 1973 p.17). Ogni nuovo bisogno scuote l'equilibrio
preesistente per cui il processo omeostatico è sempre al lavoro.
La malattia insorge quando il processo omeostatico fallisce e l'organismo
rimane troppo a lungo in uno stato di squilibrio. Infatti la tendenza dell'organismo
è quella di autoregolarsi disciplinando l'emergenza dei diversi
bisogni attraverso un meccanismo di figura-sfondo. Il bisogno più
importante diventa la figura in primo piano mentre gli altri bisogni recedono
sullo sfondo. All'interno di questo processo di regolazione, tuttavia,
non c'è una reale inconciliabilità tra le diverse istanze
sia se pensiamo all'organismo umano in termini fisiologici che in termini
psicologici o sociali. Ad esempio se prendiamo in considerazione la polarità
contatto-ritiro, possiamo notare come entrambe queste modalità siano
fondamentali nel garantire la sopravvivenza biologica e psicologica dell'individuo.
Tuttavia, né il contatto né il ritiro sono di per sé
buoni o cattivi, sani o patologici in quanto la prevalenza di un bisogno
sull'altro è determinata dal fatto che l'organismo umano si può
sviluppare unicamente in relazione all'ambiente. Ciò significa che
un bisogno tende a prevalere in relazione alla situazione in atto.
L'organismo si
relaziona ed interagisce con l'ambiente all'insegna della reciprocità
e dell'opposizione dialettica: "l'intero campo organismo/ambiente è
una unità differenziata dialetticamente. E' differenziata biologicamente
in organismo e ambiente, psicologicamente in sé e l'altro, moralmente
in egoismo ed altruismo, scientificamente in soggetto ed oggetto, ecc"
(op. cit. 1973 p. 32). In contrasto con i fautori di una concezione dualistica
dell'uomo che vedono questi processi operare come forze contrapposte tese
a frammentare l'individuo, Perls coglie la fondamentale globalità
ed unitarietà dell'esistenza che si esprime attraverso una dinamica
armonia di contrari. Per dirla con Eraclito: "ciò che contrasta
concorre e da elementi che discordano si ha la più bella armonia"
(framm. 24). Qualsiasi evento non può essere compreso se non all'interno
di polarità in continua interazione. Si tratta, come sostiene Perls,
di diventare ambidestri per poter vedere i poli di ogni evento: "è
necessario che ci sia un ritmo tra luce ed oscurità ... la destra
non esiste senza la sinistra" (Perls, 1969a p. 25).
Anche per Whitaker
l'aspetto centrale dell'esistenza è la sua natura dialettica e dinamica.
Contrazione-espansione, contatto-ritiro, vita-morte. E' questo il ritmo
della natura stessa in tutte le sue espressioni. Per l'uomo tutto ciò
è decisamente insopportabile. La consapevolezza della morte trasforma
questa oscillazione, questo ritmo in un vero e proprio incubo rendendo
assurda la nostra vita. Il dilemma dell'esistenza, secondo Whitaker, spinge
l'uomo: "a cercare una soluzione alla vita come se si trattasse di un problema"
(Whitaker, 1989 p. 70). In realtà, le diverse dialettiche: appartenenza-individuazione,
amore-odio, maschile-femminile, individuo-società, ruolo-persona,
emisfero destro-emisfero sinistro, etc., non ammettono scelta finale ma
una "continua oscillazione che non è mai risolvibile ma solo continuamente
amplificabile ... il concetto di dialettica evidenzia la necessità
di potenziare entrambe le qualità" (op. cit. 1989, p. 126). Così
per ogni organismo biologico e psicologico, sia esso l'individuo, la famiglia,
la società, lo stato di salute "è una condizione di perpetuo
divenire, non si arriva mai veramente alla meta né si completa il
viaggio" (op. cit. 1988, p. 150).
Si tratta, in
altri termini, di immaginare l'uomo in uno stato di continuo movimento
all'interno di territori discrepanti. I problemi nascono nel momento in
cui cerchiamo di trovare delle "soluzioni" di fronte a queste diverse istanze.
Preferiamo entrare in conflitto con il nostro stesso conflitto nel tentativo
di identificarci con uno dei due poli con l'esclusione o la negazione dell'altro
piuttosto che accettare l'idea che "questa lotta è una dialettica
da vivere, non da risolvere; che è fondamentale per la nostra esistenza"
(op. cit. 1988 p. 125). Del resto questa modalità fobica di approcciare
ai problemi propri dell'esistenza viene alimentata e rinforzata dalla stessa
psicoterapia quando, come accade molto spesso, sembra dimenticare che "l'unica
terapia è la vita reale: il paziente deve imparare a vivere con
la sua scissione, con il suo conflitto, con la sua ambivalenza, che nessuna
terapia può eliminare poiché, se lo facesse, porterebbe via
con sé la vera fonte della vita" (Rank, 1947 p. 206).
La nostra vita
è realmente assurda, paradossale, folle. Siamo responsabili della
nostra vita senza averne un reale controllo; nonostante la natura arbitraria,
mutevole dell'esistenza dobbiamo prendere decisioni come se sapessimo cosa
fare. Non possiamo evitare di muoverci costantemente verso la crescita,
l'integrazione, la maturità per poi invecchiare e morire; desideriamo
l'intimità dell'appartenenza per poi essere terrorizzati dalla paura
di essere risucchiati, di perdere la nostra libertà; vogliamo essere
autonomi, indipendenti, autosufficienti per poi sentirne tutta la solitudine,
l'isolamento. Desideriamo vivere e quindi morire e viviamo nel terrore
sia della vita che della morte; avvertiamo la pazzia del mondo, i rischi
dell'adattamento e della schiavitù sociale ma l'unica alternativa
è la pazzia nel tentativo di vivere all'altezza della nostra immagine
del mondo. Durante il giorno tentiamo di essere razionali, lucidi, illudendoci
che le nostre idee e pensieri guidino il nostro comportamento, mentre di
notte, quando dormiamo, siamo degli schizofrenici guidati dal nostro sé
psicotico.
In particolare,
sia Whitaker che Perls evidenziano una antinomia, a loro avviso, particolarmente
problematica tra individuo e società.
Come individuo
sperimento fantasie, desideri e sentimenti che costantemente entrano in
conflitto con le aspettative, le richieste della società e al tempo
stesso sento il desiderio di appartenere, di far parte, di essere integrato,
accolto nel mondo, nel gruppo.
La società dal canto suo,
pur essendo composta da individui, è un sistema che si comporta
in modo diverso dalla semplice somma delle parti, presentando, quindi,
un funzionamento non sempre compatibile con le esigenze del singolo.
Secondo Perls
viviamo in una società folle che tende a produrre individui nevrotici,
anche se la sofferenza psichica non è attribuibile tout-court alla
società, in quanto individuo e ambiente fanno parte di uno stesso
campo, sono entrambi elementi di un intero. Resta l'evidenza delle difficoltà
del singolo individuo nel momento in cui i bisogni sociali ed individuali
entrano in conflitto. Se un individuo asseconda la società "diventa
malato in certi riguardi ... ma se non la asseconda, diventa demente, perché
la nostra è l'unica società che c'è. Ecco il dilemma"
(Simmons, 1988 p. 204).
Anche per Whitaker
la società appare folle nelle sue richieste. L'individuo è
spesso schiacciato dai lacci soffocanti e dagli stereotipi imposti dalla
cultura che accetta solo alcuni modi di essere. La patologia è per
Whitaker un tentativo disperato dell'individuo per non essere del tutto
annullato dalla società: "il suo sistema delirante e le sue allucinazioni
sono la conseguenza diretta di questa battaglia contro la sua situazione
esistenziale e contro lo stress che deve sopportare per non diventare una
non-persona, una specie di automa sociale" (op. cit. 1989 p. 68).
L'alternativa
che Whitaker e Perls propongono, alla follia o ad un'iperadattamento altrettanto
folle e distruttivo, è rappresentata dal tentativo di integrare
le diverse componenti ed antinomie. Tuttavia, nella vita come nella terapia
l'integrazione delle polarità, del cast dei personaggi che dimorano
nell'animo umano non è un percorso esente da rischi, dolore o cadute.
E' anzi costellato da errori, contraddizioni, lacerazioni, disadattamento.
Nondimeno è possibile avvertire nel pensiero di questi due autori
un sentimento di ottimismo e di fiducia verso le potenzialità di
crescita e di integrazione emotiva che caratterizzano il percorso maturativo
dell'uomo.
La fiducia che
Whitaker e Perls sembrano provare per il genere umano non appare, tuttavia,
della stessa pasta di coloro che aderiscono ai miti dello sviluppo, del
progresso, dell'autorealizzazione obbligatoria che spesso sembrano permeare
la nostra cultura ed in particolare la cultura psicologica.
Secondo Perls,
che è stato considerato, a torto, uno dei profeti della moderna
cultura edonistica, imbevuta di narcisismo e spontaneismo, siamo entrati
nell'epoca degli "accensori, di quelli che, come se si trattasse di premere
un bottone, promettono guarigioni istantanee, consapevolezza sensoriale
istantanea" (op. cit. 1969a p. 9). In un altro testo, a proposito del concetto
di autorealizzazione, afferma che: "realizzazione di sé è
un termine limitato. E' stato glorificato e distorto ... da molti psicologi
umanisti" (op. cit. 1969b p. 18). L'individuo, come abbiamo detto, non
è una monade, una cosa in sé ma esiste in relazione all'ambiente,
al diverso da sé, all'altro. In effetti, come già sembra
intuire Perls alla fine degli anni '60, ai vecchi miti e condizionamenti
culturali che esigevano l'annullamento dell'individuo a vantaggio della
società si sono sostituiti, oggi, nuovi miti che esaltano la dimensione
individuale all'insegna di valori quali giovinezza, competitività,
produttività, autosufficienza ed edonismo (cfr. Morelli, 1992).
Anche Whitaker
ritiene che siamo immersi in una cultura narcisistica e disperata che premia
"l'abilità delle persone a vivere come individui solitari capaci
di autocorreggere lo stress" (op. cit. 1989 p. 97). Nasce così,
dopo la generazione del noi la generazione del me o ancor
meglio dell'anti-noi: "una specie di espressione metaforica del
delirio psicoanalitico che una sufficiente consapevolezza di sé
ed una adeguata possibilità di esprimere se stessi avrebbero consentito
a tutti di raggiungere la maturità, la felicità e una vita
piena" (op. cit. 1989 p.122) e che invece sembra aver prodotto, a causa
dell'isolamento che ne è seguito "una violenta reazione che si esprime
nella frenetica ricerca di salute, di esercizio fisico e di cure mediche"
(op. cit. 1989 p. 123).
Anche la comunità
psicologica, che sembra aver perso ogni funzione di critica sociale, non
appare affatto estranea a questo processo. Se ci è consentita una
nota personale, abbiamo l'impressione che in questo momento diversi orientamenti
e scuole di psicoterapia sembrano distributori di gioia di vivere, pensiero
positivo, orgasmi simultanei, ottimismo e creatività a buon mercato,
con il risultato di creare nuovi disagi, nuovi sentimenti di inadeguatezza:
"la fantasia della crescita, la fantasia della persona sempre in espansione,
sempre in evoluzione ... non tiene alcun conto dell'immutabilità.
Questa fantasia che è alimentata da terapie di vario genere a lungo
andare non ottiene altro che far sentire le persone sempre più dei
falliti" (Hillman e Ventura, 1992 p. 20).
La terapia: diventare ciò
che siamo
Alla luce di quanto detto, le riflessioni
di Whitaker e Perls circa il significato e le funzioni della psicoterapia,
sembrano volte a restituire all'agire terapeutico una dimensione più
propriamente umanistica.
Per entrambi,
la psicoterapia non ha la funzione di assecondare il mandato sociale che
prescrive al terapeuta di riabilitare e riadattare i membri malati o devianti
della società. Non si tratta di rendere funzionale il paziente,
di aiutarlo a "farcela", di renderlo in grado di tenere sotto controllo
comportamenti, pensieri, bisogni, in altre parole, la sua psiche, la sua
anima. Non è compito del terapeuta aiutare il paziente a perfezionare
la sua nevrosi cercando di sostenere il gioco distruttivo dell'automiglioramento,
del cambiamento intenzionale e programmato che molto spesso è alla
base della richiesta di terapia attraverso interpretazioni, consigli, sostegno,
accettazione incondizionata. La terapia non ha il compito di sostenere
la fantasia, spesso reciproca, che il terapeuta possegga i valori "giusti",
sia onnipotente, saggio, "risolto", in grado di fornire al paziente un
modello con cui identificarsi o essere il genitore buono e comprensivo
che il paziente non ha mai avuto, né tantomeno di fornire informazione,
educazione, conoscenza con il risultato di rendere il paziente passivo,
inetto, impotente, inadeguato o, quantomeno, di alimentare la fantasia
che la conoscenza o l'apprendimento di nuove tecniche di comunicazione
possano essere di qualche aiuto.
Ma allora a che
cosa serve la terapia? Qual è il suo scopo? Se la terapia viene
spogliata delle sue funzioni riabilitative e risocializzanti, di risposta
alle richieste di aiuto, se non si tratta di dar sollievo ai sintomi o
all'ansia del paziente, se il progresso, il miglioramento non sono indici
di salute e di efficacia terapeutica, allora cosa rimane?
Secondo Perls
e Whitaker questi interrogativi evidenziano un vizio di fondo, prendono
spunto da presupposti per certi versi fuorvianti. Infatti, l'assunto di
base su cui poggiano queste domande ruota intorno alla fantasia, spesso
condivisa da entrambi i protagonisti del setting terapeutico, che la terapia
si definisca tale in quanto serve a qualcosa, provoca cambiamenti, ha uno
scopo, un fine.
Sulla base di
questo assunto, il materiale che il paziente presenta in terapia - sintomi,
comportamenti, sentimenti, fantasie, eccentricità - deve essere
passato al setaccio, filtrato e depurato delle sue scorie per poter essere
riciclato, trasformato in qualcosa di utile, migliore, diverso, nuovo.
Nella nostra società dinamica, efficiente, attiva e in continua
evoluzione non c'è spazio per l'esistente, per ciò che una
persona è, per tutto quello che non può essere utilizzato,
consumato, scambiato. Si va in terapia, quantomeno ad un primo livello,
per guarire dai residui di umanità, per eliminare le nostre imperfezioni,
i nostri limiti, per guarire dalla nostra impotenza, dalla nostra disperazione,
dal fatto di avere una psiche, un'anima. Dovrei essere.., non sono abbastanza..,
se fossi diverso...,etc.
Secondo Whitaker
è proprio la costante tensione verso uno scopo, caratteristica della
nostra cultura così orientata sull'agire, sul modificare, "la malattia
più diffusa nella nostra società" (op. cit. 1989 p. 75).
Il nostro continuo impegno a fare ed agire sembra un modo per impedirci
di essere "se ci si dà abbastanza da fare non si è
obbligati ad essere qualcuno. Si può cercare con sempre maggiore
impegno, di diventare qualcosa di diverso da quello che si è: sempre
migliori, sempre più potenti, sempre più simili a qualcun
altro e sempre meno simili a ciò che in passato abbiamo scoperto
di essere" (op. cit. 1989 p. 69).
Anche Perls sottolinea
che l'orientamento verso uno scopo, ricercato al di fuori della relazione
organismo-ambiente, ci porta inevitabilmente in una condizione di conflitto
e scissione: "ogni individuo, ogni pianta, ogni animale ha solo uno scopo
... realizzarsi per quel che è. Una rosa è una rosa, è
una rosa. La rosa non ha nessuna intenzione di realizzarsi come canguro"
(op. cit. 1969a p. 39). Secondo Perls questo è un punto fondamentale.
La costante tensione verso la realizzazione della propria immagine, la
ricerca di un cambiamento intenzionale di noi stessi o degli altri comportano
"la frantumazione, i conflitti, la disperazione non avvertita della gente
di carta" (op. cit. 1969b p. 21).
Da quanto detto
si comincia forse ad intuire come l'approccio al disagio psichico di Whitaker
e Perls cerchi di sottrarsi ad una impostazione culturale, ideologica e
psicologica che interpreta ciò che siamo come la malattia da curare
ed il cambiamento, quale che sia, come una condizione di salute. Secondo
questi due autori la funzione della terapia, per usare un'espressione di
Hillman, è quella di fare anima, di aiutare il terapeuta
e il paziente a diventare quello che sono. E' in tal senso una reciproca
cura dell'anima, un tentativo di restituire umanità e dignità
alla nostra esistenza.
Ma cosa significa
concretamente "fare anima", diventare ciò che sono? Fare anima,
nel comune sentire di Whitaker e Perls, significa creare un luogo, uno
spazio di espressione e di integrazione di ciò che è veramente
importante per l'uomo, di tutte le esperienze che danno valore, significato,
pathos alla nostra vita e grazie alle quali probabilmente viviamo: "la
psicologia tratta dell'unica materia di interesse universale per gli esseri
umani: noi stessi e gli altri" (Perls, 1973 p. 1).
Secondo Whitaker,
tutti gli esseri umani hanno "una ricca e spumeggiante vita interiore di
impulsi. Tutti abbiamo pensieri omicidi, tutti lottiamo con impulsi suicidi,
tutti abbiamo fantasie incestuose, tutti siamo terrorizzati dal concetto
di morte. Non riuscire ad affrontare questi semplici fatti della vita significa
tagliar fuori buona parte della nostra umanità" (op. cit. 1988 p.
63).
I temi universali:
sessualità, intimità, aggressività, malattia, dolore,
pazzia, morte, rappresentano la struttura, la base su cui poggia la nostra
vita ma, forse proprio per la loro importanza, sono relegati sullo sfondo,
resi patologici dalla fantasia distruttiva che la vita debba essere indolore,
facile, piacevole, priva di conflitti come ci propongono le vecchie e nuove
mitologie culturali e familiari.
Come abbiamo
detto, a proposito della tensione a cui l'uomo è sottoposto nel
confrontarsi con le diverse dialettiche che lo accompagnano e lo scuotono,
novello Sisifo, nel corso di tutta la sua esistenza, la mancanza di uno
spazio per l'espressione e l'integrazione delle diverse polarità
dell'esistenza ci getta in una condizione di scissione e di frammentazione.
E' possibile comprendere, a questo punto, l'importanza, nell'agire terapeutico
di Whitaker e Perls, dei concetti di espressione ed integrazione.
Cerchiamo ora
di analizzare questi principi terapeutici in modo più approfondito.
Naturalmente, non intendiamo in questa sede riassumere il complesso ed
articolato insieme di strumenti e tecniche su cui si basano i modelli di
Whitaker e Perls, quanto cercare di cogliere i principi terapeutici più
significativi che sottendono l'agire terapeutico di questi due autori.
I principi terapeutici della terapia
della Gestalt
La terapia della
Gestalt si caratterizza come un approccio esperienziale piuttosto che verbale
o interpretativo. Il materiale, i sintomi, i vissuti, in una parola i problemi
che il paziente presenta in terapia, anche se possono essere determinati
da eventi, traumi, esperienze che appartengono al passato e alle vicissitudini
storiche del paziente, sono rilevanti solo nella misura in cui interferiscono
con la realtà attuale, limitano le esperienze e le relazioni del
paziente stesso. E' necessario quindi, secondo Perls, che la terapia sia
orientata, in senso esperienziale, esclusivamente sul presente, sul qui
ed ora. L'attenzione va diretta all'attualità intesa nella sua dimensione
temporale, spaziale e sostanziale. In altri termini si chiede al paziente,
ma anche al terapeuta, di essere in questo posto, in questo momento e di
rivolgere l'attenzione a quanto succede: "chiediamo al paziente di diventare
consapevole dei suoi gesti, della sua respirazione, delle sue emozioni,
della sua voce, delle sue espressioni facciali, nonché dei suoi
pensieri pressanti" (op. cit. 1973 p. 65).
L'orientamento
sul presente, sull'esperienza, su quanto il paziente sperimenta di se stesso
da un punto di vista corporeo, emotivo, immaginativo, da una parte tende
a limitare e minimizzare l'influenza di razionalizzazioni, credenze, rappresentazioni
di ruoli stereotipati e dall'altra permette l'espressione attiva di qualsiasi
materiale presentato, sia esso un sintomo, un sogno, un ricordo. Quanto
emerge non va interpretato, modificato, né vanno cercate le cause
sottostanti: semplicemente viene data voce, valore, diritto di esistenza
ad ogni aspetto esistenziale che il paziente porta in terapia. Se il paziente
presenta un sintomo il terapeuta può chiedergli di provare ad identificarsi
con il sintomo, dargli voce, intensificarlo, permettergli di esprimere
il suo messaggio per il paziente stesso. In questo modo è anche
possibile attivare in modo psicodrammatico le diverse sottopersonalità,
le diverse polarità. Il paziente, ad esempio, identificandosi e
dando voce alle diverse parti di un sogno, potrà, dopo una fase
di espressione e spesso di scontro, conflitto, contrapposizione tra i diversi
personaggi, ruoli e figure che sono rappresentate nel sogno, recuperare,
reintegrare le diverse parti di sé precedentemente scisse o alienate.
L'integrazione,
tuttavia, non è né facile né indolore. Il paziente,
infatti, si scinde, aliena aspetti della sua personalità proprio
per evitare la sofferenza, la responsabilità, il prezzo di essere
come è. Assume ruoli fittizi: il bravo ragazzo, la moglie perfetta,
etc., per essere amato, per non incorrere nella disapprovazione, per evitare
le aspettative catastrofiche che immagina si verificherebbero a causa del
suo comportamento non adattato. Il risultato di questa fuga da se stesso
è la nevrosi, la psicosi, ma anche la rigidità emotiva, l'adattamento
passivo e conformista alla società. Fuggendo da se stesso, rendendosi
inconsapevole, cercando il sostegno ambientale, manipolando se stesso e
gli altri, evitando la responsabilità dei propri atti, cerca di
evitare il dolore del vivere: "nutriamo tutta una serie di aspettative
catastrofiche [...] con le quali ci impediamo di vivere, di essere [...]
queste fantasie ci impediscono di assumerci quei ragionevoli rischi che
sono parte integrante della crescita e della vita" (op. cit. 1969a p. 47).
Diventa comprensibile, quindi, secondo Perls, la difficoltà di riconoscere,
contattare ed integrare i nostri sentimenti, le nostre diverse anime, in
quanto l'assunzione della responsabilità della propria vita non
rappresenta un'altra e migliore soluzione rispetto alle difficoltà
dell'esistenza né garantisce necessariamente felicità, soddisfazioni,
migliori relazioni con gli altri. In tal senso la terapia della Gestalt,
secondo Perls, non si interessa minimamente di fornire conforto, consolazioni,
sicurezze, risposte esistenziali né tantomeno di aiutare il paziente
ad essere più efficiente o a fare la "cosa giusta", quanto di favorire
una maggiore adesione e adattamento del paziente a se stesso, con i suoi
limiti e possibilità, promuovendone la capacità di autosostenersi
e di essere reale. E' questo un punto molto importante in quanto l'orientamento
verso una maggiore adesione a se stessi non viene inteso da Perls come
una sorta di negazione della relazione con l'ambiente o con l'altro quanto
piuttosto un fondamentale prerequisito per poter contattare il mondo esterno
sulla base di bisogni e modalità sentiti e riconosciuti come propri.
Secondo Perls questo processo è possibile nel momento in cui il
paziente è disposto a ricollocarsi al centro della propria esistenza,
recuperando il potere su se stesso e sui propri comportamenti ivi compresi
gli aspetti disarmonici e contraddittori: "se ti assumi la responsabilità
di quello che stai facendo, del modo in cui produci i tuoi sintomi, del
modo in cui produci la tua malattia, del modo in cui produci la tua esistenza
- al momento stesso in cui entri in contatto con te stesso - allora ha
inizio la crescita, ha inizio l'integrazione" (op. cit. 1969a p. 186).
Assumersi la
responsabilità della propria vita significa dare a se stessi la
possibilità di perdonarsi per la propria imperfezione e, perché
no, di gioire, sorridere dei propri difetti ed errori: "amo tutti gli incontri
imperfetti di bersaglio e freccia che mancano il centro a sinistra e a
destra, sopra e sotto. Amo tutti i tentativi che falliscono in mille modi
diversi ... amico non aver paura dei tuoi errori. Gli errori non sono peccati.
Gli errori sono modi di fare qualcosa di diverso, forse nuovo in senso
creativo. Amico non pentirti dei tuoi errori. Siine fiero. Hai avuto il
coraggio di dare qualcosa di te stesso" (op. cit. 1969b p. 103)
Nel concludere
la nostra disamina dei principi terapeutici sui quali si fonda la terapia
della Gestalt non possiamo omettere un aspetto, a nostro avviso, estremamente
importante.
Al fine di promuovere
la capacità del paziente di far fronte allo stress a cui è
sottoposto costantemente nel corso della sua esistenza, la terapia della
Gestalt tende ad intensificare piuttosto che ridurre l'ansia, lo stress,
le frustrazioni. Si tratta, in altri termini, di favorire il contatto del
paziente con tutte quelle esperienze, interne ed esterne, sgradevoli, ansiogene
e dolorose che tende ad evitare e sfuggire. Si tratta di portare il paziente
dentro la ferita, dove fa più male, piuttosto che consolarlo sostenendo
la fantasia che ci possa essere qualcuno al mondo in grado di aiutarlo,
prendersi cura di lui, lenire la sua ferita: "quello che noi vogliamo fornire
è un luogo in cui il paziente possa desiderare sempre più
di sperimentare cose sgradevoli, come l'ansia. Quando la evita lo riportiamo
indietro restando con lui" (Perls e Baumgardner, 1975 p. 47).
E' questo l'aspetto
più delicato della terapia. Il paziente, allo stesso modo del neonato
che alla nascita non sa respirare da solo, deve attivare le proprie risorse
se vuole imparare a respirare, se vuole vivere. In tal senso la frustrazione,
la non-rassicurazione da parte del terapeuta intendono favorire una risposta
personale da parte del paziente: "senza frustrazione non c'è alcun
bisogno, nessuna ragione di mobilitare le proprie risorse, di scoprire
che potresti essere capace di fare qualcosa da solo" (op. cit. 1969a p.
40).
I principi terapeutici della terapia
simbolico-esperienziale
L'approccio simbolico-esperienziale
di Whitaker rappresenta l'evoluzione della originaria psicoterapia esperienziale
non razionale, un modello messo a punto da Whitaker in collaborazione
con Malone intorno alla metà degli anni '50 quando ancora lavorava
con pazienti individuali. In effetti la maggior parte dei successivi principi
terapeutici sono già presenti in questo primo modello.
La terapia simbolico-esperienziale
è un approccio a carattere esperienziale volto all'espressione e
all'integrazione, nel corso del processo terapeutico, dei sentimenti e
delle esperienze che il paziente presenta, sia esso un individuo, una coppia,
una famiglia.
Anche Whitaker,
come Perls, attribuisce valore all'espressione di sentimenti, fantasie,
pensieri, impliciti o espliciti, presenti nel mondo soggettivo del paziente
e del terapeuta. La terapia è per Whitaker uno spazio di espressione
del mondo pulsionale ed immaginativo. Un luogo dove sia possibile mettere
in scena quelle correnti emotive che sono alla base dei rapporti umani,
guidano il nostro comportamento e sono temute per la loro intensità:
"affrontando gli impulsi, possiamo cominciare ad integrarli anziché
preservarli intatti con l'isolamento. I tentativi di negare ed isolare
gli impulsi servono ad intensificarli, spesso fino al punto da rendere
la loro espressione esplosiva e incontrollata" (op. cit. 1988 p.65).
Nel definire
il processo terapeutico Whitaker mette l'enfasi sul qui ed ora e sul presente.
Nella terapia simbolico-esperienziale l'interpretazione, l'insight, i metodi
analitici di esplorazione del passato sono visti come modalità collusive
per evitare l'ansia, ridurre la temperatura emotiva dell'incontro, proteggersi
dalla possibilità che avvenga qualcosa di significativo, ostacolare
il processo terapeutico e quindi la crescita e l'integrazione emotiva nel
presente sia del paziente che del terapeuta: "il presente è la parte
più delicata del tempo, quella che di solito viene evitata ... condividere
lo stesso ricordo è una recita, non un'esperienza. Condividere ricordi
non è un modo di partecipare se stessi ma solo un sistema per evitare
di essere ciò che siamo, parlando di ciò che eravamo, di
quando eravamo, e di cose che sappiamo già" (op. cit. 1989 p. 206).
Quando una terapia si focalizza esclusivamente sul processo verbale, sul
parlare intorno a qualcosa, si trasforma ciò che è vivo in
una cosa morta, non si favorisce alcun tipo di intimità né
tantomeno una relazione autentica e reale: "fare qualcosa insieme agli
altri - che si tratti di esercizi intellettuali, di giochi psicologici
o balletti verbali - mantiene i nostri ruoli ad un livello piuttosto superficiale"
(op. cit. 1989 p. 84).
Secondo Whitaker
l'obiettivo della terapia simbolico-esperienziale è quello di cercare
di liberarsi del passato e del futuro "buoni o cattivi che siano per cominciare
semplicemente ad essere. Questo significa imparare a sviluppare la propria
capacità di vivere, di essere una persona, di essere quel che si
è in qualunque luogo e in qualunque momento" (op. cit. 1989 p. 72).
Tuttavia, diventare una persona, essere quel che si è, anche per
Whitaker non è un processo piacevole, facile. E' un pò come
gettare dell'alcool su una ferita aperta. E' molto doloroso. Nel corso
della terapia il paziente, man mano che inizia a "sentirsi", ad entrare
in contatto con la propria esistenza, con i propri sentimenti e desideri
autentici, incontra inevitabilmente la sofferenza per la sua reale solitudine,
per la sua reale impotenza, per la disperazione, altrettanto reale e sentita,
di essere diventato una non-persona, per aver sacrificato, buttato via
e mortificato la propria vita, le proprie aspirazioni nella delirante fantasia
di poter salvare il mondo, la mamma, la famiglia, se stesso. Tuttavia,
l'esperienza di toccare le proprie ferite e cicatrici, rappresenta un importante
momento di crescita. Infatti, è proprio il nostro tentativo di evitare
il concreto dolore del vivere e gli inevitabili conflitti che ci getta
in una profonda disperazione. Whitaker ritiene profondamente distruttiva
la fantasia che si possa vivere senza sofferenza, crescere senza sentire
la dolorosa perdita dell'illusione che Babbo Natale esista veramente: "penso
che la vita senza sofferenza sia come una tossicodipendenza e che la fantasia
di felicità perpetua sia come il delirio di fusione" (Whitaker,
1984 p. 22).
In tal senso
la terapia simbolico-esperienziale si fonda su principi estremamente semplici:
restituire al paziente la responsabilità della propria vita, la
capacità di fornirsi del necessario autosostegno e, soprattutto,
restituirgli "quel potere che gli appartiene e che in qualche modo ha gettato
alle ortiche [...] restituirgli il potere di sopravvivere e di vivere,
di essere creativo a dispetto del suo dolore e della sua impotenza [...]
aiutarlo a sviluppare il suo io sono" (op. cit. 1989 p. 232).
Il tentativo
di muoversi in questa direzione richiede che il terapeuta cerchi di intensificare
lo stress oltre il livello di tolleranza del paziente, ignori il progresso,
il cambiamento di primo grado, si trattenga dall'aiutare e sostenere il
paziente cercando di alleviarne le sofferenze e i sintomi: "voglio che
imparino non solo a tollerare ma anche a godere dell'ansia e della sofferenza
che rendono reale la vita. La scelta spesso si riduce o a diventare insensibili
o a sperimentare sia il tormento sia la gioia. Voglio che siano in grado
di prendere in considerazione l'esperienza di vivere" (op. cit. 1988 p.
158).
Whitaker, come
Perls, utilizza in terapia bellissimi "trucchi", tecniche, modi per inquinare,
interferire con i copioni, con i potenti miti familiari ed individuali.
Su questo aspetto, tuttavia, rimandiamo ad una lettura più specifica
degli scritti di Whitaker. Quello che ci preme sottolineare in questa sede
è piuttosto un punto a cui Whitaker dà molta importanza:
la non assunzione da parte del terapeuta delle responsabilità che
competono ai pazienti evitando, al tempo stesso, di fornire loro sostegno
e aiuto.
Quando il terapeuta
si sostituisce al paziente, cercando di aiutarlo nel muovere i suoi passi,
in realtà "evita la formazione della perla" (op. cit. 1984 p. 48),
indebolisce le sue risorse, le sue capacità, il suo potere e al
contempo lo rende inetto, impotente e dipendente. Se, viceversa, sopporta
l'ansia, il conflitto, la tensione dell'incontro reale, tollera l'aumento
della temperatura emotiva, non si rifugia nel suo armamentario di tecniche
e di teorie, riesce ad assumersi la propria responsabilità personale
senza far dipendere la propria autostima dall'approvazione dal paziente,
allora sarà forse possibile fornire un autentico sostegno ed aiuto
ai pazienti nel loro tentativo di diventare persone reali: "in realtà
l'intera faccenda di aiutarli è terrificante. E' avvilente cercare
di aiutarli, perché ciò sembra indicare che il proprio modo
di vivere sia superiore al loro [...] sto attento a qualsiasi tentativo
da parte loro di delegare la responsabilità per la loro vita. E'
la loro partita non la mia. La mia responsabilità consiste nello
spingerli ad accettare la propria responsabilità per il loro modo
di vivere" (op. cit. 1988 p. 33).
Il terapeuta e la relazione terapeutica
Un capitolo a
parte merita la figura del terapeuta, che assume, nell'interazione con
il paziente, un grande rilievo ai fini del processo terapeutico. Sia per
Whitaker che per Perls la relazione terapeutica, il rapporto interpersonale
è al centro della dinamica terapeutica. La terapia, infatti, ruota
intorno a persone e relazioni non ad interventi tecnici o ad astrazioni
teoriche. Teoria e tecniche "prendono vita e forma soltanto quando sono
filtrate attraverso la persona del terapeuta" (Whitaker, op. cit. 1988
p. 30). Le conoscenze teoriche, l'apprendimento di tecniche rivestono,
eventualmente, una certa importanza per il terapeuta dilettante che ha
bisogno di una struttura protettiva, difensiva in grado di fornirgli la
necessaria sicurezza per poter intraprendere il difficile viaggio nel proprio
e nell'altrui mondo emotivo. Resta il fatto che la tecnica "è un
trucco, un gioco di prestigio che dovrebbe essere impiegato soli in casi
estremi" (Perls, op. cit. 1969a p. 9), mentre il sapere qualcosa intorno
alla terapia (la teoria) può essere utile esclusivamente per poter
interpretare un ruolo.
Nessuna teoria,
tecnica o conoscenza è di qualche aiuto nel favorire la crescita
personale e il tentativo da parte del terapeuta di diventare una persona.
La crescita emotiva è possibile solo come risultato dell'esperienza:
"niente che valga la pena di sapere può essere insegnato" (Whitaker,
op. cit. 1988 p. 69).
Quando si parla
di esperienza ci si riferisce soprattutto alla possibilità di fare
esperienza di se stessi. Posso comprendere l'altro, i suoi tormenti, le
sue pene solo se sento, scopro, vedo tutto ciò dentro di me. Di
conseguenza per poter fare terapia è necessario sviluppare e mantenere
un costante rapporto con il proprio mondo interiore. Se è vero che
il principale, se non l'unico, strumento terapeutico a disposizione del
terapeuta è se stesso e quindi i propri impulsi e desideri, fantasie
ed intuizioni, valori ed orientamenti, è necessario un lungo e faticoso
addestramento, una costante disciplina ed attenzione per poter passare
dal fare terapia all'essere un terapeuta.
Perls, nei suoi
scritti, non dedica molto spazio alla figura del terapeuta in quanto ciò
che afferma rispetto ai problemi e ai conflitti del paziente è parimenti
valido per il terapeuta. Nei suoi corsi, seminari, laboratori per professionisti
della salute mentale l'attenzione era posta quasi esclusivamente sul fare
esperienza diretta di se stessi e quindi dei propri comportamenti, sintomi,
paure, fantasie. Si cercava, piuttosto che insegnare la terapia, di favorire
la scoperta di quanta parte di paziente c'era in ogni terapeuta. Non era
concepibile che si potesse fare terapia senza essere passati e passare
continuamente per il proprio nucleo nevrotico. E' questo, secondo Perls,
un processo senza fine: il terapeuta si trova costantemente in terapia
o, se si vuole, in auto terapia.
I principi terapeutici
della terapia della Gestalt investono in prima persona il terapeuta. Essere
qui ed ora, in contatto con i propri sentimenti, consapevoli e responsabili
delle proprie scelte, dei propri comportamenti, in una parola della propria
vita, sono principi privi di significato se non appartengono all'esperienza
personale e direi esistenziale del terapeuta. Si fa terapia principalmente
per riuscire ad aiutare, sopportare e consolare quella persona talvolta
fragile, talvolta dispotica con cui dovrò passare il resto della
mia vita. Volendo citare il titolo dell'autobiografia di Perls, si tratta
letteralmente di andare "dentro e fuori il bidone della spazzatura".
In fondo qualsiasi
terapeuta che immagina o accetta di interpretare il ruolo del salvatore,
di colui che aiuta, guarisce - "sto solo cercando di aiutarti" - sta ingannando
il paziente o nel migliore dei casi ingannando se stesso.
Si fa terapia
essenzialmente per se stessi: "credo di fare quello che faccio per me stesso
[...] ogni volta che si verifica qualcosa di reale sono commosso e [...]
mi dimentico del mio pubblico e della sua eventuale ammirazione e sono
totalmente presente" (op. cit. 1969b p. 15).
Se il terapeuta
si concede il permesso di riconoscere e di accedere ai propri sentimenti
potrà comprendere la sofferenza e i sentimenti del paziente e soprattutto
potrà mantenere un sufficiente equilibrio, nella relazione terapeutica,
tra l'esperienza di coinvolgimento ed il rispetto dei propri confini. Nella
misura in cui il terapeuta è reale ed autentico, accogliendo, ad
esempio, il pianto reale e rifiutando le lacrime strumentali, manipolatorie,
può realmente essere utile al paziente restituendogli il diritto
ed il permesso di essere altrettanto autentico, altrettanto reale.
Il terapeuta
che si permette, ad esempio, di odiare il paziente, respingere i suoi tentativi
manipolatori di trasformarlo nel suo salvatore, mostrare la propria impotenza,
accettare la possibilità di essere sconfitto, si espone a molti
rischi. Corre il rischio di essere rifiutato, odiato, abbandonato, aggredito,
ma, come sostiene Perls, che in terapia non era certamente un santo né
tantomeno un missionario, un terapeuta "deve rischiare la sua vita e la
sua reputazione se vuole arrivare a qualcosa di reale. I compromessi e
la disponibilità non funzionano" (op. cit. 1969b p. 98).
Si può
affermare, in conclusione, che l'umanità e l'integrità del
terapeuta così come la sua disponibilità a correre dei rischi
nel corso della relazione terapeutica sono valori e principi che si collocano
al centro del pensiero e dell'azione terapeutica di Perls. Tuttavia il
processo terapeutico non dipende unicamente dal contributo del terapeuta.
Entrambi i partecipanti dell'incontro sono completamente responsabili delle
proprie azioni. Il terapeuta non è affatto responsabile delle scelte
e dei comportamenti del paziente: "assumersi responsabilità per
un altro, interferire con la sua vita e sentirsi onnipotenti sono la stessa
cosa" (op. cit. 1975 p. 31).
Il compito del
terapeuta è quello di rimanere al centro della propria vita, accettando,
per quello che gli è possibile, i propri limiti e le proprie capacità,
rimanendo aperto a tutte le possibilità di fallimento e di successo.
Partecipare alla
vita dell'altro non significa aiutarlo, cercare di renderlo migliore o
diverso, quanto
lasciarlo essere ed essere con lui: "sarò
con te. Sarò con te con il mio interesse, la mia noia, la mia pazienza,
la mia rabbia, la mia disponibilità. Sarò con te [...] ma
non ti posso aiutare. Sarò con te. Tu farai quello che riterrai
necessario" (op. cit. 1975 p. 30).
Whitaker, diversamente
da Perls, dedica molto spazio nei suoi scritti alla figura del terapeuta.
Al riguardo, tuttavia, è tangibile la sensazione di essere in presenza
di una forte convergenza, di un comune sentire nel trattare il ruolo del
terapeuta nella sua interazione con il paziente.
Secondo Whitaker
è importante che il terapeuta rimanga, nel corso della terapia,
al centro della propria esistenza cercando di ottenere qualcosa dalla situazione
"sono qui per me stesso e per quello che posso ottenere" (op. cit. 1988
p. 133). Tutto ciò, oltre ad avere una funzione preventiva rispetto
ai rischi di esaurimento professionale, fornisce un aiuto indispensabile
al processo di crescita personale del terapeuta e svuota di energia la
fantasia collusiva, spesso condivisa da paziente e terapeuta, che l'altro
sia la persona più importante nella propria vita: "evidentemente
sono io la persona più importante della mia vita e nessuno può
prendere questo posto, anche se posso creare questa illusione e finire
per crederci io stesso" (op. cit. 1989 p. 190).
Whitaker ritiene
che, così come il paziente, anche il terapeuta avverte una spinta
verso la crescita nel tentativo di diventare una persona, di accettare
ed apprezzare la propria vulnerabilità, pazzia, forza: in una parola
i propri sentimenti.
Fare il terapeuta
è un modo come un altro per cercare di curare se stesso. E' il suo
bisogno di aiuto che lo spinge in terapia: "se gli diventa impossibile
chiedere aiuto per le sue immaturità residue allora perde la sua
capacità di essere un terapeuta" (op. cit. 1984 p. 65). Il riconoscimento
della propria inadeguatezza, della propria parte "paziente" è un
prerequisito per poter portare in terapia se stesso e non "solo la propria
uniforme di terapeuta" (op. cit. 1988 p. 36).
Ma cosa significa
portare in terapia se stesso? Per Whitaker significa non preoccuparsi dell'esito
quanto dell'esperienza in sé, permettersi di essere presente, personale,
vivo piuttosto che recitare un ruolo, correre il rischio di esprimere la
propria fantasia, pazzia, incongruenza. Portare se stessi in terapia significa
avere il coraggio di aspettare che "emerga qualcosa di spontaneo dalla
creatività del terapeuta [...] tollerare uno stato confusionale
senza cercare una via di scampo" (op. cit. 1989 p. 207). Se il terapeuta
si assume la responsabilità dei propri sentimenti e si concede il
permesso di essere reale offre al paziente il permesso e il diritto di
essere altrettanto reale e meno spaventato dalle proprie fantasie, dai
propri sentimenti inaccettabili quali gelosia, invidia, rabbia, etc. Se
il terapeuta si permette di essere ostile, annoiato, depresso, debole lascia
intravedere al paziente la possibilità di accettarsi e quindi di
essere come è.
Tuttavia, l'adesione
a se stessi e l'ascolto, come terapeuta, del proprio mondo interiore spesso
confuso, caotico e contraddittorio, suscita sentimenti di disagio ed ansia,
che appaiono del tutto inevitabili. In altre parole, il terapeuta, secondo
Whitaker, non può evitare l'esperienza della disperazione, sia che
cerchi di proteggersi dalla relazione con il paziente attraverso l'assunzione
di un ruolo, sia che accetti di correre il rischio che comporta una relazione
più personale. Al riguardo Whitaker cita i tre tipi di disperazione
cui fa riferimento Kierkegaard: 1) la disperazione di non essere una persona;
2) la disperazione di diventare una persona; 3) la disperazione di essere
una persona.
Per il terapeuta,
comunque, il pericolo maggiore è quello di scivolare sulla metacomunicazione
"la malattia che affligge tutti gli psicoterapeuti: passiamo la nostra
esistenza inseriti in un contesto nel quale parliamo del nostro parlare,
molto spesso senza dire nulla" (op. cit. 1989 p. 71). L'antidoto alla metacomunicazione
e al meta-vivere, secondo Whitaker, è quello di mantenere, anche
nella terapia, la capacità di giocare, di essere intenzionalmente
dipendenti ed infantili, di lasciar vivere le proprie parti eccentriche
e dispettose: "c'è una sola cosa più triste dei bambini precocemente
adulti (bambini che alla considerevole età di quattro anni parlano,
si comportano, e affrontano la responsabilità di un adulto): sono
gli adulti emotivamente infantili che si sforzano intellettualmente di
giocare ad essere adulti" (op. cit. 1989 p. 74).
Un ulteriore
rischio per il terapeuta, è quello di confondere la terapia con
la propria vita. E' necessario, secondo Whitaker, mantenere la propria
centralità, per cui il terapeuta possa associarsi ma anche differenziarsi
nei confronti del paziente, sia esso un individuo o una famiglia, ed esplicitare
che la relazione terapeutica non va intesa come una sorta di adozione bilaterale,
che il terapeuta non è un amico, un genitore, un fidanzato del paziente
e che il suo coinvolgimento, per quanto intenso, non è mai tanto
grande come quello che pone nella propria vita: "non sono disposto a portarmi
a casa la famiglia se hanno bisogno di una casa in cui abitare [...] offro
di essere coinvolto ma mi riservo la possibilità di decidere che
voglio uscirne. Non è un impegno a vita. Infine c'è uno scambio
di denaro il che rende chiaro il fatto che il nostro non è un rapporto
di altruismo incondizionato" (op. cit. 1988 p. 40).
Conclusioni
Dopo aver portato
a termine questo confronto, o meglio questo riscontro di significativi
spazi di convergenza tra Whitaker e Perls, di una comune visione della
sofferenza psichica e delle funzioni dell'agire terapeutico, vorremmo evidenziare
due punti a nostro avviso importanti.
In primo luogo
sia Whitaker che Perls sembrano indicarci una direzione che spesso, nel
pensare e nel fare terapia, viene estremamente sottovalutata. Ci stiamo
riferendo alla visione sintetica e globale dell'esperienza umana come emerge
ripetutamente dagli scritti di questi due autori. Come afferma Whitaker
gli "uomini non sono freddi,
caldi, teneri, le donne
non sono dominatrici, affettuose,
intelligenti. Questi
sono solo aggettivi, che ignorano la complessità dell'individuo
e le difficoltà di definirlo [...] ogni qualvolta si tenta di etichettare
qualcuno, la persona sparisce e si ha a che fare con le proprie fantasie"
(op. cit. 1989 p. 207). Non è un caso che questi due autori non
si curino del gergo psicopatologico parlando di fobici, ossessivi, depressi,
rifuggendo dalla mania riduzionistica di classificare e definire, come
tipicamente avviene all'interno della cultura medica e psicologica. Non
cercano di trasformare le persone in sindromi ... "come sta il tuo depresso?...
E la tua personalità multipla?"".
La loro attenzione
non è rivolta a scoprire le diverse determinanti intrapsichiche,
relazionali, familiari sottostanti a questo o a quel sintomo quanto ad
evidenziare, durante la terapia, i giochi, i copioni che i pazienti insistono
ad interpretare e con i quali continuano ad identificarsi confondendo se
stessi con il personaggio che hanno appreso a recitare.
In secondo luogo,
a nostro parere, la terapia della Gestalt così come l'approccio
simbolico-esperienziale non vogliono essere tanto dei sistemi psicologici
o delle teorie della personalità, quanto uno stile personale di
fare terapia. Con molta autoironia, Whitaker definisce il suo pensiero
"il mio sistema delirante" (op. cit. 1989 p. 68). Anche Perls, pure essendosi
più impegnato a promuovere il suo modello terapeutico, si pone fuori
da una logica volta a cercare una legittimazione, sotto l'egida della scientificità,
della propria prassi terapeutica, della propria e personale interpretazione
della realtà. I loro modelli non si apparentano minimamente con
la scienza. La terapia viene vista come una espressione artistica, un'applicazione
della propria creatività e partecipazione al disagio psichico. La
terapia è un'arte che l'apprendista assimila, come sa qualsiasi
artigiano, lavorando accanto al maestro per poi trovare il coraggio di
essere personale ed autonomo, come ci indica il messaggio contenuto nella
massima buddista: "se incontri il Buddha per la strada uccidilo" (Kopp,
1973).
Il messaggio,
a nostro avviso straordinario, contenuto nell'opera di Perls e Whitaker
è l'invito ad essere personali, a non cercare di ripetere una tecnica
come si ripete un'esperienza scientifica. I principi e gli strumenti terapeutici
della Gestalt e dell'approccio simbolico-esperienziale possono essere di
grande aiuto ed utilità per il giovane terapeuta, possono fornirgli
una sorta di mappa per orientarsi all'interno della relazione terapeutica
ma non sono degli imperativi categorici vincolanti né intendono
limitare le risorse, le capacità e la creatività del terapeuta
attraverso un insegnamento stereotipato, una sorta di Gestalt fissa applicata
in modo ripetitivo. Il terapeuta che cerca di "preparare" uno specifico
intervento, che cerca di pensare a quanto sta accadendo, inevitabilmente
si allontana dalla relazione abbandonando il ruolo di terapeuta: "anche
le precedenti esperienze spontanee possono diventare false quando vengono
ripetute o imitate" (Whitaker, op. cit. 1989 p. 207).
Prima di concludere
questa lettura dell'opera di Whitaker e Perls, vogliamo segnalare un rischio,
a nostro avviso, da non sottovalutare.
Abbiamo l'impressione
che Whitaker, recentemente scomparso, possa essere trasformato in una sorta
di totem, di statuetta votiva, di effigie. Ci sembra che la psicoterapia,
nei suoi diversi orientamenti, sia così preoccupata di ricevere
una legittimazione scientifica, di poter appartenere a pieno diritto, nel
modo "giusto", alla società moderna e ai nuovi valori dominanti
che un messaggio così diverso, così "altro" come quello di
Whitaker, può trovare posto solo in una teca molto preziosa, a tal
punto preziosa da non poter essere realmente toccata e contattata.
Perls ha corso
e corre lo stesso rischio, ma in questo caso ci sembra che il problema
sia un altro. La terapia della Gestalt, a pieno diritto una creatura di
Perls, è stata "rivisitata", ripulita delle sue asprezze e radicalità
viste come deformazioni e contraddizioni che, secondo alcuni autori, hanno
impedito il completo sviluppo delle potenzialità gestaltiche (Wheleer,
1991). Ecco, dunque, il fiorire di approcci gestaltici alla ricerca
di una legittimazione sia all'interno del mondo accademico che in quello
commerciale. Queste scuole e associazioni si occupano infatti di "serissime"
attività formative, promuovendo training e corsi di formazione con
titoli molto suggestivi come: "sviluppo della autostima", "vivere in coppia
oggi", "sensibilizzazione genitoriale", "modifica dell'umore depressivo",
"come diventare assertivi", attraverso moderni sistemi di insegnamento
programmato (sic!).
Il cerchio si
chiude. La frattura è ricomposta. Anche la terapia della Gestalt
resa mansueta ed addomesticata è ammessa di diritto nel salotto
buono dell’establishment perdendo così, ormai edulcorata,
le sue qualità fondanti.
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