L’IMMAGINE RISANATRICE 

MODULAZIONE DEL SINTOMO NELLA GESTIONE DELL’ANSIA E DELLE SINDROMI FOBICHE

Stefano Coletta psicologo clinico 

L'accesso on-line alle versioni integrali degli articoli è riservato agli iscritti Estratto dell'articolo

                          

Immagini, paradossi, koan

Molte tecniche terapeutiche, usate per le sindromi fobiche, mirano a modificare l’immagine mentale fobica; alcuni studi (Ruggieri, 1987) hanno dimostrato infatti come l’immagine sia in realtà “corporea”, psicofisiologica, abbia cioè un effetto sul corpo. Nel nostro lavoro abbiamo cercato di trasferire, in una tecnica di modificazione dell’immagine, un concetto che appartiene sia alla cultura orientale, lo Zen, sia alla psicoterapia, in particolare la sistemico/familiare: il paradosso.

Nello zen i paradossi, chiamati koan, sono utilizzati per superare, per andare oltre la mente dicotomica e sono posti sotto forma di domanda irrazionale (“qual è il suono di una mano sola?”) a cui non v’è risposta logica, e su cui l’allievo deve meditare anche per svariati anni,al fine di giungere a quella sorta di insight emotivo, meta anche della psicoterapia.

Detto ciò è interessante notare la somiglianza che il sintomo ansiogeno ha con il Koan: il carattere irrazionale del sintomo ansiogeno infatti (paura di attraversare un ponte) si rispecchia perfettamente con l’irrazionalità su cui si basa il Koan. Da ciò prende avvio l’intuizione di utilizzare il sintomo stesso come paradosso/Koan. 

Ma come si trasforma il sintomo ansiogeno in un immagine paradossale? grazie agli opposti: la nostra mente infatti funziona per coppie di opposti, che sono la precondizione essenziale di ogni accadimento psichico (Jung). Ecco allora che avvicinare il sintomo, la paura di attraversare un ponte, con l’opposto, il non-sintomo, la non paura di attraversare una strada senza ponti, fa nascere la soluzione paradossale: attraversare un ponte in una strada senza ponti. Questa è l’immagine paradossale che va costruita, come una sorta di fotografia, e che porta, come tutti i paradossi, alla meta dell’insight emotivo.

Il clinico, una volta che il paziente ha raccontato i suoi sintomi (ansiogeni), interviene portandolo davanti alla contraddizione dei sintomi stessi: se si ha paura di attraversare un ponte, si indagano le situazioni in cui non si ha paura, ad esempio percorrere una strada dritta senza ponti; si marca il fatto che il paziente conosce sia la paura e sia la non-paura. Questo non si discosta (e non deve) dal lavoro e dalle competenze dello psicologo clinico, che attraverso l’uso del colloquio si propone di superare la visione univoca della realtà che il cliente porta nella domanda (Montesarchio,2004). Ora, lo si pone davanti al paradosso: la soluzione per non aver paura di attraversare un ponte è attraversare il ponte in una strada che non ha ponti; questo sposta l’attenzione su una domanda senza senso, sulla quale il paziente deve riflettere, che ha la funzione di smantellare la mente razionale.

 


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