Francesca Belforte

 

Narrazione ed espressione emozionale di sé nel lavoro con la coppia: un caso di mediazione familiare come itinerario di crescita personale

 

Pubblicato sulla rivista "Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia" n° 2,
settembre - ottobre 2003, pagg.80-91 , ed. IGF. Roma

L'accesso on-line alle versioni integrali degli articoli è riservato agli iscritti Estratto dell'articolo

 

 

 

a) Il mediatore come counsellor/facilitatore ad orientamento gestaltico

 

La mediazione familiare è una metodologia di aiuto alla coppia in un momento particolare del ciclo vitale della famiglia, cioè in un momento di crisi.  Essa offre alla coppia un contesto strutturato, con la presenza di un counsellor/facilitatore, “il mediatore”, atto a favorire le potenzialità evolutive della crisi e del conflitto, anche in funzione dello sviluppo e della maturazione dei figli, rendendo i genitori protagonisti delle decisioni che riguardano la relazione affettiva ed educativa con i figli. Elemento centrale di ogni mediazione è quindi l’assunzione o la riassunzione della responsabilità genitoriale da parte della coppia ed il rifiuto della delega ad un terzo, sia esso un giudice o un consulente.

 Se il processo mediativo vero e proprio è preceduto da una fase di “pre - mediazione” o counselling con la coppia, è possibile riaprire uno spazio comunicativo all’interno della coppia separata, permettendo di ridefinire confini e relazioni e quindi di raggiungere accordi che siano fondati, stabili il più possibile nel tempo perché nati da una consapevolezza. Spesso accade, invece, che gli accordi legali siano generici e superficiali o, in caso di elevata litigiosità, siano delegati dalla coppia ad un terzo esterno, cioè ad un giudice, che si assume, utilizzando strumenti talvolta non adeguati, la responsabilità decisionale che di fatto spetterebbe ai genitori.

 

Obiettivo del mio intervento è quello di proporre l’utilizzo della Gestalt all’interno di un setting di mediazione familiare, più precisamente nella fase della cosiddetta “pre-mediazione. ”

Per fare questo, utilizzerò la narrazione di un caso di mediazione, intervallando il racconto con alcune riflessioni teoriche sul metodo e sulle caratteristiche dell’intervento.

 

 

b) Il caso

 

Francesco, artista di 34 anni e Alessandra, impiegata di 32, si presentano con una richiesta esplicita di mediazione familiare, inviati dall’avvocato a cui la signora si è rivolta..

Francesco e Alessandra hanno due figli, Angela di 10 anni e Marco di 9.

Alessandra vuole separarsi dal marito, dal quale si sente ormai distaccata, vive la relazione con lui come un peso, ha bisogno di “liberarsi”, dice. Tre anni fa ha avuto una relazione extra coniugale, vissuta  di nascosto, di cui il  marito è venuto “casualmente” a conoscenza solo nel momento in cui è finita. La rivelazione è stata per lei un liberarsi da un peso, poi, a fronte della disperazione di Francesco, è subentrato un forte senso di colpa, anche se da quel momento si è progressivamente fatta strada in lei l’idea della separazione, pur tra mille incertezze e difficoltà legate al giudizio degli altri (familiari, amici, figli) e al timore di un desiderio di rivalsa del marito nei confronti dei figli.

 

Francesco si mostra disperato e  rabbioso, la accusa con veemenza, di aver rovinato la loro famiglia, di distruggere la vita dei loro figli per “un capriccio”: lui, dice, è quasi sempre assente durante la settimana per il suo lavoro,  lei può viversi la sua vita, è libera, non ha bisogno di distruggere tutto, di andarsene, di costringere lui e i figli a cambiare vita ed abitudini.

Il matrimonio, a suo parere, può restare in piedi, ci sono i figli, c’è il loro affetto per i figli, il condividere le scelte educative. “trovo incomprensibile quello che sta accadendo”, dice più volte, e comunque ribadisce il suo rifiuto rispetto a qualsiasi proposta di separazione.

Francesco parla a voce alta, a tratti grida, piange, si agita sulla sedia, interrompe spesso la moglie, chiamandomi spesso in causa, cercando di coinvolgermi, di tirarmi dalla sua parte in ogni sia affermazione.

Alessandra è piuttosto controllata nell’espressione, usa un linguaggio preciso e concreto, termini tecnici, non si rivolge quasi mai a lui quando parla e si rivolge spesso a me cercando la mia complicità, come donna e come esperta.

Quando chiedo loro che cosa si aspettano da un intervento di mediazione, entrambi accennano al bisogno di essere ascoltati, compresi, alla speranza che l’altro, grazie al mio aiuto, si convinca della giustezza della loro posizione; entrambi fanno riferimento ai figli, che non soffrano e che non siano coinvolti in questa loro storia. Lavorando un pò sulle loro aspettative’, Alessandra ammette che ha paura di prendersi lei tutta la responsabilità della separazione, anche nei confronti dei figli, senza un qualche consenso dell’altro, e per questo è disposta a fare un lavoro in coppia, per dare un po’  tempo all’altro (ma “non troppo”, .aggiunge ) per  elaborare la difficoltà. Francesco riconosce che ha paura, terrore, di perdere Alessandra, e che per questo vuole affrontare alcuni nodi della coppia, e parlare di sé, anche se manda continuamente alla moglie messaggi accusanti e svalutativi (“è ottusa”, “limitata”, “poco sensibile” “materiale”ecc.).

 

Concordiamo di lavorare sulla loro coppia coniugale (counselling  o  pre-mediazione)  per un certo numero di incontri e di ricontrattare successivamente il tipo di intervento.(mediazione vera e propria, terapia di coppia, altro)

 

 

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