Fenomenologia dell’attaccamento: intenzionalità e costruzione dell’esperienza di contatto

 

 Claudio Billi

Pubblicato sulla rivista "Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia" n° 2,
settembre - ottobre 2003, pagg. 92-99, ed. IGF. Roma

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I.       Premessa.

 

Obiettivo di questo intervento è quello di porre a confronto due concetti, quello di confine del contatto di matrice gestaltica e quello di pattern di attaccamento di origine cognitivo-costruttivista., al fine di cercare una possibile convergenza tra una prospettiva, come quella della Gestalt, che pone l’accento sull’esperienza fenomenologia del  “qui e ora”, e un approccio, come quello costruttivista, che pone l’attenzione sulla storia evolutiva dell’individuo e sulla formazione dei suoi processi di costruzione del significato.

            In questa prospettiva l’esperienza del contatto-ritiro, così come viene formulata da Fritz Perls trova, nella teoria dell’attaccamento, un suo inquadramento concettualmente più solido, soprattutto dal punto di vista evolutivo, che ne spiega, pur all’interno del presupposto organismico che la ispira, la sua genesi.

L’intervento si propone infine di esplorare inoltre alcune implicazioni relative alla fenomenologia dei processi che favoriscono la costruzione dei diversi significati nell’esperienza di contatto, con alcuni riferimenti finali alla relazione terapeutica  come processo di co-costruzione creativa.

 

 

II.                  Confine del contatto e pattern di attaccamento.

 

 

Soffermiamoci a considerare alcune affermazioni di Fritz Perls (1) a proposito del contatto:

 

1)     Nessun individuo è autosufficiente; l’individuo può esistere soltanto in un campo ambientale;

2)     Il sistema sensoriale fornisce un orientamento; il sistema motorio un mezzo di manipolazione;

3)     Una volta che il sistema orientativo ha compiuto il suo lavoro, l’organismo deve manipolare l’oggetto di cui ha bisogno, in modo che l’equilibrio organismico venga ripristinato e la gestalt chiusa.

 

Vorrei soffermarmi in particolare su questi ultimi richiami alla manipolazione; è ancora Perls che chiarisce il concetto: “La madre svegliata dal bambino che piange, non si accontenterà di rimanere comodamente a letto ad ascoltare il figlio che strilla. Farà qualcosa per eliminare il disturbo. Cercherà di soddisfare i bisogni del bambino, e quando questi saranno soddisfatti, anch’essa potrà ritornare a dormire” (ibid.). D’altra parte, anche il bambino farà lo stesso, richiamando con il suo pianto la madre, fino al soddisfacimento dei sui bisogni.

 Il punto è che, se osserviamo la scena globalmente, ci accorgeremo che nella diade madre-bambino è stata messa a punto una strategia che consente a quest’ultimo di arrivare, almeno parzialmente, al soddisfacimento dei propri bisogni, e comunque di mantenere la vicinanza con la figura di attaccamento. Il fatto che il soddisfacimento dei bisogni, così ottenuto, sia spesso soltanto parziale, dipende dalle caratteristiche del sistema ed è comunque l’espressione di un processo evolutivo e di adattamento all’ambiente: in un certo senso, se pensiamo alla psicologia degli enneatipi e alla teoria del carattere, così come ci viene proposta nell’elaborazione di Claudio Naranjo (2), potremmo dire che esso rappresenta non il miglior modo, ma piuttosto l’unica possibilità per sopravvivere. Ora il punto è: quanto questa esperienza primaria influenza le successive aspettative e comportamenti del bambino nelle sue relazioni con il mondo esterno?

 

Consideriamo, a questo proposito, le seguenti affermazioni che stanno alla base della teoria dell’attaccamento, secondo J.Bowlby (3):

 

Gli esseri umani hanno una predisposizione innata a formare relazioni di attaccamento con le figure genitoriali primarie.

a)  Le relazioni di attaccamento hanno la funzione di proteggere la persona.

b)  Tali relazioni esistono in forma organizzata alla fine del primo anno di vita.

c)  Attraverso la costruzione di Modelli Rappresentativi Interni (MRI) le espe-

rienze precedenti guidano le aspettative e i comportamenti futuri.

 

Gli stili o pattern di attaccamento, che possono essere diversi con le diverse figure di attaccamento, tendono a mantenersi stabili nel corso dello sviluppo, fino all’età adulta, anche se possono essere modificati da esperienze interpersonali adeguate lungo tutto l’arco della vita. Nel corso dello sviluppo tendono gradualmente a tradursi in atteggiamenti e stati mentali che in qualche modo conservano la sintesi delle memorie dell’interazione con le figure di attaccamento (4).

L’individuo costruisce insomma strutture di conoscenza che, nell’esperienza del contatto interpersonale, consentono di dare significato alla relazione e attribuire valore alle emozioni  percepite in sé e nell’altro. Queste strutture di conoscenza si organizzano, durante il processo evolutivo, in Modelli Rappresentativi Interni (MRI), a partire dai quali costruiamo le nostre previsioni e anticipazioni sui confini e la natura del contatto con l’Altro. L’esperienza precoce funge da impalcatura per la costruzione dell’esperienza successiva.

 

 

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