“Il dialogo emozionale”: strumento e condizione di conoscenza e trasformazione della realtà.

 

Maria Grazia Cecchini

Atmos- Arti terapeutiche

 

Pubblicato sulla rivista "Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia" n° 2,
settembre - ottobre 2003, pagg. 100-103, ed. IGF. Roma

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Alcuni versi di Alda Merini:

 L’ora più solare per me

quella che più mi prende il corpo

quella che più mi prende la mente

quella che più mi perdona

è quando tu mi parli

 

In questi cinque versi c’è un percorso che solo un linguaggio poetico, o meglio immagini poetiche,  possono trasmettere così intensamente. E’ come se la parola attesa (quando tu mi parli) dapprima apre uno spazio di accoglienza come un sole che illumina l’oscurità (l’ora più solare per me), poi crea la possibilità di sentire, il corpo stesso si apre alle sensazioni (quella che più mi prende il corpo), e a questo punto anche la mente può aprirsi (quella che più mi prende la mente) e farsi attenta all’ascolto. Quando corpo e mente sono catturati nell’ascolto le parole entrano e il dialogo tra due diventa anche dialogo con se stessi. La parola ricevuta scivola nella propria emozione e qui è possibile dare un significato diverso alla propria esperienza in una riconciliazione che sta semplicemente nel conoscersi, nel ritrovare il filo, l’origine e il senso della propria esperienza. Nel verso “quella che più mi perdona” Alda Merini sembra racchiudere tutto il senso di un colloquio o, potremmo immaginare di un conflitto o una sofferenza: perdonarsi.

         Traspare non solo la gioia di sentirsi visti e considerati dall’altro, ma la pace di potersi accogliere da se stessi, com-prendersi.

         La poesia permette l’immediatezza della percezione delle emozioni che scorrono perché ci apre a un ascolto di emozioni ed emotivamente disposti.

         Nella quotidianità del nostro linguaggio il percorso è ben più lungo e difficile. La disposizione al dialogo delle emozioni presuppone andare all’incontro nella fiducia di ricevere e non essere distrutti dall’incontro stesso. Presuppone scoprire parti tenere o mostruose di sé che siamo abituati a difendere e occultare nel desiderio che l’altro possa farci esistere nel suo spazio. Nell’illusione o forse sarebbe meglio dire nell’equivoco paradossale che la propria identità sia preservata in una relazione fusionale che escluda il male e pietrifichi il tempo. Ma il costo del tempo pietrificato è l’annullamento di ogni senso di esistenza. (esserci è esistere nel tempo, stare nella continua trasformazione -–quattrini).

                    Fintanto che il senso di esistere lo cerchiamo nell’altro onnipotente, ogni parola detta sarà solo una richiesta dipendente che mirerà a intrappolare l’altro in un compito impossibile, quello di paralizzarsi in uno sguardo ininterrotto che ci ripeta costantemente: tu esisti. Ma l’equivoco è che tale relazione e il tipo di colloquio conseguente mirano a conquistare nella relazione la certezza di essere necessari , cercando di soddisfare la necessità di sentirsi vivi. Il senso di essere vivi, confuso con quello di essere riconosciuti narcisisticamente dall’altro,  rimarrà così sempre precario, vista l’immanente natura di ogni relazione di trasformarsi, evolversi, adattarsi al tempo che scorre.

Potremmo dire che l’Io si è confuso e perso nel Tu.

         La sofferenza di non essere presi (piuttosto che com-presi) diventa un silenzio interiore, un deserto di solitudine e di conseguenza silenzio e distanza nella relazione. Come mosche cieche continueremo a sbattere sui vetri cercando aria e luce lì dove uno spesso vetro separa le persone ognuna nel suo luogo e nel dolore di non raggiungersi.

         Nella posizione difensiva del proprio orgoglioso ripetersi o dell’orgoglioso silenzio l’altro diventa il nemico, il mostro che impedisce la felicità. L’unico colloquio è quello di un Io pretenzioso, convinto di parlare all’altro, ma che in realtà continua a raccontare a se stesso la stessa storia in un monologo che esprime tutta la profonda follia di credere che l’unico mondo sia quello da se stesso percepito. Si consola questo Io che il male abbia  un origine chiara e riconoscibile, pertanto controllabile e gli eventi un solo significato.

[...]


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