Furletti Carlo

 

 

 

CONFLITTO-VUOTOFERTILE-CREATIVITA’

 

Pubblicato sulla rivista "Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia" n° 2,
settembre - ottobre 2003, pagg. 110-115, ed. IGF. Roma

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Una sera il maestro di Nasrudin  passeggiava per il villaggio

Lo vide sotto la luce di un lampione che cercava qualcosa….

Si avvicinò e gli chiese cosa stesse facendo.

<<sto cercando la chiave di casa>> rispose Nasrudin

<<Ti aiuto a cercarla>> replicò il maestro

Cercarono e dopo un po’ di tempo il Maestro chiese

A Nasrudin: << se certo di averla perduta qui?>>

<<No>> rispose  <<in realtà sono certo di averla perduta in casa>>

<<Allora perché la cerchi qui?>> chiese il maestro

<<perché c’è più luce>> rispose

 

 

 

 

 

Dal mio punto di vista parlare di conflitto-vuotofertile-creatività,  è rappresentare il cuore del gestalt- counselling e delle sue trame  generative

Se noi prendiamo il concetto di conflitto e per un attimo lo separiamo nella nostra mente  da quello di vuoto fertile e da quello di creatività non abbiamo più un cuore gestaltico, ma tre  concetti vaghi che significano tutto e il contrario di tutto.

Quando diciamo conflitto indichiamo una tensione dialettica  tra le parti ; tensione che sola genera  la relazione tra le stesse Quando la tensione   si spegne anche la relazione muore.

La relazione   si nutre di quell’ECO  che ciascuna delle parti  genera attraverso la sua presenza  di fronte all’altra, presente anch’essa.

 Il dialogo cioè costituisce la trama dell’ordito

Ma gli atti comunicativi , ovvero i mattoni della relazione,  perché generino un dialogo hanno da essere sconosciuti uno all’altro fino al momento della loro comparizione. Bisogna che il loro comparire sulla scena contenga una sconosciutezza a monte del viaggio di comparizione. L’effetto-che-l’altro-mi-fa è di per se un atto creativo in quanto generato in me  dal mio stare  in uno spazio precedentemente sconosciuto . Io scopro l’effetto-che-mi-fa attraverso il riconoscerlo come qualcosa che un attimo prima era assente.

Voglio dire che perché l’altro generi in noi un effetto bisogna che prima  non ci sia nulla in noi, poiché un’impressione non può occupare un posto già occupato. L’impressione che riceviamo da qualcuno abbisogna di uno spazio in cui collocarsi e se tale spazio è già occupato ad es. da  una previsione,  quell’impressione viene manipolata e ridisegnata dalla previsione stessa per mantenere la propria posizione.

Questo paradigma dunque di  tensione generativa, relazione e creatività costituisce un tutto organismico  che non è a mio avviso scomponibile.

 

 

 

 Non dobbiamo pensare a questo fenomeno come ad un artificio per arrivare a qualche meta risolutiva, bensì immaginarlo come un’attitudine da sviluppare e consolidare nella nostra vita, come una seconda pelle che  lentamente si genera integrandosi conla nostra capacità di fare previsioni .

Dobbiamo immaginarla come l’apprendimento  definitivo di un modo di porre lo sguardo sull’altro e sulla realtà che ci circonda.

 

Perché ci sia un conflitto occorre una distanza tra gli elementi che lo costituiscono. Perchè le cose diano origine a un conflitto è necessario che siano differenti tra loro. il loro essere distinte una dall’altra  e la loro inconosciutezza reciproca come l’esperienza originaria, che non costituisce solo il dato iniziale di un dialogo, ma che va rinnovandosi in ogni  atto successivo del medesimo.

credo che sia vero che nulla ritorna mai,  possediamo la  memoria …è vero….che però non ci riporta mai agli eventi passati, ma solo alla loro ricostruzione nel presente. Volendo dire che non potremo mai tornare a quello che siamo stati, che  siamo costretti alla creatività, che il cambiamento dunque, non può che essere creativo, perché l’idea del ritorno a qualcosa che eravamo  non è ecologica per l’essere umano.

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Dicendo vuoto intendo uno spazio in cui possiamo sperimentare l’altro come evidenze che  si rincorrono l’una l’altra e che inseguendosi tra loro creano in noi  un- senso- dell’altro-in-noi.

Non guardiamo più  a colui che ci sta di fronte come a una cosa da definire, da significare, da inquadrare,  da curare, non siamo più nella posizione di colui che capisce e carpisce ; guardiamo all’altro come <qual-cosa> , non come cosa.

 Qual-cosa contiene naturalmente una domanda e non una risposta.

Non possiamo chiederci <Qualcosa>  se non dallo spazio dell’inconosciuto  , ed è proprio lì che spesso l’esperienza si perde: di fronte alla necessità di sperimentare l’inconosciuto.

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