Chianura Luca[1], Iacoella Simona[2]
IL GENOGRAMMA: TEATRO DELLA STORIA FAMILIARE “Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo “qual è la sua storia, la sua storia vera, intima?”, perché ciascuno di noi è una biografia, una storia” (Sacks., 1985).
“Noi pensiamo per storie perché siamo costituiti da storie, immersi in storie, fatti di storie” (Bateson, 1987). Pubblicato sulla rivista
"Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia" n° 2,
Il Freud che, nel 1909, trattava il piccolo Hans, anche mediante l'intervento dei genitori, può essere considerato il primo terapeuta della famiglia? Si può affermare anche che lo stesso Freud, circa 10 anni prima (1899), con la formulazione del complesso di Edipo, tracciava la prima descrizione di una relazione triangolare potenzialmente disfunzionale? L'intento di tali domande provocatorie non consta nello sconvolgere l’idea di un’epistemologia freudiana orientata da un intransigente meccanicismo e da un’ottica biologistica-lineare, bensì nel riconoscere al padre della psicoanalisi il tentativo e lo sforzo di una lettura dell’insieme oltre che del particolare, del relazionale oltre che dell’intrapsichico. Senza proporre una rassegna critica dei diversi autori, non solo di orientamento psicoanalitico, che si sono più o meno indirizzati, con teorie e tecniche differenziate, verso un’epistemologia ed una pratica clinica di tipo sistemico-relazionale, si può notare che bisognerà aspettare il trentennio post-bellico perché, nel gruppo multidisciplinare di Palo Alto, Gregory Bateson (1979) definisca la famiglia nei termini di una “struttura che connette”, evidenziando la presenza di nessi e legami che uniscono differenti aspetti della realtà e diversi individui appartenenti ad uno stesso contesto. All’interno della teoria e dell’intervento terapeutico sistemico, avverrà soltanto attraverso la seconda cibernetica e l’ottica della complessità (Morin, 1983; Bocchi-Ceruti, 1985; Onnis, 1994) la creazione di una complessa articolazione di livelli: il piano dei comportamenti messi in atto nell’”hic et nunc” ed il piano diacronico della storia e dei suoi significati;la fenomenologia delle transazioni comunicative attuali ed i miti familiari; l’originalità dei singoli e le caratteristiche dei sistemi di appartenenza. L’approccio trigenerazionale si delinea come uno dei possibili orientamenti, all’interno dell’ottica sistemico-relazionale, che tiene conto della dimensione storica ed evolutiva di una famiglia, attraverso l’osservazione di una rete relazionale, non più esaminata secondo una dimensione orizzontale, ma elaborata su tre dimensioni, lungo due assi orizzontali ed uno verticale. Tale ampliamento dell’unità di osservazione alla famiglia trigenerazionale che, secondo Whitaker (1978), non ha limite nè sul piano orizzontale nè tanto meno su quello verticale, è progettato “….per identificare i modelli che traggono origine dal passato e che hanno un tale predominio sulle persone attuali e per aiutare la gente a distaccarsene” (Hoffman, 1984). La continuità che lega più di due generazioni nel tempo sembra essere confermata da una caratteristica dei rapporti familiari, definita da Boszonnenyi-Nagy e da Spark (1983) “lealtà”: gli individui, per un debito di riconoscenza, si impegnano a rispettare, interiorizzare e riproporre le aspettative ed i valori della famiglia alla quale appartengono. Il sentimento della lealtà, l’orgoglio dell’appartenenza, i sensi di colpa e di esclusione che accompagnano i tradimenti, costituiscono il substrato emozionale su cui poggia la trasmissione dei modelli di relazione, degli stili di funzionamento e dei miti familiari da una generazione all’altra. “Sebbene il termine derivi etimologicamente dal francese “legge”, la sua reale natura sta nella invisibile trama di aspettative di gruppo piuttosto che in una legge esplicita. Le famiglie hanno le proprie norme, sotto forma di aspettative condivise e non scritte. Ciascun membro della famiglia è costantemente soggetto agli schemi variabili di tali aspettative cui egli si attiene o meno” (Boszormenyi-Nagy, Spark, 1983). Attraverso le invisibili trame di lealtà ed i miti familiari, veicoli di trasmissione dell’eredità familiare, vengono tramandate modalità relative ai processi di attaccamento, separazione e perdita, nonché gli schemi di rapporto interiorizzati relativi ai modelli coniugali e genitoriali. Le famiglie d’origine non possono che partecipare anche alla relazione di coppia, anche solo in modo fantasmatico, attraverso la struttura gruppale interna dei partner: “I contenuti dei legami a due… vanno costruendosi sulla base di altri legami relazionali, ancorché non sempre visibili, e delle loro vicissitudini nel tempo, e definiscono le aspettative che dovrebbero trovare risposta all’interno della relazione” (Andolfi, Angelo, 1987). Durante il suo ciclo vitale, una famiglia può manifestare un’assoluta lealtà nel conformarsi alle regole più significative del sistema, fino al punto di irrigidirsi in una situazione che non offre più possibilità di evoluzione e di cambiamento. Trame e forze transgenerazionali nascoste esercitano un’influenza tale sulle relazioni intime che i nodi conflittuali intrapsichici e relazionali dei genitori vengono riproposti dai figli nelle loro relazioni attuali, nel tentativo di trovare una soluzione agli aspetti problematici di partenza, come se la famiglia d’origine costituisse una vera e propria “fucina relazionale” (Baldascini, 1999) che fonda le successive modalità relazionali, comportamentali, emozionali e razionali dei singoli individui che la compongono. Framo, nel 1996, scriveva, a tal proposito che “….le difficoltà che una persona, nel presente, ha nella coppia, nella famiglia o con se stessa, possono essere viste fondamentalmente come sforzi riparativi…” per correggere, controllare, difendersi da e cancellare vecchi paradigmi relazionali appartenenti alla famiglia d’origine, dal momento che “….la maggior parte delle persone non riesce a “vedere” i coniugi, i figli o comunque i partner così come sono, perché si frappongono vecchi fantasmi” (Framo, 1996). Da tali considerazioni consegue che la convinzione o, ancor più, la pretesa di “essere se stessi” appare una mera illusione se è vero, come sostiene Napolitani (1987), che “….l’identità psicologica dell’individuo è sin dall’inizio esito di innesti di parti psicologiche eteronome nel tessuto disposizionale, espressivo ed apprenditivo del soggetto umano…”. Le persone e i sistemi familiari portano con sé le radici dell’identità, costruite attraverso un processo di maturazione multigenerazionale che coinvolge la genetica, la cultura, le emozioni ed altri fattori. Il Sé è considerato il prodotto di una storia di relazioni; già Virgilio diceva che “ciascuno patisce i propri Mani” (Montagano, Pazzagli, 1989). La famiglia è un sistema che segue le leggi dei sistemi familiari, ed in particolare viene definita come un “sistema emozionale”, ossia un gruppo i cui componenti hanno sviluppato un’interdipendenza emozionale. Nella famiglia, ogni persona è percepita come un frammento di un insieme più ampio. Il fatto di essere una parte di un tutto, di essere una storia che si intreccia con altre storie provenienti da diverse generazioni, non significa che la persona non abbia la possibilità di diventare, oltre che attore, anche autore della propria esistenza. Tale tentativo, a diversi livelli di gradualità, può essere paragonato all’atto paradossale e liberatorio del Barone di Munchausen, il quale, intrappolato nelle sabbia mobili, si salva afferrando il suo stesso codino… [...]
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