|
Costruttivismo e psicoterapia relazionale
Corrado Bogliolo Direttore Istituto di Psicoterapia Relazionale - Lucca
“INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°5 settembre – ottobre 2005, pagg. 16-23, Roma
La realtà non è qualcosa di predefinito indipendentemente da noi, ma è una costruzione grazie a noi. Questa non è statica ma dinamica, in continua trasformazione: c è un incessante adattamento tra quello che si viene a conoscere e quello che già si conosce.
Una premessa: anzitutto la questione della sofferenza. E’ stato ripetuto in molte psicoterapie sistemiche che il mandato del terapeuta non è di obbedire a ciò che la famiglia vuole e quindi di conformarsi alle sue richieste, ma semmai di restituire, rimandare, rifiutare la delega etc. Io penso che la psicoterapia sia un’azione specifica, non un’attesa delegante: non si può rispondere alla delega con un’altra delega. Inoltre è fare anche il decidere di non fare. Nello stesso tempo ritengo che sia necessario rendersi conto che le persone escono dalla loro privacy per portare a noi il proprio disagio, la sofferenza, e ci chiedono aiuto. Il mandato del terapeuta è anzitutto quello di non ignorare a priori i loro dolori.
Di fronte al silenzio di un membro della famiglia o ad una interazione violenta tra due genitori è ineludibile avere un immediato riscontro cognitivo ed emozionale. Pensiamo una famiglia con una ragazzina con anoressia mentale ad uno stadio inoltrato: essa propone solo la sua parte malata. Il gradiente di designazione è altissimo, la rigidità del sistema (e quindi la sua morfostasi) massima, la sofferenza palese. La famiglia chiede (perché questa è la sua dimensione, l’unica di cui dispone ed in cui vive), di “curare la ragazza”, anche se è accettata l’idea di essere in “terapia della famiglia”.
Che si chiami disagio, dolore, depressione, anoressia mentale, o quanto altro, il comportamento sintomatico spesso si palesa e si impone prepotentemente. Maggiormente che nelle situazioni normali o funzionali. Una famiglia si comporta come un unico corpo vivente quando è travolta dall’emergenza sintomatica di una dei suoi componenti. Si tratta di un’unità vitale che, specie nei casi gravi, dispone di poca o pochissima capacità auto elaborativa. Bisogna stare attenti a non ignorare la dimensione emozionale, oppure, come fanno alcuni sistemici della prima ora, a non ridefinire precocemente quanto ci appare in virtù di una lettura teorica altra rispetto all’umana fenomenologia che è presente, palese, davanti a noi. Comportamenti di questo tipo da parte di terapeuti troppo sicuri di sé possono suscitare nella famiglia solo vissuti di incomprensione, distanza, freddezza, indifferenza, e così via. ------------------------------------------
Con questa premessa, parlerò della questione costruttivismo[1] in campo relazionale.
L’approdo al costruttivismo Inizierò citando rapidamente le acquisizioni che la psicologia relazionale ha fatto nell’ultimo mezzo secolo. Nella psicoterapia relazionale originaria il terapeuta, posto al di fuori del sistema, era chiamato ad individuare ridondanze, regole, modelli comunicativi, al riparo da coinvolgimenti emotivi personali. Progressivamente gli orientamenti teorici e clinici si sono trasformati: la possibilità di disporre di un punto di osservazione separato, distaccato dal sistema osservato, non era più concessa. Nello stesso tempo la psicologia relazionale ha continuato a confermare la fondante importanza del contesto. Questo a partire da quando il costrutto batesoniano della “struttura che connette” è stato abbinato al concetto di “mente”. La famiglia sarà concepita come una struttura che connette esperienze percettive, ideative e volitive di sé stessa nella propria esperienza del mondo e tutto questo andrà a comporre un sistema interreagente tra i suoi membri e lo psicoterapeuta. Avviandosi verso un livello sempre più esteso, ci si è spostati verso un’ampia struttura che connette gli individui, la famiglia nucleare, quella allargata orizzontale, quella verticale nella multigenerazionalità, ed oltre. Ed a questa rete si aggiungerà la componente espressa come dicevo dallo psicoterapeuta, ma anche alla famiglia d’origine di questo. Con le teorie della complessità si confermerà come lo stesso osservatore, quale facente parte del sistema osservato, modifica in modo inevitabile la conoscenza stessa dell’oggetto. In questo ambito si andrà ad inserire l’ipotesi di una famiglia considerata costruttrice di significati che inevitabilmente attribuirà agli eventi che percepisce.
Com’è noto, il costruttivismo nasce come pensiero filosofico ma si espande in molti settori. A noi interessa quello delle psicoterapie: in esso si afferma che la “realtà” non esiste al di fuori delle nostre costruzioni mentali, o meglio che questa è definita dalla descrizione che noi diamo della nostra esperienza. Ne deriverebbe, se andiamo oltre, la decisiva messa tra parentesi della comprensione dell’organizzazione relazionale della famiglia quale possibile sorgente della condizione di disagio. Diventa così interessante ed importante cercare una metateoria che connetta teorie diverse in una matrice comune. La biologia della cognizione, assieme alla cibernetica di secondo ordine (Von Foerster) hanno costituito un riferimento centrale all'approccio costruttivista. In questo contesto, il passaggio dalla cibernetica alla cibernetica di secondo livello, avviene con la cosiddetta osservazione/azione (“Se vogliamo vedere impariamo ad agire “, Von Foerster, 1973). Si afferma che il sistema nervoso è strutturato in modo che non si può conoscere quanto si trova “in realtà” fuori di noi. Ne consegue che occorre spostarsi dalla individuazione del sistema osservato a quella del sistema osservante (Hoffman L., 1988). In questa visione tutta la conoscenza, compresa la dimensione scientifica, diviene una costruzione mentale. O meglio, rifacendoci a G. Bateson, è un insieme di processi mentali che interagiscono e ricorsivamente. In altri termini “ogni attività è conoscenza e ogni conoscenza è attività” ( Maturana e Varela, 1987). [2] In una visione allargata Goolishian e Winderrnan (1988) sostengono che in questa nuova posizione teorica “ … ci si orienta verso un mondo creato dall'interazione, intesa come creata nell’ambito del linguaggio” ne consegue che il comportamento di un sistema vivente deriva dalla relazione tra i diversi componenti il sistema stesso. In definitiva, la biologia della cognizione si esprime nell’organizzazione stessa della vita. Di conseguenza, Keeney (1985) sentenzia: “ il modo in cui conosciamo è inscindibile dal modo in cui ci comportiamo”.
Le
premesse della terapia e il lavoro clinico Quando parliamo di lavoro clinico, ci riferiamo principalmente a quel tipo di rapporto che si stabilisce tra lo psicoterapeuta e il suo cliente (individuo, coppia, famiglia, ecc.). Per quanto dicevo sopra, questo sistema di trattamento è da riferire a coloro che sono accoppiati strutturalmente in un'interazione linguistica, sviluppando un problema o una discussione. Si dice anche che se il sistema di trattamento è cosi definito, questo significa che è determinato dal problema (Anderson e coll., 1986). Andando oltre la concezione diagnostica, ci si trova nel pieno di una posizione tautologica avente per base precostituita ciò che deve essere osservato, come questo sarà definito e attraverso quali criteri si procederà nella valutazione. All’interno di questa dimensione epistemologica, il terapeuta (relazionale) che adotta un approccio costruttivista parte dalla nozione che la realtà non è altro che una costruzione cognitiva, per cui l'intervento può non andare alla ricerca della verità (tale da giustificare i suoi punti di vista o ne introduca altri ): egli entra in contatto con quanto gli si presenta. Così, riprendendo quanto sopra dicevo, con una famiglia la diagnosi tradizionale, attraverso un'attività svolta dal sistema famiglia/terapeuta, sarà sostituita da un processo tendente alla definizione del problema. Si possono allora indicare alcuni principi informatori per la psicoterapia
Se entriamo nel merito della prassi terapeutica con le famiglie è importante tener conto di quelli che V. Ugazio ( 1989) chiama pattern di collegamento e aspettative. Cose che in psicoterapia relazionale costituiscono delle premesse di grande rilevanza. · I pattern di collegamento sono indicatori di contesto relativi al contatto tra la famiglia e il luogo della terapia (ad esempio chi chiama, chi è al corrente, chi è disponibile o no, chi non può etc.) Inoltre si analizzano i messaggi diretti o indiretti dell’inviante, etc. Del resto questi elementi furono già segnalati dai primi terapeuti familiari. · Le aspettative prendono il via dalle ragioni che hanno mosso la famiglia (ad esempio se l’iniziativa è partita da un membro di essa o da figure esterne). Si può venire a conoscenza di posizioni ( spesso fantasie) rispetto al terapeuta espresse al momento della chiamata ( “ Vogliamo il dott………” ) , le speranze ( la domanda esplicita se l’intervento è comunque diretto alla cura del paziente designato)[3]. · Gli stessi meccanismi, impliciti o espliciti, riguardano il terapeuta. Al di là della formazione ricevuta, questo è portatore del proprio mondo, della propria storia, dei propri pre-giudizi. I pattern di collegamento del terapeuta prendono vita già quando viene a conoscenza delle prime informazioni [4], ma soprattutto al momento della sua entrata in seduta. Specialmente quando i disturbi o sintomi sono pesanti, le sue aspettative ,“ inconsce, o sottaciute”, sono talvolta, in modo non previsto per un esperto, allineate con la famiglia: anch’egli può avvertire il desiderio della scomparsa del sintomo. La sua formazione lo sposterà presto verso le aspettative professionali, quelle del mandato culturale e dottrinale: ossia che il sistema familiare possa abbandonare e trasformare la sua più o meno rigida percezione della realtà.
Quali possono essere allora le premesse per un’azione terapeutica ? 1. Le risorse evolutive e trasformative del sistema familiare, in pratica il gradiente di rigidità in cui esso si trova immerso. 2. Le risorse evolutive e trasformative del sistema terapeutico, e questo dipende dalle risorse di questa neo struttura dove il terapeuta occupa un posto di grande rilievo.
Dove sta il terapeuta ? Credo che un passo fondamentale nella formazione del futuro psicoterapeuta sia che si prepari a non difendersi dall’idea d’essere parte del sistema terapeutico. Nello stesso tempo che sia capace di trovare quella posizione meta, quale attore principale della terapia, che lo renda capace anche di “ vedersi” dentro il sistema stesso. In altre parole il principio del muoversi dentro e fuori: egli dovrà cercare un ambito da condividere con la famiglia, ambito che questa gli concederà solo se di lui si fida, se lo sentirà professionalmente impegnato ma anche emotivamente vicino e sicuro. Noi diamo un’estrema importanza alla congiunzione, o joining, o associazione con la famiglia. Ad essa non corrisponde solo la fase iniziale, cerimoniale, del contatto: nella associazione si costruiscono basi per l’inizio e la prosecuzione del processo. Il terapeuta partecipa attivamente, fin dall’inizio, alla costruzione di contesti interpersonali, attraverso la sua interazione coi singoli e con l’intera famiglia. L’associazione continua, o joining continuo, indica l'opportunità di non interrompere mai questa condotta. Virginia Satir è stata una maestra nel suggerire il modo di stare con le famiglie. Centrava lo scopo sul “lavoro insieme" e sulla risonanza emotiva [5]. Asseriva (ben prima di noi) che l'associazione è un “processo continuo” [6]. Lo svolgersi della psicoterapia dipende molto dalla capacità del terapeuta (o attitudine) di stabilire una colleganza (Keeney) con la famiglia stessa. Torno su quanto detto all’inizio: si tratta di agire. Il terapeuta deve saper dinamicamente attendere il momento in cui la famiglia potrà spostarsi dai funzionamenti che le sono propri, dalla sua coerenza interna. Questo implica una condotta rispettosa da parte di chi entra in un mondo che non gli appartiene. Il momento in cui sarà accettato dipenderà da come lui si è posto sino ad allora per entrare il collegamento col gruppo. Ecco che si giunge alla connessione interpersonale, l’incontro emotivo, empatico, o meglio a quello accoppiamento strutturale, che riprendiamo da Maturana e Varela, il quale costituisce le basi fondanti della relazione terapeutica [7]. Nei nostri recuperi di significato dal latino per spiegare la nostra modalità di lavorare (il modello consenziente) troviamo termini come cum-sentire, o cum-prendere, dove cum è basato sul significato di “insieme”, il che significa condividere la vicinanza (Bogliolo C., 2001).
Tutto questo corrisponde ad un superamento dei progetti precostituiti, o di strategie predeterminate, ma l’adozione di un criterio centrato sulla condivisione e la cooperazione. Da qui l’idea della costruzione e co-costruzione di esperienze e di significati non previsti. Nella dizione co-costruire in campo relazionale sembra così scomparire ogni posizione direttiva: il terapeuta non compie interventi volti ad un fine immediato, non dà istruzioni. Si attiva assieme alla famiglia nel tentativo di realizzare contesti nuovi, o meglio diversi. Non persegue o propone una verità, quella vera, ma semmai si sofferma su ipotesi altre, allontanandosi da quella struttura rigida cui corrisponde l’espressione formale della sofferenza.
La storia I due “ismi”, costruttivismo e costruzionismo vanno spesso ad embricarsi tra loro; ad esempio, nella utilizzazione del processo narrativo il costruzionismo vede un elemento centrale di metodo, mentre il costruttivismo si centra maggiormente sulla autoriflessività. E’ difficile porre delle precise separazioni concettuali e procedurali. La psicoterapia è un processo che passa anche attraverso il racconto, la storia e la rievocazione delle componenti emozionali di questa. Ci sono modi diversi di recuperare o di interpretare la storia o la narrazione: è un’iniziativa che noi prendiamo se c’è una famiglia chiusa nel suo hic e nunc e nella designazione del suo paziente. Non si tratta di raccogliere una cronaca, bensì di avviare un racconto a più menti. All'interno di questo compaiono le visioni che i singoli, (e la famiglia), hanno di se, degli altri e del mondo. Andare nella storia significa attivare le persone su un terreno che io chiamo non minaccioso, uno dei pochi territori dove non si risvegliano le spinte morfostatiche [8]. La co-costruzione (o co-ricostruzione) della storia corrisponde al “viaggio in comune” di Keeney: al come se il terapeuta viaggiasse con la famiglia: ma può esserlo solo quando, sia nel momento della seduta, sia dopo, a casa, in qualche modo egli è entrato a far parte del sistema. La storia non è sua, ma la vive con loro.
Cosa resta delle strategie ? Ma a questo punto non posso non riflettere sul destino delle strategie molto note della sistemica. Le nuove acquisizioni hanno messo in crisi le tradizioni d’origine paloaltiana: penso però che occorre non dimenticare che certi strumenti e tecniche acquisiti in una disciplina restano importanti nel comportamento terapeutico. Mi riferisco, nel nostro caso, alla connotazione positiva, la ridefinizione, la prescrizione del sintomo, l'attenzione ed il lavoro sulle tentate soluzioni, alla tecnica della confusione etc. Un nostro principio fondante è che esiste un rapporto diretto tra gravità del caso e variabili del modello terapeutico adottato. Ci sono pertanto momenti in cui il tecnico può recuperare mosse o tattiche, appartenenti al suo bagaglio formativo, che si stiano rendendo utili in rapporto al grado di disfunzionalità del sistema. Mi riferisco a quando o per la natura dei problemi, o per la fase raggiunta nel processo, si ricorra ad espedienti tramite i quali il terapeuta incoraggia, facilita, i processi trasformativi insiti nella famiglia e specifici delle singolarità persone coinvolte.
Conclusione Dove sta il senso generale della psicoterapia relazionale? Quale il suo fine? Tradizionalmente si dice: il cambiamento. Ma di che cosa? Inizialmente si diceva che non c’era da attendersi alcuna presa di coscienza. Ci si aspetta un semplice o radicale ri-assestamento su modelli interattivi diversi? Oppure un evento rivoluzionario come la catastrofe di Thom? Senza dubbio è un’esperienza di conoscenza, un approdo a significati diversi, una dimensione nuova ed inattesa del vivere [9]. Dunque posso scandire alcuni principi:
· Dovrà essere rispettoso nei confronti del sistema familiare, e quindi entrare in punta di piedi, quasi chiedendo il permesso. · Dovrà comportarsi in modo poco appariscente, non promettendo formule o rituali magici per la risoluzione del problema, ma far sì che emergano l’energia e la capacità di mettersi sulla via della trasformazione. · Il suo più grande sforzo sarà proprio quello di essere in continua consonanza, o colleganza, con la famiglia.
Una tabella schematica
Da: L. Fruggeri, Seminario I.P.R. “Costruttivismo, Costruzionismo: le implicazioni terapeutiche”. Firenze, 25.10.1997, modificata.
BIBLIOGRAFIA
Anderson H. Goolishian H. Winderman L. (1986), “Problem determined sistems: Toward transformation in family therapy”, Journal of Strategic and Systemic Therapy, 5,9 - 14. Bogliolo C. (2001) “Psicoterapia Relazionale
della famiglia. Teorie, tecniche, emozioni nell’approccio consenziente”,
Angeli, Milano. Foerster von Heinz (1987) “Sistemi che osservano”. Astrolabio, Roma. Foester von Heinz e Glasersfeld von Ernst (2001) “Come ci si inventa. Storie, buone ragioni ed entusiasmi di due responsabili dell’eresia costruttivista”. Odradek Edizioni, Roma. Glasersfeld von Ernst (1989) “Introduzione al costruttivismo radicale”. In Watzlawick P. (a cura di) La realtà inventata. Feltrinelli, Milano. Maturana H., Varela F. (1987) “L’albero della conoscenza”. Garzanti. Ugazio V. (1989) “L’indicazione terapeutica: una prospettiva sistemico costruttivista”. In Terapia Familiare n° 31, 27-40. Watzlawick Paul (a cura di) (1989) “La realtà inventata”. Contributi al costruttivismo. Feltrinelli, Milano.
[1]
Il costruttivismo: una teoria
secondo cui la realtà non va intesa come “oggettiva”, separata dal soggetto osservante,
poiché è proprio questo che la crea, partecipandone alla costruzione. Si
sostiene così che: [2] Per Maturana e Varela i sistemi biologici sono 'informazionalmente chiusi', autonomi e ricorsivamente organizzati. Il loro comportamento è determinato strutturalmente e non ambientalmente. Ogni essere vivente ha una organizzazione “autopoietica”, dall'organismo unicellulare fino all'essere umano. Le entità autopietiche sono organizzate in modo tale che il loro unico prodotto è se stessi.. [3] La famiglia, nel momento in cui si impegna in una psicoterapia non può non avere delle aspettative, ma non è detto che ci siano solo aspettative condivise. Ci sono le aspettative dei singoli, espressione delle rispettive soggettività e delle posizioni nel gruppo.
[4] Potrà aver avuto informazioni dalla scheda telefonica, da una lettera dell’inviante, dalla prima osservazione da dietro lo specchio. [6] ...” L'azione terapeutica non può avvenire se non si sta dalla parte della famiglia; è necessario assecondare il punto di vista della famiglia prima di esporre contenuti carichi di emotività e di tensione..”
[7] In questa accezione l’accoppiamento strutturale permette di “entrare” nella famiglia, e selezionare percorsi evolutivi previsti nella sua struttura. Si potranno così inserire elementi di creatività capaci di sospingere il sistema verso un cambiamento evolutivo secondo il suo processo “autopoietico”.
[8] Ma anche queste iniziative richiedono grande attenzione: ad esempio le nascite dei bambini, o la vicenda della coppia al suo esordio, possono corrispondere a fasi serene della vita ma anche richiamare vicende chiave nel prodursi della disfunzione.
[9] Watzlawick diceva che una terapia può essere considerata riuscita quando la realtà di primo ordine, che percepiamo con i nostri sensi, rimane immutata, mentre quella di secondo ordine, ossia il significato attribuito alle percezioni) diviene differente e tollerabile.
http://www.in-psicoterapia.com © 1997 - 2008 Tutti i diritti riservati |