Etica, deontologia e psicoterapia della Gestalt

 

Anna Rita Ravenna

Didatta-supervisore,

Direttrice - Istituto Gestalt Firenze - sede di Roma

 

 

INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°5 settembre - ottobre 2005, pagg. 24-31, Roma

 

 

 

L’etica è umana e relativa non divina e assoluta (Confucio)

 

Credo che tutti noi abbiamo spesso ripetuto l’espressione la mappa non è il territorio, espressione fondamentale di tutta l’evoluzione del pensiero di Gregory Bateson. 

Mappa e territorio devono essere congruenti l’una all’altro, ma congruenza non è  identità.

Troppo spesso la mappa è utilizzata al posto del territorio e quest’ultimo viene completamente ignorato. Essa, al contrario, in quanto astrazione, può essere usata semplicemente nel senso di un come se, nel migliore dei casi può essere considerata una metafora.

Il viaggiatore è certamente agevolato dall’uso della mappa, ma questo non vuol dire che possa fare a meno della relazione diretta con il territorio. Questa relazione comporta esperienze che impegnano livelli percettivi, sensoriali ed emozionali che nulla hanno a che vedere con la mappa, comporta scelte che la mappa non può indicare, ma alle quali, se letta come metafora, può solo alludere.

Divieti di transito, sensi unici, animali e passanti devono essere rispettati… anche se non sono segnati sulla mappa.

Da dove nasce una mappa? Da specifiche esperienze di viaggio dalle quali si estrapolano elementi funzionali all’orientamento, ricomponendoli in un insieme generale ed astratto fruibile da qualsiasi viaggiatore, in qualsiasi momento.

I singoli enunciati quantitativi e la visione di insieme che la mappa suggerisce, pur restando validi come sussidi al viaggio, nulla hanno a che fare con la qualità del viaggio.

In quanto elementi discreti e quantizzabili, le distanze chilometriche, le caratteristiche dei percorsi, i confini, le città e persino i monumenti, possono essere rilevati sulla mappa. La qualità del viaggio, al contrario, può essere esclusivamente sperimentata dal singolo nel qui e ora della specifica esperienza del viaggiare.

Come ogni normativa anche i codici deontologici sono delle mappe e si fondano su principi e norme di autodisciplina che emergono, come astrazioni, dalla pratica e dal confronto delle diverse esperienze professionali a tutela degli operatori e dell’utenza.

Come ogni codificazione, espressione della cultura e dei costumi prevalenti (mores, da cui morale), i codici, e tutto il più ampio contesto normativo che li precede e li accompagna, non possono che cristallizzare l’attività professionale in norme generali ed astratte che, per loro natura, ignorano il flusso evolutivo nel quale ogni evento umano è immerso e dal quale trae significato.

La morale, dunque, può essere considerata come l’insieme di tutte le norme in diverso modo vigenti in una comunità (codici, regolamenti, prassi, costume…) che la persona è bene che osservi al fine di una buona convivenza.

L’incontro tra etica e morale permette alle norme di immergersi nella concreta realtà delle relazioni umane, in quanto flusso in continuo divenire.

Se definiamo l’etica come la misura di valore di comportamenti concreti, contestualizzati, essa, come il valore del viaggio, non può che essere esperita “in situazione” e, quindi, solo dai soggetti che della situazione partecipano.

Se per etica professionale intendiamo, dunque, la qualità dell’esperienza relazionale nel suo farsi, in ambito psicoterapeutico come in ogni altro ambito, una morale senza etica sarebbe paragonabile al pilota automatico degli aerei che deduce gli spostamenti necessari dai calcoli fatti dagli strumenti.

Fermo restando l’efficacia del calcolo degli strumenti di bordo (i principi e le regole della morale/della normativa) è importante sottolineare che essi sono utili, anzi necessari, per misurare gli aspetti quantitativi della relazione, non per misurarne la qualità.

Tutto ciò che è qualitativo non può essere concettualizzato, descritto, codificato in un testo, non può essere valutato attraverso criteri pre-definiti, uguali per tutti e descritti una volta per tutte.

La qualità, una caratteristica che attiene all’insieme, è il risultato di quello che Paolo Quattrini chiama l’effetto composizione visibile solo in ottica olistica e dato, non dalla somma delle parti, ma dalla relazione che ogni parte ha con le altre e con il tutto in quanto insieme.

In quest’ottica possiamo considerare l’etica, l’arte della convivenza, arte della quale si può solo avere un’esperienza diretta e olistica.

La convivenza si attua attraverso comportamenti e il comportamento umano è un evento intenzionale finalizzato, che si svolge all’interno di un continuum. Per dare una valutazione di un comportamento dobbiamo, tuttavia, sempre fare riferimento arbitrariamente ad una sezione di questo continuum. Il significato dell’evento varia con il variare della sezione scelta, con il variare della punteggiatura.

Il valore del comportamento, dunque, può essere definito esclusivamente dal vissuto che ne hanno gli individui coinvolti nella relazione che si attua in un dato contesto. Solo loro possono sentire il sapore che quel comportamento suscita, possono sentire l’interesse, il piacere a restare nella relazione in base a valori che, in quanto tali, non possono che essere personali.

Quali sono i valori ai quali, in quanto gestaltisti, ci richiamiamo nella nostra pratica professionale?

In Gestalt si parte  dall’assunto che ogni relazione, rapporto si fonda sul contatto. Non esistono esseri umani isolati, ogni individuo non può essere separato dal contesto in cui è immerso, senza alcuna eccezione né in termini spaziali, né in termini temporali né in termini relazionali.

Nella relazione psicoterapeutica le due persone si pongono l’una di fronte all’altra nel rispetto della propria soggettività e nella convinzione che ognuna di loro, in quanto essere umano, sia un valore in , sia un fine in sé e, quindi, nessuna delle due potrà usare l’altro come mezzo per il raggiungimento di propri scopi.

L’azione psicoterapeutica allora è la parte di un tutto rappresentato da ciò che fluisce tra due soggetti etici (intenzionalmente orientati verso una relazione umanamente paritetica e consapevoli delle proprie responsabilità) in un contesto etico (espressamente fondato sulla pariteticità e su regole  esplicite e condivise).

I criteri di giusto/ingiusto, buono/cattivo così spesso utilizzati nelle valutazioni morali hanno sempre un valore relativo: per me, qui ed ora.

La via d’uscita dal relativismo morale sembra essere, allora, quella di rivolgere l’interrogativo morale ad individui responsabili pronti a rispondere, a pagare i prezzi di comportamenti e di scelte. Ma le scelte reali non possono che nascere dal contatto con il mondo emozionale e da consapevoli esperienze con il mondo sensibile, piuttosto che da leggi presunte “naturali” e scaturite da un astratto e deresponsabilizzante mondo delle idee.

In ottica fenomenologica, l’empatia è lo strumento per porsi di fronte all’altro come soggetto mantenendo la dualità relazionale e nello stesso tempo comprendendo non solo il processo cognitivo, ma il processo affettivo-emotivo dell’altro. Comprendere è qui usato nel senso di prendere con sé  e contemporaneamente essere in contatto con il processo che in sé stessi viene evocato dalla presenza dell’altro, senza fare confusione tra i due contesti.

Solo ponendosi all’interno di una relazione psicoterapeutica ognuno può scoprire cosa ha valore etico in base al proprio sentire e all’attuale relazione con l’altro e sviluppare il gusto etico in questo tipo di relazione. Chi è stato paziente conosce bene quest’esperienza. Si tratta di pensare etica e morale come valori che orientano il comportamento umano al servizio dell’uomo stesso, che recuperano la centralità dell’individuo ed il suo inserimento a pieno diritto nel sociale sottraendolo alla marginalità derivante da marchi discriminanti.

Qual è allora la funzione dei Codici deontologici e, più in generale, della normativa  che regola i comportamenti professionali?

Ogni comunità utilizza dei criteri per legittimare l’ingresso di individui al suo interno e la loro permanenza in essa, nonché prescrive i comportamenti adeguati per il raggiungimento degli scopi che la comunità stessa si prefigge.

Una comunità professionale ha anche la funzione di preservare la fiducia dei clienti ai quali la professione si rivolge ed offrire loro tutela e garanzia della qualità dei servizi prestati.

Questi fini sono perseguiti attraverso una normativa fondata su criteri astratti e mutanti nel tempo. Alcuni professionisti, infatti, trovano questi criteri  non più adeguati ai nuovi contesti e iniziano, a volte in modo implicito, altre in modo consapevole, responsabile ed esplicito a disattenderli mettendo le basi per la loro trasformazione.

Malgrado questa relatività, le norme svolgono la loro funzione e soprattutto fungono da indicazioni comportamentali per i professionisti che iniziano la loro attività. Per questi muoversi su binari precostituiti (eteronomia versus autonomia) vuol dire sentirsi protetti e tutelati in un momento della vita professionale in cui la tensione è già naturalmente alta in relazione all’assunzione di rischio e responsabilità. E’ necessario che i professionisti imparino a muoversi tra le due sponde: la liceità dei comportamenti (morale/diritto) e la bontà dei comportamenti (etica).

Le regole codificate permettono di distinguere  comportamenti leciti da comportamenti illeciti mettendo gli operatori al riparo da responsabilità civili e penali, ma non dalla loro coscienza.   

Nella pratica psicoterapeutica, il lavoro con la committenza, per esempio, richiede di muoversi secondo le linee sperimentate e consolidate nel tempo che soprattutto i più giovani operatori è bene che conoscano e seguano. Si tratta, infatti, di contemperare le esigenze di più soggetti senza vanificare l’alleanza terapeutica con il cliente e la normativa può agevolare questa funzione, ma se troppo rigida o troppo rigidamente interpretata, può ostacolarla del tutto.

A tal proposito si pensi alla relazione d’aiuto con minorenni ed alla necessaria relazione con i genitori, al lavoro in équipe negli ospedali ed al tema del segreto professionale, per non parlare delle testimonianze in tribunale.

Ben più delicati sono i temi collegati ai concetti di abuso e di situazioni a rischio di abuso.

L’abuso è un evento strettamente legato all’esercizio di un potere che esiste legittimamente e che, attraverso un comportamento attivo od omissivo, strumentalizza il potere stesso legandolo ad un uso distorto rispetto al fine per il quale esso è stato attribuito.

L’illecito è nella deviazione del potere.

Nella psicoterapia, e più in generale in tutte le relazioni d’aiuto, il potere è quello attribuito al professionista dallo stesso cliente, potere di parlare, guardare e fare, ed è diretto chiaramente a realizzare lo scopo per il quale il cliente si è rivolto al professionista.

L’abuso non deve essere confuso con atti di violenza ed in particolare di violenza sessuale. Questi ultimi sono atti  più facilmente riconoscibili da parte del cliente e che per lui è relativamente facile non accettare, respingere. L’abuso, al contrario, soprattutto nell’ambito psicoterapeutico, rimane più facilmente celato in quanto non comporta per forza un danno evidente ed immediato per la persona, ma mina il fondamento stesso della relazione che non è più in funzione dell’interesse del cliente, ma dell’interesse del terapeuta quasi sempre consapevole dell’abuso messo in atto.

In ambito penale l’abuso è tale quando è diretto a realizzare un lucro dell’agente ovvero lede un diritto costituzionalmente garantito del soggetto passivo.

Anche in ambito civile, dove si riconosce al singolo il potere di realizzare un proprio interesse (diritto), si può avere abuso del diritto.

Più delicato e complesso è il tema delle situazioni a rischio di abuso dove lo psicoterapeuta può trovarsi a commettere un abuso senza esserne, e senza poterne essere, consapevole.

La relazione psicoterapeutica è caratterizzata da: alleanza terapeutica (collaborazione verso un fine condiviso), contesto specifico ed unico (setting), proiezione del paziente e proiezione dello psicoterapeuta (transfert) e da una particolare intimità.

Ogni terapeuta dovrebbe essere in grado di evitare collusioni e  contaminazioni dei bisogni del cliente con i propri bisogni (area della confluenza), dovrebbe essere in grado di evitare la mancanza di considerazione per la visione del mondo dell’altro e per i suoi valori (area della direttività), dovrebbe avere competenze adeguate per osservare quali variabili intervengono nel rapporto e nel processo terapeutico in connessione, ad esempio, con una relazionedoppia”.

L’incontro delle due persone in altri contesti (lavorare con clienti “conosciuti”) può essere strategico, legato cioè ad una linea di intervento ad hoc, o casuale o previsto per una molteplicità di livelli relazionali. In tutti questi casi, è importante riflettere sulle difficoltà ad instaurare e mantenere le modalità del rapporto professionale ben distinte da quelle del rapporto personale evitando commistioni e surplus.

Il cliente, infatti, avrà  difficoltà a definire i confini tra i diversi ambiti e finirà col ridurre la capacità di autodeterminarsi soprattutto nell’ambito parentale, amicale o lavorativo.

L’abuso è in questa perdita di libertà, pur tuttavia, il terapeuta non è in grado di rendersi conto in concreto delle autolimitazioni del cliente.

Di fronte alle specifiche situazioni occorre allora porsi degli interrogativi relativi a quali difficoltà si potrebbero incontrare nel percorso psicoterapeutico e come sarebbe possibile superarle confrontandosi con esse con flessibilità, ma senza rischiare di impantanarsi o, peggio, di infilarsi nelle sabbie mobili.

Non è possibile, tuttavia, dare a questi interrogativi, una risposta drastica e una volta per tutte: sempre sì o sempre no.

Ma anche decidere di volta in volta richiede parametri definiti a priori. Il paramentro che si suggerisce  è quello del benessere dello psicoterapeuta,  del suo sentirsi a proprio agio nella relazione, fidandosi della sua attenzione e consapevolezza, della sua perizia e della sua capacità di utilizzare accorgimenti adeguati alla specifica situazione .

Il sommarsi dei contesti relazionali è una condizione tanto più a rischio di abuso quanto  più significativi sono i legami relazionali. Può accadere, infatti, che la richiesta di un percorso terapeutico venga effettuata da persone che si siano conosciute e si frequentino nella vita privata (parenti, conoscenti, amici, parenti di amici) o lavorativa (allievi, colleghi, dipendenti, fornitori) e che si ha la possibilità di incontrare fuori dallo spazio terapeutico.

Così nel caso in cui l’inviante sia un amico o un parente del terapeuta che a sua volta invia una persona a lui affettivamente legata, la difficoltà sta nello stabilire il limite di confidenzialità tra terapeuta ed inviante essendo chiaro che quest’ultimo può avere sentimenti ambivalenti che lo possono portare ad un adeguato interessamento dettato dalla preoccupazione o a comportamenti di invadenza e controllo.

Altra ipotesi di situazione a rischio di abuso è il caso di  psicoterapie individuali o di gruppo condotte dallo stesso terapeuta con persone legate affettivamente tra loro. Sia pur in modo completamente inconsapevole, lo psicoterapeuta può incontrare, in questa situazione, difficoltà a tenere i due setting separati evitando triangolazioni attive o passive.

Infine, situazione a rischio di abuso connaturata al setting psicoterapeutico è l’attività proiettiva o trasferale del terapeuta sul paziente. E’ qui che possono agire i bisogni inconsapevoli dello pscioterapeuta, le sue insoddisfazioni, le sue gestalt inconcluse. Nella seduta psicoterapeutica, l’assenza di contatto del terapeuta con se stesso impedisce ogni contatto con il cliente, crea una scissione, una separatezza, un vuoto incolmabile anziché una distanza abitabile, un vuoto fertile, uno spazio creativo. Il terapeuta usa il cliente, allora, invertendo il concetto di “schermo bianco” di freudiana memoria, trasla su di lui parti di sè, i suoi bisogni insoddisfatti, le aree de suo mondo interno “fuori contatto” senza nulla percepire dell’altro. Si arriva così al rovesciamento dell’enunciato etico kantiano: si usa l’altro come mezzo anziché come un fine. A partire da una non corretta analisi della richiesta portata dal cliente, passando per possibili collusioni e inadeguate confluenze, si può giungere allo strutturarsi di relazioni up/down o ad indottrinamenti legati al “dover essere” e al “dover fare”. Ma il comportamento abusante è ben difficile da individuare.

Potremmo dire che la relazione psicoterapeutica in se stessa è una situazione a rischio di abuso qualora non si ponga ogni attenzione a preservare la libertà del cliente.

Per tenersi il più lontano possibile da queste trappole, la formazione al lavoro psicoterapeutico e la costante supervisione devono avere come obiettivi prioritari l’etica della relazione fondata su  consapevolezza e assunzione di responsabilità, capacità di essere trasparenti a sè stessi, competenza ad entrare in contatto ed integrare le parti scisse di sè che man man emergono soprattutto attraverso la relazione con i clienti.

 


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