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Storie da un Sert
Mariella Sassone Counsellor
“INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°5 settembre - ottobre 2005, pagg. 40-55, Roma Tossico, tossicodipendente, urine, droga, madre, sostanza stupefacente, eroina, crisi di astinenza, rota, metadone, ti copre, spaccio, amici, cocaina, psicofarmaci, medico, famiglia, casa famiglia, figli, adozione, comunità, padre, lavoro, ti fai, psicologo, hai bevuto, carcere, assistente sociale, strada. La vita in un SERT e’ fatta di queste parole, e con queste e poche altre si possono scrivere le storie dei tanti che vanno a bere o a chiedere aiuto, se ancora sono in grado di volerlo. Ho passato sei mesi fra gli operatori che lavorano li, oltre il raccordo, in una casa cantoniera lungo la ferrovia, con le sbarre alle finestre. Ad ognuno di loro ho chiesto una storia, ed a quelle storie ho aggiunto la diffidenza e la curiosità, due chiacchiere in corridoio, l’impotenza e il disagio, le ore nel traffico, la pietà ed il disprezzo, un caffè sul fornelletto, la compassione e la speranza, qualche volta la commozione. E questa è la mia storia.
C’era una volta, in oriente, un villaggio circondato da papaveri d’oppio. La gente viveva secondo le usanze tramandate dagli antenati. I giovani andavano a caccia, gli uomini lavoravano la terra, le donne schiacciavano il grano, e così di padre in figlio, di generazione in generazione. I papaveri comunicavano fra loro ondeggiando e affidavano ad api e farfalle i messaggi per gli amici più lontani. Un giorno un uomo ozioso che non aveva voglia di lavorare pensò di sfruttare quei papaveri. Ne prese uno, lo sradicò, lo essiccò, schiacciò i pistilli (il pane dell’oppio) fino a formare una polvere da vendere. Ma dentro la polvere c’era ancora l’anima del papavero: io farò a quell’uomo ciò che lui ha fatto a me, pensò il papavero. Così l’eroina sradica l’uomo, da sé stesso e dai suoi parenti, lo essicca, lo schiaccia, lo riduce in polvere, fino a quando… non è tornato da me con un mazzo di papaveri rossi. L’anima dell’eroina era tornata dal papavero e lui era libero.
Lo sportello del metadone. Giorno dopo giorno vengono a bere poi buttano il bicchiere e se ne vanno. Chi fa il vago, chi guarda il dispenser senza perdere d’occhio nemmeno una goccia. Qualcuno ha la consegna, porta la bottiglietta, l’infermiera la riempie e lui la prende, la mette in tasca o nello zaino e poi via. Qualcuno protesta, domani non posso. Altri entrano, lasciano le urine o parlano col medico. Soprattutto uomini. Poche le donne. Età? Qualunque, ma di solito oltre i cinquanta non arrivano. I più giovani sembrano avere ancora qualcosa di pulito addosso, anche se non so bene che vuol dire, forse nello sguardo o nel sorriso, perché i più giovani sorridono ancora. Gli altri sembrano tutti della stessa età, o comunque l’età non conta più. Una donna anziana, minuta coi capelli bianchi, viene a prenderlo per i suoi figli, porta tutte le bottigliette. Questo per uno, questo per l’altro. Rimette le bottiglie nella busta di plastica, e va via. Anche questo è amore.
… dovrebbe essere già morto. Tossico ed alcolista. Positivo all’HIV e all’HCV. Il problema maggiore è stato ed è l’alcolismo che ha causato gravi problemi psichiatrici. Scambia una finestra per una porta e si butta di sotto. Vive con una madre anziana. Una sorella, anch’essa tossica ed alcolista, è morta pochi mesi fa per un tumore all’utero. Prende metadone. E’ assuefatto al metadone, gli fa da calmante. Qualche volta tocca eroina. Ora ha 42 anni. Si è presentato al SERT più di 20 anni fa, allora faceva il venditore ambulante. Ha iniziato a 14 anni a far uso di droghe.
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