MICHELE CAVALLO*

 

Psicologo, drammaterapeuta, docente alla Facoltà di Scienze Umanistiche, Università “La Sapienza” di Roma

 

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EMOZIONE, CATARSI, SUR-LIMAZIONE

 

 

INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°6 novembre-dicembre 2005, pagg. 52-65, Roma

 

 

 

1.

Lo psicoanalista Francesco Corrao (1992) riprendendo la Poetica e la Politica di Aristotele ha riproposto la questione della catarsi (dal greco kátharsis, purificazione) mostrando come la tradizione abbia operato una distorsione del pensiero aristotelico: per Aristotele catarsi è purificazione attraverso le passioni e per nulla affatto purificazione delle passioni. Aristotele usa tale termine parlando della tragedia, per spiegare l’effetto di purificazione dell’animo che lo spettatore esperisce assistendo alla rappresentazione. La tragedia, rappresentando (imitando) fatti gravi, luttuosi, suscita forti emozioni (terrore e pietà).

Breuer e Freud negli Studi sull'isteria, riprendendo il significato aristotelico, avevano introdotto il termine abreazione[1] come processo terapeutico in cui si realizza una purificazione, una scarica adeguata degli affetti patogeni. La cura consentirebbe al soggetto di rievocare e perfino di rivivere gli eventi traumatici ai quali sono legati questi affetti e di abreagirli.[2]

Per un altro psicoanalista, Franco Fornari,

 

Freud si rese conto che ciò che agiva terapeuticamente nel metodo catartico non era semplicemente la possibilità di rappresentare il fatto penoso obliato attraverso il ricordo, bensì il rivivere il ricordo nell’ambito di una relazione di transfert che, in quanto comporta affetti, implica una mescolanza di energia e di significazione. […] Dopo Freud l’amore è un processo di transfert e il transfert significa che gli affetti non presentano se stessi, ma stanno al posto di qualcosa d’altro, di altri affetti, per altre persone. Il transfert contiene la situazione teatrica, nel senso che l’affetto per una persona trasforma la persona in qualcosa che sta al posto di un personaggio (1979, pp. 155-157).

 

Nel 1921 Sandor Ferenczi (allievo di Freud) indica nella “tecnica attiva” un intervento dinamico nel quale al paziente vengono assegnati ruoli e compiti, anticipando la tecnica psicodrammatica.[3]

Freud aveva affidato al linguaggio discorsivo la funzione di abreagire gli affetti, Jacob L. Moreno l'affidò alla drammatizzazione introducendo l’idea che la catarsi avviene nell'attore che è impegnato nella rievocazione, oltre che nello spettatore. Recitando situazioni passate, presenti o future-immaginarie della propria vita, i conflitti e le pulsioni possono essere esperiti in maniera intensa ed affettivamente coinvolgente.

Più recentemente all’interno del paradigma delle Artiterapie, la prospettiva della drammaterapia (o teatroterapia) propone una concezione della catarsi che integra ed estende tali riflessioni.

Ritornando proprio alla radice teatrale, il drammaterapeuta vede la catarsi come un processo attivo di “transfert” e modulazione degli affetti. Attraverso la rappresentazione artistica, il cliente può prendere contatto e comprendere, smorzandone l’effetto emotivo immediato, gli aspetti profondi della sua realtà psicologica ed esistenziale. Contemplare dall’alto, vedere da una certa distanza o da un altro punto di vista le passioni che ci trascinano, può contribuire alla comprensione del loro significato.

Come sottolinea Robert Landy (1999, p. 137), la catarsi nella drammaterapia non è necessariamente uno sfogo di forti sentimenti, uno sgorgare di lacrime o un parossismo di risate e abbracci. Spesso è una reazione discreta, un silenzioso momento di riconoscimento: «la catarsi implica l'abilità di riconoscere le contraddizioni, di vedere come aspetti conflittuali della vita psichica o della vita sociale, del pensiero, del linguaggio o del sentimento possano esistere simultaneamente». La catarsi, allora, può essere vista come il riconoscimento (la “comprensione affettiva”) di un conflitto che genera tensione e disagio. Questo tipo particolare di comprensione è possibile grazie a una mediazione in cui gli affetti stanno “al posto di qualcosa d’altro”; la situazione teatrale agisce come mediazione in cui il testo, il personaggio, il ruolo, il lavoro o il trainer-regista stanno al posto di qualcos’altro della vita del paziente e permettono una diversa possibilità di elaborazione, di sviluppo della dinamica relazionale e affettiva. Quando tale mediazione funziona, si perviene a una sorta di giusta distanza, né troppo coinvolti né troppo distaccati. Assumere una posizione dalla quale poter modulare la propria esperienza, spostandosi sui gradi del vissuto emozionale, vuol dire porsi a una “giusta” distanza da un contenuto emotivo: «possiamo intendere il distanziamento come un’interazione o un processo intrapsichico caratterizzato da un certo grado di partecipazione e di distanza» (Landy, 1999, p. 138). Dal punto di vista della drammaterapia, questo spostamento non può che avvenire nello spazio che separa due polarità: ipo-distanza (eccessivo coinvolgimento emotivo) e iper-distanza (eccessivo distacco emotivo). L’attestarsi su una delle due polarità o in prossimità ad essa, è uno dei principali segnali di disagio affettivo o relazionale, nei cui confronti la drammaterapia opera cercando di raggiungere la cosiddetta distanza estetica. Landy fa coincidere il concetto di distanza estetica con quello di catarsi, intesa come conquista di equilibrio tra emozione e consapevolezza, tra coinvolgimento e distacco, tra io e non-io.

Ad una “distanza estetica”, la persona può esperire l'ansia senza esserne sommersa; può “sentire intelligentemente” e “capire sentimentalmente”, elaborando la tensione attraverso un nuovo livello di comprensione. La catarsi è il raggiungimento di una posizione di non-differenza da cui si può arrivare a cogliere la natura profonda della realtà (impermanente, interrelata, equi-distante) in cui bene e male, sofferenza e felicità, alto e basso possono convivere.

Quindi la catarsi non come sfogo o scarica, ma come modulazione delle emozioni, purificazione “attraverso” le emozioni, ab-reazione nel senso di rivivere attraverso una nuova consapevolezza. La catarsi ha un valore di chiarificazione, di illuminazione, di comprensione delle passioni. In tal senso abbiamo ripreso la proposta di Corrao che sottolineava come «l’incremento o l’addensamento eccessivo delle passioni, ed ancor più la loro polarizzazione, ha effetti sfavorevoli o addirittura disastrosi […]. I sistemi regolativi equilibratori passano attraverso le trasformazioni cognitive e l’intenzionalità coscienziale. Le passioni, in tal modo, potranno essere pensate, elaborate ed anche impiegate, tenendo presente la loro struttura relazionale» (1992, pp. 65-66).

Nell’esperienza estetica in genere, la persona si trova a una distanza da cui può comprendere affettivamente. Ecco allora che possiamo assumere, in continuità con Landy, la distanza estetica come modello per capire il processo emozionale in certe condizioni.

 

[…]



[1] Abreazione, neologismo (ab-reagieren) coniato da Breuer e Freud (il prefisso ab comporta vari significati: distanza nel tempo, separazione, diminuzione).

[2]  Negli Studi sull'isteria Freud scrive: «mi sforzai di eliminare questa isteria da ritenzione mediante la riproduzione di tutte le impressioni perturbanti e successiva abreazione. La lasciai inveire, tenere discorsi, dire in faccia allo zio l'intera verità... »

[3] In un primo periodo la “tecnica attiva” consisteva nel suggerire al paziente di inibire alcuni atteggiamenti corporei o movimenti, per far emergere e “smascherare” i vissuti sottesi. Successivamente l’attenzione di Ferenczi  al corpo non è diretta solo alla rivelazione di dinamiche inconsce, ma diventa una guida per provocare e condurre prolungati e intensi stati corporei regressivi, una sorta di “ripetizione dell’esperienza traumatica”, attraverso la quale innescare un ri-vissuto con funzione catartica.


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