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BRUNO CALLIERI Docente di Psichiatria
e docente di clinica Neuropsichiatrica, Università degli Studi di Roma “La
Sapienza” Aspetti antropofenomenologici dell’incontro con la
persona delirante: l’ambiguità dello sguardo
“INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°7,
settembre-ottobre 2006, pagg. 2-13, Roma La “presenza” del soggetto delirante ci si mostra in molte varietà tipologiche che, per lo più, sembrano precludere radicalmente il coesistere-con-l’altro, vanificando così ogni possibilità di incontro (momento costitutivo dell’intersoggettività) sul quale cala la fitta nebbia dell’isolamento esistenziale. Certamente il delirante, che è lo psicotico per antonomasia, mondanizzato nell’irreale e nel distorto, può ampiamente comunicarci (ben più dello schizofrenico) la sua situazione, il suo in-der-Welt-sein, il suo esserci-nel-mondo; certamente anche per lui “il linguaggio è la dimora dell’essere” (Heidegger, Brief über den Humanismus, 1947), ma non è più domanda e risposta, non è più dia-logo, non è colloquio, ma monologo. In un tale tipo difettivo di co-presenza, di presenza assente, manca l’apertura al Mit-Welt, al “mondo umano comune” e l’incontro sembra divenire praticamente irrealizzabile o, comunque, destinato allo scacco e a farci restare interdetti. Come scriveva Cargnello (1984), “è proprio in questa prospettiva che la psichiatria può essere intesa come una scienza di distorti, falliti, impossibili incontri”. Viene così tracciato, tramite il delirante, un modello generale per la ricerca psicopatologica, appunto “quello dell’analisi delle specifiche declinazioni difettive della categoria della coesistentività” (Stanghellini e Ballerini – Ossessione e rivelazione, pag.79). In verità, in certe situazioni psicotiche, soprattutto deliranti-paranoidi, l’alter ci si propone come alcunchè di estraneo, come un alienus, transitato da fratello a nemico (A. Schnitzler), cioè muoventesi secondo parametri “altri”, paralogici e paramatici (Trupia, 1992), che sovvertono le “nostre” prospettive mondane e che ci obbligano a salti categoriali del tutto insoliti; è lo “scuotersi delle fondamenta” (il tillichiano shaking of the foundations) che, volentes aut nolentes, ci fa restare interdetti, in quanto sconvolti dall’invasione del significato abnorme (per es. di “fine del mondo”- Callieri) o dalla continua presenza della perplessità e, poi, dell’illuminazione e della rivelazione deliranti. Nell’esperienza del “restare interdetto” è fortemente implicato l’essere-preso (sorpreso) - da, c’è in essa il sentimento attonito di una contemplazione obbligata, subìta, imposta, c’è la sgradevole sensazione dell’imprevisto, c’è – quasi sconvolgente – la sospensione della donazione di senso, non più ricevuto nè dato, nell’arresto di un flusso coesistenziale (che invece dovrebbe essere incessante e darsi anche nei momento di maggior solitudine). Nell’incontro col delirante, che ci comunica (o ci consente di cogliere) il suo mondo dereistico, fantasmatico, illusionale, immaginario, si verifica - quasi brutalmente – una specie di collisione di categorie, con uno scatenamento infrenabile di moti psichici di difesa: nessuno psichiatra, per quanto esperto, può esserne risparmiato (a meno che egli non si burocratizzi piattamente e cada in una specie di burn out). Certo, è proprio lo psichiatra a trovarsi continuamente confrontato con categorie mentali inusuali, ben lontane dall’abituale (mi accorgo di aver evitato il trabocchetto della parola “norma”), di trovarsi a convivere con gli orizzonti sterminati dell’assurdo, dell’inadeguato, dell’illusorio, del surreale, dell’inverosimile, del “delirante”, con le esperienze impalpabili eppur penetranti dell’irreale divenuto incontrovertibile realtà per quel singolo: nell’allucinazione (voci), nell’incoerenza, nella discordanza (Henry Ey), nell’intuizione magica, nella visonarità, perduto nelle spirali dell’ossessione oppure brancolando nelle nebbie oniroidi della confusione. L’imbattersi di continuo in queste esperienze pienamente vissute, e in un certo senso, sconvolgenti, obbliga dapprima lo psichiatra ad un atteggiamento obbiettivante, indispensabile per difendersi dall’irruzione dell’ “irrazionale” e dal suo potere psicopatogeno, dalla frustante esperienza di “scacco”. […] Clicca qui per accedere. http://www.in-psicoterapia.com © 1997 - 2008 Tutti i diritti riservati |