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LUCIO SAVIANI Università di Roma – La Sapienza La sapienza del patico e i
colpi del senso
“INformazione
Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°7, settembre-ottobre 2006, pagg. 100-119,
Roma Se dall’intimo della vita, che nell’individuo umano sentendo si vive, l’avvertimento del sé si muove, allora la vita stessa nel vivente accade, e accade in quanto accade al sé che la vita in ogni vivente allucina – ad un sé a cui l’accadere tocca, quasi il sé fosse prima dell’accadere, il vissuto fosse prima e non a partire dalla vita vivente. Nell’inconscio gioco di prestigio della mente, essenziale al costituirsi dell’autocoscienza, l’ordine reale corpo-sé s’inverte nell’ordine ideale sé corpo. Così il sé fantasticato viene anteposto al corpo esperito, e l’identità si colloca nel sé piuttosto che nel corpo. Solo nel quadro di questa ‘illusione ottica’ mentale lo scrittore Milan Kundera può sostenere come “il terrore di essere corpo, di esistere sotto forma di corpo” sia propriamente l’emozione che “insidia dal profondo tutta l’esistenza”. Cosa c’è di più contingente, meramente fattuale, del proprio corpo, che viene vissuto come un accadere al sé, quasi che il sé fosse prima del corpo, e non ne fosse invece l’umbratile proiezione? Cosa c’è nel mio sé (nel me) di più contingente del corpo, dalla cui contingenza dipende quell’‘io’, nel cui nome poi il corpo vien detto ‘mio’? L’accadere è sorte. Il ‘destino’ (o un suo qualsiasi sinonimo) ne è la rappresentazione mitica. Il sé, a cui in esso vivendolo ci si riferisce, ogni volta non è che l’iniziale essere-accaduto, il paradosso di un ‘sé accadutosi’, l’individuarsi del vivente. Il corpo stesso accade al sé. Il ‘sè accadutosi’ è il soggetto di ogni accadere.[1] Origine, sfondo, punto di riferimento di questo scritto è il libro di Aldo Masullo che ha per titolo Paticità e indifferenza. Nelle pagine del libro è possibile ritornare sui punti fondamentali che hanno segnato il cammino di pensiero di Masullo, a partire dal termine “patico”, la cui “complessa funzione problematizzante” e il suo chiarimento costituiscono, come afferma lo stesso Masullo, “il filo conduttore dell’intera ricerca cui questo libro è dedicato”.[2] In una nota del libro, inoltre, leggiamo che “la responsabilità dell’autore del presente scritto nei riguardi dell’elaborazione della nozione di ‘patico/paticità’ è attestata fin dall’inizio degli anni ’60, nel contesto della epistemologia antropologica (Struttura soggetto prassi). Dopo lunghi decenni, impegnati in altri studi teorici, l’autore ha testimoniato il suo mai spento interesse per una decisiva definizione del pensiero della ‘paticità’, prima in un libro del 1990 (Filosofie del soggetto e diritto del senso) e poi, in rapporto con la fenomenologia del ‘tempo’, nel libro del 1995 Il tempo e la grazia, nonché in vari scritti minori”.[3] (PI, p. 131). Ma è possibile, dicevamo, nelle pagine di questo libro ritrovare i temi centrali del percorso speculativo di Masullo, quali: l’intersoggettività inconscia come fatto ‘originario’ e fondamento non metafisico della conoscenza e della riflessione filosofica; il tempo come fenomeno patico originario, nome del vissuto irrompere, repentino, della differenza; infine, le sue letture del pensiero di Kant, Fichte, Hegel, Bruno, Husserl. Alcuni passaggi fondamentali del discorso che Masullo svolge attraversando le diverse sezioni del libro (la riflessione sull’evento come tacere, assoluto silenzio e istantaneità, a partire dal rapporto tra Sein e Seyn negli heideggeriani Beiträge zur Philosophie; la ripresa del distico schilleriano Sprache a proposito di discorso dell’oggettività dello ‘spirito’ e silenzio come parola autentica dell’’anima’; la scelta della parola “tranquillità” piuttosto che “abbandono” per tradurre il concetto di Gelassenheit, almeno nel ‘senso’ in cui ad esso ricorre Heidegger; la “sapienza” di una originalità con cui Masullo traduce il frammento 5 di Parmenide, sull’identità tra essere e pensiero; la filosofia come “ascesi” del senso, ma intesa come “attiva cultura del senso”) saranno qui ripresi in quanto, mediante il loro rigore teoretico e la loro profondità di analisi, si cercherà di porre in una luce maggiore il ‘senso’ verso cui sembrano aprirsi alcune pagine di Vladimir Jankélévitch - in particolare lo Jankélévitch di Philosophie première, la sua opera più complessa, teoreticamente decisiva all’interno della sua produzione, e anche di maggiore ‘sistematica’ tensione speculativa – e di Maurice Merleau-Ponty, in particolare Senso e non senso e Il visibile e l’invisibile, soprattutto nei punti in cui Merleau-Ponty parla di un peculiare “senso” della filosofia e del senso del discorso filosofico nella nostra contemporaneità, al quale senso Aldo Masullo pure dedica la conclusione, chiarendone anzi la ragione stessa, di Paticità e indifferenza. […] [1] A. Masullo, Paticità e indifferenza, Il melangolo, Genova, 2003, p. 128-129. La citazione di Kundera è tratta da M. Kundera, L’ignoranza, Adelphi, Milano, 2001, p. 182. [2] A. Masullo, op. cit., p.46. D’ora in poi citeremo questo testo ricorrendo alla sigla PI. [3] Le edizioni dei libri di Masullo qui citati sono: Struttura soggetto prassi, Napoli, 1962, 3ed. ESI, 1997; Filosofie del soggetto e diritto del senso, Marietti, Genova, 1990; Il tempo e la grazia, Donzelli, Roma, 1995. Clicca qui per accedere. http://www.in-psicoterapia.com © 1997 - 2008 Tutti i diritti riservati |