MICHELE CAVALLO

Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

Lo sguardo e la voce. Al di là della fenomenologia della percezione

L'accesso on-line alle versioni integrali degli articoli è riservato agli iscritti Estratto dell'articolo

INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°7, settembre-ottobre 2006, pagg. 38-51, Roma.

L’articolo completo è consultabile sui siti www.teatrovideoterapia.it e www.videoterapia.it

Seguendo il tragitto che Merlau-Ponty traccia dalla sua opera più famosa fino agli ultimi scritti, siamo condotti a un “al di là” della fenomenologia, che lo stesso autore ha evocato più volte richiamandosi alle tesi ontologiche vicine allo strutturalismo psicoanalitico. L’indagine sulla visione, sullo sguardo sono fondamentali per radicalizzare l’approccio fenomenologico in direzione ontologica. Su tali riflessioni Jacques Lacan inaugurerà una nuova fase del suo pensiero che lo porterà a una revisione della sua “fenomenologia psicoanalitica” contenuta nella teoria dello “stadio dello specchio”. Sarà possibile da questo momento parlare non più e non tanto di “fasi percettivo-evolutive” ma di “oggetti” che rendono possibile la percezione e costituiscono la stoffa della soggettività. Lo sguardo, insieme alla voce, non sarà più considerato organo o funzione della percezione, ma oggetto pulsionale ontologicamente originario rispetto all’esperienza del soggetto.

È a partire da tali proposte che oggi è possibile comprendere diversamente e con maggiore profondità, fenomeni clinici come le allucinazioni (visive o uditive) nella psicosi, o perversioni come il voyeurismo, l’esibizionismo, il narcisismo, o le varie forme di fobia, di iperestesia, di dismorfofobia.

Ed è a partire da tali proposte che possiamo reperire un necessario riferimento teorico e metodologico per quella congerie di tecniche psicologiche, psicoterapeutiche, riabilitative che fanno dell’uso delle immagini e in generale dei codici sensoriali, un campo di sperimentazione e applicazione in diversi ambiti e con diversi fini. Mi riferisco alle “artiterapie” e in particolare alle tecniche della videoterapia, fototerapia, film-therapy, drammaterapia.

Fenomenologia e psicoanalisi

Gli enigmi dell’esperienza soggettiva sono indagati con particolare acume dalla fenomenologia del secondo Merleau-Ponty e dalla psicoanalisi lacaniana. Soprattutto nei suoi ultimi scritti il filosofo francese, ha cercato di dar voce ai paradossi e ai labirinti che il soggetto percorre per riancorarsi alle cose stesse, per incontrare le cose stesse.

Il programma sviluppato sistematicamente nella Fenomenologia della percezione, trova nelle ultime opere un particolare approfondimento a partire dalla visione, dal vedere, che nella pittura trovano il modello appropriato per una comprensione del fondamento dell’esperienza, al di là degli psicologismi. Per vedere il mondo e coglierlo nella sua enigmaticità, occorre rompere la nostra familiarità con esso: l’approccio fenomenologico deve rinunciare a una riduzione ai dati superficiali dell’esperienza.

Gli esempi paradigmatici di queste verità paradossali ce le forniscono l’arte da una parte e la clinica dall’altra.

La pittura ha ispirato a Merleau-Ponty le considerazioni più illuminanti delle sue ultime opere. La cinica delle psicosi (allucinazioni), la pittura e il teatro sono all’origine delle più folgoranti intuizioni di Lacan.

L’arte, così come la clinica, ci dicono qualcosa di essenziale sulla percezione e sul funzionamento della mente. Ci insegnano, prima di tutto, che nell’esperienza non è primario il visibile, il toccabile, l’udibile, ma la loro ulteriorità: l’invisibile, l’intoccabile, l’inudibile. Per questo ora una fenomenologia della percezione si coniuga tra il visibile e l’invisibile, tra l’udibile e l’inudibile, …

Le esplorazioni dell’arte non sono mere sollecitazioni percettive, giochi sensoriali, o distorsioni, deviazioni percettive, così come non sono copie, rappresentazioni del reale, conoscenza delle cose poste là fuori.

Per Merleau-Ponty la percezione stessa non è un modo di conoscenza della realtà, ma una modalità del desiderio, un “rapporto d’essere”. Ed è questo rapporto d’essere che l’arte e la clinica ci fanno scoprire sempre in modo singolare.

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