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PAOLO QUATTRINI Direttore
Istituto Gestalt Firenze L’approccio fenomenologico esistenziale nella
pratica psicoterapeutica. “INformazione
Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°7, settembre-ottobre 2006, pagg.
14-17, Roma Il
pensiero fenomenologico esistenziale presenta per sua natura certe specificità.
Il termine esistenziale, “esistenzialista”, implica
l’essere nel tempo, e quindi si tratta di un pensiero che deve collocarsi nel
tempo e non fuori del tempo, come fa il pensiero
astratto. Alcuni autori che scrivono in merito alla PTG interpretano questo come un pensiero che inizia e
finisce nel “qui e ora”, dove il presente rappresenta l’orizzonte degli eventi
e il “rendersi conto” il massimo delle aspirazioni. Si tratta però di un ingenuo imprigionarsi nel
presente, come lo ha chiamato Erv Polster, dato che l’esistenza è comunque intessuta di passato presente e futuro, e se è vero
che solo il presente si può cambiare, nessun cambiamento ha peso senza una
visione prospettica, cioè senza una proiezione dell’esperienza presente in uno
sviluppo immaginato, o sognato che dir si voglia. Il pensiero esistenzialista richiede quindi una
pluritemporalità invece che una atemporalità, deve
essere “radura nel bosco” e “bosco” allo stesso tempo, non sono necessariamente
io che scrivo il protagonista del mio discorso, ma lo è il mondo, il bosco di
cui faccio parte. Dire che desidero differenziare un
pensiero astratto da un pensiero esistenzialista perché questo fa una
grandissima differenza all’interno di una seduta, e se non lo differenzio nelle
parole più facilmente nella seduta mi perdo nelle ombre del bosco, è certamente un tributo all’essere nel
tempo, ma dubito che rivesta importanza sostanziale per un taglio esistenzialista del discorso. In realtà quello che porta il pensiero fuori dall’area “esistenzialista” è darne connotazioni
assolute invece che contingenti, o meglio, descrittive invece che
evocative. Dire “il pensiero esistenzialista” è come dire “la sedia gialla”: gialla può essere categoria
concettuale o daimon, che alla sedia
porta l’anima. Come diceva Kandinski, non è il singolo colore che porta il
senso, ma il contrasto, e ugualmente non può essere la singola parola a portare
il senso, ma il contrasto fra le parole, l’effetto composizione, quello che non c’è ma si vede! Ora,
la parola pensiero e la parola esistenzialista fanno certamente un contrasto
fra loro, nel senso che
esistenzialista dà per
esempio al pensiero una certa speranza di riscatto da una dimensione remota e
inattingibile, e sembra offrire una promessa di raggiungibilità nella vita
quotidiana: quasi si può sperare che per esempio filosofia e cucina si possano
praticare insieme, con reciproco vantaggio, che si possa pensare il vivere, e
che pensarlo lo renda più denso. “Esistenzialista” è molto vicino a “vivo”, e
vivo porta con sé il senso della continua trasformazione, dell’imprevedibilità,
di un andare non meccanico, non rigido, e allo stesso tempo ineluttabilmente
rispettoso delle strutture che sottende, siano esse
biochimiche come i neuromediatori, o meccaniche come le articolazioni, o
logiche come le necessità sintattiche. Il mio bisogno di radura nel bosco di una seduta non è
più nel tempo perché è mio: c’è sicuramente su tanti miliardi di persone che ci
sono al mondo qualcun altro per cui è un bisogno. Non
diventa astratto se non dico che è il mio, perché non
dicendolo affermo semplicemente che è un bisogno umano, in quanto faccio parte
dell’umanità e l’umanità fa parte di me: meum
est, et nihil mei ab humanitade alienum esse puto, per parafrasare
Terenzio. Come
si parla in una seduta? Si dovrebbe parlare naturalmente, fermo restando il
rispetto per l’ovvio, che cioè il paziente paga perché
il terapeuta faccia qualcosa, che si suppone non farebbe se non fosse
incaricato esplicitamente e pagato per farlo. I problemi sono due a questo punto: per cosa il
paziente paga, e come sarebbe un modo naturale di parlare, in cui naturale non
dovrebbe significare qualsiasi, cioè di solito
disastroso direttamente e negli effetti secondari. Il paziente paga per essere aiutato: il terapeuta aiuta come gli riesce, e se il paziente non è contento se ne
va. L’esistenzialista aiuta stando nel tempo, va bene: ma
come pensa “esistenzialista” invece che astratto? Qui incontriamo subito una difficoltà di argomentazione: non si può fare un esempio astratto,
perché “astratto” implica il prescindere
dal contatto con le intenzioni dell’ipotetico paziente, che per di più essendo
ipotetico può presentare solo intenzioni
ipotetiche, cioè prive di spinta. Un esempio astratto è necessariamente
un non-esempio, perché senza la spinta delle
intenzioni dell’altro un terapeuta esistenzialista non ha cartucce da sparare. O meglio, ha le sue: ma un paziente ipotetico non ha un
sapore percettibile sensibilmente, e con questo anche alle cartucce del
terapeuta si bagnano le polveri. Per restare sull’astratto bisogna rinunciare a usare esempi. Ci sono infiniti modi di aiutare, ma un
terapeuta non è per esempio un dentista, e si suppone che non darà questo tipo di aiuto: ci sono aiuti più consoni e altri più alieni, ma
senza stringere in una regola si può illazionare a cosa il termine
psicoterapeuta allude. Per esempio non allude a baby sitter, e questo
concretamente è difficile da far accettare a alcuni
pazienti che invece è proprio quello che vogliono. Dire “non sono un baby
sitter” può essere risolutivo, ma in genere in senso definitivo, dato che non è
una affermazione dialettizzabile. Sicuramente non allude a consigliere: la pratica
clinica dice che i consigli non servono a niente, o
peggio. Cos’è che si fa nella pratica psicoterapeutica che non
avviene normalmente in nessun altro tipo di rapporto al mondo? Questo è facile
a dirsi: si parla alla persona come se fossero almeno due persone, cosa che
richiede non poco sforzo di attenzione, e giustifica
il pagamento per una attività che non si farebbe se non si fosse incaricati e
pagati. Un’attività che richiede
conoscenza e abilità: non è facile vedere costantemente due persone dove
chiunque altro ne vedrebbe una. E neanche due persone qualsiasi, ma
due persone affaccendate a creare il comportamento dei cui effetti quell’una si
lamenta. O di cui non si lamenta ma dovrebbe
lamentarsi, se si rendesse conto di quanto gli costa in termini esistenziali. Con espressione molto sofisticata,
M.Klein chiamava questo il passaggio “dalla posizione schizoparanoide alla
posizione depressiva”, che non significa come sembrerebbe a prima vista, dalla
padella nella brace: descrive invece una interiorizzazione del conflitto, per
cui non è più stupidamente sempre colpa del diavolo, ma è con se stessi che
bisogna sbrigarsela! E in realtà con se stessi c’è
sempre la possibilità di venire a patti, se non addirittura di riuscire in veri
e propri atti creativi. Possibilità qui è radura nel bosco, non probabilità,
operazione di semplice valore statistico. Un gigantesco pipistrello nero mi sta portando
attraverso la notte dentro un avventura possibilmente
meravigliosa. Senza la possibilità, andare sarebbe esistenzialmente
disastroso: di probabilità non c’è bisogno, ma ce n’è molto di sogno. Volare in groppa al gigantesco pipistrello in cui si è
trasformato l’aereo apre rivoletti di sensazioni fascinose che mi percorrono,
che sembrano parenti di quelle del piccolo eroe della Selma Lagerloff a cavallo
dell’oca, che quando avevo letto il libro non si erano
manifestate: mi era sempre rimasto misterioso che ci fosse di divertente nel volare in groppa a una oca. Mi verrebbe da raccontare le mie storie con i
pipistrelli, ma lo trovo improponibile, malgrado il
contesto esistenzialista. L’amicizia con un animale mi da sempre un senso di
essere onorato: cosa
diavolo può trovare in me di interessante quando ha tante cosa da fare! Se poi è selvatico, come la volpe del piccolo principe, o
gigantesco come un elefante, o addirittura gigantesco e selvaggio come il
pipistrello nero che mi porta attraverso la notte, allora si spalanca la
dimensione del sogno. Mi sembra che la terra sotto di noi viva e parli con i
suoni selvaggi di una giungla, e che il pipistrello voli sfuggendo agli artigli
della jungla che vorrebbe afferrarlo, anche se non è
veramente consapevole del suo passaggio. Mi sembra che una oscura
sapienza e una grande abilità permetta al grande animale di sfuggire ai
tentativi della terra di afferrarlo, e una corrente di meraviglia mi passa nel
cuore. http://www.in-psicoterapia.com © 1997 - 2008 Tutti i diritti riservati |