OLIVIERO ROSSI

Psicologo Psicoterapeuta – Istituto Gestalt Firenze

 

 Sguardi e immagini: video e fototerapia

 

L'accesso on-line alle versioni integrali degli articoli è riservato agli iscritti Estratto dell'articolo

 

"Formazione In Psicoterapia Counselling Fenomenologia" n°7, settembre-ottobre 2006, pagg. 28-37, Roma

 

L’articolo completo è consultabile sui siti www.teatrovideoterapia.it e www.videoterapia.it

 

Osservare una fotografia implica compiere un atto percettivo rivolto ad una rappresentazione che però, in quanto foto/cinematografica, è indice di qualcosa nel tempo e nello spazio reale.           

Nell’osservazione di una foto ritroviamo due livelli percettivi: con il primo, osserviamo il campo ambientale individuandone gli elementi che lo compongono come appartenenti ad esso; nel caso di una foto inserita in quel campo percettivo (ad es. la foto è sul tavolo), vedremo questa, ad un livello, come elemento del campo nella sua fisicità di foglio di carta colorata, o in bianco e nero; ma una volta che quel foglio di carta viene identificato nell’ atto percettivo come fotografia, ci relazioneremo ad essa in un modo diverso in quanto, a questo punto, questo atto sarà rivolto verso un elemento identificato come rappresentazione di qualcosa, avvenuta da qualche parte. Nella sua accezione denotativa questa immagine\rappresentazione non spiega ma rimanda l’osservatore indicando un luogo e un tempo in cui è stata prodotta; in un certo senso, la percezione diventa una quasi percezione in quanto le caratteristiche fisiologiche dell’atto indubbiamente rimangono, ma avviene una trasposizione del percepito (ad esempio, la foto di un tramonto in bianco e nero, che oggettivamente è una scala dei grigi impressi nella carta fotografica, non viene interpretata in quanto tale ma percepita come se fosse realmente quello che raffigura): la persona che sta guardando la foto, ad un certo livello, sa che ciò che osserva è solo l’impronta di ciò che è avvenuto altrove; ad un altro livello, la funzione di rimandare viene quasi dimenticata e, se la foto è significativa per se stessa, evocherà delle attivazioni percettive ed emotive come se la persona si ritrovasse realmente .

 

Parlare di lavoro con le immagini (video e fotografiche) nella terapia significa, quindi, inserire nella relazione terapeutica oltre alla dimensione del “come se…” una dimensione “quasi percettiva” che predispone al confronto con la propria esistenza e con la modalità di condurla.

L’immagine foto/cinematografica si inserisce nel campo percettivo con la stessa evidenza di ogni altro oggetto percepibile ma apporta all’atto del vedere anche qualcosa “di meno” (in questo caso non vengono attivate le azioni[1]  che un evento reale attiverebbe) e “di più” allo stesso tempo; se la persona sa che quello che sta guardando è una fotografia o un video tenderà a trattare l’immagine come indice di qualcosa di esistente o di esistito; nella misura in cui l’immagine è anche una rappresentazione narrativa ed espressivamente efficace, può diventare significativa per la persona, e attivare un vissuto molto intenso e del tutto particolare. È su questo vissuto che poggia, all’interno della relazione terapeutica, il lavoro di ristrutturazione della mappa emotiva/cognitiva del cliente. Nel vedere l’immagine, infatti, la persona accederà ad un ventaglio di risposte evocate da quello che sta guardando e dal vissuto costruito e/o ri-costruito in questo atto (se osservo, ad esempio, la fotografia di un insieme di persone che riconosco come la mia famiglia o che identifico come una famiglia, il vissuto legato a ciò che sto osservando darà forma al mio atto percettivo). Il lavoro terapeutico consiste nell’interagire con questa costruzione o nel co-costruire insieme al cliente la narrazione di vita che prende forma nella relazione.

 

 

[…]



[1] È utile ricordare il famoso aneddoto delle prime rappresentazioni cinematografiche dei Lumiére durante le quali proiettare l’arrivo del treno alla stazione scatenava delle reazioni di fuga degli spettatori per la paura di essere investiti. Sapere che si tratta di una ripresa filmata permette invece di vivere l’azione come se fosse reale, partecipando emotivamente ma solo attivando la capacità di agire senza compiere azioni reali.

² Per un approfondimento di questi concetti cfr. Schaeffer J.M., L’immagine precaria. CLUEB, Bologna, 2006.


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