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“INformazione
Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°8, novembre-dicembre 2006, pagg. 36-44,
Roma Estratto dell'articolo
Rosa e Daniela: … il regalo
Rosa madre con problemi psichiatrici
A quell’ora il treno era sempre affollato di studenti e impiegati che facevano i pendolari tra la città e i paesi. Come al solito Rosa non trovò posto a sedere e rimase in piedi nel corridoio accanto al finestrino, un po’ stanca e un po’ rapita dagli incanti della campagna che le correva sotto gli occhi. Accanto a lei un giovanotto fissava anche lui, la campagna. Il giovanotto attaccò discorso parlando di sé e dei suoi studi, poi chiese a Rosa se anche lei frequentasse l’università in città. Certo, gli rispose Rosa, ma lei viveva però in paese, perché i suoi genitori erano morti e adesso era la zia che la ospitava e si prendeva cura di lei. Gli raccontò che la zia era “abbastanza anziana, buona, ma un po’ rigida” Non dispiaceva a Rosa vivere nel palazzotto in paese, anche se era veramente vasto e le due cameriere e l’uomo di fatica non sembravano sufficienti ad assolvere tutti i compiti. Confidò al giovanotto che a volte si sentiva sola e triste, nella desolazione di una grande casa in compagnia di una zia che non poteva sostituire la madre e il padre, della cui assenza lei ancora tanto soffriva. Rosa scese alla stazione del suo paese e si diresse verso casa. Si tolse i guanti, il cappotto, buttò i libri sul tavolo, mentre una voce le gridava dal pollaio “Mettiti a tavola, mangia, è tutto pronto”. Rosa si trovò davanti i soliti piatti coperti da tovaglioli candidi e si mise a magiare un po’ distratta e con poco appetito. La mamma entrò in cucina pulendosi le mani nel grembiule “Ciao tesoro, tutto bene? Quando lo dai il prossimo esame? Senti, se oggi vuoi uscire un po’ per vedere Angelo, meglio se vai ora nel pomeriggio perché stasera papà torna presto, sai, col trattore ha finito nel campo, perciò ti vuole vedere a casa. Non ha mica niente contro Angelo, sai, ma è meglio così”. Il giorno dopo Rosa in treno trova un posto a sedere vicino a un signore, cominciano a chiacchierare e la ragazza racconta di essere una commessa di un grande magazzino, settore indumenti intimi. Quante cose potrebbe raccontare lei, Rosa, sulle signore che vengono a servirsi nel reparto. E racconta finché il treno non ferma al suo paese. Un altro giorno ancora Rosa si improvvisa infermiera di un reparto per bambini gravissimi, che lei, raccontandolo con le lacrime agli occhi, accompagna alla morte, addolcendone le sofferenze con le sue cure tenere e delicate. Un giorno dopo l’altro Rosa diventa indossatrice incompresa, perché il suo fisico è praticamente perfetto, ma le mancano venti o trenta centimetri di statura. Oppure è la figlia di un astrofisico dei cui esperimenti solo lei conosce le formule. Innamorata del suo “gioco segreto”, il gioco di “ingannare gli altri”, Rosa un giorno non scende dal treno alla sua fermata. Per tre giorni i genitori la cercano, e finalmente la trovano ricoverata nell’ospedale di un’altra città dove racconta a tutti, con molti particolari, la sua vita di orfana, di infermiera, indossatrice … ma non sa più niente di Rosa. Di Rosa che è una giovane studentessa universitaria, figlia amatissima di contadini benestanti, che desiderano per lei quanto di meglio la vita può offrire: una bella laurea, un buon posto statale, un matrimonio con un buon ragazzo. Il gioco appassionante è diventato una trappola, gli incanti sono spariti. Rosa sta male, dopo un breve periodo di cura, lascia il paese e parte per Firenze, dove si mantiene facendo le pulizie nelle famiglie e dove incontra qualcuno con cui concepisce Daniela. Comincia il viaggio di Rosa e Daniela fra le strutture di accoglienza per madri e bambini. ma un certo giorno Rosa “va di fuori” anzi, per la verità “va di dentro”. Non parla più, non si muove più e viene ricoverata in stato catatonico. La struttura che la accoglieva non è disponibile a riprenderla dopo le dimissioni dall’ospedale. Il Tribunale per i Minorenni ci affida Daniela e quindi Rosa. Non so dire quanta sofferenza provocava a noi educatrici essere testimoni delle violenze incontrollate che, a volte, Rosa scatenava su Daniela. Una volta in un accesso di furia prese Daniela a calci in pancia, mentre lei si rannicchiava in terra, facendosi più piccola possibile. La sua violenza era tale che una persona da sola non aveva la forza sufficiente per trattenerla. Un’educatrice, che aveva un bambino della stessa età, rimase così sconvolta della propria impotenza, che chiese il trasferimento a un altro servizio. Per fortuna riuscì a superare la propria sofferenza e fu proprio lei a trovare le mosse che, con tempo e pazienza, ci permisero di aiutare Rosa. Parlando della sua famiglia e della sua infanzia con la nostra collega, Rosa raccontò che la sua mamma aveva avuto parecchie gravidanze, ma che era riuscita a portarne a termine una sola. Il babbo a volte accennava ai figli maschi, mai nati, che adesso avrebbero potuto aiutarlo nei campi. La vita di tutti i giorni sembrava a Rosa piena di insidie, non sapeva neanche lei cosa facesse scattare la sua rabbia, ammetteva di avere una gran confusione in testa e la terapia farmacologia non risolveva un granché. A volte si dispiaceva di non aver fatto nessun regalo ai suoi genitori, che erano sempre stati buoni e le volevano bene, non aveva saputo regalare loro neanche le poche soddisfazioni che si aspettavano da lei. La collega una volta le rispose con una frase apparentemente sgarbata “Non è vero, Daniela è il regalo più grande che potevi fare ai tuoi genitori”. Rosa era rimasta sorpresa e senza parole, per parecchio tempo non tornò più sull’argomento, ma la rabbia, che si trasformava in violenza su Daniela, diminuì notevolmente. Una volta all’improvviso disse “Se avessi avuto un fratellino gli avrei voluto bene”. In seguito accolse con sollievo la proposta che i servizi le fecero d’accordo con i genitori, di tornare in famiglia. A distanza di anni le notizie continuano a essere discrete. Rosa è tranquilla, ha sposato Angelo, fa qualche lavoretto, ogni tanto ha bisogni di riprendere le cure farmacologiche. Daniela cresce bene, ama studiare e non vuole lavorare nell’azienda agricola del nonno. Il nonno sorride alzando le mani in segno di resa.
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