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“INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°8, novembre-dicembre 2006, pagg. 46-61, Roma
Rosa, madre con problemi psichiatrici (alla realizzazione di questo paragrafo ha collaborato anche Caterina Mariottin)i
A) Primo contatto: impressioni e reazioni
Prima di essere ospitata in “Casa madri” Rosa era già stata in altre strutture di accoglienza. Nell’ ultima, era piombata in “un stato catatonico” ed era stata ricoverata in ospedale presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura della città. Alla dimissione dall’ ospedale, la struttura in cui Rosa era ospitata prima del ricovero e che aveva continuato a tenere la figlia durante la degenza della madre, non si era dichiarata disponibile a riaccoglierle. I servizi sociali e il servizio di salute mentale avevano quindi proposto all’Istituto la possibilità di ospitare madre e figlia. La prime impressioni che gli operatori ebbero di lei furono quelle di una “persona efficiente” e che aveva conservato una certa autonomia. Durante il primo incontro la donna non sembrava particolarmente turbata per ciò che le era accaduto e che stava accadendo ed era come se tendesse a mantenere un certo distacco fra la percezione di sé e le vicende che stavano affliggendo la sua vita. Sembrava inoltre avere necessità di stabilire un rapporto altrettanto “distaccato” con gli educatori dell’Istituto. Su queste prime impressioni gli stessi decisero di accogliere Rosa e la bambina. Al momento dell’ingresso in Istituto Rosa non assumeva psicofarmaci.
B) Come i suoi problemi condizionavano il suo essere persona e madre
Rosa in Istituto mostrava comportamenti di rigidità sia negli scambi relazionali con gli educatori, sia nei rapporti con le altre donne ospitate. Era presente costantemente una sua certa “chiusura” verso ciò che la circondava e una tendenza ad isolarsi. Nonostante manifestasse spesso un atteggiamento autoritario nei confronti delle altre ospiti della casa, era abbastanza chiaro agli operatori che la osservavano che questo fatto fosse più una sorta di barriera che le permetteva di mantenersi ”distante” dagli altri. Questi atteggiamenti si manifestavano in qualsiasi situazione di vita si potesse realizzare in “Casa Madri”. Rosa dimostrava il suo essere “autoritaria” per esempio quando nei momenti conviviali, non riuscendo ad ottenere quello che desiderava, si ritirava nella sua camera chiudendosi allo scambio e a qualsiasi verifica relazionale sia da parte degli operatori che delle compagne. In questo suo ritirarsi coinvolgeva sempre anche la piccola figlia, privandola di momenti di socialità. La bambina in verità la seguiva malvolentieri e con difficoltà. Esprimeva il suo piacere e il suo desiderio di stare insieme agli altri, in particolare di giocare con i bambini presenti nell’Istituto. In un primo momento, ogni volta che Rosa si ritirava nella sua stanza tentando di portare con sé la piccola, gli educatori la invitavano a lasciare la bambina insieme agli altri, rassicurandola sul fatto che loro stessi si sarebbero presi cura di lei. Difficilmente però Rosa accoglieva queste proposte. Appariva infatti chiaro ad un osservatore esterno, che la donna stava vivendo la figlia come parte di sé e che considerava minaccioso per la piccola, tutto ciò che era minaccioso per lei. Rosa sentiva quindi indispensabile sottrarre la bambina al contatto con gli altri così come vi sottraeva sé stessa. Gli operatori capirono ben presto che era necessario interrompere i tentativi di separare la madre dalla figlia in questi momenti, perché quando cercavano di tenere la bambina in spazi che le permettessero momenti di socialità, la donna reagiva diventando molto aggressiva verso la piccola. Ci furono in questo primo periodo, scene di violenza sia nei confronti della figlia sia di altri adulti presenti nella casa. Si verificò un episodio molto doloroso e penoso: Rosa picchiò la bambina; la piccola cadde a terra e la madre continuò a picchiarla dandole calci nella pancia. Tale episodio segnò un “limite” estremo che avviò una intensa situazione emotiva all’interno della casa che obbligò gli operatori ad un profondo lavoro di verifica personale e di gruppo.
C) Situazioni che permisero l’aggancio con Rosa e avviarono interventi significativi
Dopo l’episodio riportato, alcune educatrici, madri di piccoli coetanei della figlia di Rosa, iniziarono a nutrire rancore e rifiuto verso la donna. Si identificarono completamente con la piccola quale vittima, non riuscendo più a vedere Rosa come persona in difficoltà e quindi bisognosa di aiuto per poter affrontare i suoi problemi come persona e madre. Un’educatrice in particolare si lasciò turbare in modo profondo dall’episodio verificatosi e chiese il trasferimento. La sua sofferenza permise al gruppo di operatori di lavorare molto sul processo di identificazione con uno dei due soggetti della coppia madre-figlia. Per stabilire una relazione di aiuto con una persona sofferente, in questo caso una madre inadeguata, è fondamentale riuscire a vedere nella stessa, la sua sofferenza.Solo se si riesce a vedere nella sua attuale inadeguatezza il risultato di esperienze che non le hanno permesso di maturare le competenze che oggi le permetterebbero di gioire della sua esperienza genitoriale, è possibile tollerare situazioni difficili e violente come quella riportata.In situazioni cosi conflittuali, prima ancora di affrontare i problemi dell’utente, è fondamentale per gli operatori trovare uno spazio affinché comportamenti “inaccettabili” possano essere accolti, affrontati e se possibile elaborati in vista di un loro superamento.Il gruppo degli operatori ha elaborato l’accaduto alla luce di quanto detto. Tale lavoro ha permesso a tutti gli operatori una grossa crescita emotiva e la loro reale possibilità di aiutare Rosa. A livello operativo è sempre bene tenere presente che il lavoro con persone sofferenti attiva personali processi di identificazione; ciò è maggiormente vero quando in uno stesso spazio si opera con coppie madri - figli. In questo caso era necessario capire che la sua aggressività era il risultato di esperienze dolorose pregresse e in questo caso come educatori, percepire l’esistenza al proprio interno dell’esistenza di parti di “aggressore” che ogni persona ha, senza negarne l’esistenza. Inoltre come sottolinea Jay Frankel l’ identificazione è, in una certa misura, sempre problematica; in quanto si rinuncia al proprio punto di vista per porsi sotto l’ influenza di un altro. Il rischio è quello di trovarsi in una posizione scomoda e vulnerabile. Egli sostiene inoltre che ci si può identificare con pazienti quali aggressori, principalmente quando ci rappresentano una possibile minaccia. L’atteggiamento di Rosa probabilmente era considerato minaccioso per le operatrici, nella misura in cui ricordava loro possibili sentimenti momentanei di rifiuto verso i propri figli. Ogni donna può sperimentare questo genere di sentimenti nei confronti del figlio ad un diverso livello di consapevolezza, ma la maggior parte delle madri li considera intollerabili e quindi è portata ad escluderli dal dominio di coscienza. In questo caso, l’ equipe di Casa madri ha fatto un profondo lavoro di elaborazione dell’accaduto. L’episodio di violenza di Rosa verso il figlio prima riportato è stato a lungo e profondamente discusso ed elaborato nelle riunioni. Gli operatori hanno più volte visto l’accaduto come in un film.
Hanno ricordato che dopo l’episodio di violenza gli operatori hanno separato Rosa dal piccolo. Una educatrice ha coccolato e consolato il piccolo; un’altra ha consolato la madre. L’educatrice che l’ha fatto ha realizzato che il suo intento era da un lato contenere Rosa dall’alto consolarla. La teneva non solo per fermarla ma anche per proteggerla e “tenerla” mentre viveva quel momento di “profonda angoscia”, percepiva che era una angoscia profondissima quella che si manifestava come aggressività e che era necessario proteggerla e consolarla mentre era travolta da un malessere così profondo da cui si difendeva con un attacco di violenza verso il figlio. Questo episodio ha messo in moto una tempesta emozionale che ha permesso un lavoro di elaborazione, identificazioni reciproche e condivisione. Ci sono poi voluti alcuni mesi per lavorare con Rosa e con l’educatrice che, in virtù dello scambio emozionale avuto, aveva a quel punto il rapporto privilegiato con questa madre. Nel gruppo degli operatori vi è stata la condivisione di esperienze di vita genitoriale, sono stati portati alla coscienza ed elaborati momenti di rifiuto delle proprie madri e momenti in cui si rifiutano i propri figli. Attraverso questo scambio emozionale profondo, questa educatrice si è fatta un quadro diverso ed è riuscita a vedere quella donna non solo nella sua manifestazione di aggressività verso la figlia, ma anche in tutte quelle piccole dimensioni positive che ogni persona anche se con problemi esprime. Questa educatrice è diventata l’operatore di riferimento della donna e ha effettuato i colloqui più approfonditi. Il processo di elaborazione dell’accaduto ha permesso alle operatrici di capire che ogni persona può avere una parte sofferente, e che se questa non viene riconosciuto ed elaborata non ci permette di incontrare chi, in spazi operativi, ha bisogno di aiuto.
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