Emergenza e Gestalt

Approccio fenomenologico al trattamento del trauma

 

ALESSANDRA PETRONE

 

Psicologa, Psicoterapeuta, Direttrice Istituto Miriam Polster - Firenze

 

INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°9-10, gennaio-dicembre 2007, pagg. 78-86, Roma

 

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Oggi la parola “emergenza”, purtroppo, è sempre più usata.

Sembra che il mondo, tutto il nostro mondo, sia in stato totale di allerta, in una attesa angosciosa di qualcosa di terribile che deve accadere.

Non è questa la sede per parlare del perché tutto ciò avvenga, le cause come sempre sono molteplici e complesse.

Certamente hanno a che vedere con il fallimento di qualche sistema di difesa, una credenza, forse una illusione, e allo stesso tempo ci parlano anche dell’attrazione umana verso il terribile.

Tornando al nostro argomento, “ emergenza”, stiamo parlando di avvenimenti improvvisi, collettivi e distruttivi in cui gli operatori devono contrastare, nel più breve tempo possibile, le conseguenze traumatiche su un numero tot di persone.

Quando parliamo di “emergenza” si affacciano in noi le immagini di qualche film catastrofico, o di E.R., medici in prima linea, e solo in seguito immagini di qualche telegiornale che, come ha acutamente espresso una bambina di 12 anni, oggi ha lo stesso valore del virtuale.

Ciò che più ci colpisce è la fretta, l’impossibilità di una strategia ponderata; la psicologia dell’emergenza si occupa appunto di individuare le priorità, e di addestrare gli operatori a saper vedere e ad agire immediatamente.

Gli interventi di emergenza possibilmente devono essere fatti entro le prime ore dall’evento e consistono in interventi in gruppo con le vittime, i parenti delle vittime, e tutti coloro che in misura più o meno pesante hanno vissuto il trauma, in modo da richiamarli alla realtà, da ancorarli al “qui ed ora”, per evitare il più possibile che gli eventuali stati dissociativi si radichino nella psiche.

“Emergenza” e “trauma” sono due parole che, negli ultimi tempi, si intrecciano e si rincorrono, quasi che il trauma fosse qualcosa di nuovo per l’essere umano.

Oggi c’è tutta una letteratura molto di moda su questo filone ma noi operatori sappiamo che ogni incontro sul campo è un lavoro sul trauma e sui traumi.

Sappiamo anche che affrontare un dolore, un lutto non elaborato, è qualcosa da fare con delicatezza e attenzione, senza fretta e soprattutto in situazioni protette.

Che c’entra quindi l’emergenza con tutto questo?

L’emergenza è la precarietà…, l’instabilità..., la mancanza di setting..., esattamente il contrario di ciò che abbiamo appena detto.

L’intervento di emergenza in effetti vuole essere una fase immediata di filtro, di pronto intervento, che possa anche riuscire a distinguere in mezzo alle vittime le persone più a rischio in modo da offrire loro tempestivamente strumenti più adeguati.

L’operatore dell’emergenza, chiaramente, deve possedere caratteristiche personali particolari: capacità di sangue freddo, amore per il rischio, prontezza di riflessi, disponibilità etc…, e soprattutto deve monitorare spesso se stesso in modo da non cadere preda del burn-out.

Per quanto riguarda le tecniche di pronto intervento nell’emergenza,  il debriefing, e il defusing, in fondo molto gestaltiche, si fanno in gruppo, e affrontano l’evento sul piano cognitivo e, in piccola misura, anche emotivo, sempre evitando chel’emozione dilaghi tramite agganci continui alla consapevolezza del qui e ora. 

L’argomento che stiamo trattando è molto vasto e quindi non potrò assolutamente essere esaustiva; volevo comunque sottolineare due elementi:

a) Il gruppo è la sede più adatta ad affrontare esperienze dolorose decentranti, allucinatorie etc…, in quanto l’esperienza “incomprensibile” si riorganizza più facilmente in una situazione di reciprocità, di fiducia, di coinvolgimento, fino a recuperare l’ “evidenza naturale”.

Il “delirio” esaurisce la sua funzione di rappezzamento cognitivo e di ricompattamento affettivo, e  può essere riassorbito in un “sistema mondo” più equilibrato e flessibile, oltre che decisamente più “resiliente”.

La funzione pensante dell’altro (di più di un altro), agganciando al mentale, è molto efficace per contrastare le conseguenze traumatiche nella restaurazione dell’attività della memoria, del linguaggio e dell’interpretazione.

Il gruppo inoltre con la sua potenzialità di evocare emozioni intense di origine primitiva ben si presta a funzionare da contenitore affettivo alle angosce arcaiche suscitate dal trauma.

Nel gruppo infatti sono determinanti i processi primari velati da una facciata di processi secondari, come nel sogno.

 

b) La Gestalt è tra gli approcci più indicati per affrontare il trauma; 

 basandosi sui canali sensoriali e sul corpo, permette infatti di accedere ad emozioni la cui origine non è pienamente nota, ad emozioni negate e rimosse in quanto inaccettabili e\o insopportabili, aggira le strategie difensive, e permette di accedere a memorie dissociate per eccessive connotazioni.

La paura, per esempio, nelle persone traumatizzate, non risponde a categorie verbali o astratte.

I sintomi del cosiddetto PTSD sembrano mostrare un tentativo di assimilare una esperienza impossibile da assimilare.

Il trauma è un evento che ha la caratteristica di minacciare l’integrità fisica della persona o di qualcuno a lei vicino.

Dal punto di vista Gestaltico il trauma è un lavoro non finito, un ciclo del contatto che non si è concluso.

E’ l’enorme difficoltà di assorbire una esperienza in modo da raggiungere il disimpegno, difficoltà che riguarda soprattutto lo stadio finale del ciclo di esperienza, e cioè le fasi di risoluzione\chiusura e ritiro. Attraverso il lavoro Gestaltico è possibile identificare le modalità di interruzione del contatto attraverso un processo lento, e poter così riesaminare l’esperienza originaria.

La Terapia Gestaltica specifica per il trattamento del trauma deriva da contributi fondamentali di Perls (Perls, Hefferline e Goodman), dall’uso di tecniche che aiutano a portare alla superficie le situazioni non completate e a risolverle nel presente.

Tali tecniche includono: la fantasia, la visualizzazione, il rafforzamento creativo, il lavoro a due sedie, gli esperimenti graduali, il teatro e la rappresentazione.

 

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