Sonno
e morte, da millenni sono stati affiancati l'uno all'altra
e legati da nessi eufemistici (addormentarsi-morire), mitologici
(per i Greci Hypnos, il dio del sonno, era fratello gemello di
Tanatos, dio della morte) o metaforici (la morte come un sonno
eterno senza sogni). Il sonno, realtà esperibile, reversibile,
si è prestato come base per pensare la morte, di per sé
non esperibile e irreversibile. Ma anche lo stato di coscienza
onirico, il sogno, è servito come mezzo cognitivo-esperienziale
per poter pensare la morte (pensiamo, ad esempio, al monologo
di Amleto). Negli ultimi tre decenni si è andato sempre
più imponendo un ulteriore stato di coscienza che ha posto
in secondo piano il sonno e il sogno come modelli e metafore della
morte. Anzi, questo stato di coscienza, si è legato alla
morte non più attraverso figure retoriche quali l'analogia
o la metafora, non più attraverso forme eufemistiche o
parentele mitologiche: lo stato di coscienza di cui parleremo,
è stato descritto, e non solo da chi lo ha vissuto personalmente,
come coincidente con la stessa morte, che in tal modo è
stata illusoriamente piegata alla dimensione esperienziale. Questo
abbattimento dello iato metaforico-linguistico, della tensione
tra segno e simbolo, è da più parti ritenuto una
delle conseguenze del processo di desimbolizzazione tipico della
cultura post-moderna, un processo interessante, ma che qui non
esamineremo. Dunque la morte è stata ammantata dall'esperienza,
e non è un caso che lo stato modificato di coscienza di
cui parliamo è stato denominato: "Esperienza di
Pre-Morte" (noi preferiamo però l'espressione
inglese: Near-Death Experience, Nde). Grazie all'Nde
la propria morte non solo diventa pensabile, ma anche "vivibile":
si fa esperienza della morte. Chi "vive" una Nde può
raccontarla come fa con i propri sogni, con le esperienze di un
viaggio in paesi lontani o con l'esperienza di una notte in discoteca.
Noi viviamo nella "società dell'esperienza",
afferma in un recente saggio il teologo Hans Küng, e in tale
società solo in un caso la morte può essere accettata
e suscitare profondo interesse: «solo cioè se anch'essa
è intesa come esperienza vissuta, cioè come esperienza
di uomini che sono morti e che sono poi richiamati in vita dalla
morte» (Küng e Jens, 1995, p.22). Di qui l'ampio "uso"
strumentale dell'Nde all'interno dei nuovi "culti dell'esperienza"
come la New Age, al fine di rassicurare la gente impaurita
dall'obliterazione della coscienza dopo la morte.
Ma cos'è l'Nde?
Seppure con una incidenza non elevata,
si è riscontrato che una certa percentuale di coloro che,
in seguito a un grave incidente o un trauma o una crisi cardiaca,
abbiano pensato, creduto, temuto o percepito, più o meno
consciamente e non necessariamente in presenza di un oggettivo
pericolo di morte, che la propria morte fosse imminente, riferiscono
di essere stati protagonisti di un'esperienza descritta come fantastica
e "reale" al tempo stesso, come un vero e proprio "viaggio
nell'aldilà" o nel "mondo dei morti", descritto
uniformemente come luogo di pace, serenità e tranquillità
assoluti, che presenta molte somiglianze con quello immaginato
da Dante nella "Divina Commedia" o con quelli immaginati
e descritti nei "Libri dei Morti" sia egiziani che tibetani.
Molti di coloro che sono stati o hanno ritenuto di esserlo, sul
punto di morire o addirittura sono stati dichiarati clinicamente
morti, hanno poi riferito di essere "usciti dal corpo"
e di averlo potuto osservare dall'esterno; di essere entrati,
spesso dopo l'attraversamento di una zona di passaggio generalmente
buia, in luoghi paradisiaci, in un regno di luce e amore, dove
avrebbero incontrato parenti o amici defunti e spesso anche un
grandioso "Essere di luce"; alcuni hanno anche riferito
di aver potuto rivedere in breve tempo l'intera esistenza passata
e/o, in alcuni casi, anche quella futura e di avere improvvisamente
intuito la vera natura e il vero significato della vita e della
morte; riferiscono poi di essere arrivati in una zona di confine
o di aver incontrato un ostacolo, o l'Essere di luce stesso, che
ha impedito loro di andare oltre e che li ha costretti a "ritornare
nel corpo".
La letteratura sull'Nde mostra numerose
incongruenze e in questo scritto accenneremo ad alcune di esse;
assumeremo inoltre un approccio psicofisiologico clinico
per il raggiungimento di una più adeguata definizione,
descrizione e comprensione dell'Nde. L'assunto psicofisiologico,
della fondamentale unitarietà dell'essere umano in cui
corpo e psiche non sono altro che due facce della stessa medaglia,
si rivela, nello studio dell'Nde, più che in altre possibili
esperienze umane, di particolare validità ed utilità.
Esso ci consente, infatti, di giungere ad una considerazione dell'Nde
che nulla ha a che fare con le possibili e, per alcuni, inevitabili
ipotesi metafisiche e prove della "vita oltre la vita".
Morti oggettivamente o soggettivamente
morti?
Molte definizioni dell'Nde sembrano
dare per scontato che tale esperienza venga vissuta unicamente
da persone che siano state in reale pericolo di morte,
definito come tale sulla base di specifici parametri medici. Solo
pochi autori hanno sottolineato che la semplice percezione della
morte come imminente può essere di per sé una condizione
sufficiente perché un individuo viva una Nde, anche in
assenza di una grave crisi organica. Noyes (1972) ha considerato
il riconoscimento della morte come imminente da parte del soggetto
come il prerequisito indispensabile per il verificarsi di un'Nde.
È, dunque, più probabile che essa accada, secondo
Noyes, in tutte quelle circostanze in cui tale riconoscimento
anche in maniera repentina, è possibile. Questa considerazione
di Noyes ha trovato conferma nella ricerca eseguita dallo stesso
autore insieme a Kletti (1976) dalla quale è risultato
che i vissuti che caratterizzano tipicamente un'Nde si presentano
con maggiore frequenza in coloro che avevano creduto di
stare per morire rispetto a coloro che non lo avevano creduto.
Riassumendo, si può dunque
schematizzare il tutto con la sequenza: 1) trauma psicofisiologico;
2) vissuto di pericolo di vita; 3) innesco, in alcuni individui
per motivi non ancora spiegati, di una Nde.
Pre-morte o in-morte?
Un'altra critica si
può muovere a coloro (ricercatori e soggetti) che considerano
l'Nde come un'esperienza "nella" morte piuttosto che
"vicino" ad essa (nonostante l'inequivocabile termine
"near" presente nell'espressione inglese) o in sua prossimità,
in senso probabilistico. Ricordiamo che la morte è
la «cessazione irreversibile di tutte le funzioni
dell'encefalo»,1 in particolare delle funzioni psichiche cerebrali
e dell'attività dei centri nervosi del tronco encefalico.
Quando si parla di "morte clinica" o di "Eeg piatto",
ci si riferisce solo a segni clinici necessari, ma non sufficienti
a stabilire la morte dell'individuo. È stato dimostrato
con esperimenti su animali, che in presenza di Eeg isoelettrico,2
rimane comunque una minima attività elettrica cerebrale
rilevabile attraverso elettrodi infissi direttamente nella corteccia
e in altre parti dell'encefalo. Scrive a tale proposito David
Lamb, studioso inglese di bioetica: «I mezzi di comunicazione
di massa riferiscono di frequente casi di pazienti "riportati
alla vita"; ma questi racconti non possono essere comunque
presi in considerazione [...] come esempi di reversibilità
della morte. [...] Questi resoconti hanno nondimeno acquistato
un significato religioso, grazie ai servizi sensazionali che compaiono
nei mezzi di comunicazione di massa sulle esperienze nell'"oltretomba"
(1985, p.23).
In definitiva, chi
ha vissuto un'Nde non è mai stato "un morto",
ma di sicuro ha occupato il "ruolo" del morto, ascrittogli
da sanitari frettolosi o da sé (sia durante che dopo l'esperienza).
L'Nde senza dubbio
affascina, appaga il desiderio umano di una "vita oltre la
vita" (guarda caso è proprio questo il titolo del
best seller di R. Moody), e anche molti studiosi dell'Nde,
soprattutto coloro che hanno personalmente raccolto molti resoconti
di tale esperienza, si sono lasciati influenzare ed affascinare
dalla sincerità e dall'intensità emotiva dei racconti
dei soggetti intervistati e, per quanto abbiano precisato che
tali soggetti non fossero morti, e che fosse sensato prendere
le opportune distanze da ipotesi di carattere metafisico e trascendente,
hanno finito, in alcuni casi, per indulgere nell'uso di una terminologia
estremamente suggestiva di quest'ultimo tipo di ipotesi, quando
non addirittura convincersi che l'Nde sia effettivamente un "viaggio"
nell'aldilà.
Tra le molte ipotesi
fino ad ora formulate per spiegare l'Nde (per una trattazione
delle quali rinviamo alla vasta letteratura scientifica e divulgativa),
consideriamo del sogno particolarmente vivido e lucido.
Il sogno è uno degli stati
modificati di coscienza più comuni. Per questo, molti,
sia tra coloro che hanno studiato l'Nde, sia tra coloro che l'hanno
vissuta in prima persona, hanno ritenuto di poter paragonare tale
esperienza al sogno. Ma numerose sembrano essere le differenze
che impediscono una equivalenza tra Nde e sogno.
R. Moody (1975) evidenzia che coloro
che hanno vissuto una Nde, sono individui perfettamente in grado
di distinguere tra sogno ed esperienze reali; inoltre essi parlano
dell'Nde come di eventi realmente accaduti; non di una esperienza
sognata, seppur in modo particolarmente lucido e vivido, ma di
una vera e propria esperienza, seppure straordinaria.
M.B. Sabom (1982) ha fatto notare
che l'estrema mutevolezza e variabilità dei contenuti dei
sogni, non solo tra persone diverse, ma anche nella stessa persona,
contrasta con la straordinaria ricorrenza di alcuni elementi nell'Nde.
Sabom, in accordo con quanto sostenuto da Moody, cita alcune testimonianze
di persone che hanno vissuto l'Nde e che escludono che si sia
trattato di un sogno:
«Pensavo: accidenti!
Che sogno pazzesco! Ma non era affatto un sogno. Era qualcosa
di reale e concreto che accadeva davvero».
«Si trattava di realtà,
e non di allucinazione o fantasia. Lo percepivo nettamente. Non
era un sogno. Quelle cose mi stavano accadendo per davvero. Le
vivevo, le sperimentavo, sebbene fossi più morto che vivo».
«Ho sempre sognato
con regolarità e con grande varietà di temi, ma
l'esperienza vissuta non si può, sotto alcun punto di vista,
etichettare come un fatto onirico, assolutamente. Era reale al
massimo, concreta. E poi il senso di pace, la favolosa tranquillità.
Era questo, forse più di ogni altra cosa, che la distingueva
dal sogno».
Questo evidenziare - commenta Sabom
- il profondo senso di realtà dell'esperienza di pre-morte
in confronto all'illusorietà del sogno si ritrova in tutte
le testimonianze di coloro che hanno vissuto ambedue le cose,
ed è molto importante. Il fatto di essere in grado di percepire
il senso di irrealtà legato al sogno è fondamentale
per il sognatore, stando alle idee di Freud. Gli consente, infatti,
di ottenere una specie di rassicurazione positiva "[...]
che mira a ridurre drasticamente l'importanza e il pathos di ciò
che si sogna consentendo al soggetto di tollerarlo comodamente"
[l'interpretazione dei sogni, 1900]. [...] L'irrealtà
percepita nel fatto onirico consente, in genere, di proseguire
nel sonno ristoratore, nonostante le impressioni sgradevoli o
potenzialmente distruttrici che si possono ricevere sognando.
Gli eventi che invece accadono nelle esperienze di pre-morte sono
sentiti come concreti e reali in modo profondo, sia durante il
loro svolgersi sia dopo, allorché li si riconsidera. Senza
scordare che, mentre i sogni sono estremamente mutevoli e variabili,
non solo da persona a persona, ma anche rispetto a un medesimo
soggetto, le esperienze di cui discutiamo si attengono tutte a
parametri di estrinsecazioni nient'affatto mutevoli, bensì
ricorrenti. Per questo anche l'"enigma sogno" non può
spiegare il misterioso fenomeno che stiamo studiando» (1982,
pp.204-205).
Anche le Nde raccontateci da alcune
delle persone da noi intervistate, concordano sostanzialmente
con quanto si è appena detto. Giuliana, di 43 anni, così
descrive la sua esperienza, escludendo che si sia trattato di
un sogno:
«[...] Ero in macchina,
[...] sono stata spinta fuori strada e ho preso un albero; [...]
a quel punto, dopo l'impatto, sono svenuta, sono stata estratta
dalla macchina e sono stata messa per terra. Per terra, a quel
punto, sono uscita dal corpo... però rimanendo vigile;
mi sono fatta una diagnosi, ho visto che era rotto il femore,
era rotta la bocca e ho detto: "è più grave
la bocca, ma guarisce prima e non dà problemi; il femore,
che è meno grave, mi darà problemi; comunque, il
tutto si risolverà in un mese al massimo, nessun organo
vitale è stato toccato". [...] Sapevo che quello che
avevo vissuto era vero, più vero di quello che stavo vivendo
dopo. Quindi non era un sogno, non era una costruzione mentale,
non era dovuto a droghe, non era dovuto assolutamente a nulla
e non mi ero sbagliata. [...] Io distinguo perfettamente quella
che è un'immagine mentale da quella che è un'immagine
emotiva e da quella che è stata quella esperienza lì
che non è né mentale né emotiva; è,
inoltre, assolutamente diversa dal sogno».
Anche Giorgio, rimasto in coma 19
giorni, raccontandoci la sua Nde indotta da un incidente d'auto,
l'ha descritta come un viaggio in "Paradiso". Nel suo
racconto usa il termine "sogno" solo perché non
ha altre parole per comunicare ad altri la sua esperienza: «Posso
dire che è come se fosse stato un sogno ma in realtà
è come se fosse stato vero».
Oltre al senso di realtà,
di chiarezza e lucidità più vicino allo stato di
veglia che di sogno, un'altra variabile che esclude sovrapposizioni
tra stato onirico e l'Nde è che questa esperienza la si
ricorda per tutta la vita, resiste all'oblio, ciò che invece
non accade nel caso dei sogni.
Le ipotesi esplicative, sia quella
del sogno, che tutte le altre (allucinazione, esperienza mistica,
stress neurologico da ipossia, visioni archetipiche, estasi indotta
da overdose di endorfine, ecc.), risultano deboli e non
esaustive, perché sono, a nostro avviso, viziate da un
preconcetto tacito o esplicito: l'Nde viene considerata come un'esperienza
unitaria, coerente e nel migliore dei casi come uno stato alterato
di coscienza. Invece noi sosteniamo che si debba modificare questa
visione da montaggio "cinematografico" che si ha dell'Nde.
Anzi, il montaggio eseguito dal soggetto narrante, viene complicato
dall'opera di "ri-montaggio" da parte dello studioso
che cerca generalizzazioni e visioni unitarie. Se invece iniziassimo
a considerare l'Nde non come "uno" ma come la sequenza
(possibile, ma non necessaria, o comunque senza rigida stadiazione)
di "stati" modificati e discreti di coscienza, avremmo
la possibilità di circoscrivere e comprendere il fenomeno
dell'Nde entro una cornice ben precisa che vada a contrapporsi
alle vaghe e, spesso contraddittorie definizioni formulate dai
vari autori. Per lo studio dell'Nde potremo allora avvantaggiarci
dei modelli, delle procedure di ricerca e delle conoscenze già
acquisite nella ricerca generale sugli stati modificati di coscienza.
Potremo allora effettuare analisi fenomenologiche, formulare ipotesi
limitate e focalizzate su ogni singolo e discreto stato di coscienza
indotto dalla prossimità (oggettiva o soggettiva) della
morte. Fino ad ora, infatti, tutte le ipotesi, da quelle meccanicistiche
a quelle psicodinamiche, da quelle transpersonali a quelle metafisiche,
si sono dimostrate deboli proprio perché spiegavano "parti"
di una esperienza ritenuta "unitaria", gestalticamente
coesa, discreta, come il sogno, l'orgasmo, l'estasi, ecc. Raggruppando
la fenomenologia e i vissuti dell'Nde in modo da distinguere ognuno
dei clusters risultanti come distinti e discreti stati
di coscienza, sarà possibile rivisitare le ipotesi eziologiche
e rendersi conto che non sono poi tutte da espungere. Non è
detto, inoltre, che una ipotesi meccanicistica valga più
di una psicodinamica o transpersonale, è solo questione
di livelli di analisi (Venturini, 1995), un sogno può essere
al tempo stesso il prodotto della stimolazione di particolari
neurotrasmettitori, la soddisfazione allucinata di un desiderio
o un messaggio dalle "bande" transpersonali.
Dunque, pur considerando, in accordo
con William James, lo stato di coscienza come un flusso continuo,
suggeriamo di raccogliere tutti i possibili vissuti di una Nde
in tre fondamentali stati modificati di coscienza:
Stato dissociativo: fenomenologicamente
caratterizzato da uno stato di dissociazione emotiva fino all'autoscopia.
Stato implosivo: fenomenologicamente
caratterizzato da regressione, memoria panoramica e comprensione
"cosmica" o illuminazione.
Stato relazionale:
fenomenologicamente caratterizzato dalla percezione di luce intensa,
sentimenti di amore e incontri con "esseri di luce"
o con parenti e amici defunti.
A tali stati va aggiunto quello che
chiameremo "passaggio" e che, in realtà,
può essere considerato non tanto come uno stato di coscienza
discreto, quanto un momento di transizione tra i tre (di solito
tra il primo e il secondo). Il passaggio è fenomenologicamente
caratterizzato dalla sensazione di attraversare un tunnel buio
a grande velocità o dalla sensazione transitoria di oblio
totale oppure di varcare un cancello, un muretto di confine, una
soglia, ecc.
Per ognuno dei tre stati, si possono
discriminare e analizzare i vissuti che le persone hanno raccontato
più di frequente, adottando come griglia di lettura il
modello di Charles Tart sugli stati alterati di coscienza. In
accordo con la "teoria dei sistemi" da lui adottata,
Tart (1975) ritiene che ciascuno stato di coscienza (discreto)
non vada considerato come costituito da un insieme di funzioni
psicologiche isolate, ma come un sistema, cioè «una
configurazione interagente, dinamica di componenti psicologiche
che eseguono varie funzioni in ambienti che cambiano notevolmente»
(p.25).
Dunque, il tipo di ambiente (fisico
e culturale) in cui il soggetto è immerso, insieme alla
configurazione assunta dalle parti che compongono il sistema-coscienza
(sottosistemi), determinano la differenza di caratteristiche assunte
dai diversi stati di coscienza.
Tart elenca dieci sottosistemi fondamentali;
essi garantirebbero il processo di elaborazione delle informazioni
in arrivo dall'esterno e dal corpo e l'organizzazione delle risposte
motorie e comportamentali ad esse. Infatti il funzionamento di
tali sottosistemi nell'ambito di una determinata gamma di valori,
che Tart definisce «previsti e appresi», favorito da
tutta una serie di processi di stabilizzazione, consentirebbe
al soggetto di rimanere e di funzionare in uno stato di coscienza
ordinario.
I dieci sottosistemi sono i seguenti:
1) esterocezione;
2) enterocezione;
3) elaborazione dell'input;
4) memoria;
5) subconscio;
6) valutazione e decisione;
7) emozioni;
8) senso dello spazio e del
tempo;
9) identità;
10) output motore;
Una griglia di lettura alternativa
potrebbe essere quella delle "caratteristiche fondamentali"
degli stati modificati di coscienza, identificate da Arnold Ludwig
(1966) sulla base dei suoi studi di numerosi e vari stati di coscienza.
Per buona parte, queste caratteristiche rispecchiano alcuni sottosistemi
di Tart:
1) alterazioni del pensiero;
2) disturbi nel senso del
tempo;
3) perdita del controllo;
4) cambiamenti nell'espressione
emotiva;
5) cambiamenti dell'immagine
corporea;
6) distorsioni percettive;
7) cambiamenti nel significato
o senso;
8) senso dell'ineffabile;
9) sentimenti di rinnovamento;
10) ipersuggestionabilità.
Non è nostro intento elencare
qui uno per uno tutti i vissuti, le sensazioni, le percezioni
dei tre stati dell'esperienza di pre-morte, leggendoli attraverso
la lente della teoria degli stati modificati di coscienza di Tart
o di Ludwig. Viceversa, se volessimo considerare l'Nde come un
unico stato di coscienza, la lettura attraverso le griglie sarebbe
affatto chiarificatrice; ci troveremmo, ad esempio, nell'ambito
di un medesimo racconto di un'Nde, a dover collocare in una singola
categoria della griglia, anche tre vissuti differenti. In tal
modo la griglia non ci aiuterebbe a discriminare e quindi non
potremmo confermare la discretezza dello stato di coscienza. Ad
esempio, considerando la categoria: "cambiamenti dell'immagine
corporea", notiamo che in una stessa Nde si può passare
da un vissuto di dissociazione dal corpo fisico (autoscopia),
alla sensazione di essere tornato fisicamente bambino, al vissuto
di un corpo di luce o globulare. È evidente la difficoltà
a considerare come appartenenti ad un unico stato di coscienza
vissuti corporei tanto dissimili; mentre risulta tutto più
chiaro se considerassimo i tre vissuti come appartenenti a tre
diversi stati di coscienza, che, sebbene raramente, possono configurarsi
in sequenza. Al momento del racconto dell'esperienza vissuta,
per un processo simile a quello della revisione secondaria dei
sogni, i vari vissuti dei tre stati (più quello del "passaggio")
verrebbero percepiti come appartenenti ad un'unica sequenza, come
episodi di un unico film, e quindi modellati e interpretati
simbolicamente a seconda della cultura di chi ha ritenuto di aver
"vissuto la propria morte".
Vito Ferri e Florinda Romanazzi