Il significato della vita e della morte.
Un'analisi critica dei più importanti testi indù.


Cecilia Impera

Prefazione di Stefano Piano.

Guaraldi, Rimini, 1995.
Collana: Saggi, Percorsi & oltre.
Costo: lire 45.000.


Se è vero che gli uomini, come tutti gli esseri viventi, non possono sovvertire la legge biologica della morte, possono però, a differenza degli animali, interrogarsi sul significato della vita e della sua fine, tanto che il problema della morte è fondamentale per tutti i grandi sistemi religiosi e filosofici. La cultura umana è in continua trasformazione e all'interno di essa si trasformano anche le concezioni, le rappresentazioni e le "dotazioni di senso" relative alla morte. In questa ricerca di senso, c'è chi si affida alla scienza quale nuova detentrice dei significati e della costruzione della realtà, e chi invece cerca nelle religioni, vecchie e nuove, la "verità" e il senso dell'esistenza. Da poco più di un anno stiamo assistendo ad una nuova ondata di pubblicazioni di saggistica sul problema della morte: medici che ci raccontano "come moriamo" (S.B. Nuland), scienziati che ci insegnano la "fisica dell'immortalità" (F.J. Tipler), psicologi e tanatologi che insegnano come accompagnare chi sta morendo (M. de Hennezel) e infine religiosi e filosofi che ci rivelano le risposte date alla vita e all'evento morte da sistemi di credenza anche lontani dalla nostra cultura. E' quest'ultimo il caso del libro scritto da Cecilia Impera: Il significato della vita e della morte. Un'analisi critica dei più importanti testi indù. L'autrice non si è di certo improvvisata o autoproclamata esperta di religioni, il suo percorso formativo parte dalla laurea in filosofia, attraversa una lunga esperienza di vita religiosa accompagnata da studi della tradizione cristiana ed ebraica e giunge alla conoscenza della tradizione Indù in India (dove Cecilia Impera vive dal 1983).

Il libro, se da un verso nasce dalla intima esigenza dell'autrice di capire il significato della netta differenza di atteggiamento verso la morte che distingue gli orientali dagli occidentali, d'altro canto utilizza la morte come una chiave di lettura delle complesse dottrine indù. Il problema della morte viene dunque utilizzato come una bussola che orienta e guida il lettore verso la comprensione dei più importanti testi indù: Veda, Upanishad, Bhagavad-Gita.

E arduo per noi occidentali concepire la morte come annientamento, eppure in India l'annientamento non solo è in qualche modo concepito, grazie alle rappresentazioni, alle metafore e ai concetti offerti dalla tradizione indù, ma è anche desiderato; l'anelito all'annientamento si esprime già nei rituali della cremazione e della dispersione delle ceneri. Già negli antichissimi Veda e le Upanishad possiamo trovare una spiegazione a questo anelito che puè apparire tanto orrendo quanto assurdo a chi crede e spera nell'aldilà o nella resurrezione. L'uomo, spiegano gli antichi testi indù, è un "essere condizionato", schiavo della temporalità, piegato dalle paure e dall'insicurezza. Ma nella parte più profonda e incorporea di ognuno alberga il Sé, ciò che ci accomuna all'Assoluto. Come la polpa di frutto che avvolge strettamente il nocciolo, ciò che circonda il Sé è la fonte di ogni inquietudine e sofferenza; una "polpa" che non si manifesta solo nella carne, ma anche nei bisogni, nel dolore, in ciò che chiamiamo "Io", ecc. Questa "polpa" è però mortale, è destinata a marcire e per questo è inessenziale, non è la sede della "verità". Ben venga dunque la morte liberatrice del Sé accidentalmente intrappolato nel corpo; "non c'è libertà dal piacere e dal dolore per chi è congiunto col corpo" (p.161). La grande intuizione del pensiero indiano non sta nell'attesa della grande liberazione dopo la morte, ma è già in vita che l'uomo puè liberarsi "da ogni soggezione alla realtà sensibile" (ibidem), grazie alle pratiche ascetiche, alla preghiera, alla meditazione, fino a realizzare l'incontro con Dio. Questa "morte e liberazione" in vita, non può essere raggiunta se non si conosce il dolore e la sofferenza: più l'uomo soffre, più cresce in lui l'anelito alla libertà.

I sacri testi indù ci insegnano "la grammatica e la sintassi" della morte: in occidente il linguaggio si arresta di fronte alla morte, in oriente invece avanza costruendo sentieri di pensiero, servendosi di miti, di immagini, di simboli e di metafore che pervadono ogni pagina, ogni verso dei testi indù, raggiungendo il culmine nella Bhagavad-Gita: rivelazione del disegno divino che muove il mondo e i "destini" di ogni creatura e faro acceso per indicare all'umanità i valori e le vie di salvezza dalla paura, dall'insicurezza e dalla sofferenza.

Al termine della lettura del libro di Impera, la prima impressione è quella di aver salito un altro gradino verso la conoscenza delle complesse dottrine indù, ma il vero merito dell'autrice è, senza dubbio, quello di aver tentato, egregiamente, di capire la vita interrogando la morte, scalfire paradossalmente il mistero della vita partendo dalle risposte date dalla saggezza indù all'inquietante mistero della morte: il significato della vita è nella morte.

Vito Ferri