Se la psicoterapia non può essere scienza
(esatta) sia almeno arte. E forse che sotto la richiesta di cura
rivolta da ogni paziente al suo analista non ci sia in fondo la
domanda di una creazione artistica!
La "cura di sé", intesa nel senso greco, come
conoscenza e disciplina di se stessi per progredire e migliorarsi,
comincia ad occupare l'interesse di alcuni ricercatori (in campo
psicologico, pedagogico e filosofico).
Da anni ormai D. Demetrio, professore di Pedagogia all'Università
di Milano, si interessa di "cura di sé" e di
"educazione nella vita adulta". In questo libro presenta
una delle modalità di cura di sé: la scrittura autobiografica.
In una certa fase della vita può accadere che si senta
il bisogno di fare il punto della situazione rispetto alla propria
esistenza. Questo può avvenire indipendentemente da problemi
o disagi di natura psicologica, ma in seguito a un tipo di sollecitazione
che in età adulta è riferibile all'esigenza di fare
un bilancio di tutte le esperienze vissute nella propria vita.
Pensiero autobiografico
Arriva un momento in cui si avverte il desiderio di raccontare(si)
la propria storia. E se è vero che noi siamo il prodotto
della nostra storia, è soprattutto "come" noi
ci rappresentiamo questa storia che fa di noi quel prodotto. La
scrittura autobiografica è un modo per cambiare la "rappresentazione"
non i fatti biografici (la storia); del resto ogni forma di terapia
e di "cura di sé" fa questo.
Il pensiero autobiografico non è uno stato d'animo episodico:
se gli facciamo spazio quotidianamente, se ci occupiamo di fare
esercizio filosofico applicato a noi stessi (chi sono? chi sono
stato?) è possibile creare uno spazio interiore di benessere
e di cura.
Il lavoro autobiografico
Una volta che il pensiero autobiografico abbia stabilito la sua
presenza tra le attività mentali consapevoli, il passo
successivo è quello che porta al lavoro autobiografico
che a sua volta contribuisce a strutturare ed ampliare il
pensiero autobiografico. Mentre ci rappresentiamo e rinarriamo,
ci prendiamo in carico (in cura) assumendoci la responsabilità
di tutto ciò che siamo stati o abbiamo fatto. E' proprio
questa l'educazione in età adulta che attraverso la scrittura
si concretizza, portando all'integrazione e al benessere. «Il
segreto rimedio e l'inusitata terapia - così poco costosa
da essere "temuta" da molti terapeuti professionisti
- sono intrinseci al fatto, e via via si discoprono tali, di dar
quasi forma alla vita di un'altra persona. Quando ripensiamo a
ciò che abbiamo vissuto, creiamo un altro da noi. Lo vediamo
agire, sbagliare, amare, soffrire, godere, mentire, ammalarsi
e gioire: ci sdoppiamo, ci bilochiamo, ci moltiplichiamo»
(p. 12).
In ogni modo, per questo tipo di lavoro non occorre essere artisti
o scienziati: il pensiero autobiografico ci trasforma in artigiani
che pazientemente ricercano indizi utili e tracce dell'infanzia,
della giovinezza, della prima maturità, che ricuciono frammenti
di tessere disordinate, obliate o più spesso rimosse. L'A.
individua quattro assi lungo i quali tale lavoro si dipana: l'Amore
(ovvero la biografia degli affetti), il Lavoro (la biografia professionale),
il Gioco (la biografia ludica, della fantasia), la Morte (la biografia
luttuosa, della dimensione religiosa e misterica). Questi quattro
assi si intrecciano tra loro a costruire la trama autobiografica.
Possiamo scomporre ulteriormente la nostra storia in fili da sciogliere
e ricomporre: avremo così un "metodo" per ripensare
e riscrivere la nostra vita. Sarà possibile ad esempio
ricostruire la biografia amicale (le amicizie, gli incontri
),
la biografia dell'impegno politico e sociale, la biografia
della felicità o del dolore, la biografia
religiosa, la biografia estetica, la biografia del
proprio corpo
e così via fino a costruire una
architettura mnemonica, un metodo, una griglia di biografie: di
oggetti, di paesaggi, di scene, di sensazioni, di compagni, di
sogni, di azioni
L'io tessitore e la molteplicità degli io
Nell'istante in cui ripercorriamo gli eventi importanti della
nostra vita proviamo la profonda emozione di non essere più
noi stessi: il nostro ricordo è sempre una nuova e diversa
invenzione. Il lavoro autobiografico «ridimensiona l'Io dominante
e lo degrada a un io necessario che possiamo chiamare l'io
tessitore, che collega e intreccia; che, ricostruendo, costruisce
e cerca quell'unica cosa che vale la pena cercare costituita dal
senso della nostra vita e della vita» (p.14).
Questo "spazio letterario" dentro di noi ci conduce
a redigere, grazie alla pazienza dell'io tessitore, non una ma
molte altre "versioni" della nostra esistenza. Il primo
momento è quello della retrospezione, degli sguardi
al passato, il secondo è quello della interpretazione,
della traduzione di ricordi e vissuti in una nuova lingua. Il
terzo momento sarà infine dedicato alla creazione
di vicende e personaggi.
Retrospezione, interpretazione, creazione appartengono alla sintassi
della produzione letteraria, ma mentre il romanziere ha bisogno
di vendere la propria opera, l'autobiografo che si preoccupa soprattutto
di sé, ne farà un uso privato e intimo. Avrà
imparato a stare meglio durante il processo del ricordare e dello
scrivere; la sua mente avrà lavorato per tentare di mantenersi
fedele ai fatti vissuti o per trasfigurarli, per risvegliarsi,
oltre che al passato, al presente: a un presente rinnovato. La
ricerca dell'unità e, ancora una volta, la scoperta della
molteplicità, costituiscono quindi la colonna sonora del
lavoro autobiografico.
Passione autobiografica
Il processo inizia casualmente e senza grandi implicazioni «Si
impara dall'analisi della propria storia, si impara apprendendo
da se stessi e si inizia a coltivare un vizio che ci porta, se
lo desideriamo, ai nostri anni adolescenti: quando il diario,
la poesia, la novella, senza che noi lo sapessimo, già
segnalavano quella che poi, nell'età degli anni maturi
e senili, si sarebbe trasformata in passione autobiografica.
[
]. Ma erroneo e deprimente è vivere l'autobiografia
come farmaco per liberarsi del proprio passato prendendone le
distanze. La vera cura di sé, il vero prendersi in carico
facendo pace con le proprie memorie inizia probabilmente quando
non più il passato bensì il presente entra in scena
e diventa luogo fertile per inventare o svelare altri modi di
sentire, osservare, scrutare e registrare il mondo dentro e fuori
di noi» (p. 16). In questo senso, l'autobiografia si viene
a configurare non un punto di arrivo, ma un viaggio formativo.
Fattori e condizioni lenitive
Abbiamo visto come il lavoro autobiografico possa costituire una
risorsa per rinegoziare il proprio passato e accedere ad una dimensione
di cura di sé. L'A. parla espressamente di condizioni lenitive,
poteri ricostituenti del lavoro autobiografico. Alcuni di questi
fattori sono individuabili in:
1. Dissolvenze: provare piacere nel ricordare. Le immagini
ricompaiono sbiadite, crepuscolari, sfumate nei contorni: quasi
inconsistenti e vaghe. Nulla è mai completamente "a
fuoco" e nulla è mai chiassoso. Il potere curativo
della dissolvenza alimenta così un sentimento di distacco,
mentale ed emozionale, che è il primo requisito del benessere.
2. Convivenze: corrisponde all'esibizione della nostra
storia, disponibilità ad ascoltare e a essere ascoltati.
3. Ricomposizioni: il ricordare o il raccontare ci danno
la sensazione di "tenerci insieme". Un potere che Demetrio
chiama ricompositivo. Scopriamo «che da un lato il gioco
dei ricordi, come ogni gioco, ci "alleggerisce" e distende;
inoltre, che tutto questo vagare da uno spazio all'altro della
nostra mente costruisce inter-spazi e corridoi che ci restituiscono
la giovevole sensazione di sentirci molte, tante, tantissime dimensioni
e di crearne di nuove» (p. 51).
4. Invenzioni: la creatività scaturisce dai giochi
connettivi che finiscono col dotarci di una rete immateriale,
che contiene tutto ciò che siamo. Per "tenerci insieme"
e godere del piacere di stare insieme con noi stessi, è
indispensabile fare un ulteriore progresso che consiste nella
transizione dal mero pensiero autobiografico al lavoro di scrittura
in senso proprio della nostra storia. 5. Spersonalizzazioni:
scrivere autobiografie non è una pratica clinica in
senso proprio, sembra però che la scrittura sia e sia stata
un medicamento dell'anima per un numero sterminato di autori:
medicamento non solo di natura artistica ma anche terapeutica.
Non si tratta semplicemente di osservare, con un certo distacco
e dall'alto, la propria vita, la spersonalizzazione operata dal
pensiero e dal lavoro autobiografico genera ben altro: l'esperienza
diretta della molteplicità degli io che siamo stati e che
siamo indebolisce l'arroganza dell'Io dominante.
Ci sembra questo il risultato più alto che possiamo aspettarci
dal lavoro autobiografico che apre così ad una dimensione
di compassione verso "l'altro" e la sua storia. Una
volta ricostruita la nostra storia con cura e passione la abbandoniamo
per rivolgere il nostro interesse alle storie degli altri che
alimenteranno il senso di diffusione degli io e la convinzione
che le storie degli altri sono affascinanti e importanti come
la nostra (che riflette in realtà la formazione di ogni
psicoterapeuta). Il "percorso autobiografico" approda
paradossalmente alla trascendenza dell'io.