Raccontarsi

L'autobiografia come cura di sé


Duccio Demetrio

Raffaello Cortina Editore, 1996, Milano. Pp. 229, £ 24.000

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Se la psicoterapia non può essere scienza (esatta) sia almeno arte. E forse che sotto la richiesta di cura rivolta da ogni paziente al suo analista non ci sia in fondo la domanda di una creazione artistica!

La "cura di sé", intesa nel senso greco, come conoscenza e disciplina di se stessi per progredire e migliorarsi, comincia ad occupare l'interesse di alcuni ricercatori (in campo psicologico, pedagogico e filosofico).

Da anni ormai D. Demetrio, professore di Pedagogia all'Università di Milano, si interessa di "cura di sé" e di "educazione nella vita adulta". In questo libro presenta una delle modalità di cura di sé: la scrittura autobiografica.

In una certa fase della vita può accadere che si senta il bisogno di fare il punto della situazione rispetto alla propria esistenza. Questo può avvenire indipendentemente da problemi o disagi di natura psicologica, ma in seguito a un tipo di sollecitazione che in età adulta è riferibile all'esigenza di fare un bilancio di tutte le esperienze vissute nella propria vita.

Pensiero autobiografico

Arriva un momento in cui si avverte il desiderio di raccontare(si) la propria storia. E se è vero che noi siamo il prodotto della nostra storia, è soprattutto "come" noi ci rappresentiamo questa storia che fa di noi quel prodotto. La scrittura autobiografica è un modo per cambiare la "rappresentazione" non i fatti biografici (la storia); del resto ogni forma di terapia e di "cura di sé" fa questo.

Il pensiero autobiografico non è uno stato d'animo episodico: se gli facciamo spazio quotidianamente, se ci occupiamo di fare esercizio filosofico applicato a noi stessi (chi sono? chi sono stato?) è possibile creare uno spazio interiore di benessere e di cura.

Il lavoro autobiografico

Una volta che il pensiero autobiografico abbia stabilito la sua presenza tra le attività mentali consapevoli, il passo successivo è quello che porta al lavoro autobiografico che a sua volta contribuisce a strutturare ed ampliare il pensiero autobiografico. Mentre ci rappresentiamo e rinarriamo, ci prendiamo in carico (in cura) assumendoci la responsabilità di tutto ciò che siamo stati o abbiamo fatto. E' proprio questa l'educazione in età adulta che attraverso la scrittura si concretizza, portando all'integrazione e al benessere. «Il segreto rimedio e l'inusitata terapia - così poco costosa da essere "temuta" da molti terapeuti professionisti - sono intrinseci al fatto, e via via si discoprono tali, di dar quasi forma alla vita di un'altra persona. Quando ripensiamo a ciò che abbiamo vissuto, creiamo un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, soffrire, godere, mentire, ammalarsi e gioire: ci sdoppiamo, ci bilochiamo, ci moltiplichiamo» (p. 12).

In ogni modo, per questo tipo di lavoro non occorre essere artisti o scienziati: il pensiero autobiografico ci trasforma in artigiani che pazientemente ricercano indizi utili e tracce dell'infanzia, della giovinezza, della prima maturità, che ricuciono frammenti di tessere disordinate, obliate o più spesso rimosse. L'A. individua quattro assi lungo i quali tale lavoro si dipana: l'Amore (ovvero la biografia degli affetti), il Lavoro (la biografia professionale), il Gioco (la biografia ludica, della fantasia), la Morte (la biografia luttuosa, della dimensione religiosa e misterica). Questi quattro assi si intrecciano tra loro a costruire la trama autobiografica. Possiamo scomporre ulteriormente la nostra storia in fili da sciogliere e ricomporre: avremo così un "metodo" per ripensare e riscrivere la nostra vita. Sarà possibile ad esempio ricostruire la biografia amicale (le amicizie, gli incontri…), la biografia dell'impegno politico e sociale, la biografia della felicità o del dolore, la biografia religiosa, la biografia estetica, la biografia del proprio corpo…e così via fino a costruire una architettura mnemonica, un metodo, una griglia di biografie: di oggetti, di paesaggi, di scene, di sensazioni, di compagni, di sogni, di azioni…

L'io tessitore e la molteplicità degli io

Nell'istante in cui ripercorriamo gli eventi importanti della nostra vita proviamo la profonda emozione di non essere più noi stessi: il nostro ricordo è sempre una nuova e diversa invenzione. Il lavoro autobiografico «ridimensiona l'Io dominante e lo degrada a un io necessario che possiamo chiamare l'io tessitore, che collega e intreccia; che, ricostruendo, costruisce e cerca quell'unica cosa che vale la pena cercare costituita dal senso della nostra vita e della vita» (p.14).

Questo "spazio letterario" dentro di noi ci conduce a redigere, grazie alla pazienza dell'io tessitore, non una ma molte altre "versioni" della nostra esistenza. Il primo momento è quello della retrospezione, degli sguardi al passato, il secondo è quello della interpretazione, della traduzione di ricordi e vissuti in una nuova lingua. Il terzo momento sarà infine dedicato alla creazione di vicende e personaggi.

Retrospezione, interpretazione, creazione appartengono alla sintassi della produzione letteraria, ma mentre il romanziere ha bisogno di vendere la propria opera, l'autobiografo che si preoccupa soprattutto di sé, ne farà un uso privato e intimo. Avrà imparato a stare meglio durante il processo del ricordare e dello scrivere; la sua mente avrà lavorato per tentare di mantenersi fedele ai fatti vissuti o per trasfigurarli, per risvegliarsi, oltre che al passato, al presente: a un presente rinnovato. La ricerca dell'unità e, ancora una volta, la scoperta della molteplicità, costituiscono quindi la colonna sonora del lavoro autobiografico.

Passione autobiografica

Il processo inizia casualmente e senza grandi implicazioni «Si impara dall'analisi della propria storia, si impara apprendendo da se stessi e si inizia a coltivare un vizio che ci porta, se lo desideriamo, ai nostri anni adolescenti: quando il diario, la poesia, la novella, senza che noi lo sapessimo, già segnalavano quella che poi, nell'età degli anni maturi e senili, si sarebbe trasformata in passione autobiografica. […]. Ma erroneo e deprimente è vivere l'autobiografia come farmaco per liberarsi del proprio passato prendendone le distanze. La vera cura di sé, il vero prendersi in carico facendo pace con le proprie memorie inizia probabilmente quando non più il passato bensì il presente entra in scena e diventa luogo fertile per inventare o svelare altri modi di sentire, osservare, scrutare e registrare il mondo dentro e fuori di noi» (p. 16). In questo senso, l'autobiografia si viene a configurare non un punto di arrivo, ma un viaggio formativo.

Fattori e condizioni lenitive

Abbiamo visto come il lavoro autobiografico possa costituire una risorsa per rinegoziare il proprio passato e accedere ad una dimensione di cura di sé. L'A. parla espressamente di condizioni lenitive, poteri ricostituenti del lavoro autobiografico. Alcuni di questi fattori sono individuabili in:

1. Dissolvenze: provare piacere nel ricordare. Le immagini ricompaiono sbiadite, crepuscolari, sfumate nei contorni: quasi inconsistenti e vaghe. Nulla è mai completamente "a fuoco" e nulla è mai chiassoso. Il potere curativo della dissolvenza alimenta così un sentimento di distacco, mentale ed emozionale, che è il primo requisito del benessere.

2. Convivenze: corrisponde all'esibizione della nostra storia, disponibilità ad ascoltare e a essere ascoltati.

3. Ricomposizioni: il ricordare o il raccontare ci danno la sensazione di "tenerci insieme". Un potere che Demetrio chiama ricompositivo. Scopriamo «che da un lato il gioco dei ricordi, come ogni gioco, ci "alleggerisce" e distende; inoltre, che tutto questo vagare da uno spazio all'altro della nostra mente costruisce inter-spazi e corridoi che ci restituiscono la giovevole sensazione di sentirci molte, tante, tantissime dimensioni e di crearne di nuove» (p. 51).

4. Invenzioni: la creatività scaturisce dai giochi connettivi che finiscono col dotarci di una rete immateriale, che contiene tutto ciò che siamo. Per "tenerci insieme" e godere del piacere di stare insieme con noi stessi, è indispensabile fare un ulteriore progresso che consiste nella transizione dal mero pensiero autobiografico al lavoro di scrittura in senso proprio della nostra storia. 5. Spersonalizzazioni: scrivere autobiografie non è una pratica clinica in senso proprio, sembra però che la scrittura sia e sia stata un medicamento dell'anima per un numero sterminato di autori: medicamento non solo di natura artistica ma anche terapeutica.

Non si tratta semplicemente di osservare, con un certo distacco e dall'alto, la propria vita, la spersonalizzazione operata dal pensiero e dal lavoro autobiografico genera ben altro: l'esperienza diretta della molteplicità degli io che siamo stati e che siamo indebolisce l'arroganza dell'Io dominante.

Ci sembra questo il risultato più alto che possiamo aspettarci dal lavoro autobiografico che apre così ad una dimensione di compassione verso "l'altro" e la sua storia. Una volta ricostruita la nostra storia con cura e passione la abbandoniamo per rivolgere il nostro interesse alle storie degli altri che alimenteranno il senso di diffusione degli io e la convinzione che le storie degli altri sono affascinanti e importanti come la nostra (che riflette in realtà la formazione di ogni psicoterapeuta). Il "percorso autobiografico" approda paradossalmente alla trascendenza dell'io.

MICHELE CAVALLO



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