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Considerazioni sul setting della terapia analitica(pubblicato in: Informazione in psicologia, psicoterapia, psichiatria n. 26, Roma, 1996, pp.24-31)Paola Rocco *Considerazioni sul setting nella terapia analitica infantile E' noto che la tecnica della terapia infantile pone problemi di setting ben diversi da quelli che si presentano nella terapia analitica con gli adulti. Alla base di questa diversità ci sono fattori collegati alle modalità espressive del bambino, anche nel manifestare il disagio psichico, e alla presenza concreta dei genitori nella vita di un bambino e quindi nella sua analisi.Definiamo il setting non come un insieme di regole precostituite e applicate, ma piuttosto come una modalità interiorizzata di definire i confini della relazione analitica. Nell'analisi del bambino questi confini sono assai più soggetti ad essere trasgrediti, sia per la sua naturale tendenza all'agito, sia perché, per quanto riguarda i genitori, il rispetto o meno della regola analitica veicola spesso sentimenti transferali non elaborabili all'interno del rapporto . Diventa quindi indispensabile lavorare con un "setting interno" (Meltzer, 1967), stabile ma non rigido, entro il quale muoversi liberamente nel rapporto con il paziente. Il concetto è ben rappresentato dall'immagine del calco di gesso, come materia sulla quale il paziente può trovare una collocazione che prende forma da lui stesso. Possiamo considerare il setting come una zona in cui si può pensare, una zona protetta e senza intrusioni, nella quale il bambino possa sentirsi al sicuro, e nella quale possa avvenire il processo che porta al dispiegamento del Sé. Stabilire il contesto analitico consente di riconoscere la trasgressione in termini di agiti sia da parte del paziente, quando tradisce le regole iniziali, sia da parte dell'analista, le cui reazioni emotive che "escono dal fianco" possono minacciare la tenuta del rapporto. Al provocatorio acting-in (si definisce così l'agito all'interno del setting), per esempio una seduta mancata, può corrispondere la risposta agita dell'analista, per esempio un'interpretazione distruttiva, quando questo vada a toccare un nucleo doloroso e poco analizzato (per esempio l'angoscia d'abbandono dell'analista), in un'escalation simmetrica nella quale i sentimenti in gioco possono sfuggire alla possibilità di elaborazione. Da Freud in poi c'è stato un grande incremento di studi che collegano il setting al campo analitico, cioè al campo emozionale che si crea tra analista e paziente. E' nota la discrepanza tra ciò che Freud scriveva, tra il 1911 e il 1914 sulla tecnica analitica, e ciò che realmente faceva in seduta, secondo i racconti dei suoi analizzati (Cremerius, 1985). Sebbene i motivi di questo siano svariati, si deve riconoscere che la potenza del controtransfert è stata solo successivamente riconosciuta e studiata. Jung per primo parla del "rapporto di comune inconscieità"(1) che si crea tra analista e paziente, e che è trasformativo per entrambi, utilizzando la metafora alchemica degli elementi che , componendosi, si alterano entrambi. Nella relazione tra i due, secondo Jung, l'intensa esperienza emotiva attiva non solo elementi inconsci personali, ma anche aspetti archetipici. Per altre strade, a partire da Bion, questo concetto ha trovato una concettualizzazione clinica estremamente elaborata nel lavoro dei Baranger(1961-62), che parlano della situazione analitica come un "campo bipersonale" nel quale quello che emerge è "la fantasia inconscia di coppia", cioè il prodotto dei due funzionamenti mentali, dell'analista e del paziente, e delle identificazioni proiettive che si incrociano nel campo, con l'aspettativa che quelle del paziente verso l'analista siano tuttavia maggiori. Ferro sottolinea come questo concetto ampli "notevolmente quello di relazione, poiché lo estende a tutta la situazione analitica, quindi al setting e alle regole, fornendo anche la possibilità di uno sguardo più allargato rispetto a quello sulla relazione. Molti fatti, cioè, li possiamo pensare "di stanza" ancora prima che siano veicolabili nella relazione, in una sorta di area intermedia ..."(2)
Nell'analisi infantile il setting può essere
considerato come un parametro nel quale poter accettare anche
di agire sapendo di agire, lasciandosi coinvolgere totalmente
dalle identificazioni proiettive del bambino. Montecchi sottolinea
come nell'analisi con i bambini l'analista possa sentirsi spinto
ad uscire dalla sua funzione analitica perché soggetto
alla potente attivazione delle angosce arcaiche, e come solamente
un costante ascolto dei propri movimenti controtransferali possa
permetterne la comprensione: "L'analisi costante del controtransfert
permette sia di acquisire la consapevolezza di quanto potrebbe
essere agito, ma che non si dovrebbe, sia di rifuggire dal rigidismo
della tecnica , potendo agire con consapevolezza se fosse necessario"(3)
L'agire dell'analista, quindi, assume, nell'analisi infantile
un diverso significato. Quando manca una possibilità di
elaborazione verbale, ci si trova spesso chiamati ad una risposta
immediata, senza sapere come, e se, rimandare al rispetto della
regola, anche perché il campo delle azioni è più
ampio che nell'analisi con gli adulti. Il contatto fisico con
l'analista e con l'ambiente, per esempio, è previsto, nell'ambito
del gioco, ma anche questo deve trovare dei suoi confini. M. Klein
(1926), per esempio, considerava un agito i contatti rivolti agli
oggetti comuni o alla sala di consultazione, mentre quanto avveniva
nella stanza da gioco rientrava nell'ambito analitico prescritto.
Sostanzialmente è importante che quanto avviene all'interno
dello spazio terapeutico, anche in termini di trasgressione, possa
acquistare un senso raggiungibile anche dal paziente, e questo
comporta a volte che il terapeuta possa , per così dire
" integrare " l'agito del paziente, accettando di comunicare
anche su un piano preverbale, in attesa di rimandarlo al suo significato
psichico, quando l'altro sia in grado di pensarlo. E' chiaro che
questa decisione comporta una valutazione, che presenta l'urgenza
dell'immediatezza, della situazione della coppia analitica e del
paziente in quel momento.
Giulio, un bambino di 8 anni, con notevoli capacità
intellettive e modalità di comportamento adultomorfa, in
terapia per una sintomatologia di tipo ossessivo e balbuzie ,
porta in seduta il suo zaino con i libri di scuola, e decide di
utilizzare la seduta per fare i compiti. L'analista interpreta
al bambino che fare i compiti in seduta sembra un modo di stare
ognuno per proprio conto. Il bambino non ascolta l'interpretazione
e continua a fare i compiti voltando le spalle . Allora l'analista
interviene ancora rimandando alla regola: c'è uno spazio
per fare i compiti e uno spazio per giocare e per parlare, che
è quello della terapia. Il bambino controvoglia interrompe
di fare i compiti, e dal materiale che segue emerge rabbia e angoscia
per l'imminente interruzione della terapia, di lì a poco
esplicitata da parte dei genitori.
Aldo, un bambino di 13 anni, con gravi difficoltà
di comunicazione verbale e uno pseudo ritardo mentale, porta in
terapia un gioco elettronico da fare in due, e propone all'analista
di giocare insieme, accostandosi fisicamente a lei. L'analista
percepisce un senso di disagio che non sa spiegarsi, e decide
di accettare, per diverse sedute, di giocare con il giochetto
elettronico del bambino, tenendo in sé il disagio e il
senso di inadeguatezza di fronte al gioco, nel quale il bambino
è invece molto abile. Solo dopo molto tempo i due possono
parlare di quanto il bambino si senta inadeguato e imbarazzato
nel contatto con gli altri, aprendo la possibilità di approfondimento
sui sentimenti in gioco.
I due frammenti di caso riportati mettono in evidenza
come lo stesso agito, l'introduzione di un oggetto proprio, trovi
tempi di interpretazione diversi, e reazioni diverse da parte
dell'analista: nel primo caso l'accettazione dell'agito sarebbe
stata una collusione con una modalità di difesa consueta
ed estrema, che avrebbe impedito l'elaborazione di angosce presenti
in quel momento e strettamente collegate alla terapia. Ma risulta
anche evidente come l'interpretazione iniziale della difesa avesse
contribuito ad accentuarla. Nel secondo caso, il rimando alla regola avrebbe avuto il senso di un agito dell'analista, in risposta alla difficoltà a tenere su di sé, elaborandola e trasformandola in pensiero , l'identificazione proiettiva del paziente. Dagli esempi risulta anche come l'"'acting in " rappresenti un flusso di energia che si scarica nell'azione, non sempre pensabile, neppure dall'analista, come nel secondo caso, nel quale l'unica possibilità di sviluppo sembra consistere nell'accettare di vivere il proprio vissuto controtransferale, nell'attesa di comprenderlo . Ferro sostiene che al di là delle differenze di setting e di modelli psicoanalitici, quello che conta è il funzionamento mentale dell'analista, partendo dal fatto che ogni incontro analitico è unico e irripetibile, e sottolineando come "la cosiddetta lente psicoanalitica sia una lente a contatto, che si realizza solamente nel contatto emotivo tra paziente e analista all'interno di un setting rigoroso"(4) Il "setting interno" dell'analista si traduce nel suo modo di lavorare, e si forma attraverso un costante confronto con le regole dell'analisi e con il senso che queste hanno per lui. Proporre e custodire la regola analitica va ad attivare la funzione archetipica paterna, funzione preposta a far valere il principio di realtà, che prevede il farsi carico dell'aggressività che ne deriva, e che può avere un potente valore trasformativo. Samuels parla di una "rèverie" paterna come di un contenitore in grado di facilitare la trasformazione delle fantasie e degli impulsi aggressivi in qualcosa che si può utilizzare creativamente (Samuels,1989). Il setting, o meglio, la regola analitica, sembra avere, nell'analisi, proprio questa funzione, che integra la funzione materna di accoglimento . Ecco cosa dice Winnicott "....Ancora una parola su certi "no" della madre. Non rappresentano forse il primo segno della presenza del padre? I padri, in certe cose, equivalgono alle madri e infatti possono occuparsi dei bambini e fare tante altre cose che di solito toccano alle donne. Mi sembra, però, che, come padri, essi compaiano per la prima volta nella vita del bambino in modo indiretto, sotto forma di quella parte forte della madre che le consente di dire "no" e di tenere duro....All'inizio l'idea di personificare il no può non piacere, ma risulta meno sgradita se si tiene presente che ai bambini piccoli piace sentirsi dire "no". A loro non serve giocare sempre con cose morbide; sanno apprezzare anche i sassi, i bastoni, e il pavimento duro..;."(5) . Le stesse valutazioni esistono anche per il lavoro analitico: se c'è un momento in cui quello che conta è la funzione di réverie materna e la protezione dello spazio analitico, e questo riguarda soprattutto quegli aspetti del setting collegati alla riservatezza e alla disponibilità dell'analista a "sentire" insieme al paziente ( per citare sempre Winnicot, è il momento in cui il "genitore-analista" dice no, ma lo dice rivolto al mondo (Ibidem).), arriva il momento della funzione paterna, che passa attraverso la frustrazione, senza la quale il processo trasformativo non può avvenire. I confini della relazione analitica, le regole del setting, rappresentano questo elemento frustrante, soprattutto per le parti infantili, che rivendicano il loro diritto alla fusione con la madre e al soddisfacimento dell'impulso. Una paziente adulta, apprendendo durante il contratto che si sarebbero fatte due sedute a settimana della durata di 45 minuti, esclama: "Io potrei venire anche tutti i giorni e stare qui a parlare anche 5 ore di seguito, ma non ce la faccio a venire due volte a settimana!"
Nelle pratiche di meditazione Zen c'è un compito
difficile e doloroso che un monaco si assume: colpire leggermente,
con un bastone, la testa degli altri monaci, per tenerli svegli
attraverso il dolore. Nel fare questo, il monaco si inchina, nel
rispetto di entrambi e di quanto stanno facendo. Il suo ruolo
non è esterno, ma è anch'esso parte della pratica
di meditazione: è l'esercizio a sopportare la colpa. Anche
l'analista è chiamato al doloroso incarico di assumersi
"la colpa", la responsabilità di inviare o rappresentare
per il paziente l'elemento frustrante.
L'analista dei bambini è chiamato a questo
doppio ruolo materno - accogliente e paterno - frustrante, non
solo con il suo piccolo paziente, ma anche con i genitori, e in
un primo momento deve poter considerare come suo paziente il gruppo
di famiglia che arriva al primo appuntamento. Diciamo che nell'analisi
con il bambino le regole hanno sempre la doppia funzione di dire
"no al mondo", per esempio alle possibili interferenze
dei genitori, della scuola, etc, e contemporaneamente di dire
"no" al bambino attraverso le regole analitiche. Il
compito può diventare molto complesso se non abbiamo dentro
di noi quel monaco consapevole non solo del dolore dell'altro,
ma del proprio dolore, del sacrificio della "madre oblativa"
che questo comporta: "Un padre appassionatamente spirituale
è diverso da un padre che si concentra aridamente sulla
conformità; è la stessa natura della proibizione
a mutare"(6). E' noto a ciascuno di noi che nessun tipo di setting
che non sia stato profondamente elaborato in un confronto con
sé stessi può "passare" al paziente. Poiché
da qualcosa bisogna pur cominciare, quasi sempre utilizziamo all'inizio
le regole apprese dal nostro analista, che per molto tempo funziona
dentro di noi come modello. Per l'analista dei bambini il modello,
invece, è necessariamente teorico, dal momento che qualora
avessimo avuto un'esperienza di analisi da bambini, molto difficilmente
potremmo riferirla al nostro attuale lavoro, da adulti. Così,
quasi sempre, si sperimentano i modelli di setting dei nostri
maestri, per poi, attraverso l'esperienza con i primi nostri pazienti,
verificare cosa va bene per noi.
La fase diagnostica Con "fase diagnostica" si intende il gruppo di incontri con la famiglia e con il bambino utilizzato per la consulenza diagnostica, durante il quale l'analista può farsi un'idea del problema, della domanda di analisi e di chi la sta ponendo. In vista di un progetto terapeutico di tipo analitico, la diagnosi si configura non come una semplice raccolta di dati anamnestici finalizzata a una classificazione nosografica, ma come l'individuazione della richiesta e della necessità di intervento ( che non sempre coincide con la richiesta esplicita della famiglia), e dell'analizzabilità del paziente, che comporta la lettura del sintomo come espressione di diversi livelli di conflittualità. Si pone quindi il problema di riconoscere la presenza di un elemento innato, compresa un'eventuale componente organica, che può porre di fronte alla necessità di un intervento non analitico, in qualche caso a più livelli. Il sintomo può essere invece l'espressione di una conflittualità introiettata, anche attivata dalle problematiche familiari ma propria del paziente, e quindi affrontabile solamente attraverso un'elaborazione analitica. Oppure può essere una risposta "sana" al disagio di una famiglia disfunzionale. Da questa valutazione dipende anche la scelta da chi prendere eventualmente in carico: in quest'ultimo caso, infatti, prendere in analisi il bambino, invece della coppia o della famiglia, potrebbe contribuire a patologizzarlo. Inoltre, non sono neppure rari i casi in cui basta un'attività di "counseling" per contenere e comprendere l'angoscia dei genitori, soprattutto di fronte a quelli che vengono definiti "sintomi transitori" (come alcuni casi di enuresi notturna, o di balbuzie, o fobie funzionali).
La fase diagnostica è quindi diversa e separata
dalla terapia, ha tempi propri, ed è addirittura utile
che sia effettuata da un terapeuta diverso da quello che poi avrà
in terapia il bambino. Questo garantisce un'ampia libertà
di muoversi in un setting "diagnostico" che non andrà
a sovrapporsi a quello terapeutico, e crea uno spazio, anche futuro,
per le comunicazioni che i genitori cercano sulla situazione psicologica
del bambino, senza che queste invadano lo spazio terapeutico.
Bambini e Genitori
Il rapporto dell'analista con i genitori dei bambini
in terapia è un problema estremamente dibattuto. Si tratta
di poter stabilire con loro un rapporto di alleanza terapeutica,
evitando tuttavia le possibili intrusioni nello spazio analitico.
E' chiaro che questi aspetti tecnici hanno come presupposto la
relazione di transfert e controtransfert che si avvia anche tra
analista e genitori. Riguardo ai contatti con i genitori, il dibattito sull'argomento e le posizioni non solo delle diverse scuole ma dei vari analisti infantili all'interno della stessa area di formazione sono spesso molto diverse: alcuni lavorano solamente con il bambino, inviando immediatamente già in fase di consultazione, i genitori ad un collega, per altri (come per esempio raccomandato nel celebre manuale di Pearson ) è(8) fondamentale un contatto continuo e frequente con i genitori.
Anche sul primo incontro, sul chi incontrare, ci
sono opinioni varie. Nel corso del primo colloquio, specialmente se questo riguarda ancora la fase diagnostica, appare utile rivolgersi inizialmente proprio al bambino , chiedendogli i principali dati anamnestici e anche il motivo per cui è venuto. Questo consente di definire che lo spazio in questione è del bambino, e anche di valutare la sua capacità di orientarsi nello spazio e nel tempo, nonché il suo atteggiamento nei confronti del proprio disagio. Pensare un lavoro analitico con il bambino, significa anche valutare il tipo di aiuto di cui hanno bisogno i genitori, offrendo comunque loro uno spazio nel quale poter affrontare soprattutto le proprie reazioni emotive rispetto alle problematiche del figlio. Se un'analisi personale , affrontata da uno o da entrambi i genitori parallelamente a quella del bambino, può togliere energie e attenzione ai suoi problemi, e quindi risultare per questo controproducente, è invece il più delle volte necessario garantire ai genitori, anche in base al loro grado di disfunzionalità come coppia e come famiglia, l'opportunità di essere seguiti parallelamente, e aiutati soprattutto a elaborare il loro vissuto interiore rispetto al figlio e ai suoi problemi, e al loro modo di essere genitori. Quasi sempre, infatti, i genitori di un bambino problematico si vivono come fallimentari, inadeguati, pieni di sensi di colpa, e sentono fortemente minacciata la loro identità come padri e come madri, sulla quale invece il bambino deve poter fare affidamento. Può sembrare paradossale, ma i genitori devono anche essere preparati al miglioramento del bambino, sia perché questo modificherà il rapporto che hanno con lui (per esempio, una maggiore indipendenza può essere vissuta angosciosamente come perdita), sia perché il cambiamento va a modificare intimamente il rapporto con il loro bambino interiore, con una parte propria.
Inoltre, la terapia stessa del bambino, e il rapporto
che questo ha con l'analista, suscitano movimenti emotivi forti
sia nei confronti del terapeuta sia nei confronti di sé
stessi, che possono essere produttivamente elaborati.
Il contratto Il momento in cui si definiscono gli accordi per la terapia è un passaggio importante: è infatti il momento in cui l'idea della terapia diventa un fatto concreto, in cui ci si deve confrontare con gli aspetti pratici, la frequenza delle sedute e il danaro, ad esempio, prendendo anche atto di come questi veicolino emozioni e sentimenti inconsci legati alla terapia. Nella terapia dei bambini il contratto riguarda sia i genitori che il bambino. E' chiaro che la proposta del contratto viene effettuata solamente dopo aver verificato la motivazione del bambino e dei genitori alla terapia e la stessa analizzabilità del bambino attraverso la fase iniziale. E' senz'altro inutile proporre le regole della terapia ad un bambino che non si dimostri motivato o a genitori che abbiano troppo forti riserve ( per esempio spinti solo dalla scuola). Il contratto che facciamo con il bambino riguarda le regole della terapia: i suoi orari, che dovrebbero essere concordati anche tenendo conto dei suoi precedenti impegni per lui importanti, oltre che con i genitori, che hanno poi il compito materiale e non troppo leggero di accompagnarli; la stanza della terapia, che sarà diversa da quella nella quale si ricevono i genitori, così che i due spazi non si confondano. Anche lo spazio terapeutico è infatti soggetto a transfert ed è il teatro nel quale prende vita il mondo interno del bambino. Con i genitori e il bambino insieme si stabiliscono la frequenza delle sedute, l'onorario, l'orario, le vacanze. E' importante che la seduta destinata al contratto sia prolungata o siano addirittura due sedute. Per ognuna delle regole che stiamo proponendo è infatti vitale che i genitori e il bambino possano esprimere i propri sentimenti e le proprie opinioni, i propri dubbi. Ogni singolo elemento deve poter essere elaborato insieme a loro. Sebbene sembri un momento minimale rispetto agli scopi dell'analisi, in realtà stiamo proponendo un progetto che richiede la massima collaborazione dei genitori, ma che può anche essere vissuto come un sacrificio. Dobbiamo chiedere loro, ad esempio, di rinunciare al controllo sulla terapia, perché c'è un segreto professionale per il bambino così come per l'adulto; chiediamo di essere preparati a momenti in cui il bambino potrà stare peggio, e di accompagnarlo sempre, anche quando non vorrà venire. In poche parole, chiediamo di essere i custodi della terapia, senza però parteciparne direttamente. E' chiaro che facciamo appello alle parti adulte, responsabili, oblative, del genitore, ed è quindi evidente che questo momento non si potrà avviare con quelle famiglie che risultino troppo disturbate in queste funzioni.
La seduta del contratto deve poter anche dare la
possibilità di prendere contatto con i sentimenti collegati
all'onere che il problema del figlio comporta. Un padre, nella
seduta conclusiva dopo una terapia durata tre anni, disse che
se avesse saputo che era qualcosa di così lungo non avrebbe
mai iniziato. Questo aveva permesso di constatare quanto si sentisse
incapace di affrontare un compito era stato, invece, in grado
di affrontare, e come l'immagine di sé come padre fosse
danneggiata. E' difficile sapere cosa un bambino associ al danaro speso per le sue sedute, che può facilmente essere vissuto come ogni altra spesa che i genitori affrontano per lui. I genitori, invece, possono convogliare sul denaro per le sedute i loro sentimenti rispetto alla terapia dei figli: questo viene vissuto come un'espiazione catartica quando prevale il senso di colpa collegato alle problematiche del bambino, o accompagnato da risentimento quando prevalga, invece, il sentimento di esclusione e di non controllo sulla terapia. Quest'ultimo caso è quello che più frequentemente può provocare gli agiti dei genitori. I ritardi nel pagamento, oppure errori nel conteggiare il numero delle sedute, possono essere inconsapevolmente mirati a indurre il terapeuta a un contatto diretto.
Un problema a parte è il pagamento delle sedute
non fatte. Una regola particolarmente importante, non solo perché
garantisce libertà e continuità al paziente, ma,
soprattutto nel caso dei bambini, perché fa sì che
il bambino abbia sempre la sicurezza che nessuno potrà
occupare le sue ore e il suo spazio, anche se lui è malato
o non può venire. Tuttavia per i genitori può risultare
penalizzante, ed è quindi utile, non solo elaborarne i
riscontri, ma anche spiegarne il senso.
Le considerazioni sopra riportate, sono sostanzialmente
il frutto di esperienze, di errori, e di discussioni con colleghi
nei seminari di formazione e fuori, dal momento che i problemi
collegati al setting hanno sempre un forte valore di attivazione
negli analisti. Hanno quindi un significato molto personale di
punto di riferimento, e le eventuali indicazioni che se ne possono
trarre sono comunque confrontabili con metodologie del tutto diverse
e altrettanto funzionali. *
Psicologo, Psicoterapeuta
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