D:
Nella tradizione della psicoterapia della Gestalt è abbastanza diffuso
l’utilizzo di tecniche meditative. Oggi la spiritualità viene sempre
più accolta nell’area della psicoterapia e ci sono filoni di ricerca
e di pratica clinica che fanno riferimento a tradizioni spirituali. Cosa
pensi dei fenomeni di integrazione tra psicoterapia e spiritualità
e in particolare quanto credi ci sia di spirituale nella terapia della
Gestalt?
R: Il tema
è quanto mai complesso e già dicendo spiritualità
bisogna intendersi a cosa ci si riferisce. In generale la psicologia, a
partire da Freud, ha tenuto un atteggiamento laico se non oppositivo sugli
aspetti spirituali della crescita umana. Si è pensato che ciò
che è spirituale non è scientifico e quindi non può
entrare a far parte delle scienze del comportamento. Ci sono principi di
verificabilità e criteri relativi alla ripetibilità dell'applicazione
del metodo e ciò che più conta sono necessari risultati misurabili.
Per altri versi la spiritualità, intesa soprattutto come religione,
venne considerata negativa ai fini della crescita psicologica, in quanto
crea dipendenze e limitazioni nell'esperienza di affrancamento dalle autorità
psichiche che dominano la personalità. Naturalmente non fu sempre
così e ricordiamo quanto Jung invece dette spazio all'elemento spirituale,
utilizzando lui stesso il termine ‘transpersonale’, con il quale oggi si
definiscono gli approcci psicologici che allo spirituale fanno riferimento.
Fu in particolare il movimento della psicologia Umanistica che negli anni
‘60 enfatizzò una dimensione psicologica che non si occupasse solo
di sofferenza e conflittualità ma che guardasse anche al potenziale
di crescita dell'essere umano. Nacque un grosso interesse per le filosofie
orientali e in particolare per il buddhismo. Ci si appropriò di
modi di vedere e di tecniche che provenivano da un contesto meditativo,
creando spesso strane commistioni tra modelli terapeutici e insegnamenti
spirituali, dai quali vennero mutuati strumenti tecnici e parziali concezioni
sulla vita e l'esistenza. Erano estrapolati dal contenuto ben più
complesso di antiche tradizioni, la cui prospettiva non è mirata
soltanto al vivere con maggior pienezza l'esperienza nel qui e ora, come
in maniera semplicistica si potrebbe intendere, senza considerazione di
sfondi e prospettive. L’obiettivo delle scuole buddhiste è piuttosto
il raggiungimento di una dimensione di coscienza dove la sfida è
l'affrancamento dalle passioni e dalla visione dualistica della realtà,
causa principale di sofferenza e dolore. Si tende al raggiungimento di
uno stato di perfezione, l'illuminazione, cioè uno stato nel quale
siamo liberi dal ciclo della nascita e della morte. Viviamo imprigionati
nel Samsara per effetto di cause karmiche che producono la ripetizione
di cicli di esistenza dominati dall’attaccamento e dall’ignoranza della
nostra vera condizione.
D: Quando parli
di "vera condizione" suppongo che ti riferisci ad uno stato di coscienza
nel quale si sperimenta una forma di esistenza diversa da quella alla quale
siamo abituati nel nostro vivere quotidiano, che corrisponde a quella che
in altri termini si chiamerebbe la realizzazione suprema.
R: Possiamo
parlare di una mente condizionata, la piccola mente, come la chiamano i
maestri Zen, che guida la nostra esperienza ordinaria, in contrapposizione
allo stato della mente naturale, la mente pura, una dimensione senza limiti,
condizione alla quale aspira il praticante. La mente pura è paragonabile
allo specchio nel quale tutto si riflette, buono o cattivo, bello o brutto
che sia. Continua imperturbato ad esistere e non cambia la sua natura.
E’ lì immutabile, non è disturbato dalle caratteristiche
degli oggetti che riflette. Così è lo stato della mente pura,
non viene condizionata dal tipo di esperienze che vengono vissute. Per
spirituale si può intendere questo atteggiamento, peculiare dei
movimenti ai quali si è maggiormente ispirato il mondo della psicoterapia
o anche la visione cristiana nella quale la meta è comunque uno
stato di liberazione e di contemplazione del divino, con affrancamento
dalla sofferenza per attingere ad una beatitudine suprema. Va detto per
inciso che ci sono notevoli differenze tra la tradizione cristiana che
ha come riferimento Dio e quindi un ente esterno al quale rivolgersi per
la propria salvezza e la visione buddhista, che invece propone la ricerca
dell’essere divino in noi, illuminati fin dall’origine. In questo caso
l’impegno, piuttosto che la preghiera rivolta ad un ente esterno, è
quello di riscoprire, attraverso pratiche meditative e comportamenti coerenti,
centrati sul raggiungimento dello stato di natura vuota della mente, quanto
in noi vive appannato a causa di ignoranza della condizione naturale. Se
questo che ho definito è spirituale, nessuna delle psicoterapie
ha tale natura, quindi neanche la Gestalt. Non hanno questa natura perché
storicamente nascono con l’obiettivo di soddisfare bisogni relativi all’esistere
e all’evolversi secondo le necessità dell’Ego. In pratica lo scopo
della psicoterapia è di rendere più vivibile l’esistenza
temporale eliminando sintomi dolorosi e blocchi limitanti. Il progetto
è contingente a questa esistenza e alle problematiche connesse a
necessità e desideri, siano essi di tipo biologico, affettivo o
evolutivo. Ovviamente con quello che dico non intendo escludere che la
spiritualità possa occuparsi anche del benessere relativo alla vita
qui e ora. Imparare a vivere con pienezza il quotidiano è parte
e conseguenza della conoscenza della propria natura.
D: Tuttavia
da quanto dici sembra difficile un contatto tra Gestalt e i significati
più profondi che vengono dal mondo della spiritualità.
R: Pur stabilendo
delle differenze non voglio affermare che la psicoterapia non possa proporsi
un progetto di evoluzione più elevato e che in questo progetto non
si possano integrare concezioni che provengono da tradizioni spirituali.
Il terapeuta che ha esperienze personali in qualche forma di insegnamento,
gioco forza trasmette la sua visione al paziente, anche quando lavora sul
sintomo. Voglio portare un esempio. Nel buddhismo si parla molto di attaccamento
e della necessità di liberarsi da modalità troppo "appassionate"
di affrontare la vita, il che permette di superare lo stato di sofferenza
determinato dalla ricerca di ciò che piace e dal rifiuto di quanto
produce dolore. Ora, apprendere a rilassare la mente e ad assumere un atteggiamento
di maggiore equidistanza tra le due polarità, quella del piacere
e quella della sofferenza, distaccandosi un pochino dalle esperienze che
viviamo nella vita quotidiana, aiuta a diminuire le tensioni. Ciò
che sembra problematico e irrisolvibile diventa affrontabile, perché
si relativizza il valore e l’importanza che la mente egoica attribuisce
all’evento,
piacevole o doloroso che sia. Questo atteggiamento, tra l’altro difficile
da conseguire, viene da pratica e allenamento, ed è perfettamente
integrabile in ogni tipo di psicoterapia, a qualsiasi scuola appartenga.
D: In alcune
tradizioni viene proposta la ‘rinuncia’ come pratica per facilitare l’affrancamento
dal bisogno.
R: A volte
può essere utile, ma siamo dotati di corpo e quindi legati a bisogni
che caratterizzano la nostra appartenenza alla specie umana. Utilizzare
le funzioni dei sensi e le esperienze che la vita ci propone è una
strada importante per accrescere la consapevolezza. D’altra parte pur vivendo
pienamente il quotidiano si può riconoscere che le nostre necessità
e i nostri limiti non sono assoluti, ma relativi ad una condizione temporanea
e quindi legati alla legge dell'impermanenza, per la quale ogni fenomeno
che ha un principio è destinato a finire. Imparando a guardare alle
nostre esperienze con tale attitudine, si guadagna un maggior distacco
dai propri bisogni e desideri, distacco che permette di allentare un po’
l’attaccamento a quel mondo delle passioni che è la causa principale
di ogni sofferenza. Quindi l’obiettivo diventa il vivere le esperienze
e apprendere a controllarle. Siamo noi a decidere se e quanto coinvolgerci
e ad evitare che le passioni ci posseggano e condizionino. Paradossalmente
è proprio un atteggiamento di maggior distacco che favorisce pienezza
e soddisfazione. Se accetto la possibilità di potermi separare in
ogni momento dalle cose, posso godere delle esperienze senza quel fondo
di paura che viene dalla eventualità di perdere ciò che ho,
sia che si tratti del buon cibo, della mamma, o dell’innamorata. Quindi
è ovvio che l’esperienza spirituale agisce sulla sofferenza e cura.
Il paradosso è che il cambiamento arriva quando si perde l'intenzione
‘appassionata’ di guarire, di essere felice e si da’ spazio anche al dolore,
come esperienza inalienabile della vita. In questa ottica si può
concepire quello che F. Perls chiamava il paradosso dell’accettazione che
è, a mio parere, un punto chiave della terapia della Gestalt. Allora
si può dire, come fa C. Naranjo, che terapia e ricerca spirituale
sono sulla stessa via, su un continuo, un unico impegno che mira a liberare
l’uomo dai grovigli dell’Ego. Le metodologie e le tecniche della moderna
psicoterapia sono molto efficaci per acquistare consapevolezza del proprio
stato, per recuperare emozioni perdute, dipanare conflitti e scoprire le
ragioni dei comportamenti condizionati e tutto ciò è funzionale
a maggiori aperture e a facilitare il contatto con differenti stati di
coscienza.
D: Se il terapeuta
da clinico si trasforma anche in maestro spirituale, capace di trattare
con la patologia e di guidare verso un processo di crescita che ha mete
più ambiziose, credo che il connubio diventi davvero complicato.
R: Ritengo
che si aprano nuove vie ancora da esplorare, attraverso le quali favorire
possibilità integrative così ricche. D’altra parte non penso
che il terapeuta debba fare tutto da solo. Già da tempo sono convinto
che è molto utile la collaborazione. Oggi le forme di terapia sono
tante e molte sono valide. Ognuna guarda ad alcuni aspetti del malessere
e della crescita. Ancora non esiste il sistema capace da solo di trattare
ogni tipo di problematica e ad ogni livello di gravità. Ci sono
terapie più specializzate nel corporeo e altre più sull’emotivo
o sul cognitivo, alcune che lavorano sul processo, altre sul contenuto.
Ognuna di loro ha un valore e apre orizzonti diversi alla conoscenza di
sé. Sono prospettive differenti dalle quali si guarda all’esperienza
umana ed è utile che sia così, perché i modi individuali
di essere sono molteplici e nella stessa persona convivono innumerevoli
stati. Non sono d’accordo con quanti oggi si arroccano nella loro scuola,
cercano le matrici pure dell’approccio e credono in questo modo di salvare
il modello da inquinamenti esterni. Non c’è nessun modello da salvare,
per natura le cose finiscono e si trasformano e i modelli teorici cambiano
nel tempo perché cambiano le situazioni, gli uomini. E poi c’è
il confronto che è fondamentale. E’ dal confronto che nasce il nuovo,
forse meno puro rispetto ai modelli originari, ma sicuramente più
vivo e creativo. Personalmente partecipo da anni ad esperienze di lavoro
con grandi gruppi, nei programmi SAT, dove è prassi che ci siano
esperti di varie scuole e tendenze. Ciascuno lavora con il proprio orientamento.
Questo per me significa che anche nel
campo della spiritualità ci sono persone capaci di introdurre a
certi tipi di conoscenze. Sono maestri riconosciuti e a loro bisogna rivolgersi.
Quindi il terapeuta può, curando sintomi e problemi quotidiani indirizzare
anche verso la dimensione spirituale, quando si rende conto che la condizione
del paziente lo consente. Il malessere può essere affrontato a livelli
esistenziali più profondi e si può andare oltre l’obiettivo
della guarigione contingente. In realtà le vie sono parallele. Il
meditante che evita il contatto con le cose quotidiane e pensa direttamente
ad illuminarsi non va molto lontano, non fa i conti con il suo mondo passionale
che pure esiste, soltanto non lo guarda. Analogamente chi cerca sempre
ulteriori bisogni da soddisfare entra in una trappola senza fine e diventa
utile dare un diverso significato alla propria esistenza.
D: Dopo questa
premessa mi piacerebbe focalizzare l’attenzione sui rapporti tra spiritualità
e Gestalt che è stato argomento della tavola rotonda alla quale
tu hai partecipato, durante il Congresso Internazionale della terapia della
Gestalt che si è tenuto lo scorso ottobre a Palermo.
R: La psicoterapia
della Gestalt tradizionalmente ha dato molta enfasi allo sviluppo personale
del terapeuta e anche se molti gestaltisti oggi rifiutano i discorsi sulla
spiritualità, altri praticano la meditazione quotidianamente e anche
la insegnano ai loro pazienti e allievi. Sicuramente ci sono fattori relativi
alla tradizione e quindi al periodo storico e ambientale in cui la Gestalt
si sviluppò, ma accanto a questi fattori anche un bisogno di andare
oltre. Un bisogno che emerge quando dopo anni di esperienza con se stessi
e con i pazienti si scoprono, a volte con sgomento, i limiti del processo
terapeutico e spesso l'impossibilità di raggiungere solo con questo
strumento obiettivi stabili. C’è sempre una nuova valida ragione
per star male. Si cerca allora una pacificazione interiore che affranchi
da conflitti e frustrazioni. Molti hanno imparato a soddisfare bisogni,
da quelli più elementari a quelli più complessi, hanno trovato
un compagno, hanno costruito una famiglia, si sono creati una professione,
alcuni si sono legati a questi bisogni scoperti o riscoperti, non vogliono
più perderli e ne fanno oggetto di appassionato attaccamento. Altri
ancora si sono messi alla ricerca di nuove mete, vogliono di più,
i bisogni si moltiplicano, ne nascono altri mai concepiti prima, più
soldi, più casa, più vacanze, più prestigio e al fondo
l'unica, costante insoddisfazione. Allora emerge il desiderio di dare un
senso alla propria vita. Si cerca Dio, un maestro, una via dalla quale
ottenere altro, un altro indefinibile, a volte, e si spera che ci sia.
Partendo dalla terapia il viaggio si allarga e i confini del crescere hanno
orizzonti sempre più ampi.
Io ho scelto di avvicinare le esperienze
il più possibile e di sperimentare e far sperimentare anche durante
il processo terapeutico, una visione allargata dello sviluppo umano. Invito
pazienti e allievi a seminari e incontri anche tenuti da me stesso o da
persone esperte di tradizioni spirituali, oppure li indirizzo a maestri
riconosciuti, capaci di dare una adeguata trasmissione.
D: Mi sembra
che in ogni caso rimanga una certa confusione, soprattutto dal punto di
vista metodologico, nella combinazione dei due approcci, psicoterapeutico
e transpersonale.
R: Credo che
sia vero. Ci possono essere confusioni su diversi livelli e perciò
insisto con l'affermare che siamo su un terreno complicato da gestire.
Ritengo che la ricerca e lo studio della clinica non debba mai essere perso
di vista. Spesso si alimentano illusioni. Quando lavoro con la Psicologia
degli Enneatipi, la caratterologia fondata sull’Enneagramma, che pure appartiene
ad una tradizione spirituale, metto molto impegno sulla individuazione
diagnostica dei tipi psicologici, basata su anni di lavoro e di ricerca
rivolta a trovare i punti che accomunano e quelli che differenziano una
tipologia dall'altra. La metodologia è scientifica. Ovviamente mi
comporto in modo analogo quando come Analista Transazionale studio la struttura
del Copione dei miei pazienti e cerco conferme e verifiche. Ma ci sono
altri fenomeni che non rispondono ai modelli scientifici conosciuti e non
per questo hanno meno valore. D’altro lato le esperienze meditative si
diffondono sempre più e non possiamo far finta di ignorarle. Per
me ha poco senso discutere se appartengano o no alla tradizione gestaltica
e se siano integrabili nel suo modello teorico. Il dato è che la
psicoterapia sempre più si avvicina alle vie spirituali e che molte
persone in Gestalt come in altri approcci, le sperimentano e le insegnano.
E poi è vero, e questo mi ha sempre colpito della Gestalt, che diversi
aspetti della sua filosofia e metodologia hanno punti di somiglianza con
tradizioni spirituali e su questo argomento voglio un po' soffermarmi.
Preciso subito che non voglio assolutamente proporre che la Gestalt sia
una terapia di tipo transpersonale o spirituale. Anzi per molti versi è
proprio lontana da una concezione spirituale della vita. Però ho
sempre riscontrato una certa assonanza tra alcune intuizioni di Perls e
i grandi insegnamenti. Da quanto raccontano di lui le persone che lo contattarono
negli ultimi anni della sua vita, fu uomo non solo geniale ma anche profondo
conoscitore dell'animo umano, con una forma di saggezza, a volte non facile
da condividere, che tuttavia rendeva l'incontro con lui estremamente significativo.
Quali siano stati i suoi maestri ispiratori e quanto fu suo, è difficile
dire. In verità alcuni riferimenti li fa chiaramente anche nei suoi
libri. Credo che dovette ricevere una grossa influenza dalla cultura orientale
negli anni di permanenza in California. L'esperienza di Esalen dovette
essere fondamentale. Esalen fu centro di incontro con maestri appartenenti
a differenti culture e tradizioni e Perls, come lui stesso racconta, ebbe
esperienze di meditazione. Pur apparentemente restio ad entrare in quella
cultura e ponendosi addirittura al di sopra quando dichiarava di essere
‘ontologico’ e quindi di non aver bisogno di inserirsi in scuole o movimenti,
né di aderire a nuove o vecchie ideologie, di fatto contrariamente
a quanto faceva credere e abitualmente si pensa, meditava con regolarità.
Le sue esperienze fatte in Israele con LSD, gli avevano aperto la mente
e lo avevano introdotto in una sfera di comprensione del pensiero sospeso
non comune nelle esperienze terapeutiche. C. Naranjo racconta che chi lo
accompagnò in quel viaggio alla ricerca di sé, fu molto colpito
dalla capacità di F. Perls di gestire da solo l'esperienza e anche
se provava dolore, era il dolore della crescita. Non fu tuttavia soltanto
negli ultimi anni che Perls dette un taglio più esistenziale alla
terapia della Gestalt. In realtà questa impronta era già
abbastanza evidente nelle elaborazioni teoriche che faceva in ‘Io, fame
e aggressività’, e quindi all'inizio degli anni quaranta. Il suo
linguaggio e i concetti espressi, mutuati da Friedlaender relativi alla
indifferenza creativa e al ‘punto zero’, indicato come stato da cui origina
ogni fenomeno e da cui derivano le contrapposizioni polari, mette in evidenza
una attitudine a leggere la realtà su due dimensioni, quella potenziale
e la sua manifestazione dualistica e relativizzata. Questa visione, completamente
originale per la psicoterapia, ha molti punti in comune con la filosofia
buddhista che, come già visto, propone il superamento del dualismo
come via per il raggiungimento della saggezza, condizione nella quale il
realizzato vive in uno stato di integrazione dei fenomeni dai quali non
è separato, in un ‘punto zero’, una condizione di equilibrio che
rimanda all'esperienza del vuoto, quello che più tardi lo stesso
Perls definì ‘vuoto fertile’, ricco di esperienza quindi, da contrapporre
al disperante vuoto nevrotico.
Più avanti negli anni elaborò
la tecnica del continuo di consapevolezza, che a mio parere rappresenta
il culmine filosofico e teorico dell’approccio gestaltico, sufficiente
in sé a produrre cambiamento. Il continuo di consapevolezza è
il derivato del procedimento di focalizzazione che già dalla sua
prima opera Perls proponeva come metodo e attitudine alternativa alla libera
associazione, tanto da chiamare il modello teorico che andava elaborando,
terapia della concentrazione. Anche nelle scuole di meditazione si attribuisce
particolare rilevanza alla concentrazione, in questo caso come metodo per
creare il vuoto mentale. Nel continuo di consapevolezza ci sono due ingredienti:
la concentrazione e l'osservazione dell’esperienza della mente, esperienza
che si presenta attraverso i pensieri, le sensazioni e le emozioni che
attimo dopo attimo entrano nella consapevolezza dell’individuo. Tutto ciò
richiama molto da vicino alcune forme della meditazione Vipassana dove
la concentrazione che facilita lo stato senza pensieri e quindi la condizione
di vuoto, si associa all'osservazione dei movimenti della mente. Lo scopo
specifico delle tecniche Vipassana è di produrre lo stato meditativo
mentre quello del continuo di consapevolezza gestaltico è di scoprire
le interruzioni e i meccanismi di evitamento, ma soprattutto di acquisire
consapevolezza del proprio modo di vivere l’esperienza nel qui ed ora.
Nelle due visioni, quella terapeutica e quella spirituale, viene adottato
uno strumento simile che induce a pensare alla possibilità di mettere
su un continuo le due esperienze, quella terapeutica e quella spirituale,
un’unica linea che unisce nevrosi e saggezza, l’Ego all’Essenza.
D: Ho sentito
generalmente associare la Gestalt allo Zen, invece tu parli, a proposito
del continuo di consapevolezza, della tradizione Vipassana.
R: La caratteristica
fondamentale del continuo di consapevolezza consiste nel permettersi di
focalizzare in maniera non predeterminata e non per catene associative,
le esperienze che attimo dopo attimo si presentano alla coscienza. Nello
Zen invece si dà molta attenzione alla pratica del vuoto mentale
e si tende a questa esperienza mediante tecniche di concentrazione, ad
esempio sul respiro o con altre forme che favoriscano l’assenza di pensiero.
Nella meditazione Vipassana si dà attenzione anche ai movimenti
della mente attraverso un’osservazione libera da valutazione o giudizio.
Si osservano il pensiero, la sensazione, lo stato emozionale, e si permette
poi che si dissolvano con mente priva di implicazioni e intenzioni e senza
ovviamente entrare in spiegazioni o ricerca di significati: quello che
si richiede è l’attenzione consapevole. A me sembra che ci sia una
grossa affinità con le intenzioni del continuo gestaltico, pur essendo
gli obiettivi apparentemente lontani.
D: Anche il
paradosso gestaltico dell’accettazione sembra più vicino ad una
cultura in cui ci si permette di fluire con l’esperienza piuttosto che
forzare mediante atti di volontà.
R: Certo, lungi
dall'essere un facile stratagemma finalizzato a distrarsi dal dolore e
dalla sofferenza, che favorirebbe una visione superficiale e edonistica
della vita, appare pienamente in linea con i concetti di non attaccamento
e con l’attitudine a lasciar correre l'esperienza nel suo fluire inarrestabile:
lo scorrere del fiume della tradizione taoista. Non si può spingere
il fiume. Contro l'autotortura della ricerca accanita di cambiamento Perls
propone di vivere le esperienze così come si presentano, propone
l'accettazione, stare nel dolore così come nel piacere, il fiume
scorre e le esperienze si dissolvono. L'opporsi crea maggiore sofferenza.
Perls considera terapeutica questa attitudine di non evitamento. In ‘Io,
fame e aggressività’, dice che è la mente umana a creare
le categorie del bene e del male da cui discendono l'etica e la morale
e potremmo aggiungere il mondo delle false virtù che implicano sforzi
comportamentali che non rispondono a vissuti interni e quindi non producono
effetti reali. Perls insegna, con il suo modo ‘ontologico’ di vivere, ad
accettare profondamente il limite umano, a perdere le idealizzazioni e
a rendersi conto della impermanenza dei fenomeni. Per questa grande attenzione
al momento, all’attimo esistente, Perls veniva chiamato il profeta del
‘qui e ora’ e a lui si ispirarono in molti e tra loro il fondatore del
Living Theatre, Julian Beck, ad esempio. Nello spettacolo teatrale Padise
Now, l’‘hic et nunc’ veniva scandito da attori che si mescolavano al pubblico
creando un contagio collettivo.
Anche il concetto di ‘qui e ora’ può
essere considerato su due livelli. Si può intendere come un vivere
nel presente, in antitesi ad un restare legati al passato o proiettati
nel futuro, perché questa attitudine elimina ansie anticipatorie
e scorie fobiche, oppure come un ‘essere presente’, che nella concezione
del tantrismo tibetano, significa entrare senza giudizio di valore e senza
considerazioni su ciò che è bene e ciò che è
male, direttamente e con piena presenza nell'esperienza che si vive. Accogliere
i fenomeni della mente così come si presentano, standoci dentro
finché non si dissolvano, fino ad integrarli, permette il processo
di riconoscimento dello stato puro della mente.
D: Quindi anche
in questo caso prassi terapeutica e pratica spirituale sono su un continuo,
con diversa profondità di applicazione.
R: Sì,
così mi sembra. Un altro aspetto che ricorda le tradizioni spirituali
è l'attenzione particolare che la Gestalt dà alla consapevolezza.
La consapevolezza diventa la guida per l'azione e il comportamento. Facilita
una grande libertà da regole e introiezioni, meccanismi che Perls
considerava, a differenza di Freud, come limitanti tout court. Praticandola
si acquisisce capacità e responsabilità per le proprie azioni.
D’altro lato questo principio, se mal digerito, può diventare un
mito senza contenuti e facilitare confusioni sul suo significato. La consapevolezza
della persona realizzata permette comprensioni che altri più confusi
e con un minore livello di crescita possono non raggiungere. Una superficiale
assimilazione delle sue idee innovative dette un iniziale successo alla
Gestalt più come fenomeno culturale che come psicoterapia, in quanto
rispondeva alle esigenze della nuova cultura anarchica e hippy di uscire
dagli schemi e dalle limitazioni della società ordinaria. In ogni
caso la consapevolezza diventò centrale nel processo terapeutico,
coerente con la filosofia dell'autoappoggio. Se opero scelte consapevoli
mi sostengo e mi oriento adeguatamente e non ho bisogno di appoggi e riferimenti
esterni.
Naturalmente ci sono tutti i rischi
legati alle idealizzazioni, alla traduzione di propri bisogni personali
in modelli di riferimento generalizzati, in cattive elaborazioni di istanze
nuove, spesso mal capite o accolte per ribellione e quindi altra polarità
non meno limitante rispetto ai ripudiati processi introiettivi. La consapevolezza,
insieme alla responsabilità e l’attenzione al presente, divennero
centrali nella Gestalt di C. Naranjo e sono aspetti fondamentali della
crescita spirituale.
Nelle antiche tradizioni accanto a questi
principi, con maggiore saggezza, si danno indicazioni concrete su cosa
è virtuoso e cosa è semplicemente passionale e quindi condizionato,
mentre al contrario non c'è un'etica riconosciuta in Gestalt. Infatti
a differenza di altri approcci terapeutici non ha organizzato un codice
deontologico. L'implicita convinzione è che è meglio essere
liberi da vincoli codificati, perché la natura consapevole conosce
la direzione sana, ha una propria saggezza interna. Questo è vero,
ma tante volte c'è anche l’illusione di consapevolezza. Spesso la
saggezza naturale è così nascosta che è difficile
contattarla.
D: Per lo sviluppo
della psicoterapia della Gestalt, alcuni pensano che sarebbe stato più
utile un maggiore inquadramento teorico e metodologico.
R: E’ ovvio
che la storia della Gestalt non poteva essere diversa da quella che è
stata. F. Perls fu un innovatore, e anche se alcuni suoi allievi hanno
cercato di diminuirne il valore o addirittura di denigrarlo, la verità
è che il suo nome entra nella storia della psicoterapia. Ha dato
vita ad un movimento di rara potenza creativa ed è soprattutto per
il suo impatto, per la sua grande forza e vitalità, per la speciale
capacità di stimolare esperienze e vissuti, di risvegliare aree
che le altre terapie non toccano, che la Gestalt è stata riconosciuta
e apprezzata. Questo ha a che fare sicuramente con una visione allargata
della coscienza, che è l’effetto di una ricerca costante di crescita
e apprendimento personale, che Perls stimolò e i suoi migliori allievi
portarono avanti. Lo sviluppo personale può curare.
D’altro lato il movimento gestaltico
è stato caratterizzato, come abbiamo visto, da una attitudine anarcoide
cui ha fatto da contraltare, come polarità, un irrigidimento di
quanti hanno voluto stabilire, per una sorta di autoproclamazione, cosa
è la Gestalt e qual è la vera Gestalt. La mia idea è
che non c'è la vera Gestalt e che sui tanti spunti e fermenti che
il movimento ha creato ci sono altrettanti possibili filoni di sviluppo.
Certo ci sono alcune matrici comuni. Alcune attitudini le sentiamo più
affini e ci spingono a dire: "a questo signore mi sento più vicino
che a un rogeriano perché si pone in maniera più direttiva,
come me, oppure perché si occupa delle interruzioni del fluire della
consapevolezza, perché propone più spesso di altri un contatto
oculare, perché lavora con il ciclo di contatto e però non
lo seguo più quando parla di ‘nuclei cognitivi’, che c'entra con
la Gestalt". Qui non sono più d'accordo. Il fatto che ogni terapia
si sia specializzata in un'area, cognitiva, emozionale, del profondo, del
processo o del fenomeno, non significa che tutte le altre non abbiano un
loro valore e che per taluni aspetti non possano essere integrate in maniera
coerente. Se chiedo al paziente ‘cosa provi’ e lui mi risponde ‘tristezza’,
posso interrogarlo sul come la sente, come la vive o come faceva Perls
posso invitarlo a descriverla o anche a identificarsi nella sua emozione,
oppure cogliere un altro aspetto della organizzazione psicologica e chiedere
: "quali pensieri sostengono la tua tristezza ? ". Sto lavorando ad un
livello cognitivo e questo va bene anche per un approccio gestaltico, per
il fatto che emozioni e pensieri sono entrambi presenti in un blocco o
in una Gestalt fissa, così come nel fluire sano della coscienza.
D: Per quanto
riguarda la consapevolezza?
R: La consapevolezza,
può essere considerata la via principale per il cambiamento, principio
fondante per la guarigione gestaltica e principio guida dell'insegnamento
buddhista. L’enfasi sulla consapevolezza è conseguente ad una profonda
fiducia nelle capacità di sviluppo e nelle responsabilità
personali. Il gestaltista ha grande fede nella natura dell'uomo, in sé
pienamente adeguata ad affrontare il processo di crescita, fino a teorizzare
l’autoregolazione organismica, una forma di saggezza che se ascoltata,
da sola e per sua natura, indica la via per la piena soddisfazione e la
salute mentale.
Vorrei trattare un ultimo punto. Ho
sentito recentemente alcuni gestaltisti svalutare la concezione ‘io – tu’,
che Perls mutuò da Buber. Non sono d’accordo, soprattutto per il
significato che l’io – tu assume in termini sociali. Il terapeuta nella
sua formazione e il paziente per il proprio cambiamento, non possono prescindere
da questo valore: riconoscere l’altro che mi sta di fronte, al di là
dei suoi limiti e delle sue patologie come essere con potenziale pari al
mio, imbrigliato nelle trappole egoiche al pari di me. La comprensione
dell’altro fino al contatto con la sua natura più profonda e lo
stare insieme come io – tu, come essenza con essenza, costituiscono una
via importante per alimentare la solidarietà umana. Oggi la psicoterapia
si rivolge sempre più ai grandi gruppi, al sociale e non si può
prescindere, in questa apertura, dall’incontro con l’altro. Tutte le scuole
di terapia sono concordi nel ritenere che elemento fondante per una buona
riuscita del trattamento è l’alleanza terapeutica. Molto di questo
processo relazionale si elabora attraverso i fenomeni di transfert e controtransfert
e molto, a mio parere, cresce e si alimenta nella relazione io – tu, attraverso
la comprensione e la compassione.
Per concludere, nonostante la Gestalt
appaia così vicina a metodi e modelli della tradizione spirituale,
Perls non voleva una Gestalt transpersonale. Da quello che raccontano i
suoi allievi diretti era molto radicato alle cose terrene e al mondo delle
sensazioni. Ma il suo essere profondamente sé stesso gli dava una
saggezza concreta che proveniva dal calarsi interamente nelle esperienze
che viveva e nelle sue passioni, attitudine che se da un lato crea conflitti
e sofferenza, d’altro lato porta ad una profonda conoscenza di sé.
Ha lasciato una eredità implicita, non dichiarata, apparentemente
da lui stesso osteggiata, una eredità che hanno raccolto gli allievi
più diretti, primo tra tutti C. Naranjo, che ha aperto un filone
importante di ricerca: l’interesse per il mondo delle tradizioni spirituali,
verso il quale gestaltisti della seconda e terza generazione hanno sentito
inclinazione e si sono diretti. L’apertura della Gestalt verso spazi più
ampi della mente e della coscienza è stato per me il messaggio speciale
rispetto ad altri modelli più organizzati e più facilmente
comprensibili e praticabili. La terapia della Gestalt è molto difficile,
perché ha una sua naturale propensione al completamento. Per l’uomo
che cresce verrà il momento in cui apprendere a soddisfare i bisogni
di sopravvivenza, d’amore, di evoluzione, di riconoscimento, non sarà
più sufficiente, vorrà altri valori, valori spirituali. La
Gestalt è già per sua natura su questa via.
*Antonio
Ferrara: Psicologo, Psicoterapeuta. Presidente I.G.A.T (Istituto di Gestalt
e Analisi Transazionale)
**Oliviero Rossi:
Psicologo, Psicoterapeuta. Direttore "Informazione Psicologia Psicoterapia
Psichiatria"