Se riteniamo l’attenzione come un aspetto dell’attività psichica autonomo e abbastanza individuabile rispetto a tanti altri "processi psichici", possiamo considerarla come la funzione che focalizza e indirizza l’attività mentale cosciente verso determinati oggetti, azioni, scopi (quindi un’attività intenzionata, proprio come lo è la coscienza) e che è capace di mantenersi per un periodo di tempo più o meno lungo a determinati livelli di tensione mentale. In tal senso si potrebbe dire che lo spettro dei processi di attenzione si identifica con lo spettro dei processi di coscienza.
Alla fine del secolo scorso e secondo le migliori impostazioni teoretiche dell’epoca (basti pensare a Wernicke ed a Wundt) l’attenzione era considerata come una funzione autonoma, distinguibile e separabile dal resto dell’attività psichica: James, Ribot e, appunto, Wundt furono i più noti e qualificati sostenitori di un tal modo di concepire. Ma ben presto non pochi furono gli autori che cominciarono a criticare questo indirizzo ed a scorgerne i pesanti limiti; basterà qui ricordare Foucault (1920), Spearman (1927), Dwelshauwers (1928). Si giunse, su questa linea, a contestare l’esistenza dell’attenzione in quanto tale, cioè come una "funzione" isolata ed isolabile nel vasto ambito del flusso psichico, e a sostenere invece, come oggi fa la maggior parte degli psicologi, che essa sottende una condizione energetica generale che concerne tutta la personalità. Ciò, del resto, era già stato ampiamente identificato da Edmund Husserl nel 1925 in quell’opus magnum che è stato e che continua tuttora ad essere la "Psicologia fenomenologica" (cfr. l’ediz. di Walter Biemel, del 1962).
Un compromesso tra queste due tendenze è rappresentato da Piéron il quale, come è ben noto, affermava che la nozione di attenzione è molto utile perché facilita la comprensione di alcune modalità del funzionamento mentale. Ciò veniva del pari sostenuto, con dovizia di dati, da Gemelli, da Zunini e da Baudin, psicologi fra i più eminenti degli anni quaranta.
E’ qui opportuno ricordare, per summa capita, le vicende del concetto di attenzione, che seguono in modo peculiare l’evoluzione della cultura e della mentalità.
Le dimensioni di accesso ad uno studio abbastanza specificato dell’a. sono parecchie; ne ricordo alcune, seguendo le precise indicazioni di E.G. Boring (1970): l’equazione personale, cioè il ruolo delle variazioni individuali nell’aspettativa e come questa influenzi la velocità di reazione; l’indagine psicofisiologica dei tempi di reazione; la discriminazione dei tempi di reazione alla presentazione di due stimoli sincroni provenienti da diverse modalità sensoriali; l’estensione dell’a. (il cosiddetto ("span"); il grado dell’a., cioè la sua intensità, la sua tensione; la capacità di concentrazione, cioè la messa a fuoco e il centraggio dell’a.; la durata dell’a.; l’attivazione e il cosiddetto arousal dell’a. (il livello di vigilanza); la tensione; la capacita di concentrazione, cioè la messa a fuoco e il centraggio dell’a. la durata dell’a; l’attivazione e il attenzione come set. Questa dimensione e direttiva di indagine è ricchissima, specie per quanto riguarda gli studi sperimentali nell’ambito della psicopatologia della schizofrenia (ad es. Garmezy, in Schiz. Bull. 1977). Accanto a tale filone, ripeto, vi è sempre stato l’indirizzo che fa dell’a. soltanto un grado della attività della coscienza, un livello estremamente vario e multiforme della sua estensione e della sua chiarezza. In tal senso potrebbe dirsi che il problema psicologico dell’a. è destinato a dispiegarsi e risolversi tutto nell’ambito della coscienza, in rapporto alle sue oscillazioni di livello, dal sonno allo stato di veglia, dalla confusione all’iperlucidità, alla sonnolenza alla crepuscolarità, dalla coscienza onirica alla coscienza oniroide, dalla perdita della messa a fuoco al restringimento del campo, come in alcune epilessie temporali, in certi stati psicotossici, in certe esaltazioni fissate, in stati iniziali di decadimento iniziale, in alcune oligofrenie, in molte psicoastenie, in molte sindromi ossessive, in vari stati passionali (cfr. Jaspers e Zutt, i due grandi studiosi della struttura polare della coscienza e della sua psicopatologia) e in molte sindromi psicotiche difettuali (vedi in Callieri, 1980).
Altri indirizzi, di notevole rilievo teorico, hanno collegato l’a. all’emozione (anche solo come "rumore di fondo"), all’affettività (teorie timiche dell’attenzione) o all’energia psichica autonoma primaria (teorie conative) o alle (sempre più studiate) determinanti di gruppo, la nota teoria della "social studiate) determinanti di gruppo, la nota teoria della "social perception", di Bruner e Postman, in Italia ampiamente studiata da Renzo Canestrari. Il meccanismo motorio sottostante all’a. è stato considerato passivo (alla Condillac) oppure come componente essenziale dell’atto di coscienza attentivo, che esige attività e sforzo, cioè si pone come essenzialmente conativo.
Qui mi pare che abbia valore generale la legge dell’interesse, il quale regola la selezione degli oggetti od argomenti su cui si appunta e si polarizza l’a.. Dice Baudin che noi non prestiamo attenzione che a ciò che ci tocca o che ci commuove, sia direttamente che indirettamente, cioè per vie traverse, non sempre coscienti. Invece William James ha sottolineato con efficacia la funzione selettiva dell’a., sia essa spontanea che volontaria, cioè intenzionale e diretta a uno scopo (Parasuraman, 1984).
Sulla scia di James si possono distinguere nell’a. vari aspetti, in base a tre momenti costituenti: quello dell’attesa, quello dell’osservazione, quello della riflessione.
Nell’attenzione aspettante (Callieri, 1981, sull’attesa) l’individuo si prepara all’azione, la quale è sempre subordinata al verificarsi di certe condizioni attese (ad es. il cacciatore che attende al varco lo spuntare improvviso e fugace della lepre).
Nell’attenzione osservante il soggetto non prende parte alla vicenda ma la segue con interesse, è uno spettatore in toto, nessun particolare gli sfugge, la sua capacità di "cogliere" (la sua Auffassung) è piena; riesce a mantenere a fuoco la scena anche a lungo, pur se con qualche oscillazione. Qui il livello dell’interesse si rivela essenziale, e le motivazioni sono determinanti. Quest’ambito ci permette di intendere bene anche il significato modale dell’attenzione oscillante (ad es. negli stati di perplessità di titubanza, di intensa stanchezza, di leggero assopimento) e di quella di mantenimento (ad es. nella guida di un automezzo in un lungo rettilineo poco trafficato).
L’attenzione riflettente, della quale parlerò più estesamente oltre, si esercita su di un oggetto appartenente all’esperienza interiore, oggetto verso cui si tende come verso un fine, oggetto su cui si concentra appieno l’attività mentale: ad es. nel training autogeno, nella meditazione trascendentale, nella soluzione di un problema di matematica, di una questione filosofica, nell’esporre in pubblica seduta un proprio pensiero in fieri, nell’esercizio ascetico e in molte dimensioni contemplative. [
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